Restiamo Umani di Vittorio Arrigoni

Cari Hermanos,
il nostro adagio “RESTIAMO UMANI” ,
diventa un libro.

E all’interno del libro il racconto di tre settimane di massacro,
scritto al meglio delle mie possibilità,
in situazioni di assoluta precarietà,
spesso trascrivendo l’inferno circostante su un taccuino sgualcito
piegato sopra un’ambulanza in corsa a sirene spiegate,
o battendo ebefrenico i tasti su di un computer di fortuna
all’interno di palazzi scossi come pendoli impazziti da esplosioni tutt’attorno.

Vi avverto che solo sfogliare questo libro potrebbe risultare pericoloso,
sono infatti pagine nocive, imbrattate di sangue,
impregnate di fosforo bianco,
taglienti di schegge d’esplosivo.

Se letto nella quiete delle vostre camere da letto rimbomberanno i muri
delle nostre urla di terrore,
e mi preoccupo per le pareti dei vostri cuori
che conosco come non ancora insonorizzate dal dolore.

Mettete quel volume al sicuro,
vicino alla portata dei bambini,
di modo che possano sapere sin da subito di un mondo a loro poco distante, dove l’indifferenza e il razzismo fanno a pezzi loro coetanei come fossero bambole di pezza.
In modo tale che possano vaccinarsi già in età precoce
contro questa epidemia di violenza verso il diverso e ignavia dinnanzi all’ingiustizia.
Per un domani poter restare umani.

I proventi dell’autore,
vale dire Vittorio Arrigoni,
me medesimo,
andranno INTERAMENTE alla causa dei bambini di Gaza sopravvissuti all’orrenda strage,
affinché le loro ferite possano rimarginarsi presto (devolverò i miei utili e parte di quelli de Il Manifesto al Palestinian Center for Democracy and Conflict Resolution, sito web: http://www.pcdcr.org/eng/ , per finanziare una
serie di progetti ludico-socio-assistenziali rivolti ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati ).

Nonostante offerte allettanti come una tournee in giro per l’Italia con Noam Chomsky, ho deciso di rimanere all’inferno, qui a Gaza.
Non esclusivamente perché comunque mi è molto difficile evacuare da questa prigione a cielo aperto (un portavoce del governo israeliano ha affermato :”e’ arrivato via mare, dovrà uscire dalla Striscia via mare”), ma soprattutto perché qui ancora c’è da fare, e molto, in difesa dei diritti umani violati su queste lande spesso dimenticate.

Non avremo certo gli stessi spazi promozionali di un libro su Cogne di Bruno Vespa o una collezione di lodi al padrone di Emilio Fede,
da qui nasce la mia scommessa,
sperando si riveli vincente.

Promuovere il mio libro da qui, con il supporto di tutti coloro che mi hanno
dimostrato amicizia, fratellanza, vicinanza, empatia.
Vi chiedo di comprare alcuni volumi e cercare di rivenderli se non porta a porta quasi, ad amici e conoscenti, colleghi di lavoro, compagni di università, compagni di
volontariato, di vita, di sbronza.
E più in là ancora, proporlo a biblioteche,
agguerrite librerie interessate ad un progetto di verità e solidarietà.
Andarlo a presentare ai centri sociali e alle associazioni culturali vicino a dove state.

Si potrebbero organizzare dei readings nelle varie città, (io potrei intervenire telefonicamente, gli eventi sarebbero pubblicizzati su Il Manifesto, sui nostri blog e aggiro per internet)
e questo potrebbe essere anche una interessante occasione per contarsi, conoscersi,
legarsi.
Non siamo pochi, siamo tanti,
e possiamo davvero contare,
credetemi.

Il libro lo trovate fin d’oggi nelle edicole con Il Manifesto,
e fra due settimane nelle librerie.Confido in voi,
che confidate in me,
non per i morti
ma per i feriti a morte di questa orrenda strage.
Un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci, ci unisce.

Restiamo umani.

vostro mai domo

Vik

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Ricordo di Rachel Corrie: sesto anniversario.

Ieri ci siamo recati a Rafah,
a pochi metri dal filo spinato che separa l’Egitto con il campo di concetramento di Gaza.
 
Abbiamo ricordato il brutale assassionio di Rachel Corrie,
uccisa mentre stava impedendo la demolizione della casa di un medico palestinese ad opera dell’esercito israeliano.
 
Un ricordo commosso, non mesto.
Abbiamo comprato degli aquiloni e li abbiamo distribuiti a un gruppo di bimbi,
come per ridonare loro un’ idea di spensieratezza e libertà sopra una prigione ridotta in macerie.
 
Anche i soldati israeliani hanno commemorato Rachel,
giorni fa,a Ni ‘lin, sparando in testa a Tristan Andreson , nostro compagno dell’ISM.
Un soldato gli ha sparato in faccia durante una manifestazione non violenta in supporto alla popolazione locale contro l’illegale (e criminale) muro dell’apartheid che Israele sta costruendo espropriando ettari ed ettari di territorio palestinese.
Espropriando terra, confiscando vite:

 Nel buco del culo del mondo,
Gaza, a volte inaspettatamente si ha la fortuna di incontrare forestieri familiarmente umani,
oltre serial killer vestiti da soldati, giornalisti prezzolati e turisti della guerra.
 
Dopo l’hermano Manolo,
è la volta del para-babbo Fulvio,
a cui passo con  piacere la parola:

Di ritorno da Gaza, ANGELI E DEMONI IN PALESTINA.

Di Fulvio Grimaldi.


Un arabo frustrato di nome Raja Shemayel sul suo blog la definisce così: “Prendete un pezzo di terra lungo 40 km e largo all’incirca 5. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e 400mila abitanti. Dopodichè circondatelo con il mare a ovest, l’Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e a est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiarate guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di decollo per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, navi da guerra, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate, 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo “Israele che si difende”. Adesso fermatevi un momento e dichiarate che “evitate di colpire la popolazione civile” e definitevi l’unica democrazia in atto… Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di persone disarmate  (l’85% dei 1.455 ammazzati nel massacro delle tre settimane erano civili, il 30% bambini. N. d. A) perché è stato proprio Israele a metterle lì (due terzi della popolazione di Gaza sono profughi del 1948 e loro discendenti. N.d.A.). E’ allora chiamatelo genocidio, è più credibile… Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato ieri al giornale “Haaretz”: “Uccidiamo i loro bambini oggi, per salvarne tanti domani”.

Restiamo umani.

Vittorio Arrigoni, volontario in Palestina, chiudeva così quei pezzi da Gaza che, sul solo “manifesto”, davano voce ai  senzavoce di Gaza nel corso dell’aggressione 27 dicembe 2008 – 18 gennaio 2009 e seguenti. Gli italiani perbene e da lui disintossicati gli hanno già fatto un monumento nel loro cuore. Era tornato a Gaza qualche giorno prima dell’assalto sui battelli del “Free Gaza Movement”. Uscito su pescherecci nel mare proibito ai pescatori di Gaza, era stato intercettato e sequestrato dalle motovedette israeliane. Sbattuto in una fetida prigione, aveva imposto il suo rilascio con uno sciopero della fame. Non ci ha pensato su due volte a riprendere la nave di Cipro e tornare tra i “suoi”. Gli hanno sparato e risparato, anche dopo la “tregua”, un sito sionista ha invitato a ucciderlo, ha visto sventrare le ambulanze e cadere gli infermieri con cui correva in soccorso ai feriti, le rare volte che le belve con la Stella di Davide lo consentivano. Ha disintegrato la panna montata delle menzogne politiche e mediatiche con cui un’armata di ascari dei due Stati Canaglia, Usa e Israele, soffocava lucidi neuroni e impediva giusti moti del cuore. Due mesi dopo una “tregua” che è costata altri undici morti ammazzati, bombardamenti quasi giornalieri, il terrorismo dei tiri al bersaglio a contadini senza più campi e pescatori senza più mare, Vittorio è sempre lì. Non è andato a casa, a tirarsi fuori dall’inferno, a ritemprarsi dai suoi, dalla ragazza. E’ ancora lì, tra quei contadini, quei pescatori, quei resistenti, quei mutilati e quei bimbetti ai quali gli scherzi con Vittorio sanano ferite e recuperano la risata. Ho incontrato Vittorio Arrigoni a Gaza, siamo diventati amici. Un italiano che ti riconcilia con ‘sto paese sbrindellato e malfamato. Diceva Fabrizio De André: “Dalla melma nascono i fiori”.    


Siamo seduti accanto, Zenab ed io, su una branda nell’edificio mezzo sventrato e riempito di graffiti dispregiativi dai militari invasori, tipo “Ammazza gli arabi”, “Torneremo”, “Israele è stato qui”, “Vi uccideremo tutti se non vi togliete dalle palle”.


Poi ci sono le decorazioni: una serie infinita di stelle di Davide, merda spalmata sulle pareti, tutto quello che c’era in casa scagliato dalle finestre a schiacciare sotto una confusione di colori ormai stinti – panni, quadri, libri, pentole, coperte, materassi, mobilia – quello che era un giardino. Siamo a Zeitun, quartiere della periferia est di Gaza City disintegrato dalla colonna di tank israeliana che qui è stata fermata dalla guerriglia. Quando i prodi soldati di Tsahal, polverizzate con i cannoni, gli F16, gli Apache, le costruzioni che si trovavano davanti, perlopiù con tutta la gente dentro, venivano affrontati nel corpo a corpo dalla Resistenza, l’avanzata finiva. Nel combattimento casa per casa, di cui sono testimonianza le migliaia di fori sulle case subito dietro l’area spianata da bombe e proiettili, questi eroi dell’ “autodifesa”, abituati da anni a infierire sui ragazzi e sulle donne delle pietre e delle manifestazioni, poi duramente bastonati dagli Hezbollah in Libano, se la facevano sotto e invocavano la mamma. Lo conferma una confessione scritta sulle pareti tra le ingiurie alle vittime: “Mamma, fammi tornare a casa”. 

