2010

LAUREN BOOTH: lettera aperta a Israele

Un’accorata lettera di una cara amica

V.

Questa mattina avevo l’intenzione di scrivere un articolo sul saccheggio della flottiglia di aiuti diretta a Gaza da parte di vostri soldati. Come avrete potuto leggere, un ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane è stato rinviato a giudizio da un tribunale militare, sospettato di aver rubato dei computer portatili ai passeggeri. E’ da notare come il quotidiano Haretz ora si riferisca alla flottiglia denominandola “flottiglia di aiuti”. Proprio com’era. Invece della flottiglia del “terrore”, come avrebbero voluto i vostri leader che fosse chiamata. Ma faccio una digressione. Dunque, eccomi, pronta per scrivere il mio pezzo, quando mi sono imbattuta in un articolo uscito su ynetnews. Cercava di spiegare nei dettagli lo sgomento forse provato da qualcuno per via del saccheggio. Un ufficiale di rilievo delle Forze di Difesa Israeliane ha dichiarato a proposito dei furti verificatisi sulle navi: “Ci dev’essere un grave problema all’interno delle IDF per quanto riguarda i valori”. 

Ho fissato quelle parole a lungo. E, invece di scrivere il mio pezzo, ho deciso di scrivervi. Perché non posso fare a meno di domandarmi: ma chi, sulla faccia della terra, ha ancora riserve di “sgomento” messe da parte di fronte al comportamento delle vostre forze armate? Voglio dire, ma suvvia ragazzi. Al di là dei confortevoli viali di Tel Aviv, il resto del mondo trova che la frase “Esercito Morale”, quando usata per riferirsi alle IDF, sia in pratica uno scherzo grosso, (tristemente catastrofico), e di portata globale. Sullo stesso piano di, ad esempio, il rifiuto del riscaldamento globale oppure i due mandati di George Bush. 
Ora, qui l’ho fatto ancora una volta. Vi ho fatto arrabbiare molto. Ma, per favore, datemi ancora qualche attimo in più per spiegare perché sto scrivendo questa lettera. Perché non ho l’intenzione e non voglio nemmeno insultarvi. Di certo non più di quanto ho fatto in passato. Sono seduta qui, con la lavatrice e tante altre cose ancora da fare in casa, per farvi una domanda. Come madre e come essere umano che sono ho bisogno di sapere perché non vedete il male che viene fatto nel vostro nome?

Come fate a non vedere?

Come forse sapete già, ho partecipato alla prima missione Freegaza nel 2008. Questo vuol dire che non solo ho il piacere di conoscere personalmente le brave donne che hanno fondato il FGM (Freegaza Movement). Vuole anche dire che avevo molti amici e colleghi sulla flotta attaccata dalle vostre forze armate a maggio. 
Sapete, (di nuovo per un secondo consideratemi una madre e non una “nemica”) nessuno tra quelle brave persone è un terrorista che vuol introdurre armi illegalmente per gli “estremisti”. Sono uomini e donne di estrema umanità e preoccupate per lo stato del mondo. Persone che non riescono a condurre una vita normale mentre il vostro stato, il vostro esercito, i vostri coloni, tormentano altri esseri umani. Ogni minuto ogni giorno. Di ogni mese e ogni anno. 
Da sessantadue anni. 

Non vorrei essere scortese. Ma arriva un momento in cui dire “Non sapevo cosa stesse succedendo” comincia ad essere trito e ritrito. Si capisce, vero? Tutta questa farsa di essere “scioccati” dal comportamento pessimo di vostri soldati, ha fatto ridere tutti i non israeliani; in effetti, ci fa ridere. 

Il saccheggio di questa settimana da parte di vostri soldati, non è la prima volta che si verifica, non è vero? Forza. Ripensateci. Ce ne sono state tante, ma tante altre. Ve ne siete dimenticati? Vi do una mano. Prendete un computer e digitate le parole “IDF looting” (saccheggi IDF) nel motore di ricerca google. Potreste (o forse no) essere sorpresi nel ritrovarvi di fronte a più di 64.000 risultati. Ora prima che perdiate il controllo urlando che “i nostri nemici dicono falsità nei nostri confronti”. Fatemi il piacere. Leggete alcuni dei risultati sulla prima pagina. Non vi prenderà troppo tempo. Va bene perché non prendere tutta la mattina per leggerli? Dopo tutto, è in qualche modo il vostro dovere sapere che cosa si sta facendo nel vostro nome, non vii pare? Voglio dire, quando si commettono delle atrocità in guerra con i shekel delle vostre tasse, avete il diritto di sapere. 

Uno dei risultati google ha rivelato che un soldato delle Forze di Difesa Israeliane confessò di aver rubato una carta di credito da una abitazione posta a nord della striscia di Gaza durante l’Operazione Piombo Fuso. Vi ricordate? Il soldato, appartenente al battaglione di ricognizione della fanteria Givati, la usò per prelevare 1.600 shekel in Israele. Un piccolo atto criminale. Parte di una criminalità molto più ampia. 

Un crimine contro l’umanità, sia perché lo ignorate oppure perché siete tenuti all’oscuro volutamente da parte delle vostre autorità. E come già ho avuto modo di menzionare, voi avete accesso a internet, non siete costretti a rimanere al buio. A meno che, ovviamente, non vi troviate a vostro agio lì dentro. 

L’ultimo saccheggio da parte delle IDF a danno della proprietà di civili, mi ha fatto pensare alle donne Al Samouni che ho incontrato l’anno scorso sulle macerie delle loro abitazioni preso Al Zaytoun (vi mando qualche foto in allegato). Voi potreste vagamente ricordare quel nome, “Al Samouni”. Facciamo un esercizio della memoria. Il sabato 3 gennaio 2009 è iniziata l’incursione israeliana nel quartiere Al Zaytoun. Il giorno dopo, 4 gennaio 2009, le vostre forze hanno bombardato la stessa zona. 
Lunedì 5 gennaio 2009 alle ore 7:00, di nuovo le vostre forze bombardano la stessa area di Hay nel (quartiere) Al Zaytoun. Uno dei razzi ha colpito il terzo piano della casa di Tallal Hilmi Al Samouni. Successivamente sono arrivati i soldati a sparare per uccidere. 

Complessivamente, 26 membri della famiglia Al Samouni sono stati uccisi, compresi 10 bambini e 7 donne. La Croce Rossa ha potuto accedere all’area soltanto tre giorni dopo per evacuare i morti e i feriti, la maggior parte dei quali erano in condizioni così gravi che sono stati portati in Belgio, Egitto e Arabia Saudita per ricevere le cure adeguate. 

Permettetemi di elencarvi i loro nomi visto che probabilmente non li conoscete. Poiché siete delle persone gentili, sono sicuro che volete portare loro i vostri rispetti e forse anche pregare per loro.

Elenco dei bambini uccisi 

• Azza Salah Al Samouni, anni 3.
• Waleed Rashad Al Samouni, anni 17.
• Ishaq Ibrahim Al Samouni, anni 14.
• Ismail Ibrahim Al Samouni, anni 16. 
• Rifka Wael Al Samouni, anni 8.
• Fares Wael Al Samouni, anni 12.
• Huda Nael Al Samouni, anni 17.
• Ahmad Atieh Al Samouni, anni 14. 
• Mu’tassim Mohammed Al Samouni, anni 6.
• Mohammed Hilmi Al Samouni, anni 5. 

Elenco delle donne uccise

• Rahma Mohammed Al Samouni, anni 50.
• Safa’ Hilmi Al Samouni, anni 25.
• Maha Mohammed Al Samouni, anni 22.
• Rabbab Azzat Al Samouni, anni 32.
• Laila Nabih Al Samouni, anni 40. 
• Rifqa Mohammed Al Samouni, anni 50.
• Hannan Khamis Al Samouni, anni 36.

Elenco degli uomini uccisi

• Tallal Hilmi Al Samouni, anni 55.
• Attieh Hilmi Al Samouni, anni 25.
• Rashad Hilmi Al Samouni, anni 42.
• Tawfiq Rashad Al Samouni, anni 23.
• Mohammed Ibrahim, anni 26.
• Ziyad Izzat Al Samouni, anni 28.
• Nidal Ahmad Al Samouni, anni 30. 
• Hamdi Maher Al Samouni, anni 23.
• Hamdi Mahmoud Al Samouni, anni 70.

Lo scorso marzo le donne e i bambini mi hanno portato in giro tra le macerie della loro comunità. Ho visto i graffitti razzisti lasciati sui muri di una stanza dove una ragazza adolescente doveva ancora dormire. Un ricordo lasciatole da niente meno che dall’“Esercito Morale”. C’erano scritte “torneremo” sia in ebraico, sia in inglese, e poi ho visto una vignetta volgare che mostrava una casa che esplodeva con le parole “siete qui” spiritosamente aggiunte. Una bella ragazza mi ha raccontato di come si stesse per sposare prima dell’attacco. La sua famiglia aveva messo da parte diverse migliaia di dollari per la sua dote (i risparmi messi da parte da molte persone all’interno di una stessa famiglia per molti anni, come potete immaginare). Era stata nascosta sotto un letto dentro una valigia per la felice occasione. Sua madre aveva alcuni gioelli antichi appartenuti per generazioni alla famiglia, anche sotto forma d’oro. Bene, ecco, i vostri soldati, hanno bombardato queste persone, dopo hanno sparato ai loro figli, in seguito hanno razziato tutto quello che avevano i sopravvissuti. Vi giuro, controllate su google, guardate dentro ai vostri cuori, sappiate che questo succede. 

Sapete che questo è il modo in cui il vostro esercito tratta volutamente i palestinesi. 

Prima che urliate “menzonga” o “antisemiti”, per favore, vi prego. Da genitore a genitore. Da essere umano a essere umano. Nel nome del Dio di tutte le fedi, fatte un respiro, sospendete la vostra incredulità e poi continuate a leggere. Perché, oh Israele. Cosa succederebbe se, supponiamo, io non fossi l’antisemita come hanno cercato di dipingermi i vostri estremisti informati su wikipedia. E cosa succederebbe se, soltanto il dieci per cento dei 64.000 risultati google per “saccheggi IDF” fosse completamente vero? Cosa succederebbe allora? Di che cosa vi rendete complici? Cosa farete se solo per un secondo la verità vista da tutto il resto del mondo sulla brutalità di vostri leader riempisse le vostre menti e i vostri cuori come succederà sicuramente un giorno? 

Le mie parole, trovandomi all’esterno, sembreranno senz’altro dure, perfino ingenue. Allora ecco quest’articolo dal Jerusalem Post di oggi.

“Secondo le informazioni analizzate dall’organizzazione per i diritti dell’uomo Yesh Din, tra il settembre del 2000 e la fine del 2009, meno del sei per cento tra le quasi 2.000 inchieste aperte contro i soldati dell’IDF sospettati di crimini contro i palestinesi hanno ricevuto un atto d’accusa formale. Durante lo stesso periodo, secondo diverse stime, migliaia di civili palestinesi venivano uccisi come risultato delle attività delle IDF. Quante tra queste uccisioni hanno avuto come esito un atto d’accusa? Quattro. Non il quattro per cento – soltanto quattro”. 

Diventa sempre più chiaro come i vostri giovani uomini e le vostre giovani donne siano allenati per comportarsi come animali. Questi fatti, le razzie, le fotografie pubblicate su internet da Eden Abergil, non possono più essere catalogati con la dicitura “casi isolati”. 

Spetta a voi di chiedervi che cosa vogliano dire. 

Sono veramente dispiaciuta se le mie parole vi hanno offeso. Volevo soltanto parlare con voi direttamente per una volta. 

A proposito, c’erano circa 400 computer portatili, 600 cellulari e inoltre denaro in contanti ed effetti personali, materiale trattenuto dal vostro esercito che non è ancora tornato in possesso dei passeggeri della flottiglia di aiuti. Vedete, quando si sono imbarcati, per qualche motivo, quelle brave persone, non avevano pensato che sarebbero state derubate dalle IDF. 

Vostra con speranza,

Lauren Booth

Titolo originale: “An open letter to Israel From: Lauren Booth, UK “

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di NIKLAUS47

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Eid Mubarak Gaza! Shana Tovah Israele!

Il mio ultimo pezzo per Infopal:

Eid Mubarak Gaza! Felice Eid Gaza!

Shana Tovah Israele! Buon anno Israele!

Quando un missile di una tonnellata si schianta a 200 metri da voi i timpani fanno parecchio male e la sensazione di intontimento è pari a quella che si prova dopo aver ricevuto un cazzotto non preventivato da Mike Tyson.

Ieri sera verso le 22  Israele ha deciso di festeggiare il nuovo anno ebraico sparando i suoi botti su una di Striscia di Gaza che contemporaneamente si stava dedicando ai preparativi per l’ Eid ul-Fitr, la maggiore festività musulmana che segna la fine del digiuno del Ramadan.

Ho camminato come in preda ad una leggera commozione cerebrale sul luogo del bombardamento presidiato da forze di sicurezza di Hamas visibilmente agitate, con me giornalisti locali, pompieri e ambulanze.

C’è un enorme cratere ora nella rimessa dinnanzi al porto dove la polizia tiene le carcasse arrugginite dei veicoli distrutti durante Piombo Fuso, i bombardamenti israeliani del gennaio 2009.

Il missile ha colpito un antiquato carro armato dell’Autorità Palestinese, il blindato ha fatto un volo di cento metri e se ne sta riverso in rottami in mezzo alla strada, per darvi l’idea della portata della potenza dell’esplosione.

Fa ancora parecchio caldo a Gaza, per cui le mie finestre erano spalancate, al contrario di alcune dei miei vicini di casa che sono andate in frantumi.

Altri bombardamenti nello stesso momento hanno colpito i tunnel al confine di Rafah, fortunatamente non causando feriti gravi ma solo danni a edifici nei pressi, a differenza di ciò che è accaduto sabato, quando  i missili lanciati dagli f16 hanno provocato due morti e il ricovero in ospedale di due uomini con gravi ustioni.

Venerdì scorso il datore di lavoro di Ali Al Khodary, uno dei palestinesi feriti, aveva concesso ai suoi dipendenti un giorno di ferie salvo poi richiamarli all’improvviso al loro impiego sabato sera. Il tunnel dove Ali lavorava da tre settimane per mantenersi gli studi in sociologia all’università di Al Quds è stato bombardato appena pochi minuti dopo il suo arrivo:

“Mi ero appena levato la maglietta e mi stavo preparando a scendere sotto terra quando un’esplosione mi ha lanciato diversi metri lontano. Al mio risveglio il mio corpo era in preda alle fiamme e una donna si  è precitata verso di me gettandomi dell’acqua addosso”.