Zenab ha tredici anni, bionda, occhi bruni chiari, le mani serrate in grembo. Sorride solo quando una turba di bimbetti dai due ai cinque anni, fratelli, cugini, salta sul materasso come fosse un piano elastico, facendo ballare la mia telecamera. Fuori dalla finestra, chiusa da teli di plastica, si dilata a perdita d’occhio un mare di macerie fino ai campi che coprono le poche centinaia di metri prima delle torrette di guardia israeliane. Quelle dalle quali, sparandogli addosso, i cecchini si divertono a far saltare le cervella ai contadini affamati che si peritano di affacciarsi sulle loro colture in rovina. Si chiama “tregua” ed è costata la vita a 13 civili già nelle prime due settimane dopo il 18 gennaio, data dalla quale l’onesta informazione italiana fa partire il cessate il fuoco israeliano. Nello stesso periodo qualche decina di minirazzi si sono persi tra gli sterpi oltre confine. Di quelli si parla, senza peraltro citare le ripetute dichiarazioni di Hamas che ne smentiscono la paternità. Gli israeliani sono i migliori al mondo nelle provocazioni. Bisogna pur offrire ai media voraci di vittimismo israeliano un alibi per i quotidiani bombardamenti da “tregua” su Rafah e su quel protocollo salvavita che sono i tunnel verso l’Egitto.

Quella distesa di rovine, tra le quali spunta, spaccata a metà, la cupola d’oro della moschea, una delle trenta rase al suolo, erano le case della grande famiglia Samudi. Zenab è una Samudi. Le sono stati ammazzati 29 parenti, tra cui la mamma, il papà, tre sorelline, una cuginetta. Di questi ha vissuto la fine. E me la racconta. La mamma e le bambine erano state bersagliate dai proiettili dei carri mentre se ne stavano rintanate in quella che gli era sembrata la stanza più sicura. All’avvicinarsi notturno dell’aggressore avevano voluto fuggire verso il centro città, ma gli israeliani li avevano costretti a rinchiudersi in quella casa. Poi avevano aperto il fuoco. Così in tante altre occasioni, ovunque, a Jabalia, Abed Rabbo, Khan Yunis, Rafah… Un loro capo di Stato maggiore non aveva prefigurato i palestinesi come “scarafaggi impazziti in fuga da una bottiglia”?  Con la differenza che qui, agli scarafaggi, era anche stata tappata la bottiglia.

La mamma era piena di schegge, ma aveva gli occhi aperti e respirava, respirava. Io la chiamavo lei mi guardava fissa, poi non respirava più. La chiamavamo, la chiamavamo. Anche alcune delle mie sorelle non si muovevano più. Guardando in giù, vedevamo i nostri piedi strisciare nel sangue. Mio padre, allora, ci ha detto meglio morire insieme alle nostre case là fuori, andiamo. Prendemmo degli stracci bianchi e ci affacciammo. C’erano tutt’intorno le sagome dei carri con i cannoni puntati su di noi. Nessuno ci disse niente e noi, col papà avanti, ci avviammo. Eravamo una lunga fila, tutti con gli stracci bianchi”. Poi Zenab passa inconsapevolmente al presente: “Facciamo il giro della casa, camminiamo tra calcinacci e spuntoni di ferro, quando parte un colpo, poi altri, sibili dopo sibili e schegge che schizzano dai muri. Papà cade per primo, poi altri, nel buio non capisco chi.

Da dietro arriva d’improvviso la sirena di un’ambulanza, ma gli spari aumentano e vanno anche in quella direzione. Si sente come una grossa martellata sul metallo, uno schianto come quando si scontrano due automobili. E la sirena non suona più. Ci mettiamo a correre, sempre con le pezze bianche in alto. Ancora spari…


Zenab è salva. Oggi parla come una donna adulta. Mi guarda con il viso immobile. Solo le labbra si muovono. E’ una grazia che intorno le razzolino tutti quei fantolini vispissimi, impegnati a spintonarsi davanti all’obiettivo – “sura! sura!, foto! foto! – o a giocare alla guerra con dei legnetti. La guerra vera a uno di loro, scarsi due anni, ha maciullato una mano: mancano quattro dita, mezzo palmo, resta un mozzicone di pollice. Me la mostra, quella manina massacrata, e me ne cerca l’effetto negli occhi. O una spiegazione, chissà.  Non c’è migliore infanticida di Israele. Di Zenab, della sua cuginetta di dieci anni, Duna, con gli occhi neri tagliati obliqui, la coda castana sulla nuca e sulla faccia il miracolo della gravità mescolata alla gentilezza, ce ne sono tante quanti sono i fratelli e le sorelle dei 400 bambini scannati in tre settimane. Un centinaio subito il primo giorno, quando le orde volanti israeliane arrivarono intorno alle 11.30, a colpire nel mucchio scolaretti e studenti che a quell’ora sciamavano per le strade nel cambi di turno. Non si fa forse così un genocidio, ai termini della definizione datane dall’ONU? Chissà se a tutti questi sarà di beneficio quello che il gruppo di generosi medici liguri, al quale mi sono accompagnato nel viaggio d’andata, riporterà in Italia, tra un’opinione pubblica rinserrata nella menzogna mediatica, ma forse ancora aperta alle lacrime e alla mano da offrire ai più dannati dei dannati bambini della Terra.

Ci avevano bloccati al valico egiziano di Rafah, noi, volontari solidali da mezzo mondo. italiani del Forum Palestina con le somme raccolte per l’ospedale “Al Awda” di Jabalia, statunitensi, francesi, inglesi, irlandesi, tedeschi… Una turba un po’ stracciona che si accalcava sui cancelli presidiati da poliziotti in nero, gentili, inflessibili: non si passa.  Si erano accampati sul pavimento di cemento della bottega di Mohammed, a fianco dei cancelli. Avevano resistito tre giorni e due notti, con conciliaboli tra “capogita” e funzionari doganali, ossessive telefonate alle rispettive ambasciate a invocare quel pezzo di carta che, secondo i guardiani del confine, ancora mancava, i chai caldi, tè, e i cahua, caffè turco, con merendine, del giovialone dai sorrisi sdentati Mohammed, sempre guardati a vista da poliziotti, che invano avevano tentato di spintonarli via, a volte assordati dalle bombe che gli energumeni sugli F16 lanciavano a ridosso del confine, sui tunnel. Magari anche sull’apprensività degli “internazionali”, che si spaventassero e rinunciassero a sostenere gli “scarafaggi” riportando al mondo l’evidenza che Israele è uno Stato fuorilegge, primatista mondiale di razzismo (come sentenzia il documento ONU per la convenzione “Durban 2”), criminale. D’improvviso, al tramonto, i cancelli si socchiudono. Proprio quando ormai si stava diffondendo il timore che non si sarebbe mai passati e che ci saremmo dovuti rassegnare a raccontare a casa quanto infame fosse la subalternità del despota gerontocrate Mubarak allo Stato sionista e quanto cinica la sua collaborazione nel tirare il cappio intorno a un popolo di insanguinati e affamati che, con le belve alle calcagne, premevano disperati su quei cancelli e su quella muraglia che l’Egitto ha copiato dal muro di Sharon.

Il blocco israelo-egiziano (non c’è foglia che si muova al Cairo che Israele non voglia) s’infrange al terzo giorno. Di colpo, senza spiegazioni. E passiamo col cuore in gola, anzi col cervello nel cuore che ha messo la quarta. Non è che si sia compiuta un’impresa epocale, come alcuni avrebbero subito strombettato. Prima di noi qualcuno aveva già disfatto la tela della collusione israelo-egiziana. Ce l’avevano fatta Angela Lano di Infopal, un’altra grande voce per la Palestina, quelli semigovernativi di Crocevia, la troupe Rai di Jacona… Noi avevamo semplicemente contribuito a svelare la strategia israelo-italo-egiziana di rendere il blocco impenetrabile o, almeno, eccessivamente faticoso da superare. Ma dopo di noi la crepa diventa subito voragine, in fondo al quale il regime del satrapo si nasconde davanti allo scandalo internazionale e tra le proprie masse della sua miserabile correità. Appeso ai muri della monumentale porta resta lo striscione “Palestina Libera”. Ci segue la carovana delle 60 infuriatissime donne Usa dell’associazione “Code Pink” , Codice Rosa,  tra le quali scorgo le facce sorridenti e tenere dei genitori di Rachel Corrie, la martire della brigata internazionale di resistenti passivi, schiacciata a Gaza da una ruspa israeliana, davanti alla casa che voleva preservare dall’annientamento. Mi diranno che la morte di Rachel ha dato nuova vita a loro e a tantissimi negli Stati Uniti, una vita che da allora si mescola con quella che scorre nelle vene di coloro che stanno tornando per l’ennesima volta ad abbracciare. Due giorni dopo entra anche l’incredibile colonna del deputato britannico George Galloway, segretario del partito “Respect” . Lui e la sua gente è come se confermassero la sentenza capitale per ignavia ai partiti di sinistra italiani. Sono 150 tra camion zeppi di rifornimenti vitali, ambulanze nuove di pacca, pescherecci, furgoni. Impossibile sia per i macellai di Tel Aviv, sia per il loro magazziniere egiziano stoppare quel convoglio, anche perché viene dal Regno Unito e Galloway è, dopotutto, un parlamentare di Sua Maestà. Lo zimbello successore dei faraoni si consola bloccando nello stadio di El Arish, a due passi dal confine, qualche centinaio di tonnellate di generi di prima necessità portate da organizzazioni umanitarie varie, roba ormai da macero. Per passare, un centinaio di robusti figli di Albione hanno dovuto fare a botte con una specie di Celere egiziana. I cardini dei portali di Rafah sono dunque stati mossi anche dell’imbarazzo spurgato da giornali che urlavano “scontri tra volontari britannici e polizia egiziana comandata a impedire l’arrivo di cibo a farmaci a Gaza”.