Il padre di Ali che ho incontrato all’ospedale  era  contrario alla scelta del figlio di un lavoro così pericoloso, ma il ragazzo determinato a continuare i  suoi studi non aveva altra scelta  in una Gaza che sotto assedio da 4 anni non ha da offrire altri impieghi.

Non sono solo ragazzi e adolescenti a lavorare sotto la superficie terrestre di Rafah per procacciare  le merci necessarie alla quotidianità dei palestinesi della Striscia.

Hassan Abu Armana, quarantacinquenne è disteso con ustioni di terzo grado su tutto il corpo in un letto poco distante da quello di Ali: col suo lavoro di tassista non era più in grado di sfamare la numerosa famiglia.

Secondo i testimoni sabato gli F16 israeliani  hanno iniziato a sorvolare Rafah intorno alle 23 e 30 e poco prima di mezzanotte hanno sganciato due missili su due tunnel, uno utilizzato dai palestinesi per  approvvigionarsi di beni di prima necessità, l’altro per rifornire di benzina la Striscia altrimenti all’asciutto di carburante.

I missili sono scesi in profondità sottoterra prima di esplodere e uccidere due lavoratori: Salim Al Khatab, diciannovenne dal campo profughi di Bureij, che tragicamente aveva iniziato quel lavoro da pochi giorni stanco della sua situazione di totale indigenza e Khalid Abed Al-Kareem Al-Khateeb di 35 anni sempre di Burej, sposato e padre di 4 figli.

I due sopravvissuti sono ricoverati in pessimo stato al Nasser di Khan Younis, un ventilatore  e’ il  palliativo per delle  bruciature che si fanno strada sotto l’epidermide divorandogli lentamente la carne.

Forse perché non coloni, più probabile perché non israeliani, la vita e la  morte di queste ultime vittime civili non suscitano nessuna ondata di sdegno, ma il disinteresse generale, come capita di sovente nei confronti di chi parla l’arabo con l’accento gazawo.

Ancora di più per i lavoratori dei tunnel: sopravvivono nella terra celati dalla luce del sole e quando fuoriescono di notte la terra in combutta con il cielo di piombo se li riprende.

 

Ogni qualvolta cade uno stuzzicadenti nel deserto del Negev, le agenzie di stampa vomitano dispacci a ciclo continuo, ieri poco dopo che circa 4 tonnellate di tritolo sono crollate da diecimila metri di altezza sulla Striscia di terra a più altra densità abitativa del mondo, ho scommesso con un amico palestinese che nessun media occidentale ne avrebbe fatto cenno.

 

Mentre i miei timpani ci metteranno ancora molte ore a rimettersi in sesto, riscuoto la mia scommessa.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza city

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l’11 settembre che pochi ricordano

“Andasti a lavoro un martedì di Settembre, per le strade assediate di Santiago, strade sorde ai colpi di fucile, strade cieche al tradimento, insensibili alla morte, andasti a lavoro un martedi, e non tornasti. Cammino per le strade, vado di città in città cercando e cercando, chiedo di te con in mano una tua piccola foto: un sorriso antico illumina i tuoi occhi, dove sei!?! In un campo abbandonato, i tuoi occhi ciechi, il tuo corpo spezzato, i tuoi sogni intatti, andasti a lavoro un martedì, e non tornasti” (Canto popolare cileno)

Care madri, cari padri e persone di coloro che sono morte l’11 Settembre a New York, sono cileno, vivo a Londra e vorrei dirvi che forse abbiamo qualcosa in comune: i vostri cari furono assassinati come lo furono i miei; abbiamo anche la data in comune, l’11 Settembre, martedì 11 Settembre. Nel 1970 ci furono le elezioni, io avevo 18 anni e votavo per la prima volta; avevamo un bellissimo sogno, costruire una società in cui tutti potessero condividere il frutto del proprio lavoro e le ricchezze del paese. Così quel Settembre del 1970 andammo tutti a votare e vincemmo! C’era il latte e la scuola per i figli, terre incolte vennero distribuite ai contadini senza terra, le miniere di rame e carbone e le principali industrie divennero proprietà di tutti noi. Per la prima volta nella loro vita le persone avevano una dignità. Ma non sapevano quanto questo fosse pericoloso. Il vostro segretario di stato Henry Kissinger disse: “Non vedo come si possa stare fermi a guardare un paese che cade nelle mani dei comunisti grazie all’irresponsabilità del suo stesso popolo”: le nostre scelte democratiche, i nostri voti non erano rilevanti, il mercato ed i profitti sono più importanti della democrazia; da quel momento in poi il nostro dolore, il vostro dolore furono legalizzati. Il vostro presidente Nixon affermò che avrebbe fatto crollare la nostra economia, la CIA ricevette istruzioni di attivarsi per organizzare un’insurrezione militare, un colpo di stato; oltre 10.000.000 dollari furono stanziati per sbarazzarsi del nostro presidente Allende.

Amici, i vostri leader decisero di distruggerci: provocarono uno sciopero dei trasporti che finì quasi per paralizzare la nostra economia, bloccarono gli scambi delle merci nel nostro paese creando il caos, si unirono a quanti nel nostro paese non avevano accettato la nostra vittoria. I vostri dollari foraggiavano gruppi neofascisti che portavano la violenza nelle strade e mettevano bombe nelle fabbriche e nelle centrali elettriche. Incredibilmente la cosa non funzionò: nelle elezioni amministrative il consenso popolare addirittura aumentò. E cosa fecero gli Stati Uniti?!?

“L’11 Settembre i nemici della libertà hanno compiuto un atto di guerra contro il nostro paese e la notte è calata su un mondo diverso, un mondo dove la libertà stessa è sotto attacco” (Gorge W.Bush): L’11 Settembre i nemici della libertà compirono un atto di guerra contro il nostro paese. Alle prime luci dell’alba truppe corazzate avanzarono contro il nostro palazzo presidenziale, Allende e i suoi ministri consiglieri erano all’interno. Allende non fuggì mentre il palazzo della “Moneda” veniva bombardato: “Loro hanno la forza, potranno farci schiavi ma i progressi sociali non si arrestano né con il crimine, né con la forza, la storia è nostra ed è fatta dal popolo. Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori!. Fu assassinato. Martedì, anche noi accadde un martedì, l’11 Settembre del 1973, un giorno che cambiò le nostre vite per sempre.

Mi spararono a un ginocchio e poi mi sbatterono la testa contro l’asfalto lurido della strada, me la sbatterono non so quante volte, finchè non persi conoscenza. Un giorno in prigione mi issai sulle sbarre della finestra e vidi fuori un amico che veniva trascinato per le braccia, gli avevano spezzato le ossa, sanguinava dalle orecchie, poi lo assassinarono. Sapevamo dei campi di tortura comandati da ufficiali addestrati nelle scuole militari americane, sapemmo di quelli sbudellati, gettati dagli elicotteri in volo, di quelli torturati davanti ai loro figli e alle loro mogli; sapete cosa facevano? Collegavano fili elettrici ai genitali, mettevano topi nelle vagine delle donne, addestravano i cani a stuprare le donne. E poi sapemmo della carovana della morte, del generale che andava di città in città ordinando esecuzioni a caso, 30.000 persone furono assassinate, 30.000. Il vostro ambasciatore in Cile protestò per le torture, ma Kissinger replicò: “Ditegli di non mettersi a fare lezioni di scienze politiche”. Il generale Pinochet che aveva guidato il colpo di stato accolse ridendo il segretario di stato che si era congratulato con lui per il lavoro fatto.
Mi chiamarono terrorista, mi condannarono a vita senza processo né difesa. Fui rilasciato dopo 5 anni ma dovetti abbandonare il paese per la sicurezza dei miei amici. Ora non posso tornare in Cile, anche se ci penso continuamente: il Cile è la mia casa, ma cosa ne sarebbe dei miei figli?!? Loro sono nati qui a Londra, non posso condannarli all’esilio come fu per me, non posso farlo anche se con tutto il mio cuore vorrei tornare a casa.
S. Agostino diceva: “La speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio: sdegno per le cose come sono, e coraggio per cambiarle.

Madri, padri e persone care di coloro che sono morti a New York, presto sarà il ventinovesimo anniversario del nostro martedì 11 Settembre e il primo del vostro, noi vi ricorderemo, spero che voi vi ricordiate di noi. Questa è la colpa di cui mi sento io stesso accusato: la conoscenza, il più insormontabile baluardo antagonista alle menzogne di un mondo occidentale che tenta con i propri deliri filo-fascisti di cancellare le nefandezze susseguitesi negli anni, con l’accusa di un eccessiva egemonia della cultura marxista…..la storia…..la verità…..la cultura….semplicemente sinonimi di giustizia. Pablo

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Abu Mazen con Netanyahu da Obama: i negoziati farsa visti da Gaza

Il mio pezzo per Il Manifesto di giovedì

Riferendosi agli accordi di Oslo il compianto Edward Said usava ripetere che il processo di pace è il primo ostacolo alla pace. Alla vigilia di questi ennesimi colloqui fra il premier israeliano Netanyahu e il rappresentate palestinese Abu Mazen in scena alla casa bianca, sono andato a tastare il polso dell’uomo della strada di Gaza.

Juber, contadino di Khan Younis:

“Abbiamo sempre avuto negoziati e cosa abbiamo ottenuto? Sempre meno terra e più colonie. E qui a Gaza più miseria e disperazione. Questa è solo un’operazione mediatica concessa da Netanyahu a Obama come semaforo verde per attaccare l’Iran. Non ce ne facciamo niente di strette di mano in un album di fotografie, se c’era la buona volontà sarebbe prima stato rimosso l’assedio, ma a Gaza non cambierà nulla, lo sanno anche le galline nel mio pollaio”.

Non sorprenda la padronanza dell’argomento per il palestinese qualunque della Striscia, qui anche nell’analfabetismo si cresce a pane olio zaatar e politica.

Mahfuz , pescatore di Gaza city:

“Dare il tempo a Israele di ripulire Gerusalemme dagli arabi, questo il senso dei negoziati. Ramallah avrebbe dovuto richiedere la fine dell’assedio, e poi sedersi al tavolo. E’ importante ricompattarci fra di noi palestinesi, prima di inviare un rappresentate”.

Munir taxista, va contromano:

“Sono felice per questi negoziati, è possibile che ci consentano di tornare a viaggiare e magari a lavorare in Israele. Ho molto fiducia in Abu Mazen, che ha sempre dimostrato di amare Gaza, guarda solo tutti i soldi che spedisce qui una volta al mese”.

“Balle”, interviene Salah Al Din, studente universitario che ha ascoltato la mia intervista al taxista, “ Abu Mazen con gli stipendi che riversa a Gaza si è comprato parte del consenso. Questi negoziati non avrebbero mai dovuto cominciare prima di richiedere la fine dell’assedio.  Gaza non è contemplata nelle trattative, non passa loro nemmeno nell’anticamera del cervello. Guarda, io sono di Fatah ma Abu Mazen non mi rappresenta proprio, non ha chiesto alla sua gente cosa pensa di questi negoziati, non l’ha chiesto alla nazione. Il massimo che può ricavare da questi colloqui sono una sola cosa: pace economica in West Bank, e io non voglio pace economica, io voglio un Paese! “.

Saber che durante la seconda intifada aveva abbracciato la lotta armata, oggi fa il volontario nella sua organizzazione benefica a Beit Hanoun, e combatte l’occupazione con l’arma della non violenza:

“Di per se’ ben venga l’idea di negoziati diretti con Israele se è per ottenere più diritti,  ma è ridicolo e politicamente impossibile pensare che Netanyahu, sorretto da una governo di cui fa parte il movimento dei coloni, possa concedere qualcosa. Anche l’intermediario non è attendibile, ci vuole qualcuno che raggiunta una bozza di intesa imponga a Israele di rispettare le risoluzioni, e questi non possono essere certo gli USA che ogni anno donano a Israele miliardi di dollari in armamenti, per colpire una popolazione civile disarmata”.

Poi conclude, profetico sull’attacco ai coloni di Hebron: “Questi negoziati sono pericolosi, poiché non tutte le istanze sono poste sul tavole delle trattative, vedi Gaza,  e dato che i rappresentanti dei palestinesi non hanno un chiaro mandato,  per chi si sente tagliato fuori queste trattative potrebbero rappresentare la miccia che detonata l’esplosione di nuova violenza”.

L’ultimo che interpello non è proprio un uomo qualunque, ma Haider Eid,  professore associato nel Dipartimento di Letteratura Inglese dell’Università di Al-Aqsa  e baluardo del BDS qui a Gaza,  la campagna di boicottaggio a Israele:

“Questi negoziati sono uno schiaffo in faccia alle 1400 vittime dell’ultima guerra israeliana e ai martiri della Freedom Flotilla.  La missione investigativa dell’ ONU guidata dal Giudice Richard Goldstone  accusa Israele di aver commmesso crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità. I negoziati, tuttavia, hanno lo scopo di aiutare Israele a scendere dalla gogna e dare esternamente l’impressione che le parti in causa abbiamo le stesse responsabilità nel conflitto, negoziando il riallineamento delle frontiere.  Non bisogno essere dei politologi per sapere  che l’esito di questi negoziati non comporterà alcun stato palestinese indipendente poiché tale possibilità è stata assassinata sul nascere dalla parte potente, cioè da Israele.

Il cosiddetto processo di pace non ha in realta’ tanto a che vedere con la pace, quanto con il processo in se.

Ho un senso di de ja vu, la stessa cosa accadde nel 2000, quando Arafat  fu invitato a Camp David con Ehud Barak e il risultato conseguito fu pari a zero “

Vittorio Arrigoni da Gaza City

1998. Barack Obama a cena con Edward Said: l’arte di disimparare la lezione

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Peppino Impastato si è rivisto a Como contro Marcello Dell’Utri

AGGIORNAMENTO:

Peppino è sempre più vivo e si è rivisto a Torino

 

Buone nuove: Peppino Impastato è vivo ed è stato avvistato a Como.

Oibo’.

Lascio la mia terra due anni fa in preda al berlusconismo più rivoltante

e scopro oggi che lo spirito di Peppino Impastato si è incarnato nella borghese e conformista Como.

Al fondatore di Forza Italia e braccio destro di Berlusconi,

senatore del PDL Marcello Dell’Utri,

condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa,

un solo messaggio urlato con i comaschi finalmente  indignati:

FUORI LA MAFIA DALLO STATO!!!

Vik da Gaza

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Striscia di Gaza: esistere è resistere

Il mio racconto per Il Manifesto di sabato:

C’e’ un vento che in questa impietosa estate canicolare percuote i bantustans della West Bank e arriva fino al ghetto di Gaza, incuneandosi nei chiavistelli e sormontando le mura di questa immensa prigione.

Il movimento di resistenza popolare, civile e non violenta protagonista delle lotte nei villaggi i Bil’in e Ni’ilin contro il muro israeliano ha contaminato in questi ultimi mesi anche la Striscia. Da Jabalia a Rafah contadini, studenti e insegnanti, giovani e anziani riuniti in comitati popolari ogni settimana manifestano contro la “buffer zone”, quella porzione di terra fertile nei pressi del confine che Israele ha di fatto sequestrato sparando a chiunque si avvicini.

Marciando compatti dinnanzi ai soldati israeliani dai grilletti che prudono, inneggiando canti partigiani, i volti dei contadini palestinesi levigati dal sole e scavati dallo scalpellio della fatica potrebbe essere confusi con quelli immortalati nelle manifestazioni dei Sem Terra brasiliani, o degli Indios Zapatisti del Chapas.

Al culmine di queste proteste pacifiche, davanti ai contadini, decine di shebab, giovani che si fanno beffe della morte affranti da una vita sotto assedio che ha nulla da offrire, sciamano temerari al centro dei mirini dei cecchini verso la barriera di confine armati unicamente delle loro bandiere. Da fine febbraio ad oggi 8 ragazzi palestinesi sono stati gravemente feriti dai soldati durante le manifestazioni pacifiche e il 28 aprile nei pressi di Ash-Shaj’iya a est di Gaza City, Ahmad Salem Deeb di 21 anni e’ stato ucciso.

Anche Bianca Zammit, attivista maltese dell’International Solidarity Movement, e’ stata centrata ad una gamba da un cecchino mentre filmava una dimostrazione. A fine giugno, il ministro degli esteri israeliano Avigdor Liberman, in visita a Malta per promuovere nuovi accordi commerciali, incalzato da un giornalista maltese sul ferimento della sua connazionale non ha fatto che ripetere come un mantra: “Mi dispiace, ci dispiace, perche’ e’ sempre un evento terribile quando dei civili sono feriti.”

“Se Liberman è veramente dispiaciuto come dice, aspetto di vedere non solo la fine dell’assedio, ma anche le scuse per ogni civile morto o ferito accompagnate da una indagine indipendente per ogni caso”, la riposta di Bianca quando ancora era in convalescenza con un buco grosso come polpelmo sulla coscia.

Per chi da queste parti vive del frutto del seme gettato nella terra appena dissodata, la paura della fame non è solo legata all’ipotesi di un cattivo raccolto, ma dalla reale possibilita di trovarsi i campi seminati distrutti da tank e bulldozer.

Secondo un rapporto di Oxfam il 46% dei terreni coltivabili a Gaza sono stati distrutti o resi inacessibili dall’esercito israeliano.

Abu Taiama e’ uno dei tanti agricoltori palestinesi che rischiano la vita andando a coltivare i campi al confine, nel suo caso nei pressi di Khoza. Nonostante i forti rischi non diserta la sua lotta, la sua forma di resistenza all’oppressore israeliano: “La mia terra e’ la mia casa e se mi uccideranno mentre la coltivo la mia terra sara’ la mia tomba, non la lascerò mai”.

Jaber Abu Rjila vive nell’ultima casa dinnanzi al confine ad Al-Farheen, a est di Khan Younis e il 18 maggio la sua fattoria e’ stata distrutta, gli animali da allevamento uccisi, i campi seminati devastati dai buldozer. E’ stata la seconda volta in tre anni, e sempre di maggio, come a fare dell’anniversario della nakba un macabro marchio onnipresente nella sua esistenza da profugo. Recuperati i pochi beni scampati alla distruzione, asciugate le lacrime della moglie, accumulati nuovi debiti e Jaber è ancora lì che non demorde a lavorare i suoi campi con la schiena piegato ad arco sotto l’enorme peso dell’ingiustizia. Quando vado a trovarlo e beviamo assieme del caffe’nerissimo sotto i palmizi che fanno ombra alle rovine dei suoi averi, ogni volta mi si proietta innanzi l’incubo ad occhi aperti della sua fine: stritolato dalle possenti scavatrici israeliane mentre abbraccia l’unico albero d’ulivo ancora in piedi, come farebbe un padre con l’ultimo erede rimasto.

Non solo al confine ma anche in mare si svelano costanti indizi di resistenza civile. Secondo un rapporto della Croce Rossa, il 90% dei 4000 pescatori di Gaza vive sotto la soglia di poverta’, e nella loro battaglia per la sopravivvenza rischiano ogni di giorno di venire uccisi navigando oltre il limite delle tre miglia imposto dalla marina israelina. Ai vascelli con equipaggi di pescatori esclusivamente uomini si e’ aggiunta di recente una barchetta rosa: Madeleine Kulab, 16 anni, è la prima pescatrice che Gaza ricordi, ed è l’orgoglio del padre Mohammad, reso inabile alla pesca da una ferita alla gamba.

Come Madeliene, molte altre donne negli ultimi 4 anni hanno dovuto sostituire padri e mariti nei lavori più duri, perchè defunti, malati o inabilitati al lavoro. Aminah Abu Maghasib, 37 anni, fa parte di un crescente numero di donne che vanga in mano scava piccoli serbatoi d’acqua per le case di Gaza. Madre di sette figli, si e’ sobbarcata l’intera famiglia in quanto il marito è gravemente malato:” Le nostre condizioni di vita si sono aggravate durante l’assedio. E’ un lavoro duro ma sono disposta a tutto per garantire un futuro ai miei figli”.

Oltre le donne anche i bambini della Striscia, come eroe disneyani sono diventati campioni di resistenza.

A differenza dei loro coetanei israeliani che vivono una spensierata estate di vacanze al mare i bambini di Gaza sono resi schiavi di un padrone che si chiama fame, e li vedi ogni giorno spingere aratri nei campi, frugare nei cassonetti della monnezza in cerca di materiali di recupero, sopra carretti trainati da muli stracarichi di mattoni e pietre recuperati dagli edifici bombardati. O li puoi trovare agli incroci delle strade a vendere cianfrusaglia con sguardi da vecchi stanchi di sognare verdi cortili, campi di calcio e gelati. Stanchi di tutto.

Cosi qualche tempo fa si era espressa Jasmine Whitbread, Direttore Generale di Save the Children: “I bambini a Gaza hanno fame a causa dei notevoli impedimenti all’ingresso di cibo nell’area, e stanno morendo perché non possono lasciare Gaza per avere quelle cure mediche di cui hanno urgente bisogno. Centinaia di migliaia di bambini stanno crescendo senza avere un’istruzione decente perché gli edifici scolastici sono gravemente danneggiati e a causa delle restrizioni nel passaggio e rifornimento di materiali edili, non possono essere ristrutturati. Sono i bambini che stanno pagando il prezzo più caro dell’assedio”.

Non stanno giocando a nascondino quando spariscono sottoterra nei tunnell di Rafah: col rischio di rimanere seppelliti vivi sono la manodopera piu’ adatta per trafficare le merci che altrimenti non arriverebbero mai sugli scaffali dei negozi di Gaza. Senza il sacrificio di questi adolescenti al lavoro sottoterra, i loro fratellini di 4 anni non saprebbero neanche che gusto ha il cioccolato e la marmellata.

Il mese sacro del Ramadan e’appena cominciato, e in tutto il mondo un miliardo e mezzo di musulmani resistono al fame come forma di elevazione spirituale prima dell’iftar, la rottura rituale del digiuno al tramonto. A Gaza quel digiuno forzato e quella resistenza e’ piu’ reale che rituale.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza

Striscia di Gaza: esistere è resistere Leggi l'articolo »

Gaza: bambini che resistono

Il mio pezzo di sabato per Peacereporter:

Credetemi, i bambini di Gaza sono mocciosi da record.

Sono sopravvissuti a Piombo Fuso e sopravvivono ogni giorno alla guerra in tempo di tregua.

Coperti di sangue hanno strisciato sotto le rovine di palazzi bombardati e si sono presi cura per giorni dei fratelli più piccoli, dei corpi agonizzanti dei genitori seppelliti sotto le macerie delle loro culle. Come eroi disneyani sono sgusciati fuori dal ventre della morte ancora inzaccherati dal liquido amniotico per scoprire il peso dell’ereditare la condizione di esule palestinese.

Più della metà della popolazione di questa misera Striscia di terra è composta da bambini, e sebbene nessuno di questi minori abbia mai votato per Hamas sono loro le vittime designate delle operazioni militari israeliane e più in generale dell’assedio imposto a Gaza.

Bambini che resistono. Contro le malattie: secondo un recente rapporto del Palestinian Medical Relief Society il 52 percento dei bambini di Gaza sono anemici, e soffrono di gravi carenze nutrizionali per la scarsità nella loro alimentazione di elementi quali il fosforo, il calcio e lo zinco. Anche il dato sulle malattie respiratorie è preoccupante.

Bimbi che resistono alle psicosi, a quelle lacerazioni della memoria che li riporta dinnanzi a corpi smembrati ed edifici in fiamme, a quei traumi indelebili che li rendono ansiosi e depressi, insonni e incontinenti.

Vivono in spazi sovraffollati privi di aree ricreative e hanno visto nelle strade dove giocano la carne ardere viva e decomporsi. Missili, devastazioni e morte sono evocati nei disegni quando si mette dinnanzi a loro un foglio bianco.

Se il diritto al gioco qui è un lusso, quello allo studio è prevenuto: Israele quest’anno oltre ai giocattoli ha impedito l’entrata all’interno della Striscia anche dei libri di testo per le scuole elementari.

A differenza dei loro coetanei israeliani che sono liberi di praticare sport all’aria aperta o di svagarsi con la playstation i bambini di Gaza sono resi schiavi di un padrone che si chiama fame, e li vedo ogni giorno spingere aratri nei campi, frugare nei cassonetti della monnezza in cerca di materiali di recupero. Nel caldo insopportabile di questa canicolare estate sono sopra carretti trainati da muli stracarichi di mattoni e pietre recuperati dagli edifici bombardati, o li trovi agli incroci delle strade a vendere cianfrusaglia con sguardi da vecchi stanchi di sognare verdi cortili, campi di calcio e gelati.

Non stanno giocando a nascondino quando spariscono sottoterra i nei tunnell di Rafah: col rischio di rimanere seppelliti vivi sono la manodopera economicamente e fisicamente più adatta per trafficare le merci che altrimenti non arriverebbero mai sugli scaffali dei negozi di Gaza.

Cosi qualche tempo fa si era espressa Jasmine Whitbread, Direttore Generale di Save the Children: “I bambini a Gaza hanno fame a causa dei notevoli impedimenti all’ingresso di cibo nell’area, e stanno morendo perché non possono lasciare Gaza per avere quelle cure mediche di cui hanno urgente bisogno. Centinaia di migliaia di bambini stanno crescendo senza avere un’istruzione decente perché gli edifici scolastici sono gravemente danneggiati e a causa delle restrizioni nel passaggio e rifornimento di materiali edili, non possono essere ristrutturati. Sono i bambini che stanno pagando il prezzo più caro dell’assedio”.

Oltre a questi record non ricordarti, i bambini della Striscia di Gaza in sette giorni hanno infranto due primati celebrati nel Guinness.

Giovedì 22 luglio nell’area dell’aeroporto fantasma di Rafah, distrutto dall’aeronautica militare israeliana nel 2001, nell’ambito della fine dei campi estivi organizzati dall’Unrwa (agenzia Onu per i profughi palestinesi) più di 7.200 bambini hanno fatto rimbalzare simultaneamente per 5 minuti altrettanti palloni da basket mentre ieri è stato stabilito il record di quanti più aquiloni svolazzanti nello stesso istante.

Sulla spiaggia di Beit Laya, dinnanzi al confine nord con Israele, il cielo si è tappezzato di migliaia di esagoni colorati, in una sorta di celebrazione animata di quella libertà agognata anche dai più piccoli. Oltre 7mila bambini hanno fatto volare i loro aquiloni, raddoppiando il record che era stato registrato sempre a Gaza lo scorso anno.

Così si è espresso al termine dell’evento John Ging, a capo della Unrwa: “E’ un successo incredibile riuscire a infrangere due record mondiali in una sola settima. Una dimostrazione di cosa possono fare i bambini di Gaza se gli è data loro una opportunità. I bambini della Striscia sono come tutti gli altri bambini del mondo, desiderano vivere una vita normale lontano dalle avversità che sono costretti ad affrontare giorno dopo giorno”, ha concluso Ging, “Questa giornata di festa è l’espressione della richiesta di libertà per questi bambini.”

A differenza dei palloni da basket utilizzati a Rafah, gli aquiloni che hanno sventolato ieri sopra Beit Laya non sono di produzione industriale ma confezionati dalle stesse mani di quei bambini che li hanno issati al cielo.

Alcuni presentavano fantasie sgargianti, numerosi orgogliosamente i colori della bandiera palestinese.

Un urlo visibile di resistenza dinnanzi alla torrette di sorveglianza israeliane distanti a poche centinaia di metri.

Poco dopo la registrazione del nuovo Guinness dei Primati, una nave da guerra di Tsahal (l’esercito israeliano) è apparsa all’orizzonte e si avvicinata alla costa di Beit Laya, come a ricordare che l’ora di ricreazione era finita.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city.

Altre foto:

nave da guerra israeliana su sfondo aquiloni:

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La guerra ai bambini di Gaza continua

Il mio pezzo di ieri per Peacereporter.net:

“E’ improvvisamente corsa dentro casa e si inginocchiata al centro del stanza dove stavamo tutti. Non avevamo capito fosse ferita, fino a quando non ha iniziato a vomitare fiotti di sangue dal naso e dalla bocca. I suoi fratelli erano immobili dinnanzi a lei, terrorizzati”.

Dopo il massacro della famiglia Abu Said, che settimana scorsa ha portato all’uccisione di una madre di cinque figli e il ferimento di altri tre civili, l’esercito israeliano ha esercitato ancora una volta l’uso di armi proibite contro la popolazione della Striscia di Gaza.