Le terre, i centri abitati che risalgo verso Gaza City, dopo averli frequentati sotto lo stivale dell’occupante, allora impegnato nelle distruzioni selettive e  negli assassini in serie mirati con corredo di civili trucidati dall’effetto collaterale, danno corpo alla cifre accertate dalle agenzie ONU, dalla Croce Rossa e da altre organizzazioni  come “Amnesty International” o la rivista medica “Lancet”. Cifre che rivelano quanto bravo sia Israele a polverizzare case, devastare ambienti, colture, infrastrutture, punire collettivamente sterminando inermi, preferibilmente di genere femminile (procreano!) e di precoce età (crescono!), sperimentare per la seconda volta, dopo il Libano, le armi antipersona che feriscono e uccidono tra spasimi prolungati, mutilano per sempre, avvelenano per generazioni. Tutte cose che, secondo il diritto internazionale e la Quarta Convenzione di Ginevra fanno di un occupante, di un regime, l’imputato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ma, intanto, imputato è Omar el Bashir, presidente di un paese che non si piega ai ricatti e alle minacce sioniste ed imperialiste e contro la cui sovranità e indipendenza quelle forze hanno scatenato una sanguinosa secessione in Darfur. Al riottoso Sudan, un paese sul quale il colonialismo britannico ha infierito nel solito modo barbarico e che alla Corona ha inflitto sconfitte memorabili, deve essere insegnato che a comportarsi così si finisce come l’Iraq, l’Afghanistan, la Palestina, la Jugoslavia, si finisce preda dei cannibali. Ha il torto di stare con i palestinesi e i liberi iracheni, El Bashir, di privilegiare per opere e petrolio una Cina assai più equa nei rapporti degli avvoltoi occidentali, di aver respinto tutti i tentativi di destabilizzazione orditi da Usa, UE, Israele, Vaticano, fin dai tempi in cui il Sudan veniva azzannato da Sud. Apprendiamo dalla tv di Hamas a Gaza che il presidente sudanese è stato incriminato dal Tribunale Penale dell’Aja e che ne è stato chiesto l’arresto. All’Aja hanno processato e fatto morire il difensore della Jugoslavia unita e socialista, Slobodan Milosevic. I giudici dell’Aja, non si sognano di incriminare Olmert, o Bush, o il fantoccio iracheno Al Maliki, trapanatore di crani, o l’Uribe colombiano delle stragi di Stato di contadini e sindacalisti, o il comatoso Sharon, o il serial killer kosovaro Hashim Thaci, oggi premier di un narcostato Nato. Ma Omar El Bashir è un arabo e gli arabi vanno dispersi, è un musulmano e serve allo “scontro di civiltà” e, come questi qua di Gaza, tiene la schiena dritta.

I terreni squarciati dai cingoli dei tank e dalle ruspe, gli uliveti, frutteti, campi di carciofi, fragole, cavoli, melanzane, grano, sradicati e sconvolti, un rosario di costruzioni abbattute, le acque stagnanti e putride attorno alle centrali elettriche colpite e ai pozzi sfondati, le moschee violate e disintegrate, le scuole e gli ospedali tolti di mezzo per impedire la vita della mente e del corpo.

Il milione e mezzo di tonnellate di esplosivo, cinque bombe di Hiroshima, scagliate, dopo decenni di  ammazzamenti e angherie e tre mesi di embargo strangolatore (285 assassinati, 800 feriti), da quel Mazinga feroce e imbelle su un milione e mezzo di brave persone civili raggrumate nel formicaio dei 360 km quadrati, oltre ai 1.455 morti, con altri che continuano a cedere alle loro ferite e intossicazioni, e ai 5.500 feriti, perlopiù irrimediabili, hanno guadagnato a Israele il seguente bottino: 600mila tonnellate di detriti da 14mila case, per centomila sfollati ridotti in tende, tuguri, caverne sotto i lastroni delle macerie e da 68 strutture di governo e amministrazione, 48 centri sanitari, 179 scuole pubbliche, 153 moschee tra distrutte e danneggiate, 11 milioni e centomila metri quadrati di terre coltivate, 141mila ulivi, 137mila alberi di agrumi, 10mila palme, animali da allevamento per 20 milioni di dollari, 115 ettari di serre, 75 km di strade agricole cancellate, 48 km di acquedotti, 415 pozzi e stagni di raccolta sfondati, il 93% delle strutture commerciali e industriali, per un danno complessivo di due miliardi e 734 milioni di dollari, e una perdita del 48% di un PIL espresso dall’80% di disoccupati e dal 70% di indigenti da embargo sotto il livello di povertà.

Al passivo del bilancio, Hamas in piedi e in ascesa verticale di consensi. Due mesi dopo il massacro un sondaggio in tutti i territori occupati dà al primo ministro Haniyeh, di Hamas, il 47% delle preferenza per presidente della Palestina, contro il 44% del titolare in proroga, il rinnegato Abu Mazen. Tre mesi prima l’ominicchio che si protegge dalla rabbia popolare con le truppe occupanti e i pretoriani armati e addestrati da generali Usa in Giordania, stava al 47%. Ma poi aveva dichiarato che l’olocausto di Gaza era colpa dei razzi Kassam di Hamas. Nell’attivo dell’umanità, poi, va registrata la resistenza vincente di un popolo che, percosso e stremato, ha sollevato ancora più in alto le bandiera della libertà e della dignità: “Restiamo umani “, invocava dal mare di sangue Vittorio Arrigoni. Quelli di Gaza lo hanno ascoltato. Invece va nettamente collocato nella colonna del passivo umano quel 96% di cittadini israeliani che, gasati dalle atrocità dei propri miliziani, ha sostenuto il massacro, il 61% che vuole cacciare i palestinesi cittadini di Israele (il 24% nel 1991), l’80% che non accetta arabi nel quadro dello Stato (nel 2000 era il 67%). A costoro la voce di Arrigoni non è arrivata.

La sedicente “comunità internazionale”, che compatta aveva sostenuto l’ignominia dell’ “autodifesa” al fosforo e all’uranio di Israele, riunita a Sharm El Sheik a marzo, ha stanziato circa 4 miliardi di dollari per ricostruire quanto l’assalitore aveva demolito. C’era da far guadagnare le proprie ditte e far guadagnare un Abu Mazen rimesso in sella. Ma a Gaza non si ricostruisce un bel nulla, mentre ruba dai fiumi e dalle cave di Cisgordania, per la superfetazione delle sue colonie illegali, il materiale edile che non possiede, Israele mantiene su cemento, mattoni, ferro e tutto il resto il blocco più assoluto. Se non sono scappati dalle bombe,  se ne andranno pure per non vivere in eterno sotto cartoni e nelle tende. O, quanto meno, vi si estingueranno. Dimenticano, i pulitori etnici sionisti, che quel popolo nelle tende ha vissuto e resistito, chiavi di casa in mano, per decenni.

Uscito dalla casa che ora accoglie i sopravvissuti della famiglia Al Samuni, tra dune di calcinacci e ferraglie, vedo baracchette di plastica dai due, tre metri quadrati. In una trovo una famiglia di padre, madre e sette bambini a negare l’impenetrabilità dei corpi. Con i teli schiaffeggiati dal vento gelido, quei ricoveri paiono vele in un mare dove la spuma delle onde sono le polveri dei mattoni disfatti. I ragazzi più grandi rovistano tra i frantumi alla ricerca della coperta, del tegame, del quaderno. La madre, vedendomi arrivare, si precipita all’interno a rassettare le quattro miserie recuperate. Nell’angolo c’è un fornellino improvvisato con due mattoni e una griglia. Sopra, due pannocchie di granturco e sei pomodori. E’ il pranzo. Dopo, andranno ai tendoni dell’Unicef e dell’Unrwa a ritirare il pacco settimanale: riso, zucchero, sapone, fave. Coloro che stanno meglio si sono riuniti, in affollamenti disumani, a congiunti e amici in città. Chi sta peggio sono quelli come Mahmud, sepolto nell’oceano di macerie dell’area periferica Abed Rabbo. Lo trovo sotto la minaccia incombente del primo piano della sua casa che, spaccato in tre pezzi, si è in parte piegato a fare da tettoia al pianoterra. Tra i ferri del calcestruzzo si intravvede il cielo e si percepisce il fischio del vento. Mahmud ha cinquant’anni e quella casa l’aveva costruita per una famiglia di 26. Sei sono stati annullati dai serial killer  della Grande Israele, gli altri sono sparsi per ogni dove lungo la Striscia, due in ospedale a continuare farsi divorare dal fosforo, uno in Egitto dopo che amputazioni successive, determinate dalla necrosi inarrestabile indotta dalle armi proibite, ne avevano ridotto la dimensione di un terzo, una figlia all’ospedale Shifa di Gaza, il più grande, gestito da Hamas. Quando lo abbiamo visitato i medici non capivano perché la giovane donna sia intatta fuori e tutta devastata negli organi. Uno di quei sanitari che per 22 giorni hanno lavorato giorno e notte, senza posa, ad accogliere fino a 400 feriti al giorno, mi indica un poster alla parete. C’è un ragazzo, forse ventenne, sprizzante allegria, “Era il mio collega di ambulanza, lo hanno ucciso mentre stava raccogliendo un groviglio di feriti a Jabalia. Gli volevo molto bene”, dice battendo la mano destra sul cuore. Mi sorride e piange. Lo ritroveremo nel mio filmato.