Secondo la ricostruzione basata sulle dichiarazioni dei testimoni, mercoledì 21 luglio, verso le ore 16, a Beit Hanun, guerriglieri della resistenza palestinese hanno cercato di respingere un’incursione di mezzi militari israeliani che avevano varcato di circa duecento metri il confine. Il fuoco israeliano ha immediatamente ucciso uno dei miliziani: Mohammed Hatem al-Kafarna, 23 anni, mentre un altro resistente, Qassem Mohammed Kamal al-Shanbari, di anni 20, è deceduto in ospedale per le ferite riportate.
Non paghi di questo, un carro armato dell’Israel Defense Forces (Idf) ha sparato tre proiettili carichi di freccette in varie aeree di Beit Hanun danneggiando delle abitazioni e ferendo otto civili, fra i quali una donna e cinque bambini .
Le freccette, il cui utilizzo in aeree densamente abitate è dichiarato illegale da Amnesty International e dalle maggiori organizzazioni per i diritti umani, sono piccoli dardi metallici dalla punta acuminata, lunghi 4 centimetri e provvisti di 4 alette nella parte posteriore, con cui vengono caricati i proiettili da 120 millimetri dei carri armati. Quando il proiettile esplode in aria, a 30 metri dal suolo, disperde uno sciame di 5mila-8mila freccette in un raggio conico, investendo un’area larga 300 metri e lunga 100.

Appena ricevuta la notizia con i miei compagni dell’International Solidarity Movement ci siamo precipitati all’ospedale al-Shifa in visita ai feriti più gravi. Tutt’ora ricoverati in pessime condizioni due bambini: Samah ‘Eid al-Masri di 9 anni, ferita gravemente al petto, e Haitham Tha’er Qassem, di 4 anni, ferito gravemente al volto. Entrambi i bambini sono stati colpite dalle freccette.
”Quando è arrivata in ospedale era in fin di vita.” ci spiega il dottore che ha presa in cura Samah. “E’ molto complicato e tremendamente doloroso e traumatico inserire un tubo di drenaggio nel torace di un bambino. La bambina ha perso molto sangue”.
Le condizioni di Samah si sono ulteriormente aggravate per via della sua malattia. Come ci ha spiegato la madre, Samah e altri tre dei suoi figli soffrono di talassemia, affezione difficilmente curabile in una Gaza sotto assedio: secondo un recente rapporto del Palestinian Center of Human Rights, Israele previene l’entrata all’interno della Striscia del Exjade , farmaco specifico nella cura dei malati talassemici.

Una famiglia da sempre vittima dell’esercito israeliano quella degli Eid Al Masri. Durante l’operazione militare Piombo Fuso, una bomba ha centrato la loro casa uccidendo un conoscente della famiglia e ferendo alla testa Ryad, un altro fratello di Samah, che per le ferite riportate ha perso la vista.
Mercoledì pomeriggio Samah stava giocando da sola in strada, ben distante dal confine e dal terreno degli scontri come ci ha tenuto a sottolineare la madre, fino quando non si sono uditi una serie di colpi nell’aria e successivamente l’urlo straziato della bimba colpita.

A pochi letti di distanza da Samah, un’altra minuscola vittima è ricoverata, il viso celato dai bendaggi. E’ Haitham Thaer Qassem,di soli 4 anni. Avevano mandato fuori Haitham per una commissione in un negozio lì vicino, ci ha raccontato la madre, quando una bomba è caduta a 200 metri di distanza e ha scatenato lo sciame di freccette che lo hanno colpito ferendolo alla schiena, alla gamba destra e gravemente al viso. Alcune di queste frecce di acciaio sono ancora all’interno dell’esile corpo del bambino, e sarà necessaria una complicata operazione per rimuoverle.
Mentre ci allontanavamo dal reparto ospedaliero, via da Haitham che riprendeva conoscenza in preda a delle violente convulsioni, e via da Samah che soffocava sforzandosi di tenere in bocca il respiratore, con la madre impegnata a farle aria sventolandole addosso l’immagine radiografica delle sue ferite, mi è arrivato un messaggio telefonico. Un amico m’informava delle dichiarazioni del portavoce dell’esercito israeliano in relazione all’accaduto: “Tutti i colpiti sono combattenti”.
Durante Piombo Fuso il governo israeliano dichiarava al mondo di stare chirurgicamente colpendo solo i terroristi di Hamas e le loro basi mentre campi profughi, scuole dell’Onu e ospedali veniva dati alla fiamme col fosforo bianco.
320 minori vennero uccisi allora.


La guerra israeliana contro i bambini non conosce tregua.

 

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza

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Al Jazeera: Farming Under Fire

Non chiedetemi perchè la RAI con noi nei campi al confine non vuole venire.

E’ questione di palle.

E quelle necessarie per rischiare la vita raccontando la realtà di queste lande insanguinate, e quelle quotidianamente propinate al pubblico televisivo dal megafono italiano preferito da Netanyahu: Claudio Pagliara.

Vik dal confine di Gaza

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Ordinari massacri nella Gaza sotto assedio: gli orfani di Nema

Il mio pezzo per PEACEREPORTER di ieri:

Gli Abu Said sono beduini, e da quarant’anni vivono dei frutti della loro terra in una fattoria isolata nei pressi di Johr el-Diek, davanti al confine a Est di Gaza City, e per quarant’anni dichiarano di non avere avuto grossi problemi  con il bellicoso vicinato israeliano. In realtà, approfondendo il discorso con il capofamiglia, dopo la prima intifada, la seconda intifada e l’inizio dell’assedio, sotto la minaccia delle armi hanno dovuto progressivamente arretrare di molto le loro coltivazioni, se vent’anni aravano a ridosso al confine  ora sono retrocessi di 400 metri, con perdite rilevanti: dei bei frutteti che una volta prosperavano carichi di frutta non sono rimaste neanche le radici. 

Nonostante la posizione sfavorevole , Piombo Fuso non ha macinato vittime nella famiglia Abu Said. Il massacro si è tuttavia perpetrato 2 giorni fa.

E’ martedì sera, sono circa le ore 20:45, alcune donne stanno prendendo il fresco nel cortile dinnanzi a casa, quando odono un colpo sordo seguito subito dopo da un’altro e da un forte ronzio, come di una migliaia di insetti sparati a tutta forza contro di loro. Lo sciame di api metalliche inizia a infierire sulla facciata dell’abitazione, riducendola presto un colabrodo, poi con il loro pungiglione di acciaio attaccano fameliche la carne delle beduine.

Senza nessuna ragione per giustificare un attacco, un carro armato israeliano ha sparato due colpi di artiglieria: Amira Jaber Abu Said, 30 anni,  è colpita e ferita alla spalla da schegge di esplosivo e frecce di acciaio, mentre la cognata ventiseienne Sanaa Ahmed Abu Said perde sangue da un piede. Si rifugiano in preda la panico all’interno dell’abitazione e chiamano un’ambulanza, mentre dalla torretta militare sotto la quale staziona il blindato israeliano, una mitragliatrice spara verso di loro ininterrottamente per dieci minuti.

Le ambulanze raggiungono la zona dopo un quarto d’ora, ma sono costrette a tornare indietro: le Forze di Occupazione Israeliana non concedono loro il coordinamento per passare e minacciano di fare fuoco anche contro i paramedici.

Dopo circa un’ora di apparente quiete, Nema Abu Said, trentatreenne madre di cinque bambini, si accorge disperata che il suo figlio più piccolo Nader, dorme ancora all’esterno della casa inconsapevole del pericolo che sta correndo. Si getta fuori per raccoglierlo, quando si ode un altro corpo sordo e l’ennesimo sciame di frecce assassine la colpisce. Nema muore all’istante. Suo cognato, Jaber Abu Said, 65 anni, è ferito dalle schegge del proiettile alla coscia destra.

La famiglia ha continuato a chiamare i soccorsi invano: un’ambulanza della mezza luna rossa ottiene il permesso israeliano per arrivare sul posto solo dopo due ore, e raccoglie 3 feriti e una donna ormai cadavere.

Al termine dell’operazione militare “Piombo Fuso”, che a ha causato più di 1400 vittime, la stragrande maggioranza civili, fra i quali 300 bambini, Amnesty International ha documentato i tipi di armi utilizzate dalle forze di occupazione israeliane contro la popolazione di Gaza.
Fra queste le freccette, che sono piccoli dardi metallici dalla punta acuminata, lunghi 4 cm e provvisti di 4 alette nella parte posteriore, con cui vengono caricati i proiettili da 120 mm dei carri armati. Quando il proiettile esplode in aria, a 30 metri dal suolo, disperde uno sciame di 5mila-8mila freccette in un raggio conico, investendo un’area larga 300 m e lunga 100.

Utilizzate e poi bandite dall’esercito statunitense in Vietnam, essendo un’arma antipersona, l’uso delle freccette dovrebbe essere vietato in aeree abitate. Dal 2001 a oggi, a Gaza come in Libano Israele non lesina il suo illegale utilizzo. 

Il 5 gennaio 2009 a Beit Hanoun,  Nord della Striscia, numerosi proiettili carichi di freccette furono sparati sulla strada principale , uccidendo due civili: Wafa’ Nabil Abu Jarad,  giovane madre di 21 anni incinta di due gemelli, e il sedicenne Islam Jaber Abd-al-Dayem,  colpito da una freccetta al collo. Un anno prima, il 16 aprile 2008 fu ucciso dalle freccette il giovane cameraman della Reuters Fadel Shana; sempre a Johr el-Diek, a poche centinaia di metri dalla fattoria della famiglia Abu Said.

Nel 2003 l’Alta Corte Israeliana ha respinto una petizione presentata due gruppi per i diritti umani che chiedevano di mettere al bando l’uso delle freccette a Gaza.

Secondo uno di propositori della petizione, il Physicians for Human Rights  associazione medica USA premio nobel per la pace nel 1997,  le freccette sono armi a vocazione terroristica, congegnate non solo per uccidere, ma per  provocare ferite e disabilità permanenti.

Volgendo le spalle  al confine, alle torrette militari, ai radar e al reticolato di filo spinato, abbiamo lasciato Jaber e il resto della famiglia Abu Said che continuano a vivere nella stessa fattoria. Per l’orgoglio di voler morire sulla loro terra e perché non hanno altri luoghi dove rifugiare.

Per tutto il tempo della nostra visita di condoglianze il piccolo Nader ci chiedeva se sapevamo dove fosse la sua mamma. Nessuno dei familiari ha ancora trovato le parole adatte per spiegare a questa innocente creatura l’aberrazione di un altro massacro.

Ma queste parole realmente esistono?

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni

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Sopra il ghetto di Varsavia sventolano le bandiere bandite a Gerusalemme

Il mio ultimo pezzo per Infopal.it:

Mercoledì al fianco di un centinaio di manifestanti palestinesi siamo tornati a Nahal Oz.

A Nord-Est di Gaza e dinnanzi al confine abbiamo sfilato in protesta contro l’assedio e la confisca di terre e per ricordare Ahmed Salam Deed, ragazzo ventunenne ucciso nella stessa zona in una analoga manifestazione pacifica il 28 aprile scorso. Per questo omicidio a sangue freddo, per questo puro atto di terrorismo di stato israeliano, le organizzazioni per i diritti umani Adalah e Al-Mezan hanno recentemente richiesto una indagine che riconosca e punisca i soldati in quanto hanno “violato il codice penale d’Israele cosi’ come la legge internazionale”. Le due organizzazioni non governative hanno allegato alla loro denuncia un video che mostra effettivamente i soldati sparare proiettili letali indiscriminatamente conto dimostranti disarmati ed distanti dal confine.

Pressochè la quotidianità qui a Gaza e quello che si e’ ripetuto anche questa settimana. Le Nazioni Unite che ci avevano garantito la presenza di una loro jeep a distanza di sicurezza per monitorare gli eventuali crimini israeliani ai danni dei civili non si sono fatti vedere: abbiamo ricevuto un laconico sms dal dipartimento dei diritti umani in cui si scusavano per la loro assenza, non avendo ottenuto il coordinamento con l’ IDF. In compenso una volta arrivati sul luogo altre 5 jeep ci aspettavano, coi cecchini israeliani pronti ad aprire il fuoco. Fuoco che non e’ tardato a sfrecciare di poco sopra le nostre teste ancora prima che mettessimo piede nella fantomatica “ buffer zone”, la zona cuscinetto di terra palestinese dinnanzi al confine di fatto confiscata da Israele. Evidentemente, i soldati israeliani informati dai funzionari dell’ONU della nostra presenza a Nahal Oz quel giorno a quell’ora si sono fatti trovare pronti per darci il benvenuto: l’offerta dell’ONU di sostegno alla nostra lotta non violenta ci si e’ ritorta contro mutandosi in coordinamento con gli israeliani per venire a spararci più agevolmente. E tante grazie a Ban Ki- Moon se per poco non ci rimanevamo secchi.

Per la prima volta da quando abbiamo iniziato coi palestinesi queste manifestazioni pacifiche ho visto gli esponenti piu’ anziani ed esperti del Comitato Popolare contro la ‘zona cuscinetto’ mollare le bandiere e filarsela a gambe levata in preda al panico: i soldati hanno sparato per colpire anche mercoledi’ e per puro caso abbiamo portato tutti a casa la pelle.

Al termine di ogni giornata in cui da essere umani ci ritroviamo tramutati in bersagli viventi, mi chiedo cosa passi nelle menti di quei soldati che non esitano a eseguire un ordine anche se ciò significa sparare a donne, bambini, vecchi, civili disarmati e indifesi. Forse lo fanno perche’ accecati da un odio impartito in anni e anni di lavaggio del cervello, forse per discriminazione razziale, per attaccamento ad una bandiera anche quando quella bandiera e’ effige di terrorismo, come è avvenuto in acque internazionali ai danni della nave turca Mavi Marmara o in mille e piu’ episodi qui a Gaza e in West Bank.

La superiorità ebrea sugli arabi in Israele è realmente una lezione impartita nelle scuole e nelle accademie militari fin dalla più giovane età, e questo può far comprendere alcuni atti dell’esercito più immorale del mondo, da Sabra e Shatila fino alla Freedom Flotilla.

Questo almeno è quello che sostiene Yonatan Shapira, per molti anni pilota di elicotteri Blackhawk e capitano di una unita’ di elite’ delle Forze Aeree Israeliane. Yonatan si è rifiutato di prendere parte ad altro attacchi aerei in zone densamente abitate della Palestina occupata vista la alta concentrazione di civili tramutati in ‘danni collaterali”. Quando Yonatan è stato chiamato a giustificare il suo rifiuto dinnanzi al generale Gen. Dan Halutz cosi’ gli ha chiesto: “Lei accetterebbe di sparare missili da un apache contro un’ automobile su cui viaggia un uomo ricercato, se stessa guidando per le strade di Tel Aviv, ben conscio che questa azione potrebbe comportare la morte di civili innocenti che si trovano a passare in quell’istante?” “Le azioni degli ebrei devono essere valutate nella prospettiva della obiettiva superiorità degli ebrei sugli arabi” la pronta risposta del generale, eludendo il merito della domanda.

Jonatan e i suoi compagni che hanno detto “NO!” a degli ordini eticamente e legalmente ingiusti, li chiamano refusenik in Israele, e per la loro coraggiosa scelta di subiscono anni di prigione, e l’emarginazione a vita in uno stato che li considera dei vili traditori. Sono solo un paio di migliaia i refusenik, troppo pochi per pensare che la loro influenza possa contaminare la pace in un paese dove i soldati che sparano senza problemi di coscienza sono piu di 600 mila’, pero’, insomma, per noi che subiamo questo “fuoco superiore” ogni giorno e’ un segnale incoraggiante.

Settimana scorsa Yonatan Shapira, accompagnato dalla nostra attivista Free Gaza Movement Ewa Jasiewicz si e’ recato in visita alle rovine del ghetto di Varsavia. Con della vernice spray gli attivisti hanno scritto ‘Liberate Tutti I Ghetti’ in ebraico, e ‘Gaza e Palestina Libere” in inglese sul un muro originario rimasto in piedi del ghetto.

Yonatan al termine della visita ha poi dichiarato: ‘La maggior parte della mia famiglia proviene dalla Polonia e molti dei miei parenti sono stati uccisi nei campi di sterminio durante l’Olocausto. Quando cammino in quello che è rimasto del ghetto di Varsavia non riesco a smettere di pensare alla gente di Gaza che non solo sono reclusi in una prigione a cielo aperto, ma vengono continuamente bombardati da aerei da combattimento, elicotteri d’assalto e droni, pilotati da gente a cui ho obbedito prima del mio rifiuto nel 2003.”

Ha anche detto: “ Crescendo mi è stato sempre insegnato che le atrocità contro il popolo ebraico qui sono successe perché il mondo allora rimase in silenzio. Io quindi non posso tacere. Il popolo ebraico doveva essere liberato dai ghetti, e ora gli israeliani hanno bisogno di essere liberati dai crimini del proprio governo. Ognuno di noi deve prendere parte a questa lotta globale per la giustizia, e sostenere il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, non solo per il bene del popolo palestinese, ma anche per gli israeliani”.

La mia compagna Ewa ha aggiunto: “Yonatan avrebbe potuto essere il pilota del Blackhawk che ha calato il commando sulla navi Marmara Mavi responsabile dell’uccisione di nove attivisti della nostra flottiglia. Io Avrei potuto essere una di quelle vittime. La Polonia è piena di rovine di ghetti e campi di sterminio e di santuari dedicati a coloro che hanno sacrificato la loro vita in difesa della loro comunità e non solo, nella resistenza al fascismo. La gente qui deve svegliarsi e rendersi conto che le occupazioni e i ghetti non si sono estinti con la fine della seconda guerra mondiale. Queste tattiche e strategie di dominio e di controllo su altre persone e terre sono presenti oggi in Palestina e vengono perpetrati dallo Stato di Israele. Abbiamo la responsabilità di liberare tutti i ghetti e porre fine a tutte le occupazioni ‘.

Da oggi sopra il ghetto di Varsavia sventolano quelle bandiere bandite a Gerusalemme e fuse col piombo a Gaza,

qui le foto:

Gaza Freedom Graffiti in the Warsaw Ghetto

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni

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L’assedio israeliano a Gaza è illegale, lo sostiene pure la Croce Rossa Internazionale

Il mio ultimo pezzo per Infopal:

Per la prima volta il Comitato Internazionale della Croce Rossa  ha detto pubblicamente le cose come stanno: l’assedio imposto da Israele a Gaza è illegale in quanto viola il diritto umanitario internazionale.

Ai sensi dell’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra  infatti “nessuna persona protetta può essere punita per un’infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura d’intimidazione o di terrorismo, sono vietate … Sono proibite le misure di rappresaglia nei confronti delle persone protette e dei loro beni”.

L’assedio israeliano a Gaza iniziato all’indomani della vittoria elettorale di Hamas in elezioni libere e democratiche, e ferocemente inasprito subito dopo la cattura del soldato Shalit, è chiaramente una punizione collettiva ai danni di un milione e mezzo di persone, quindi in  fragranze violazione di queste Convenzioni.

Oltre a denunciare il crimine israeliano  elencando le sofferenze della popolazione causate dall’assedio, dall’economia collassata sino all’assistenza sanitaria precaria per la carenza di medicinali, il recente comunicato della Croce Rossa Internazionale è interessante perché tratta anche della cosiddetta “buffer zone”, quella porzione di terra nei pressi del confine che Israele ha di fatto sequestrato sparando a chiunque osi avvicinarsi.

Secondo i dati in possesso della Croce Rossa, la “buffer zone” che riguarda terreni fertili dal confine fino a un chilometro nell’entroterra palestinese, ricopre circa 50 chilometri quadrati, cioè circa un terzo del totale dei terreni coltivabili a Gaza e che ora sono lasciati incolti. 

Solo pochi coraggiosi contadini si avventurano ad andare a lavorare nei campi “proibiti”, li conosciamo bene perché spesso come attivisti dell’ISM li accompagniamo, da Beit Hanoun  a Khan Younis.

L’ultima volta sabato scorso a Khoza, sud est della Striscia. Nonostante avessimo con noi tre troupe televisive, i cecchini israeliani ci hanno osservato per una mezz’ora raccogliere a mani nude coi contadini palestinesi il mais, poi hanno aperto il fuoco. Abbiamo dovuto ritirarci, noi internazionali a mani alzate, i contadini indigeni muovendosi a terra terrorizzati mentre i proiettili ci passavano a centimetri dai corpi. 

I pochi giornalisti che vengono con noi al confine rimangono sempre colpiti, più che dalle pallottole dall’incredibile coraggio di questi temerari coltivatori nella loro sfida quotidiana contro la morte nel cercare di procurasi il necessario con cui sfamare le famiglie.

Con noi, sabato, c’era oltre ad Al Jazeera English, una televisione cinese e una brasiliana. Le  telecamere della RAI con noi ci sono venute solo una volta, e ce le hanno  condotte Manolo Luppichini.

Mi riferiscono che i telegiornali nazionali in questi giorni intasano l’etere illuminando i riflettori sulla vicenda del soldato Gilad Shalit, unico  prigioniero israeliano nelle mani dei palestinesi, prigioniero di guerra. Ben inteso, illuminare Shalit  oscurando le migliaia di prigionieri politici sepolti vivi nelle prigioni sparse in Israele, le quali sorti pare proprio non interessi a nessuno. 7.500 prigionieri (politici, non di guerra), soggetti ai più atroci supplizi in una pseudo-democrazia dove la tortura è una prassi consolidata.

Milano, Torino e Roma hanno spento i loro caratteristici monumenti per accendere l’ipocrisia di un messaggio secondo il quale  la libertà di un soldato vale più di quella di centinaia di minori palestinesi reclusi senza regolare processo e abitualmente abusati sessualmente nelle 25 prigioni e centri di detenzione israeliani.

Mentre il Colosseo si spegnava per un soldato sulla scalinata del Campidoglio gli attivisti della Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese accendevano dei lumi per ricordare proprio questi migliaia di prigionieri innocenti e dimenticati. Almeno sino  a quando non stati aggrediti “da parte di un gruppo di squadristi riconducibili come appartenenti alla Comunità Ebraica Romana”, secondo quanto dichiarato dagli stessi attivisti.

6 ragazzi della Rete hanno dovuto ricorrere alle cure mediche dopo il vile assalto da parte di chi sotto la bandiera israeliana ritiene di godere di quell’impunità che quel vessillo rappresenta all’interno della comunità internazionale.

Evidentemente la solidarietà alla causa palestinese si paga col sangue, da Gaza a Roma fin sopra la nave turca Mavi Marmara.

Ma come quei temerari contadini continuano a sfidare i proiettili rivendicando il diritto alla loro terra, la solidarietà per i diritti umani conquistano e consenso maggior terreno ingiustizia dopo ingiustizia, affronto dopo affronto squadrista.

Nel frattempo anche Israele ha spento le luci per Shalit: qui a Gaza abbiamo a malapena 6 ore di elettricità al giorno.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni

L’assedio israeliano a Gaza è illegale, lo sostiene pure la Croce Rossa Internazionale Leggi l'articolo »

La seconda potenza mondiale è al fianco dei palestinesi

Il mio pezzo per PEACEREPORTER di questa settimana:

Israele annuncia un alleggerimento dell’embargo, ma non lascia passare quel che serve davvero

di Vittorio Arrigoni

Ketchup, maionese, aghi da cucito e filo sono i prodotti che settimana scorsa Israele ha inserito nella lista dei pochi beni autorizzati a Gaza. A questi si sono aggiunti martedì attrezzi agricoli, pezzi di ricambio per automobili, giocattoli e make-up che sopra 130 camion abbiamo visto entrare all’interno della Striscia.

Prendendo atto della decisione del governo israeliano di “allentare” l’assedio a Gaza concedendo l’immissione di più merce, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha commentato : “questo è un primo mini passo nella giusta direzione per portare la politica d’Israele in linea con i suoi obblighi”.
Passo davvero microscopico, se consideriamo che solo dal valico di Karni, prima dell’inizio dell’assedio, passavano più di diecimila camion al mese e che comunque anche allora eravamo lontani dai 500 camion di merci al giorno, quantitativo minimo necessario stabilito dalle Nazioni Unite per coprire in parte i fabbisogni di un milione e mezzo di persone.
Un passo che secondo alcuni analisti politici palestinesi è addirittura controproducente, perché si pone nella direzione di voler legittimare l’assedio. Un assedio che in quanto punizione collettiva ad una popolazione civile viola l’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra, ed è ritenuto illegale da tutte le maggiori organizzazioni per i diritti umani governative e non, come hanno recentemente ribadito Amnesty International e la Croce Rossa Internazionale.
Continua a essere banditi dalla Striscia il cemento, il ferro e qualsiasi altro materiale per la costruzione, tanto che a detta dell’Onu, a distanza di un anno e mezzo dai bombardamenti dell’operazione Piombo Fuso, il 75 percento degli edifici danneggiati e distrutti pendono ancora in macerie.

Secondo il portavoce dell’Unrwa (agenzia Onu per i profughi palestinesi), Christopher Gunness, Israele con questa nuova politica tende a confondere le acque sulle sue flagranti violazioni del diritto internazionale: “La strategia israeliana è quella di far parlare la comunità internazionale per un sacco di cemento concesso qui, e un progetto stanziato là. Quello di cui abbiamo bisogno è di un accesso completo e libero attraverso tutti i valichi”.
Se tutti gli sguardi sono rivolti al miraggio dei valichi israeliani aperti, perdere di vista il confine con l’Egitto è un errore. Rafah continua a essere solo semi-aperta o per meglio dire semi-chiusa. L’autorità di confine egiziana rifiuta il passaggio di qualsiasi tipo di merce, compreso un carico di tonnellate di cibo e medicine raccolte nelle settimane scorse dal sindacato dei farmacisti del Cairo.
I ceffi del famigerato Mubarak egiziano, noti per i feroci maltrattamenti ai civili palestinesi, donne, bambini e malati compresi, a loro discrezione hanno rispedito indietro centinaia di viaggiatori con passaporti e visti regolari.
Anche per gli internazionali in Egitto desiderosi di venire a raccontare o a sostenere la popolazione di Gaza, il passaggio di Rafah resta proibitivo. John, giornalista freelance che è uscito con noi dell’International Solidarity Movement al confine per documentare i quotidiani cecchinaggi ai contadini da parte degli snipers israeliani, stanco di aspettare ad Al Arish un lasciapassare che non arrivava, ci ha raggiunto passando dai tunnels.

Se dalle televisioni di stato italiane la percezione trasmessa è che l’assedio è stato allentato per un atto di generosità dello Stato israeliano, sul campo la realtà è ben diversa.
L’assedio di per se deve essere in toto terminato perché la popolazione qui non ha bisogno di stuzzicadenti e patatine fritte, ma di cemento, ferro, medicinali, attrezzature mediche e tutto il necessario in import e export per risollevare l’economia e renderla indipendente dagli aiuti. Oltre che di poter uscire e entrare liberamente da questa prigione.
Tutto quello che abbiamo davanti agli occhi in questi giorni è l’immagine artefatta di una situazione tragica truccata ad arte a miglioria dopo il lavorio cosmetico della propaganda israeliana ed egiziana.
In mezzo a questi echi propagandistici di grande presa stridono ulteriormente le felicitazioni di Tony Blair per l’avvenuto “allenatamento” del blocco israeliano. Dietro il sorriso di Blair, direttore di orchestra di un Quartetto (Usa, Ue, Russia e ONU) che in questi anni non hanno prodotto altro che inutili comunicati stampa, tutte le carie di una cariatide corresponsabile del genocidio iracheno in corso, oltre che del lassismo politico dei governi europei dinnanzi alla tragedia palestinese.
A Tony Blair mi preme ricordare che se due sacchi di farina in più entrano nella Striscia assediata non è certo per merito del suo operato nel del quartetto moderato o di qualunque altra istituzione preposta alla risoluzione dell’occupazione israeliana della Palestina, ma bensì grazie al sacrificio di migliaia di persone comuni sparse per il mondo impegnate da anni per i diritti dei palestinesi. Un impegno culminato col martirio dei nove attivisti turchi sulla Mavi Marmare come prima per Gaza si erano immolati Tom Hurndall e Rachel Corrie.
Alla vigilia dello scoppio del secondo conflitto nel Golfo il New York Times per definire il movimento pacifista globale che in migliaia di piazze del mondo protestava contro ” una guerra che mai aveva incontrato tanta manifesta ostilità nella storia” aveva coniato la definizione di «seconda potenza mondiale».
Ebbene la seconda potenza mondiale è scesa in campo al fianco dei palestinesi: ora è Israele a essere sotto assedio.
Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni da Gaza city

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ISM ITALIA: oscurare i crimini israeliani

ISM-Italia Comunicato stampa 2010/06/24/01

Spegnere le luci per il soldato israeliano Gilad Shalit per oscurare i crimini israeliani

Oggi, per iniziativa dei rispettivi sindaci e delle locali comunità ebraiche, complici gli uni e le altre dei crimini israeliani, verranno spente, per ricordare la cattura nel 2006 del soldato israeliano Gilad Shalit da parte di un commando palestinese, a Roma le luci del Colosseo, a Milano quelle del  Castello Sforzesco, a Torino quelle della Mole Antonelliana, .