Mahmud ha cinquant’anni, è grande e grosso e fuma sigarette da ammazzarsi, come tutti gli arabi che scontano la propria tensione facendo fare ricchi conti agli avvelenatori della Big Tobacco statunitense  che qui smerciano quelle sigarette al fulmicotone che nell’Occidente ipocritamente salutista sono addomesticate. Ha costruito la sua grande casa per dieci anni e ora sta sdraiato su una stuoia sotto quel soffitto pericolante. Gli tengono compagnia una montagna di stracci colorati, arredi frantumati, blocchi di calcestruzzo, un amico e, fuori, un somaro col carretto. Non so se in psichiatria esiste la categoria degli incazzati sereni e affettuosi. Semmai Mahmud l’ha inventata. Anche lui ha un fornellino di massi e la teiera del chai.  Me ne offre un bicchiere rovente. “Ci ho messo una vita a costruire la mia casa. Allunga lo sguardo oltre i cumuli di rottami, punteggiati da altre baracchette e solcati da asinelli con carretti che portano anziane donne in nero con le loro fascine di legna raccolta tra le macerie, legno che era mobilio, porte, infissi, quadri dei cari, spesso dei martiri. Lo allunga oltre, Mahmud, fino al vicinissimo orizzonte dove finisce la sua terra martoriata, ma libera e inizia la sua terra predata e occupata: “Se quelli tornano mi troveranno ancora qua. Questo posto è mio, oggi e fra cent’anni ”. Pare che parli della Palestina. Pochi metri più in là, oltre un impianto di potabilizzazione distrutto, rimpiazzato da quattro bidoni  di Medicins Sans Frontieres, si eleva una strana pergola, fatta di un telo blù in alto che sbatte nella tramontana, già strappato in parte dai quattro stecchi che lo sorreggono. Sotto c’è un tavolino e una bambina fissa su fogli di carta. La “pergoletta” glie l’ha costruita il papà che ora si sta adoperando con altri uomini intorno a tubi tipo Innocenti, tutti contorti e da raddrizzare, innalzare, infilare gli uni negli altri. Una ricostruzione “dal basso”, di iniziativa diretta, in attesa che la famigerata “comunità internazionale” imponga alla manica di sadici assedianti di far passare materiali edili. Chiedo cosa stanno mettendo in piedi. “Un centro culturale giovanile” , rispondono. Quando si dice le priorità. A fianco un bell’uomo anziano, barbuto, cotto dal sole, con i figlioli che gli portano avanzi di distruzioni, tira su una casetta. I pezzi di risulta li incolla con terra e acqua, fango, come duemila anni fa. “No cement, grida, Israel no cement” . E la bambina sotto la “pergola” che pare da prima media? Mi avvicino e vedo che studia. C’è un libro dalle pagine sfrangiate, ci sono due quaderni laceri, bianchi di povere, pieni di sinuosi caratteri arabi tracciati con una biro smozzicata (non fanno entrare matite e penne, “potrebbero servire ad armare Hamas”). Alza lo sguardo sullo sconosciuto che le punta un tubo di metallo e vetro e subito sorride, come tutti qua. Qua e dal Marocco all’Iraq, quando si tratta di popolo arabo, non delle sua fetida borghesia occidentalizzata. Studi da che cosa?  “Da insegnante di arabo, perché è la lingua di tanto tempo fa e di tanti bei libri… o forse da professoressa di matematica, la scienza è importante per noi…”.

Le grandi periferie dei campi profughi viste dall’alto sembrano una fungaia di champignon. Dalle distese di macerie spuntano tendopoli, piccole tende di vecchio modello in cui le famiglie stanno compresse come gambe nella calza. E’ gente che viene dal ’48, dalla Nakba, la catastrofe dei villaggi bruciati spesso con gli abitanti dentro e delle espulsioni di massa. Quelli e i loro figli e nipoti. Hanno triplicato la popolazione di Gaza, un po’ per volta sono usciti dalle tende  che un’ONU bastarda, sancitrice della spartizione iniqua imposta dai colonialisti di ritorno, si sono accasati raccattando mattoni e mettendolì su con la lentezza di chi si doveva dividere tra l’intifada e il lavoro sui campi o nelle botteghe. Oggi si ritrovano sotto una tenda e da una tenda più grande aspettano il pasto che non si possono più permettere: “Quel cumulo di detriti era casa mia, tenevo qualche risparmio sotto il materasso, per ogni evenienza. Il materasso è bruciato, forse sotto quei muri rotti c’è ancora qualche soldo”, mi dice una signora che districa rametti per il fuoco.

Dallo striminzito entroterra al mare è una successione di montagne o distese di sacchi della spazzatura, dilagano come macchie d’olio. Hanno bombardato anche le caserme e i mezzi dei vigili del fuoco, in modo che la gente ardesse meglio, e i depositi dei mezzi per il trasporto e il trattamento dei rifiuti solidi. E’ così che si semina Il rischio sanitario, complemento  alla denutrizione. All’ospedale Al Shifa, il più grande ed efficiente di Gaza City, sono ricoverati bambini con problemi di respirazione determinati dal fetore e dai roghi di immondizia. Proliferano insetti e ratti, roba tossica si infila nel suolo e nelle falde.

Lo sconforto impotente del visitatore si placa all’attraversamento del centro città. Qui rifulge una capacità addirittura eroica di mantenere in piedi la normalità. Merito indubbiamente della natura di questa popolazione, provata e mai domata da ininterrotte apocalissi, ma merito anche di questi governanti di Hamas, cui nessuno riesce a disconoscere onestà – quale abisso rispetto ai trafficoni e traffichini Fatah della Cisgiordania – della loro efficienza nell’allestire reti di sostegno ai bisognosi, nel non far venire mai a mancare l’organizzazione della vita sociale, sanitaria, educativa. Ci sono i sapientoni della correttezza politica che lamentano “la mancanza di un progetto socialista” di questi politici religiosi. Esternino la loro supponenza alla gente comune di Gaza, quella che ha avuto subito un primo indennizzo per sopravvivere, quella i cui bambini non hanno perso un giorno di scuola, neanche quando Israele ne ammazzava cinquanta al giorno, quella che non ha mai mancato di trovare l’impiegato dietro allo sportello della pensione, della registrazione anagrafica, della contesa giudiziaria, del banchetto di internet.

Nei negozi c’è di tutto, osservatori disinvolti e veloci si sono detti “ma quale blocco !”. No si sono accorti che mancano i clienti, Ci sono fondi di magazzino accuratamente  gestiti e, soprattutto, i prodotti di quell’industria dei miracoli che sono i tunnel tra Rafah e l’Egitto. Ci passa di tutto e, dal loro lato, gli egiziani chiudono un occhio perché quel traffico è una flebo all’economia nazionale dissanguata e la gente è già abbastanza incazzata col regime. Lo scenario è fantastico. Dove qualche anno fa avevo visto case, per quanto squarciate e sforacchiate dai continui bombardamenti, ora c’è una distesa desertica, con tanto di dune. I palazzi di Rafah sono stati polverizzati da Israele, puro genocidio nascosto dietro l’accusa che da lì sparavano i cecchini dell’Intifada. Contro chi avrebbero sparato se dall’altro lato del muro c’era l’Egitto? Un chilometro quadrato di case non c’è più, ma le dune sono montagnole di terriccio di risulta, tirato fuori da una megalopoli di talpe. Tra duna e duna, a perdita d’occhio, si ergono tettoie di tela blù, piccoli cieli che coprono buchi ben foderati da sostegni, muniti di carrucole e scale verso lo sprofondo, con uno in cima che radioparla con quello là sotto, a trenta e più metri, all’imbocco di un percorso viscerale di chilometri. I ragazzi che scavano rischiano ogni secondo del giorno e della notte la vita, un giorno su due gli F16 si accaniscono, a volte il soffitto crolla solo per le vibrazioni. Nei pochi giorni della nostra presenza ne sono stati sepolti vivi otto mentre tentavano di procurare da mangiare alla loro gente. Erano 1.400, si mormora e i killer impuniti ne avrebbero sfasciato 700, subito riscavati e moltiplicati. Alcuni sono gestiti da Hamas e per quelli passano i generi di prima necessità, quelli della sopravvivenza accessibile a tutti. Gli altri sono di occhiuti imprenditori che con gli “spalloni” ricavano profitti non indifferenti. Sono per il passaggio di beni durevoli, elettrodomestici, vestiario, computer, telefonini, mobili, carburante, il ben di dio che straripa dai negozi, ma che nei negozi perlopiù rimane perché i soldi non ci sono. Il premier Haniyeh, fatto un giro per le capitali arabe e musulmane, dal senso di colpa di sceicchi, emiri e despoti aveva saputo spremere un paio di milioni di dollari. Gli egiziani a Rafah glieli hanno sequestrati e congelati nelle loro banche.

La sicurezza viene sopraffatta dall’orgoglio per quell’impresa prometeica e una talpa mi invita a entrare sotto il telone e ammirare il buco col compagno in fondo rivelato dalla torcia e che mi grida “Welcome, chefelhal”, come stai? Ma subito interviene un capo-vigilanza di Hamas e mi intima qualcosa. Per fortuna c’è Majid, giovanissimo giornalista che, grazie a Arrigoni ho conosciuto e che è stato il mio intelligente, affettuoso e competente Virgilio nel percorso lungo i gironi dell’inferno Gaza. Spiega all’ufficiale che ci si può fidare, che sto dalla loro parte e tutto si risolve in un  abbraccio. Del resto non c’è nulla che io abbia visto che non possano vedere gli strumenti su quel dirigibile israeliano che troneggia nel cielo su tutta Gaza. A una cinquantina di metri dalla lunghissima barriera di cemento che, lungo  sette chilometri, separa il mondo concentrazionario di Gaza dal resto del mondo, occhieggiano binocoli egiziani.

Gaza è sdraiata sulla costa di un Mediterraneo che al popolo carcerato dovrebbe offrire qualche ora d’aria. Ne ricaverebbero un dieci per cento della loro dieta. Niente ora d’aria. Gli accordi truffaldini della famigerata Oslo avevano assicurato ai pescatori di Gaza venti miglia nautiche. Israele le aveva subito ristretto a 12, poi a 6, ora a tre. Fondali impervi ai pescherecci più grandi, micragnosi di minuta raccolta per le barche minori. Giriamo il porto tra moli scaraventati per aria e nel mare dalle bombe e naviglio stracciato dai proiettili del mare. Uscendo in mare con i pescatori, lo stesso Arrigoni s’è visto sparare e poi catturare. Decine i pescatori feriti. Nel 2000 c’erano 10mila pescatori, oggi sono entrati nell’80% di senzalavoro. Ne restano 3.500, ma pochi scendono fin qui a contemplare le reti lacerate e il naviglio spaccato in due. Del resto, dov’è la nafta per far andare i motori? Qualcuno ha provato con l’olio vegetale, dopo un po’ i motori si sono fermati, prima che gli sparassero addosso. Non arriva pesce e la proteina da pollame o ovini l’abbiamo vista maciullata negli allevamenti disintegrati. Gaza abbisogna di 20mila tonnellate di pesce che si ottengono da un’ottantina di uscite al mese. Nel 2008, col blocco appena attenuato, le uscite, a rischio di fucilazione, si erano ridotte a dieci e il pescato a 3.000 tonnellate. In compenso le acque territoriali di Gaza vengono invase e saccheggiate da pescherecci israeliani ed egiziani. Si calcola in 10 milioni di dollari il danno inflitto dall’aggressione al’industria della pesca. Mettiamoci un 20% dei terreni agricoli  distrutto, il 18% degli orti e delle serre, è arriviamo a una carenza di alimenti del 30% e passa. La morte per fame ha cominciato a mordere.

 Il dott. Ahmed dell’ospedale Al Shifa, zeppo di madri in nero, mogli, sorelle, figlie che frusciano per corridoi e corsie ad assistere i divorati dai licantropi del fosforo e delle “Dime”, mi conferma quanto già aveva rivelato la rivista medica “Lancet”: “Dopo una laparotomia primaria per ferite che parevano relativamente piccole e poco contaminate, un secondo  intervento ha rivelato aree crescenti di necrosi dopo un periodo di tre giorni. Poi la salute si deteriora e entro dieci giorni necessita un terzo intervento che mette in luce una massiccia necrosi del fegato o di altri organi. Il fenomeno è accompagnato da emorragie diffuse, collasso renale, infarto e morte”.  Ho potuto vedere, tra ospedali della Mezzaluna rossa palestinese al Cairo, Al Shifa e l’ospedale Al Awda di Gaza gestito dal Fronte Popolare, vittime delle bombe al fosforo, delle bombe ad altissimo potenziale, bombe a implosione che bruciano l’aria e carbonizzano i polmoni, bombe a grappolo per bambini, bombe a freccette per destinatari da trafiggere. Ho visto corpi che parevano i quarti di bue un tempo appesi alle nostre macellerie. Ho visto la pallida Dima di tre anni, bianchissima, con gli occhi chiusi e metà calotta cranica rubata da un israeliano. Alla seconda speranzosa visita, il giorno dopo, era finita tra i nomi mai scritti nel sacrario inesistente dei milioni dell’olocausto arabo.

Sono con Majid, uno che di Gaza conosce tutti gli orrori, dolori, onori, a casa del Dr. Ezzedine Abu Laish. Ezzedine stava al telefono con la televisione israeliana, perché raccontasse ciò che gli veniva sbranato attorno.  Sono stati proprio gli israeliani a chiedergli una diretta. Ma quel racconto non doveva passare. Probabilmente era una trappola: la misura della mostruosità. Un missile gli si è infilato in casa e ha squarciato, sotto i suoi occhi e nel mezzo della trasmissione, tre figlie, bambinette tra i due e i sette anni. Mi fa visitare la stanza il fratello Risik, cui nello stesso momento avevano ammazzato la quarta bambina. Materia cerebrale e macchie di sangue di Bisan, Majar, Eia e Nur sono finite sui pavimenti e sulle pareti, traffite anche da cento buchi da mitraglia: l’infanticidio, pratica corrente di Israele, doveva essere assicurato: “Il mondo, Israele vorrebbero che gli dicessimo “grazie” per aver sterminato la nostra famiglia, che chiedessimo scusa per essere ancora qui, su un pezzo della nostra terra. Ma, se mai avessi pensato in passato di scappare da qui, ora che questa terra accoglie le mie sorelle, non me ne andrò mai, a costo di finire accanto a loro”. Così parlò Rafah, la figlia maggiore di Ezzedine.

Mentre sto per affrontare il ritorno dall’inferno e dall’orgoglio, dalla gentilezza e dal “restiamo umani” sparato da Vittorio in faccia ai disumani, giunge la notizia che al Cairo le formazioni rivali, Fatah e Hamas, stanno discutendo una riconciliazione nazionale e un governo di unità. Lo impone il ricatto di quella criminalità organizzata che si fregia del titolo di “comunità internazionale”. I miliardi donati andranno solo al quisling Abu Mazen e Hamas e gli altri potranno partecipare se si piegano all’egemonia dei collaborazionisti vendipatria. La vedo difficile, demoni e acqua santa.

Ma il portavoce del governo Hamas, Taher An-Nunu, negli uffici del ministero dell’informazione, si mostra fiducioso. E’ un omino sottile e affabile, dal naso puntuto e con una barbetta risparmiosa. Parla un inglese da Foreign Office:  “Il popolo vuole questa riconciliazione, ce lo chiedono le masse, e nessuno s’illuda, noi abbiamo vinto e gli altri hanno perso, oggi più che nel 2006 quando stravincemmo le elezioni in tutti i territori occupati. Ci chiedono di riconoscere Israele? Israele ha mai riconosciuto uno Stato a coloro cui hanno rubato tutto, violando ogni singola norma del diritto? Il processo di pace per Israele non è mai cominciato, come può proporcelo ora il gruppo dirigente dell’ANP mentre a Gerusalemme e in Cisgiordania si moltiplicano gli espropri, le espulsioni e gli insediamenti dei coloni? L’unità si potrà fare nei termini come lo ha sempre voluto il nostro popolo, un popolo che ci ha premiato perché resistiamo e perchè la resistenza è l’anima stessa della nostra gente. Ricostruiremo questa terra, ma alle condizioni di chi non si è mai arreso. C’è un intero mondo arabo e islamico, tutto il sud del mondo, là fuori, che sta con noi nei sentimenti e negli obiettivi”.  Non menziona l’Iran, Anunu, forse consapevole che l’appoggio, più che altro diplomatico, di Tehran è a tempo, fin quando agli ayatollah converrà giocare anche su questo tavolo. Forse Hamas ha intuito che di un sostenitore che in Iraq si adopera in connubio con gli occupanti a impadronirsi di un popolo c’è poco da fidarsi strategicamente. Forse intravvede quella tenaglia che Iran, Israele ed Egitto, stanno stringendo intorno alla nazione araba e che è sulle masse di quella nazione che conviene contare. Incombe il pericolo che l’Iran, accomodatosi una volta di più con gli Usa di Obama, dopo l’Iraq anche per l’Afghanistan, abbandoni i suoi amici in Libano e Palestina al loro destino. Ma si può essere sicuri che questo non minerà la determinazione di Hamas e del popolo che le formazioni islamiche e i loro alleati laici hanno guidato alla resistenza. Abu Mazen è un morto politico che cammina, come i fantocci Karzai e Al Maliki, mentre all’orizzonte lumeggia una rabbia araba che custodisce ancora in seno il seme della grande lotta vittoriosa di decolonizzazione, la consapevolezza e la volontà di un destino dettato dalla storia e dalla giustizia.