C’è da supporre che cerimonie simili siano state decise anche in altre città.

L’ipersionismo militante della destra, del centro e della sinistra (?), uniti nel sostenere uno stato coloniale, razzista e fascista1, non ha limiti. Uno Stato, la cui follia omicida e suicida è una minaccia contro tutta l’umanità, dovrebbe preoccupare ogni coscienza civile e democratica

Quando fossero indotti ad accorgersi della pulizia etnica della Palestina, del genocidio in corso a Gaza, delle distruzioni del Libano fino a quella del 2006, dei crimini commessi dall’esercito israeliano durante l’operazione Cast Lead (Piombo fuso), dell’assassinio di nove attivisti turchi della Freedom Gaza Flotilla, nella notte tra il 30 e il 31 maggio 2010, che cosa faranno questi signori?

Che cosa faranno quando fossero indotti ad accorgersi dei circa 7.500 prigionieri palestinesi2, chiusi da anni nelle carceri israeliane, molti in detenzione amministrativa, cioè senza accuse specifiche, fra cui donne e bambini?

Spegneranno le luci per sempre o arriveranno a demolire il Colosseo, a bruciare il Castello Sforzesco o a bombardare la Mole Antonelliana?

Non pretendiamo ovviamente nulla di tutto questo. Pretendiamo solo un minimo di serietà.

Degli ipersionisti di casa nostra denunciamo il cinismo, l’ipocrisia e la menzogna sistematica.

A Torino del sindaco Chiamparino e dell’ineffabile Beppe Castronovo, a Milano della signora Moratti, a Roma di ex (?) fascisti doc come la signora Polverini, il signor Alemanno et similia.

“Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.”

ISM-Italia, 24 giugno 2010 

1. Baruch Kimmerlimg, Politicidio – Sharon e i Palestinesi, Fazi 2003, pag. 11

2. I prigionieri palestinesi attualmente nelle prigioni israeliane sono circa 7.500. 37 sono donne, 330 i bambini, 15 i deputati del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP).  5.000 sono i prigionieri palestinesi condannati tra i quali 790 stanno scontando ergastoli plurimi, come Marwan Barghouti, uno dei leader di Fatah.  

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E’ morto JOSÈ SARAMAGO

Buon viaggio Jose’, che ti sia soffice il cammino.

V.

“Vivere nell’ombra dell’olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese.

Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni”

“Quello che sta accadendo in Palestina è un crimine che possiamo paragonare agli orrori di Auschwitz”.

anno 2002 – JOSÈ SARAMAGO, premio nobel per la letteratura

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Ilan Pappè e Tariw Shadid sul massacro della Freedom Flotilla

2 pregevoli penne, una palestinese e l’altra israeliana, ci illuminano sulla vicenda del massacro della Freedom Flotilla.

Bagno di sangue della Freedom Flotilla: ma a nessuno piace un pazzo

Di Tariw Shadid (tradotto dall’inglese da Daniela Filippin)

Ancora una volta lo stato d’Israele è riuscito a lasciare la sua impronta di sangue nella storia. Non è la prima volta che l’entità sionista compie una strage di civili, e non è nemmeno una novità che conduca degli attacchi nei confronti di persone arrivate a portare aiuti ai derelitti e disperati. Rifugiandosi comodamente dietro alla cortina di fumo creata dai media ufficiali del mondo occidentale, la pratica dell’esercito israeliano è stata per lungo tempo quella di sparare ad ambulanze, medici, paramedici, giornalisti, manifestanti, e altri civili disarmati, comprese donne e bambini dentro le loro stesse case, con mortale brutalità. 

Ad ogni modo, il bagno di sangue della Freedom Flotilla sarà ricordato nella storia mondiale come una giornata nera da chiunque dia un minimo di valore all’impegno umanitario. In questo caso, le vittime non erano palestinesi ma membri della comunità internazionale. Gli occhi dei media mondiali erano sin dall’inizio puntati su ciò che quelle navi avrebbero subìto, dopo aver salpato verso l’assediata Gaza, con la sua popolazione ridotta alla fame per il blocco. 

Politicamente, il governo turco aveva avvertito che non avrebbe accettato un eventuale attacco di Israele contro la flottiglia con mezzi sproporzionati. Ciò nonostante, nulla ha potuto impedire a Israele di utilizzare una forza bruta quanto arbitraria contro civili inermi in acque internazionali. In alcuni passaggi di un’intervista rilasciata dopo la carneficina della flottiglia, il noto Norman Finkelstein, figlio di sopravvissuti all’Olocausto, ha avuto piena ragione nel definire Israele come uno stato “impazzito” (“lunatic state”).  

Sgomento e rabbia

Con lo stupore di molti, soprattutto di coloro che ancora non conoscevano la reale natura violenta dell’entità sionista, il 31 maggio i commando israeliani hanno attaccato la nave turca Mavi Marmara, che trasportava il grosso dei volontari umanitari presenti nella flotta, compiendo un massacro inconcepibilmente cinico e crudele. Hanno assassinato almeno nove volontari inermi, ferendone a dozzine – si dice – mentre questi passeggeri sventolavano delle bandiere bianche.

Per molti occidentali, vittime di un lavaggio del cervello affinché credano che lo stato sionista sia un cosiddetto faro di civiltà, un’isola di modernità in un mare arabo di supposta arretratezza, lo shock consiste principalmente nello scoprire che un’aggressione tanto primitiva e insensata semplicemente non pare corrispondere all’immagine che si erano fatti di Israele. Apparentemente, l’inconcepibile crudeltà applicata contro i palestinesi a Gaza durante il massacro del 2008-9, famigerato per il letale fosforo bianco caduto a pioggia in aree densamente popolate e condannato con decisione dal rapporto Goldstone, fino ad ora ha fallito nell’intento di rendere il pubblico consapevole del reale livello di sete di sangue dei sionisti. Le masse del mondo occidentale sembrano essere state completamente abituate ad accettare il sistematico assassinio di palestinesi da parte degli israeliani come una “tragedia senza fine”, alla quale sperano che “ci sia una soluzione”, oppure arrivando persino a incolpare di tutto ciò i palestinesi stessi.  

Tuttavia, per i palestinesi, in questo freddo e premeditato comportamento omicida israeliano non vi è nulla di nuovo. Per ben sei decenni hanno provato sulla propria pelle come la follia ideologica dei sionisti li spinga ad agire quando hanno in mano un’arma e si trovano di fronte ad un civile inerme. La lista di esempi di simili comportamenti grondanti sangue è ormai diventata talmente lunga, che nessun palestinese si fa illusioni che la situazione possa cambiare in fretta. Si può affermare che Israele è disposto e pronto ad assassinare chiunque, e lo fa ovunque reputi che sia necessario. Apparentemente, ora lo fa anche senza badare a chi sta guardando. Se è vero che Israele investe somme spaventose per la propria propaganda e la costruzione della propria immagine, è ormai altrettanto vero che coltiva l’arrogantissima nozione di potersi permettere di accusare grandi perdite in questi campi senza pagare (almeno in proporzione) in termini d’influenza politica mondiale.

Percezione di sé distorta

Evidentemente, per il fatto di essersi dilettati in questo genere di attività per tanti anni di fila senza aver mai sofferto una significativa reazione di opposizione politica sulla scena internazionale, lo stato belligerante d’Israele è arrivato a soffrire di una percezione di sé fortemente distorta.

Chiaramente, esso considera le leggi internazionali come un insieme di regole che esistono per controllare soltanto il comportamento delle altre nazioni, mentre i trattati internazionali sarebbero inutili accordi che in maniera arbitraria pongono un freno alla propria sfacciataggine negli affari internazionali (incluso l’uso del nucleare). La trasparenza politica, poi, considerano viene considerata come uno caratteristica degli sciocchi. In cinica contraddizione con tutto questo, ciò nonostante Israele conta sulla medesima comunità internazionale per il suo presunto “diritto di esistere”, nonostante la sua natura di stato colonialista ed espansionista, con confini ancora indefiniti.

Israele è consapevole che da un punto di vista psicologico ha una tale presa sulle popolazioni delle nazioni potenti del mondo che la gente sembra stata condizionata a non chiedersi più nemmeno perché Israele sia esentata dal rispettare le leggi. Contemporaneamente, in una sorta di automatismo, le popolazioni del mondo mormorano fra di loro: “Già, è il senso di colpa dall’Olocausto”. Israele ripone una fede cieca in questo meccanismo, e in apparenza inizia a credere nelle proprie bugie.

 Ad un livello politico più elevato – e quindi ad un livello di maggiore informazione – questo atteggiamento da servi è più una sorta di recita Hollywoodiana che una posizione realmente sincera da parte dei politici occidentali. In effetti, molti di loro sono piuttosto stanchi di subire costantemente la prepotenza di Israele e della lobby ebraica. Ai politici del mondo è stato ”insegnato” che tutto il proprio personale potere politico e le proprie finanze dipendono dall’apparire e dall’agire in maniera palesemente pro-israeliana. Per molti di loro, anche azzardarsi ad attribuire la colpa a entrambe le parti, anche quando Israele è evidentemente colpevole, li fa sentire come se rischiassero un tradimento dei loro stessi portafogli, e delle proprie carriere politiche. La stessa cosa, purtroppo, vale per molti di quelli che lavorano nei media occidentali, nonostante la supposta lealtà ai principi universali del giornalismo. 

Altre nove Rachel Corrie

Ciò nonostante, ecco cosa fa spiccare il bagno di sangue della Freedom Flotilla sugli altri crimini commessi negli anni da Israele: stavolta sono stati messi di fronte a una condanna unanime e hanno costretto anche alcuni dei governi più cauti del mondo a dar voce al proprio dissenso e alla propria costernazione. Alcuni paesi, noti per il loro cieco sostegno allo stato sionista, si sono fatti notare più di altri per aver assolto l’indifendibile, come gli Stati Uniti e i Paesi Bassi durante le sedute del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU del 2 giugno, trovandosi poi uniti solo con l’Italia di Berlusconi, ma altrimenti isolati dalla voce della comunità mondiale.

A giudicare dai principi della legge internazionale, Israele è sempre stata molto difficile da difendere, ma l’attuale situazione mette a dura prova anche i più subdoli falsificatori della storia, costringendoli a inventare qualcosa per salvare la propria credibilità – anche nei confronti di quelli che hanno subito più lavaggi del cervello. Perché 9 civili appartenenti alla comunità internazionale, compreso il 19enne americano Furkan Dogan, che stavano portando cibo e materiale di costruzione ad una popolazione affamata, dovevano morire? Furkan è stato colpito ben 5 volte, con 4 colpi alla testa, suggerendo fortemente che i morti della flottiglia siano stati uccisi a sangue freddo. Chi può credere nella benevolenza di Israele ora?

Nonostante l’aver dovuto sostenere pressioni da molti anni per l’assassinio nel 2003 di Rachel Corrie, la giovane americana che aveva cercato di impedire la distruzione di una casa palestinese, venendo brutalmente schiacciata a morte da un bulldozer dell’esercito israeliano, il governo Netanyahu continua stupidamente e vilmente ad aggiungere altre 9 Rachel Corrie alla lista di martiri internazionali per la Palestina.

Erosione del sostegno per Israele

I disperati tentativi di Israele di cancellare i propri crimini, compreso il blackout mediatico e la falsificazione dell’informazione, hanno soltanto aumentato la sempre più diffusa e crescente sfiducia verso Israele stessa. Un ottimo esempio della disinformazione è rappresentato dall’istanza con cui lo stato sionista ha accusato la Freedom Flotilla di avere legami con Al Qaeda, un’affermazione senza fondamento che è stata poi ritirata dallo stesso governo israeliano, poco dopo essere stata emessa.

Israele sottovaluta sistematicamente i danni che questi eventi possono infliggere sulla stessa macchina della propaganda, e alla propria reputazione internazionale. Sottovaluta artisti come Elvis Costello, Carlos Santana e Gil Scott-Heron, che hanno cancellato i propri concerti in Israele, come segnali di un boicottaggio completo sui piani economici, artistici e accademici, boicottaggi che stanno facendo sempre più chiasso.

A livello politico, il prezzo che Israele sta pagando per la sua folle aggressione è abbastanza tangibile. La Turchia ha reagito con rabbia fulminante, richiamando il proprio ambasciatore e con le parole di Erdogan, mostrando una durezza senza precedenti nei confronti dello stato sionista. Il Nicaragua ha sospeso ogni legame diplomatico con Israele. Almeno 17 paesi, compresa la Svezia, hanno richiamato i propri ambasciatori pretendendo delle spiegazioni. Ma il vero prezzo che Israele sta pagando non è politico.

In politica, tutto dipende dal denaro e dai comuni interessi e patti dei coinvolti. Questi legami e accordi sono quasi sempre valorizzati dai politici molto più dei principi, delle leggi e della morale. Tuttavia, il modo di ragionare delle masse raramente si basa su linee guida tanto opportunistiche, tendendo invece a seguire le emozioni che spaziano dalla paura alla solidarietà umana. Questo fenomeno può essere la base dello sfruttamento delle masse da parte della politica, ma al tempo stesso può rivoltarsi contro di essa.

L’amore non si compra

Per qualsiasi potenza che imponga il proprio volere con la forza, è sempre importante  capire che qualsiasi espressione di sostegno è effimera e scaturisce dall’opportunismo e dal bisogno di sopravvivenza. Israele deve quindi rendersi conto che imporre la propria infinita prepotenza sulla comunità internazionale non è un sistema che può essere mantenuto senza limiti, almeno non senza un suo prezzo. Anche se alle persone in occidente è stato insegnato, quasi fosse alla base delle proprie filosofie di vita, che devono rispettare e apprezzare Israele come se il loro stesso benessere ne giovasse, il vero e sentito sostegno per Israele si sta erodendo molto in fretta.

L’erosione del consenso procede mano nella mano con quella che è la scoperta della vera natura dello stato sionista, che al suo interno incarna sia il razzismo che la violenza calcolata contro i civili. Queste sono caratteristiche abbastanza visibili per chiunque faccia uno sforzo per notare l’immensa oppressione, violenza e discriminazione che Israele opera quotidianamente sui palestinesi.

Il potere politico, economico e militare può forse essere imposto alla gente, anche su un’intera comunità internazionale. Ma una delle leggi della natura dice che l’amore o la vera affinità non possono essere imposte a nessuno: possono solo essere conquistate. In questo senso, Israele attraverso gli anni non si è guadagnato nulla, ma potrebbe ben essere lo stato con il più grande debito di tutti. Potrebbe reggersi tutto sulla politica, ma nessuno ama un folle.

IN ENGLISH HERE:

 

 

Il declino della reputazione israeliana

Di Ilan Pappè (traduzione di Virginia Fiume)

Ehud Barak e Benjamin Netanyahu sono due delle figure di maggiori spicco nel sistema politico e militare israeliano. Ci sono loro due dietro al tremendo attacco alla “flottilla” che ha scioccato il mondo ma che sembra essere considerato da tutta l’opinione pubblica come un semplice atto di legittima difesa.
Sebbene nello scenario politico israeliano siano uno di sinistra (Barak, il ministro della Difesa, è laburista) e uno di destra (il Primo Ministro Netanyahu è membro del Likud), entrambi hanno in comune la stessa visione di Gaza in generale e della vicenda della “flottilla” in particolare.
Un tempo Ehud Barak era il comandante di Netanyahu nell’equivalente israeliano della Special Air Service britannica (SAS- un corpo speciale militare inglese http://it.wikipedia.org/wiki/Special_Air_Service)
Per dirla più chiaramente hanno servito nell’esercito in un’unità simile a quella che ha assaltato la nave turca la scorsa settimana. La loro percezione della realtà della Striscia di Gaza è condivisa con molte altre personalità militari e politiche in Israele, e ampiamente sostenuta dall’elettorato ebraico israeliano.
Bisogna farsene una ragione. Sebbene Hamas sia l’unico governo nel mondo arabo eletto democraticamente dal suo popolo, deve essere eliminato sia politicamente che militarmente. La ragione sta non solo nel fatto che questo movimento-partito continua la lotta contro l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania che dura da quarant’anni lanciando missili rudimentali in Israele – che non sono frequenti quanto le rappresaglie israeliane che uccidono gli attivisti in Cisgiordania. La principale ragione sta nel fatto che Hamas si oppone al tipo di “pace” che Israele vuole imporre ai palestinesi.
La “pace forzata” non è negoziabile per le élite dirigenti israeliane e offre ai palestinesi un limitato controllo e una limitata sovranità sulla Striscia di Gaza e sulla Cisgiordania. Ai palestinesi viene chiesto di rinunciare alla lotta per l’autodeterminazione e la libertà in cambio della concessione di tre piccoli bantustan sotto lo stretto controllo e la supervisione di Israele.
La versione ufficiale in Israele, comunque, è che sia Hamas l’ incredibile ostacolo per la pace. E di conseguenza la strategia è dichiarata: affamare e costringere alla sottomissione il milione e mezzo di palestinesi che vive nello spazio più densamente popolato al mondo.
L’embargo era stato imposto nel 2006 per costringere i cittadini di Gaza a rimpiazzare il loro Governo con un’alternativa che avrebbe accettato le regole di Israele- o quanto meno che avrebbe fatto parte della più acquiescente Autorità Nazionale Palestinese della Cisgiordania. Nel frattempo Hamas ha catturato un soldato israeliano, Gilad Shalit, e di conseguenza il blocco è stato reso più duro. Ora include il bando dei più necessari beni di consumo, senza i quali per chiunque può diventare difficile anche sopravvivere. Per quanto riguarda il cibo e le medicine la gente di Gaza vive in condizioni che sono definite “catastrofiche” e “criminali” dalle organizzazioni internazionali e dalle agenzie che operano all’interno della Striscia.
Come nel caso della “flottilla”, ci sono sistemi alternativi per ottenere il rilascio del soldato che è stato fatto prigioniero, come lo scambio con le migliaia di prigionieri politici palestinesi che Israele tiene nelle sue prigioni. Molti di loro sono ragazzini, e un certo numero di questi è stato arrestato senza processo. Israele ha trascinato per le lunghe questo negoziato in merito allo scambio, che verosimilmente non è in grado di dare risultati in tempi ragionevoli.
Ma Barak e Netanyahu, e quelli che li circondano, sanno troppo bene che il blocco di Gaza non produrrà nessun cambiamento nell’atteggiamento di Hamas. Bisognerebbe dare credito al Primo Ministro inglese Dave Cameron (Ilan Pappe, storico israeliano, vive in Inghilterra dove insegna all’università di Exeter), che ha ricordato durante il question time della settimana scorsa che la politica israeliana ha rafforzato, anziché indebolire, il controllo di Hamas su Gaza. Ma il fatto che la strategia di Israele stia fallendo non sembra impaurire il governo di Gerusalemme.
Ci si potrebbe immaginare che il drastico deterioramento dell’immagine di Israele nell’opinione pubblica internazionale avrebbe potuto cambiare il modo di pensare dei suoi leader. Ma le risposte riguardanti l’attacco alla flottilla nei giorni scorsi dimostrano che non c’è il minimo spazio per un cambiamento di rotta nelle posizioni ufficiali. La ferma decisione di non togliere l’embargo e l’accoglienza da eroi che è stata riservata ai soldati che hanno assaltato la nave nel Mediterraneo mostrano che questa politica continuerà a essere la stessa per molto tempo.
Non è una novità. Il governo di Barak- Netanyahu – Lieberman non conosce altro modo per rispondere alla realtà esistente sul suolo di Israele e della Palestina. Questi politici sanno solamente fare ricorso ai soliti mezzi: la violenza per imporre la propria volontà, una febbrile propaganda che descrive tutto come legittima difesa, devastando la popolazione di Gaza e trattando quelli che cercano di portare aiuto come se fossero terroristi. Il dolore e la sofferenza delle persone non li riguardano, e nemmeno le condanne internazionali.
La reale, anche se non dichiarata, strategia di Israele è quella di mantenere questo stato di cose. Finchè la comunità internazionale sarà compiacente, il mondo arabo impotente e Gaza sigillata, Israele continuerà ad avere un’economia fiorente e un elettorato che accetta il dominio dell’esercito sulla propria vita e il conflitto e l’oppressione dei palestinesi come esclusiva realtà della vita in Israele del passato, del presente, del futuro.
Il vice presidente statunitense Joe Biden è stato umiliato recentemente quando gli israeliani hanno annunciato la costruzione di 1.600 nuove case nella zona contesa di Ramat Shlomo, nel distretto di Gerusalemme, proprio il giorno in cui era arrivato per discutere di come provare a congelare l’espansione delle colonie. Ma il sostegno incondizionato da questi offerto dopo l’ultima azione ha fatto sentire i leader e l’ elettorato giustificati.
Sarebbe sbagliato, comunque, credere che il sostegno americano e la debole risposta europea siano la ragione principale dell’embargo e del soffocamento di Gaza. C’è un elemento che forse è quello più difficile da spiegare ai lettori di tutto il mondo, cioè quanto queste percezioni e atteggiamenti siano profondamente radicati nella mentalità e nella psicologia degli israeliani. Ed è davvero difficile comprendere come siano diametralmente opposte le reazioni comuni che sono scattate in Inghilterra rispetto a quelle della società ebraica israeliana.
Le risposte internazionali si basano sull’assioma che qualche concessione ai palestinesi e un continuo dialogo con le élite politiche israeliane produrranno nuovi fatti sul terreno. La versione ufficiale che circola in Occidente è che la soluzione sia ragionevole e a portata di mano: i due Stati.
Niente è così lontano dalla verità come questa ottimistica visione. L’unica versione accettabile per Israele sarebbe quella di una addomesticata Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah e una presenza forte di Hamas a Gaza. E’ un’offerta che finirebbe con l’imprigionare i palestinesi in enclave in cambio della fine della loro lotta.
Nessuno parla di una soluzione alternativa – uno Stato unico e democratico, ipotesi che sostengo personalmente – oppure di quella, più plausibile dell’instaurazione di due Stati. Entrambe richiederebbero una completa trasformazione della mentalità ufficiale e dell’opinione pubblica israeliana. Questa mentalità è il principale ostacolo sul percorso verso una riconciliazione pacifica nella terra di Israele e della Palestina.
Il professor Ilan Pappé dirige il Centro Europeo di Studi palestinesi alla Exeter University e ha scritto “La Pulizia Etnica della Palestina”

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La genesi del Free Gaza Movement: navigando l’utopia

Il mio pezzo per Il Manifesto di domenica:

A gambe larghe, il busto leggermente flesso in avanti,
le piante dei piedi nudi piantate sulla superficie di legno consunto della cabina di comando,
a sensibilizzare l’intero corpo su ogni minima oscillazione delle onde,
e di reazione compensare con il timone.
Armonizzare, essere una cosa sola, tu al timone, la barca ai tuoi piedi, l’immenso tappeto di acqua circostante che ti vorrebbe inghiottire.

Condurre una barca su docili onde come su di un mare molesto,
è un pò come fare l’amore con una bella donna.
Almeno, per me così è stato. Ascoltare il sussulto della carne liquida del mare,
il suo gemito quando battendo contro lo scafo ne inclina le assi.
Essere dominatori del mare, dominare,
e nel contempo saper ricompensare.

Io che da autista semmai ero esperto di tangenziali e imbocchi autostradali, non avevo mai condotto una  imbarcazione in vita mia prima dell’agosto 2008, quando impegnati nella prima traversata del mediterraneo in direzione di Gaza, resosi indisponibile il capitano libanese, dovetti improvvisarmi timoniere per condurre la Free Gaza dentro il porto di Creta.
Quella missione si concluse con successo il 23 dello steso mese: una cinquantina di uomini e donne provenienti da 18 differenti paesi riuscirono a sbarcare nella Striscia dimostrando come gente comune determinata e organizzata può giocare ruoli chiave nella storia.

Le biografie dei passeggeri di allora la dicevano lunga sulla eterogeneità dell’umanità imbarcata: c’erano suore cattoliche, ebrei sopravvissuti all’olocausto, anziani palestinesi vittime della diaspora, giornalisti, avvocati, ingegneri, operai, dottori, insegnanti e attivisti per i diritti umani.

La genesi del Free Gaza Movement ebbe luogo una notte del 2005 in un pub australiano dove riuniti un gruppo di attivisti dell’ISM a cui Israele negava l’accesso in Palestina partorirono il sogno: raggiungere Gaza non più via terra vincolati dai lasciapassare delle autorità israeliane ed egiziane, ma via mare.
Un rotta di navigazione mai intrapresa prima, dal porto di Larnaca passando per acque cipriote sino a quelle internazionali quindi sopra quel tratto di mare che le leggi internazionali sanciscono essere a sovranità palestinese.


Gaza era è lì appena oltre il mediterraneo, ma pareva che nessuno fino ad allora avesse mai pensato di raggiungerla nella maniera più naturale: navigando.

Ben presto il difficile si rivela non essere raddrizzare l’uovo di Colombo, ma covarlo.

Due anni di paziente raccolta fondi ci permisero di acquistare due rudimentali pescherecci di legno.
 
Io lasciai l’Italia a fine giugno 2008  per Atene. Da lì, venni segretamente condotto in una isoletta di pescatori dell’arcipelago greco della quale ignorai  nome e locazione geografica sino alla vigilia della partenza.
 
Nel più totale anonimato e senza contatti esterni per timore di sabotaggi da parte dei servizi segreti israeliani fra flebili speranze e giustificati timori, lavorai alla messa a punto di quella che sarà poi ribattezzata Free Gaza, un peschereccio di una trentina d’anni che dotammo di sofisticate apparecchiature per la comunicazione satellitare.
Dopo una settimana di navigazione obbligati a diverse tappe fra Grecia, Creta e Cipro per rimediare  ai continui guasti alle nostre barche, il 21 agosto 2008 salpammo per l’ultima volta da Larnaca diretti a Gaza.
Impegnati nell’ultimo sforzo, ci lasciamo alle spalle le fatiche di mesi di preparazione e le minacce di morte che per alcuni di noi risuonavano continuamente sui cellulari come telefonate anonime.

Due giorni dopo migliaia di palestinesi si riversarono al porto per dare il benvenuto alle prime barche internazionali dal 1967.

I pescatori palestinesi che si aspettavano due fiammanti yachts,  constatando che stavamo a malapena a galla su due bagnarole, tali e quali i loro vecchi pescherecci in legno piansero lacrime di commozione.

La stessa emozione che ha provato l’anno scorso Tun Dr.Mahathir bin Mohamad, l´ex Primo Ministro Malese nel venire a conoscenza delle nostre missioni, e che ha rappresentato la svolta per il Free Gaza Movement.

Con la generosità delle donazioni della ong malesiana Perdana Global Peace
Organization  infatti è stato possibile acquistare una nave cargo e due nuove  imbarcazioni passeggeri.  A queste in breve tempo si sono unite le navi
della European Campaign to End the Siege of Gaza, di Insani Yardim
Vakfi , di Ship to Gaza Grecia, e di Ship to Gaza Svezia, ed è nata la prima Freedom Flotilla.

Della prima missione sono state dismesse le barche ma non gli attivisti: sono loro quelli che hanno subito i pestaggi più feroci da parte dei soldati israeliani nel porto di Ashdod, e poi nelle varie carceri dove sono stati detenuti.

Come il palestinese Osama Qashoo, i greci Vaggelis Pissias, professore universitario, e il documentarista Yannis Karipidis,  pestati selvaggiamente durante lo sbarco nel porto israeliano.

Paul Larudee, musicista statunitense, anche lui come i  sopracitati componente storico del Free Gaza,è stato violentemente percosso per essersi rifiutato di fornire le generalità mentre Ken O’ Keef,  irlandese, secondo capitano nella  prima missione, a detta di testimoni stava disteso nella sua cella coperto di sangue .

Edy Epster, ebrea 85 anni sopravvissuta  all’olocausto  e coinvolta in tutti i viaggi del Free Gaza Movement  non ha  ancora potuto coronare il suo sogno: visitare la Striscia prima di morire.

Avrà molto presto un’altra chance, poiché flotte di navi cariche di aiuti umanitari continueranno a sfidare la pirateria finchè l’assedio non verrà spezzato.

Mi ha scritto Edith Lutz  dalla Germania. Dice che stanno per levare sopra il cielo nel mediterraneo la loro “ voce ebraica”, la prima barca di ebrei in direzione della prigione di Gaza. Per dare una lezione a chi in questi giorni ci apostrofa come pericolosi terroristi. Perché come spiegava  Mauro Manno antisionismo non è sinonimo di antiebraismo, ma anelito di libertà dalle catene dell’oppressore disumano.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza.