Uscendo dall’ufficio del portavoce Hamas m’imbatto in un bizzarro e saggio personaggio, tutto avvolto in bandiere multicolori, quelle delle varie fazioni che, dalla nascita della Resistenza in poi, dagli anni ’60, esprimono il creativo pluralismo culturale, sociale, ideologico della società palestinese, ma anche una rivalità spesso astiosa e violenta che non ha per niente avanzato la causa della liberazione. E’ attorniato da una folla di persone che lo applaudono, il suo nome è Yasser Meheissen, ma lo chiamano “Sceicco dell’unità nazionale”. Ha raccolto in una settimana nella sola Gaza ben 270mila firme sotto un appello che chiede, esige, dalle forze politiche  una riconciliazione, una grande unità di movimento per la liberazione. Ovviamente senza la cricca dei manutengoli di Israele a Ramallah. E’ la punta di un iceberg, questo “sceicco”.  Ci sono gruppi politici italiani che, per deformazione ideologica, snobbano Hamas e in Palestina si rivolgono rigorosamente solo alle formazioni considerate affini. Dovrebbero ascoltare Abu Ala, un tempo combattente di Fatah e ora, a sostituire uno stipendio che è svaporato, l’autista che, instancabile, mi accompagna da un capo all’altro di Gaza. La cricca dei collaborazionisti corrotti che in Cisgiordania fanno il lavoro sporco di Israele gli fa schifo, non la considererà mai più la sua dirigenza. Ma mi assicura che la base di Fatah la pensa come lui e come lui ha partecipato alla resistenza contro il nemico insieme a Hamas, alla Jihad, ai Comitati Popolari, al Fronte Popolare e al Fronte Democratico. E’ certo che il redde rationem verrà per Abu Mazen come per Israele. I realizzatori dell’unità saranno tutti gli Abu Ala di Palestina. Le sinistre palestinesi devono contemplare il proprio fallimento, non dissimile da quello in Italia, la spossatezza di chi e rimasto troppo a lungo sotto l’ombrello lacero dell’ANP. E a Gaza ne sono consapevoli più che in Cisgiordania, dove si vive sotto la ferula del Grande Venduto. Se si realizza la speranza del rilascio dai suoi sei ergastoli di Marwan Barghuti, leader della seconda Intifada per Fatah, duro critico delle degenerazioni in alto della sua organizzazione  e autore dal carcere della piattaforma per l’unità, la strada per il coordinamento operativo e politico si accorcerà di molto. Con effetti dirompenti anche sulle motivazioni delle masse arabe, in rivolta ai tempi del massacro. Sono perciò sgradevoli gli incontri con chi, in Egitto, pretende di rappresentare, con risentimento e spirito di rivalsa, quelle forze di sinistra, magari nel nome della laicità e del marxismo. Lenin ha insegnato cose diverse quando si tratta della lotta di un popolo per la sua di liberazione, tanto più se è vero, come è vero, che Hamas è il proletariato e il  sottoproletariato in Palestina, Fatah di Abu Mazen è tenuta in piedi dalla borghesia compradora e asservita, parte dell’intellettualità si rifugia nelle sinistre.  E quando questi interlocutori, al Cairo o a El Arish, ci hanno tempestato di insulti e calunnie virulenti e sospette contro Hamas, spesso di pretto stampo israeliano, se ne può comprendere la frustrazione, ma se ne deve respingere lo squallido solipsismo. E’ nel contesto della lotta araba, di tutto il sud del pianeta, che vanno inserite Gaza e la Palestina, non nelle sterili e autoreferenziali affinità ideologiche. Lo sapeva bene George Habbash, fondatore e segretario del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. C’è poi la crisi dell’intero mondo capitalista e imperialista e non sarà facile per gli Usa, scossi da una popolazione che deve rinunciare a casa, cure e beni per finanziare la voracità predatoria della sua elite, mantenere quella munificenza nei confronti di Israele senza la quale quel paese non reggerebbe un giorno.

Gaza ha segnato l’inizio della fine per Israele. Respinto e umiliato dalla resistenza in Libano, ci ha provato con la sua quarta potenza militare mondiale a spazzare via la striscia di terra più popolata del mondo, con la scusa di fermare quattro razzi alimentati da fertilizzanti, di incerta mira sulla terra rubata ai palestinesi. Non sono riusciti nel’intento, hanno rafforzato un avversario che non è che l’articolazione della rivolta universale degli oppressi e perseguitati. Le orrende nefandezze compiute hanno colmato la misura, fatto cadere la maschera del grottesco vittimismo, rivelato l’oscena nudità del re. E con la frantumazione dell’icona Israele se ne va anche il Grande Inganno di Oslo, la oslozzazione delle prospettive palestinesi e delle coscienze che quelle prospettive formulavano, sia in Palestina che tra i suoi sostenitori all’estero. Gaza ha vinto anche perché ha spazzato via la nebbia obnubilante di questa oslozzazione ideologica, la gigantesca truffa dei “due Stati per due popoli”, uno slogan sotto al quale veniva occultata una pulizia etnica storica e la costante strategia israeliana di creare fatti irreversibili sul terreno cianciando ai gonzi di “Stato palestinese accanto a quello ebraico”, a conferma che ai “due Stati per due popoli” i sionisti della “Grande Israele” non hanno creduto mai. Le sinistre, i democratici, i progressisti nel mondo vi si cono accucciati a copertura della propria impotenza e ignavia, come se il fallimento dei bantustan in Sudafrica non avesse insegnato nulla. I segni della svolta sono infiniti e si moltiplicano, dal  comune sentire di un’opinione pubblica non più integralmente manipolabile, alla rivolta dei correligionari in tanti paesi contro lo Stato sionista, dalla condanna di istituzioni universali come l’Assemblea generale dell’ONU, o la Commissione ONU per i diritti umani, ai tanti tribunali che si aprono sui crimini dello Stato Canaglia, all’ incondizionata solidarietà di tutti i Sud del mondo. Oggi si parla di “liberazione”, non più di Stato nei territori occupati, o quanto ne resta dopo le ultime abbuffate israeliane. L’esito non può che essere lo Stato Unico di chi ci vuole vivere. 9 milioni di palestinesi di sicuro.

Mentre mi avvio, con un po’ di morte e un po’ di nuova forza nel cuore e con un paio di curiosi ed entusiastici compagni di un centro sociale romano al Prenestino, a riaffrontare l’ottusità scaltra della dogana egiziana (ma il solito Majid li ingarbuglierà di chiacchiere ancora più scaltre e ci farà passare a razzo), incrociamo il lunghissimo serpente della colonna di George Galloway. E’ come l’ingresso di Cesare a Roma, di ritorno dalle Gallie. O, piuttosto, come il corteo dei partigiani del CLN, guidati da Cadorna, Longo e Parri, per le vie di Milano liberata. Attorno alla carovana del coraggioso deputato britannico si affolla una mare di gente festante, tumultuante, barbuta e non barbuta, senza distinzione di fazione, l’autentica, unitaria massa resistente palestinese. La hubris israeliana, l’ignoranza dei limiti da psicopatico impunito, si metamorfizza in nemesi. Dopo il fallimento dell’invasione genocida che doveva farla finita con Hamas e ne ha invece imposto il riconoscimento anche a gran parte del mondo ufficiale, lo spappolamento del blocco genocida. Una fine dell’embargo per ora solo politica, ma è quella più importante perché non può non preludere alla fine dello strangolamento economico. Su un grande piazzale al centro di Gaza City, Galloway e i suoi rompighiaccio umani sono festeggiati dai dirigenti del legittimo governo palestinese. La sensazione di non essere più soli e vituperati, al massimo compianti, ha l’effetto di una tracannata di champagne. Anche su di noi, che palestinesi cerchiamo di essere. Nella Camera dei Comuni a Londra alcune dozzine di deputati formano una coalizione contro l’assedio e per la Palestina. Il treno della pulizia etnica mascherata da “processo di pace” è arrivato al capolinea. Signori si cambia.

I palestinesi, gli arabi, i popoli del sud  restano umani. L’odio, la prevaricazione non fanno parte del loro bagaglio etico e politico. Il nemico lo combattono, diversamente da lui capaci di morire nel nome della comunità. A tutti gli altri sorridono. Il sorriso, compreso quello dei nerovestiti e barbuti militanti di Hamas che si fanno fotografare a te abbracciati agli angoli delle strade, ti circonda come l’aria nella Gaza delle rovine, dei forni crematori al fosforo, delle camere a gas al tungsteno e all’uranio, delle famiglie dimezzate, delle talpe della vita. Welcome ti gridano gli scolaretti in ansia di foto che ne confermi l’esistenza, welcome, benvenuto, ti arriva a pioggia dai frequentatori dell’Internet Point alla ricerca di comunicazione con il mondo precluso e dall’addetto alla gestione  che ti fa bere dalla sua tazza di caffè, dal pescatore che ricuce per la millesima volta la rete strappatagli dalle cannonate, dal mutilato senza gambe di Al Shifa, dalla signora velata che raccatta rametti nella foschia della polvere che le sue mani suscitano dalle macerie. Ma anche dal poliziotto egiziano a Rafah che, al tuo ritorno, si compiace con te per essere riuscito a raggiungere i fratelli che il suo tiranno gli nega. Che altro possiamo rispondere se non welcome Gaza, welcome Palestina, welcome  arabi, da Baghdad a Gerusalemme. La  lotta dei palestinesi è la lotta dell’essere umano per la dignità, per la continuità della specie su questo pianeta, per la civiltà contro le barbarie, per l’uomo come lo concepiva il Che Guevara.