La genesi del Free Gaza Movement: navigando l’utopia Leggi l'articolo »

I martiri della Freedom Flotilla

Il mio pezzo per Il Manifesto di ieri:

Quelle falci di luna e le stelle a cinque punte bianche intinte nel sangue che sventolano sul cielo di Gaza sopra un porto dimesso, tornato a simulacro di oppressione, di certo frusteranno ancora a  lungo l’assedio.

Girando per le strade di una Striscia che non ha ancora fagocitato la pena per l’ennesimo massacro, mi capita di essere avvicinato più del solito da curiosi che mi rivolgono tutti la stessa domanda: “ Sei turco?”. Poi quando rispondo che sono italiano mi sorridono quasi sempre lo stesso, tranne quei pochi informati sul voto contriario del nostro governo alla risoluzione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, che chiede lo svolgimento di una inchiesta sul massacro della Freedom Flotilla.

Non è comodo, ve lo assicuro, vivere fuori dai confini italiani di questi tempi, e e ancor di più qui, dopo aver scoperto il proprio paese fiancheggiare la pirateria e il terrorismo di stato israeliano. Lo sconforto nella consapevolezza di avere radici in un paese ormai ridotto a sovranità limitata.

Mentre Istanbul fervendo di rabbia anti israeliana si preparava a celebrare  il rientro delle  9  salme degli attivisti uccia , da quest’altra  parte del mediterraneo i membri turchi dell’IHH, protagonista della Flotilla, venivano  consacrati a eroi.

I più ricercati per foto e strette di mano dalle alte autorità di Hamas fino alle gente comune. E a buon ragione,  il leader dell’ong per i diritti umani turca, Mehmet Kaya  ha dichiarato che la sua organizzazione intende spendere ben 25 milioni di dollari per la ricostruzione, l’assistenza sanitaria e l’educazione all’interna di una Striscia impoverita dalla tenaglia dell’assedio.

Non avendo alcuna remora a comprare cemento e ferro nel mercato nero dei tunnel al confine con l’Egitto,  in pratica l’IHH si sostituisce all’ONU nell’impegno alla ricostruzione delle migliaia di edifici danneggiati e distrutti durante i bombardamenti israeliani del gennaio 2009. Le Nazioni Unite che non possono acquistare merce di contrabbando, hanno infatti visto paralizzarsi  molti dei loro progetti di riedificazione  per la carenza di materiali bloccati al confine da Israele

Ieri  la commemorazione dei martiri in una cerimonia di poco al largo dal porto sopra i rudimentali pescherecci palestinesi: si sono letti i nomi dei morti e gettati dei fiori in acqua. Colombe bianche liberate dalle gabbie hanno rappresentato una metafora inafferrabile. Oggi l’attesa per la Rachel Corrie, anche se il porto è deserto e ciò fa intendere che sono veramente pochi a crederci.

Forse gli unici ad alimentare un lumicino di speranza siamo noi attivisti: oltre agli aiuti umanitari sulla Rachel Corrie ci sono dei compagni che desiderano venire a sostenerci nella lotta per la difesa dei diritti umani violentati ogni giorno nella Striscia.

Mentre non volgiamo un attimo lo sguardo via dall’orizzonte recintato, ci arriva in serata la notizia dell’arresto di Huwaida Arraf,  cofondatrice dell’International Solidarity Movement e del Free Gaza Movement. Partecipava alla rituale manifestazione pacifica del venerdi’ contro il muro che si sta inghiottendo il villaggio di Bil’In.

Arrestata oggi, era appena uscita di prigione solo tre giorni fa dopo esser stata sequestrata  a bordo di una delle navi della Freedom Flotilla.

Le ho scritto di darmi almeno il tempo materiale di mandarle dei fiori fra una reclusione e l’altra.

La sua coraggiosa tenacia è la nostra di bandiera sventolante.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza

Blogger from gaza

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Mubarak Caino. (Manolo Luppichini e Osama Qashoo are free)

Le vie dell’utopia sono zeppe d’incroci: i miei amici Manolo e Osama non si conoscevano prima di qualche ora fa, eppure si sono riconosciuti immediatamente come alleati dinnanzi allo squadrismo dei loro torturatori.


Ora sono tornati liberi, uno in Italia l’altro in UK, certi di ritrovarsi in futuro sulla strada che porta alla liberazione della Palestina.

Il mio pezzo per Il Manifesto di ieri:

L’ondata evocativa immane, di immagini di corpi innocenti che hanno gettato la vita e il sangue in mare nel compimento di una missione umanitaria si è percossa dirompente nella Striscia di Gaza. Scuotendo le parenti della prigione e scardinando il cancello di fuga a Sud.

Il confine con l’Egitto è liberato, aperto sia in entrata che in uscita a tempo illimitato per consentire il passaggio di malati, studenti e chiunque abbia un visto e un passaporto in regola, stranieri compresi. Una rara occasione per migliaia di uomini e donne con futuri e amori impigliati dietro una distesa di filo spinato, un speranza di salvezza per dei pazienti che se a Gaza sono incurabili, altrove sono guaribili.

Dall’inizio dell’anno, il valico è stato aperto solo 12 giorni, permettendo l’evasione dalla più grande prigione a cielo aperto del mondo solo ad una ritretta minoranza di privilegiati, e comunque senza mai permettere il passaggio di merci per risollevare una economia a pezzi. Ihab Ghussein, un portavoce del Ministero degli Interni di Hamas ha dichiarato la piena disponibilità del suo governo per agevolare la migrazione degli abitanti della Striscia. “ Ci auguriamo che il valico resti aperto per sempre, e non solo per qualche giorno in risposta al massacro della Freedom Flotilla” ha concluso.

Se l’Egitto apre i confini Israele spalanca di nuovo i cimiteri dentro la Striscia: 5 vittime oggi. Due palestinesi uccisi a Khan Younis nella mattinata e altri tre morti nel pomeriggi sotto i bombardamenti aerei a Beit Lahiya, nel Nord della Striscia.

Murad Muwafi, governatore egiziano del distretto della Sinai settentrionale, ha spiegato l’apertura di Rafah per “alleviarere la sofferenza dei nostri fratelli palestinesi dopo l’attacco.” In realtà se il presidente egiziano Mubarak è un fratello per i palestinesi di nome fa Caino, essendo complice con Israele delle sofferenze di un milione e mezzo di persone durante un assedio lungo ormai 4 anni. Un Caino che non esita a gasare i lavoratori nei tunnel scavati a Rafah e a sparare ai pescatori che si di poco sconfinano nella ricerca del necessario di cui vivere. Che tortura gli attivisti palestinesi e seppelisce in carcere chiunque in Egitto sposi la loro causa.

La complicità a Israele e USA comuque l’Egitto se la fa pagare cara: 2 miliardi di dollari versati ogni anno dalla Casa Bianca al governo del Cairo, e soprattutto una protezione politica e militare che ha permesso a un dittatore come Mubarak di rimanere al suo posto per decenni dinnanzi a cento milioni di suoi sudditi che non vedrebbero l’ora di spezzare le catene.

Un complice fedele: su richiesta statunitense venti anni dopo la caduta del muro di Berlino l’Egitto ha iniziato la costruzione di un nuovo muro che sprofondando parecchi metri sotto il confine si prefigge di soffocare il traffico di merci vitali nei tunnel palestinesi.

Piu’ che per misericordia, sulla decisione di aprire il valico presa da un fratello cosi’ ingrato devono aver pesato le pressioni politiche esterne e una opinione pubblica mondiale che diventa decisa quando una campagna di boicottaggio ti sta sul fiato sul collo, se una delle tue principali industrie e’ il turismo.

Una campagna di boicottaggio all’Egitto oltre che contro Israele che aveva ottenuto una brusca accelerata nel gennaio di quest’anno, quando nell’anniversario del massacro di Gaza il governo egiziano aveva violentemente represso e impedito il passaggio del valico alle centinaia di partecipanti della Gaza Freedom March, mentre Al Arish diventava terreno di scontro fra polizia e attivisti del convoglio di Viva Palestina.

 

Nel valico di Rafah, sigillato dal giugno 2007 si era aperta una breccia il 23 gennaio 2008, quando miliziani mascherati avevano demolito il muro di confine facendolo saltare con l’esplosivo. Se ora i lucchetti cadono è per il sangue innocente versato da chi credeva più ai ponti che ai muri.Il loro gesto non è stato vano e le ripercussioni del loro sacrificio a beneficio del popolo palestinese sono più che percepibili.

La CNN turca riferisce di una nuova flotta di aiuti umanitari che si sta organizzando a Istanbul, e questa volta sarà scortata nel mediterraneo dalle navi militari di Erdogan.

Mentre gli occhi del mondo non si discostano un attimo dalla Striscia di Gaza per Israele ed Egitto inizia il conto alla rovescia che vedrà scadere il loro regime d’impunità: a quanto pare è vero che gli assedianti si sono tramutati in assediati.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni

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Israele+Gaza+Freedom+Flotilla+pacifisti+attivisti+uccisi+free gaza movement+nave+turca

Oggi al Diane Rehm show, un popolare talk show di una radio statunitente, Michael Oren, ambasciatore israeliano negli USA ha dichiarato che la Mavi Marmara era “troppo grande per essere fermata con mezzi non violenti”. Queste sono state le sue precise parole.

“”too large to stop with nonviolent means.” .

Tutto ciò significa una sola cosa, che l’attacco alle navi della Freedom Flotilla, e l’uccisione di 9-20 civili, era PREMEDITATO.

ps. Il mio pezzo per Il Manifesto di ieri:

Lo specchio di mare dinnanzi a Gaza che avrebbe dovuto riflettere speranza per un popolo assediato, oggi si è risvegliato listato a lutto nell’assistere scivolare verso il porto non le barche della Freedom Flotilla, ma le sue bare.

Qualche giorno fa su un quotidiano israeliano un ufficiale israeliano spiegava come  per bloccare la missione umanitaria e impadronirsi delle navi sarebbero stati impiegati corpi speciali, addestrati in modo tale da limitare il numero di feriti in caso di resistenza dei naviganti. L’ufficiale ha rispettato la parola data, al momento ci sono più morti che feriti.

In una mail, Adam, attivista di Tel Aviv mi ha spiegato di quanta reputazione godano all’interno della società israeliana i Commandos Navali, “le Elite delle Elites, il Meglio del Meglio. Solo uno su cento riesce a concludere l’estenuante corso di addestramento e guadagnarsi notorietà e appeal sulle ragazze.  L’aspirazione di molti adolescenti e anche di Adam a quei tempi.

Spesso però a reputazione non corrisponde realtà. Ho avuto a che fare con i famosi Commandos nel novembre 2008 quando a di bordo di un peschereccio palestinese fummo assaltati al largo di Rafah. Nonostante fossi disarmato e in bermuda eil marine prima di spararmi con una Taser  tremava come foglia.  Cosi’ non certo audaci si presentavano i commandos a fine giugno del 2009 assalendo la “Spirit of Humanity”. “Soffrivano il mal di mare e hanno iniziato a vomitarsi addosso nelle maschere,  se non era per il nostro Capitano e il primo ufficiale sarebbero caduti in acqua”, nel racconto di Greta a bordo della nave durante quell’assalto.

Israele è un paese che ha intriso nel suo dna la paura, perché allevato a covare il terrore. E quando un soldato ha paura della sua ombra, spara a qualsiasi cosa gli si muove incontro, specie se viene insegnato essere etnicamente impura.

Uccidendo a sangue freddo quegli attivisti, Israele ha gettato in mare molte speranze per un popolo abituato all’oppressione, e contemporaneamente si e’ ancora più arroccato nel suo status di stato criminale.

Mentre a Ramallah Mahmoud Abbas, presidente  dell’Autorità Palestinese ha dichiarato 3 giorni di lutto nazionale, qui a Gaza si sono alternate manifestazione organizzate dalle varie fazioni lungo tutta la Striscia.

Al termine di una di queste, Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas,  ha cosi’ dichiarato: “consideriamo l’attacco israeliano alla Freedom Flotilla un enorme crimine e una flagrante dichiarazione della legge internazionali. Nonostante le gravi perdite fra i passeggeri della navi riteniamo che il loro messaggio è stato consegnato. Ringraziamo questi eroi venuti da lontano che hanno manifestato la loro solidarietà con Gaza, l’assedio israeliano oggi è un problema internazionale e riteniamo che gli occupanti, attraverso questo crimine, oggi sono quelli realmente sotto assedio “.

Le manifestazioni più nutrite ed emotivamente partecipate si sono venute a creare però spontaneamente . Centinaia di uomini dai volti intrisi di rabbia e di una infinita tristezza  hanno marciato compatti per tutto il giorno dal porto incustodito fino alla sede delle Nazioni Unite.

E hanno gridato forte “Fermate Israele”.  E hanno chiesto altrettanto intensamente di farla finita con l’assedio e l’impunità dei massacri di civili.

Ho visto in quegli volti provati dalla sofferenza un dolore sconosciuto, la perdita di un fratello mai conosciuto.

Ahmed, pescatore: “Questi martiri venuti dall’occidente sono morti per la nostra libertà, mentre i nostri fratelli arabi si sono dimenticato che esiste una prigione di nome Gaza. Vorrei incontrare i familiari dei defunti e piangere con loro”.

Munir, taxista: “dopo Deir Yassir e il massacro dell’anno passato, questa è un’altra pagina indelebile nella storia del terrorismo di stato d’Israele.”

La missione della Freedom Flotilla non è finita. Altre due imbarcazioni del Free Gaza Movement, in ritardo sui tempi del resto della flotta a causa di guasti tecnici, stanno navigando proprio in questo ore nel mediterraneo.

A bordo della nave cargo Rachel Corrie ci sono il premio Nobel per la Pace Mairead Macguire e Hedy Epstein, ebrea ottantacinquenne sopravvissuta all’olocausto.

Il capitano irlandese Dereck e mi ha dichiarato che sono tutti a conoscenza del massacro di ieri e consapevoli che un’altra strage di innocenti potrebbe compiersi approssimandosi alle coste di Gaza, ma vanno avanti.

Come Rachel Corrie si trovò ad un varco fra una vita di soprusi e la difesa dei diritti umani a costo della morte, e scelse per una empatia fatale, i miei amici vanno incontro ad una probabile fine certi che di avere intrapreso la rotta giusta.

Che tutto il mondo possa soffiare nelle loro vele.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni, Gaza city

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