I cananiti, primi abitanti di Gaza e antenati dei palestinesi, hanno dato a questa terra di congiunzione tra Africa e Asia, fucina e ponte di culture nei millenni, un nome che significa “forza”. I persiani la chiamavano Hazatote, che vuol dire “tesoro”. Il simbolo di Gaza è la fenice che risorge dalle sue ceneri. A Gaza abbiamo capito perché.

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Ricordo di Rachel Corrie: sesto anniversario. Leggi l'articolo »

L’assedio di Gaza continua: L’ultima volta che mi hanno ucciso

Un cuore,
due mani,
un cuore pulsante e una mente ancora funzionante.
 
Due occhi abbastanza profondi per mettere a fuoco l’ingiustizia a portata di mira dei cecchini.
Due mani ancora funzionali per accarezzare cuccioli d’uomo figli spersi di un allah minore,
e un cuore aritmico che pompa sangue per una mente poco incline all’indifferenza dinnanzi alla tragedia.
 
Sono vivo, ma questo potrebbe essere tranquillamente il video della mia uccisione:

Quando un proitettile (anche di rimbalzo) vi sfiora una tempia,
vi assicuro è come riceve una sberla a mano aperta da un peso massimo,
qualcosa in grado di mettervi al tappeto.
 
Così due giorni fa, a Khozaa, accompagnando agricoltori palestinesi (noi e loro visibilmente tutti civili disarmati) a lavorare nelle loro legittime terre,
ad una distanza di circa 600 metri dal confine snipers israeliani hanno cercato di ammazzarmi.
I proiettili hanno colpito a meno di mezzo metro da dove mi trovavo. Uno di questi a meno di centimetri dal mio viso.
 
Qualche giorno prima, nonostante la presenza di internazionali,
gli stessi snipers avevano ferito Mohammad al-Buraim, un contadino sordomuto:

Vi prego di prendere visione di questi video e di diffonderli sulla rete.

Parlano chiaro di cosa sia l’assedio israeliano agli occhi di chi non a orecchie per sentire le grida di dolore di questi innocenti quotidianamente macellati
“dall’unica democrazia del medioriente”.
A chi non a naso per non sentire il tanfo di fascismo dietro le maschere di vittime di chi a Tel Aviv muove questi killer vestiti da soldati verso il massacro di gente indifesa,
via terra:
http://www.youtube.com/watch?v=9nkcYaqhpng
 
come via mare:
 
http://www.youtube.com/watch?v=tu8lGTPaMzk
 
http://www.youtube.com/watch?v=87NrkNV_owM
 

 http://www.youtube.com/watch?v=yTUYivihoTE

 
Torneremo presto di nuovo ad accompagnare i contadini palestinesi sui loro campi,
coscienti che morire se per alcuni è questione di sopravvivenza,
per altri un tiro a segno come per puro svago.
 
restiamo umani.
Vik
 
ps.
ringrazio tutti coloro,
i molti che hanno versato anche un poco per contrubuire al nostro attivismo in difesa dei diritti umani violati sopra queste lande mortificate.
Le testimonianze di sostegno e vicinanza sono il nostro stimolo ad andare avanti, nonostante i timori e le minacce di chi ci vorrebbe eliminare.

L’assedio di Gaza continua: L’ultima volta che mi hanno ucciso Leggi l'articolo »

Israele arruola brigate di trolls all’assalto dei blog-verita’

Se è vero che la verità è la prima vittima di ogni guerra,
per Israele è priorità assoluta assassinarla. Prima durante e dopo ogni conflitto.
Sotterrarla insieme alle nefandezze dei suoi crimini contro l’umanità.
 
Se giornalisti di caratura internazionale vengono “embedded”
(che suona meglio di “prezzolati”)
sui blog come questo che si sostituiscono alla cronaca ufficiosamente defunta,
vengono inviate le truppe di trolls a infarciti di commenti utili al confronto tipo
“I support Isreal!” o dediti all’insulto più gratuito.
 
 
Segnalo un interessante articolo di Itamar Eichner per il sito israeliano YnetNews.com.
 
Restiamo umani.
 
Vittorio Arrigoni in Gaza
Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/
Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com
telefono: 00972(0)59 8378945
siti della missione: http://www.freegaza.org/ e www.palsolidarity.org
 
I Bloggers si arruolano per la guerra mediatica
Sono all’incirca un migliaio gli ebrei, sia residenti in Israele sia residenti all’estero e di lingua straniera, che hanno aderito come volontari alla chiamata dell’Esercito dei Bloggers creato dal Ministero per l’Integrazione e dal Ministero degli Esteri israeliani con l’obiettivo di inondare la rete di blogs che diffondano opinioni filo-Israele.
Arye Sharuz-Shalicar, trentunenne i cui genitori emigrarono dall’Iran in Germania, è un vero e proprio genio delle pubbliche relazioni. Parla il persiano, il tedesco, il francese e lo spagnolo e se la cava piuttosto bene anche con il russo, il turco, l’arabo e l’italiano.
Sharuz-Shalicar è uno dei soldati in prima linea nel nuovo esercito di bloggers che il Ministero per l’Integrazione, in collaborazione con il Dipartimento di Pubbliche Relazioni del Ministero degli Esteri, ha deciso di istituire subito dopo la conclusione dell’Operazione Piombo Fuso nella Striscia di Gaza.
Il Ministero per l’Integrazione sta reclutando volontari sia tra gli ebrei recentemente immigrati in Israele sia tra quelli che vivono all’estero, che abbiano la possibilità di accedere ad un computer e che parlino almeno una lingua straniera; a questi volontari viene richiesto di dare un contributo per migliorare le relazioni pubbliche di Israele su Internet. Questa campagna è stata ufficialmente lanciata la scorsa settimana.
Nel mirino di questo particolare esercito ci saranno i blogs considerati problematici, commenti e repliche, social networks e sondaggi d’opinione online, i video su Youtube e molto altro.
Il ministro si è detto davvero meravigliato di fronte all’enorme adesione suscitata da questa iniziativa. Più di mille candidati hanno inviato una richiesta di partecipazione, 350 di loro parlano russo, 250 inglese, 150 spagnolo, 100 francese e 50 tedesco. Ma non sono solo queste le lingue padroneggiate dai volontari, che conoscono anche: portoghese, svedese, olandese, italiano, rumeno, ungherese, polacco, greco, bulgaro e danese. Ed hanno offerto il loro aiuto anche ebrei con padronanza del persiano, del turco e dell’arabo. Il ministro ha perfino ricevuto una candidatura da un volontario con conoscenze di cinese.
Il 60% dei candidati è rappresentato da ebrei residenti in Israele, alcuni da molto tempo, altri trasferitisi solo di recente. Nel restante 40% troviamo ebrei che vivono nella Diaspora, israeliani che vivono all’estero e perfino non ebrei che sostengono Israele e che desiderano darsi da fare.
Il Ministero per l’Integrazione ha condiviso tutti i dettagli delle candidature con il Ministero degli Esteri, che ha inviato loro via mail tutte le istruzioni necessarie, compresi alcuni video che potrebbero essere d’aiuto per questa attività.
Il Ministero per l’Integrazione avrà, perciò, la responsabilità del reclutamento, mentre il Ministero degli Esteri quella della gestione dei volontari online. Ogni volta che il Ministero identificherà segnali di tendenze anti-israeliane in un blog in lingua straniera, in un sito di informazione o in qualunque altro tipo di sito web, lo segnalerà immediatamente ai volontari in modo che possano inondarlo di opinioni filo israeliane.
Il Direttore Generale del Ministero per l’Integrazione Erez Halfon ha commentato, “Questa è una straordinaria opportunità per i nuovi ebrei immigrati in Israele, che hanno sempre rappresentato un nucleo sionista molto forte, per sentirsi davvero parte attiva nel dare un contributo al miglioramento dell’immagine di Israele nel mondo. Gli ebrei immigrati di lingua straniera rappresentano una vera e propria risorsa ed è importante che la si utilizzi al meglio. Dal nostro punto di vista è stato come se un’emergenza avesse fatto sentire il suo richiamo e devo dire che sono davvero eccitato di fronte ad una risposta di simili proporzioni”.
Noam Katz, direttore del Dipartimento di Pubbliche Relazioni del Ministero degli Esteri, ha detto, “Stiamo ora riflettendo su come poter utilizzare questi volontari, non solo durante situazioni di conflitto, ma anche in periodi di tregua e regolarità.”
 
DA: YnetNews.com
——–
 
Gaza liberaaa:
 

 
Il Gaza Hacker Team ha colpito gli assassini Livni e Olmert,
andata a dare un occhio al sito del loro partito,
KADIMA, fresco vincitore delle elezioni israeliane:
 
http://www.kadima.co.il:80/
 
 
Restiamo umani,
(e anche un pò Hacker a fin di bene)
Vik

Israele arruola brigate di trolls all’assalto dei blog-verita’ Leggi l'articolo »

Il risultato delle elezioni in Israele: un significativo passo verso il fascimo

Mi chiedono dall’Italia con ansia cosa pensano i palestinesi del risultato elettorale in Israele.

A loro poco importa, mutano i governi ma continua la tragedia di un popolo costretto a più di sessant’anni di efferata occupazione.

 

A me, italiano, antifascista e di sinistra,

certo fa specie constatare che i primi tre partiti israeliani che governano il paese appartengono all’estrema destra,

fanatica e fascista. Mi auguro faccia specie anche a voi.

 

Restiamo umani.

 

Vik

-Omar Barghouti scrive:

Da Haaretz, di seguito troverete un’analisi dettagliata dei risultati elettorali di tutti i partiti, raccolti in gruppi in base alle loro posizioni nei confronti delle leggi internazionali e del rispetto dei più basilari diritti umani. Perché crediamo che solamente questi criteri universali dovrebbero essere utilizzati, in Israele come nel resto del mondo, per stabilire chi si possa definire di ‘destra’, di ‘sinistra’, di ‘estrema destra’ ecc. Le modalità usate comunemente in Israele per definire la “sinistra”, la “destra” e il “centro” e il loro utilizzo per descrivere rispettivamente Labor, Likud e Kadima, sono totalmente inesatte e volutamente fuorvianti dal momento che non si basano su alcun criterio oggettivo per definire cosa si intenda per “destra” e per “sinistra”. Purtroppo, però, queste etichette tipicamente israeliane senza alcun vero significato vengono ancora scimmiottiate, parola per parola, dai cronisti, compresi quelli più progressisti, senza che venga mai fatta alcuna riflessione sulla loro esattezza o pertinenza.

 

Su qualunque parametro oggettivo si scelga di basarsi, i risultati elettorali israeliani non possono che portare a mostrare le seguenti categorie:

 

Estrema Destra: (partiti che adottano apertamente piattaforme politiche razziste o fasciste basate sull’espulsione forzata o sulla pulizia etnica dei cittadini palestinesi in Israele, in base alle più svariate condizioni che dipendono dal partito specifico in questione; che giustificano e/o commettono crimini di guerra e gravi violazioni delle leggi internazionali; che non riconoscono le risoluzioni ONU e le leggi internazionali come LE basi per il raggiungimento di una giusta pace; che non riconoscono i tre principali diritti sanciti per i Palestinesi dalle leggi internazionali: (1) diritto alla fine dell’occupazione e al ritiro degli israeliani ai confini stabiliti nel 1967, come da UNSC Res. 242, ivi compreso il ritiro da Gerusalemme Est occupata; (2) diritto riconosciuto ai profughi dall’ONU ad un risarcimento e a poter ritornare alle proprie abitazioni originarie; (3) diritto di completa eguaglianza all’interno di Israele e fine del razzismo istituzionale esercitato nei confronti di tutti i cittadini “non ebrei”):

 

  Yisrael Beitenu: 15 seggi della Knesset (Parlamento)

  National Union: 4

  Shas: 11

  Jewish Home: 3

  Likud: 27

  Kadima: 28

———— ——— ——

  TOTALE (Estrema Destra): 88 seggi   (73% del numero totale dei seggi della Knesset oppure 80% del numero dei seggi ebraici della Knesset)

 

Destra: (partiti totalmente in linea con i principi su cui si basa l’Estrema Destra con l’unica differenza di non rifarsi apertamente alla pulizia etnica come piattaforma politica. Ci sono delle eccezioni, naturalmente, in base a cui parecchi importanti leader dei Labor hanno a volte fatto riferimento alla pulizia etnica, ma mai come vera e propria parte del proprio programma politico, a differenza dei partiti dell’estrema destra):

  

  Labor: 13

  United Torah Judaism: 5

  Meretz: 3

  ———— ——— ——-

  TOTALE (Destra): 21 seggi    (16% del totale oppure 19% dei seggi ebraici)

 

Centro: (partiti che sostengono il completo ritiro dai territori occupati nel 1967, ma si oppongono al diritto di uguaglianza per tutti i cittadini dello stato e al diritto al ritorno. Può sembrare generoso definirli di “centro”, ma…):

 

NESSUN SEGGIO

 

Sinistra: (partiti che sostengono il completo ritiro dai territori occupati nel 1967, il diritto di uguaglianza per tutti i cittadini dello stato e il diritto al ritorno. Si impegnano per una soluzione basata sulla creazione di due stati in pace tra loro, in accordo con le leggi internazionali e i principi dei diritti universali dell’uomo):

 

  United Arab List: 4  (partito completamente palestinese – politicamente di sinistra, ma con politiche sociali di destra)

  Hadash (comunisti) : 4  (da notare che meno dell’1% degli ebrei israeliani ha votato per loro e può essere, perciò, statisticamente considerato come un partito palestinese)

  Balad (democratici nazionali): 3 (partito completamente palestinese)

  ———— ——— ——–

  TOTALE (Sinistra): 11 seggi   (9% del totale)

 

E’ molto importante notare che, in base alle prime informazioni fornite dai media, metà della popolazione palestinese in Israele sembra abbia boicottato le elezioni e che si sia trattato del più grande boicottaggio della storia. Se questo fosse vero, significherebbe che i partiti palestinesi sopra citati rappresenterebbero meno della metà dei palestinesi aventi diritto al voto in Israele!

 

Conclusioni principali:

 

 

(1) La stragrande maggioranza della popolazione ebraica israeliana ha votato per l’estrema destra (considerando anche un notevole aumento del sostegno alla destra fascista)

 

(2) La sinistra israeliana (sionista) non esiste, come prevedibile, come forza politica in Israele

 

(3) Gli UNICI partiti di sinistra in Israele sono partiti completamente palestinesi

 

(4) In Israele c’è un forte consenso ebraico (le uniche eccezioni sono rappresentate da alcuni singoli coraggiosi e moralmente integri e da minuscoli gruppi anti-sionisti) che si muove CONTRO ogni basilare requisito necessario per il raggiungimento di una pace giusta, così come esposto nelle risoluzioni dell’ONU e sostenuto dalla maggior parte dei governi del mondo.

 

 (5) Per la prima volta nella storia delle elezioni parlamentari in Israele, gli elettori palestinesi hanno rifiutato di votare per i partiti sionisti come mai era successo in passato, scegliendo invece di votare per i partiti palestinesi.

 

Cosa si può fare?

E’ fondamentale, in questo momento più che mai, abbandonare la soluzione del doppio stato, morta, immorale e ormai impossibile, per abbracciare quella di un unico stato. Solo col rifiuto di ogni forma di razzismo, di apartheid, di etnocentrismo, di fondamentalismo religioso e di colonialismo e accettando pienamente l’uguaglianza totale e la democrazia, compreso il diritto al ritorno dei profughi, potremo dare vita ad una pace giusta e sostenibile.

La richiesta di una soluzione basata sul doppio stato è diventata ormai una vera cortina di fumo usata per coprire e legittimare la continua occupazione e l’apartheid sionista.

 

Omar

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Il prezzo del prezzemolo

No Arabi No Terrorismo”
“Non c’è pace di fianco agli Arabi”
“La Nazione si fa con il trasferimento (di 1 milione di arabi fuori da Israele)”
“Hebron sempre e per sempre”
“Sradicare le colonie divide la nazione”
 
Questi alcuni slogan che giravano prima delle elezioni “nell’unica democrazia del medioriente”…
Con questi slogan, per lo più razzisti e fascisti, il gruppo israeliano the Hadag Nahash ci ha fatto una canzone:

Il mio pezzo per “Rinascita” di questa settimana:

I palestinesi di Gaza vivono subendo la loro autobiografia senza mai farsi addomesticare. La penna intinta di sangue che traccia i destini delle loro vite è impugnata un nemico acerrimo e distante, che decide la tempistica della nostra agonia in base all’oscillazione di share di un elettorato assetato di sangue. Martedì 10 febbraio ci saranno le elezioni in Israele, e ciò fa qui presagire nuove operazione militari poco prima che si aprano le urne. L’ultimo massacro, qui lo sanno anche i bambini, è stata una carneficina promossa in funzione elettorale dall’attuale governo di Tel Aviv. Più di 1300 morti, il 90% dei quali civili, hanno fatto impennare verso l’alto i consensi di Olmert e Livni, forse non abbastanza per permettere loro di spuntarla su Benjamin Netanyahu, un uomo con la testa a forma di cannone e che al posto dei piedi ha dei cingoli di carro armato. Il programma elettorale di Netanyahu è chiaro e dichiarato: estensione delle colonie in Cisgiordania, guerra aperta e infinita contro Hamas. Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu (“Israele è la nostra patria)” nel caso in cui diventasse effettivamente la terza forza politica alla Knesset, il parlamento israeliano, ha progetti ancora più drastici, ovvero sia lanciare una bomba atomica su Gaza: “Dobbiamo proseguire la guerra fino alla sua distruzione. Dobbiamo fare esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti d’America con il Giappone durante la Seconda guerra mondiale, così non ci sarà bisogno di occupare Gaza”. Insomma, siamo messi bene. Olmert, Livni, Barak, Netanyahu, Lieberman, con questi personaggi tranquillamente incriminabili in qualsiasi tribunale per i diritti umani i governali occidentali  imbastiscono cordiali relazioni diplomatiche, mentre con Hamas invece non solo non si parla, ma lo si embarga, e insieme all’unico governo liberamente eletto in Palestina si puniscono collettivamente un milione e mezzo di palestinesi. In questi giorni con i miei compagni dell’International Solidariety Movement abbiamo ripreso le nostre azioni  di interposizione civile non violenta, in sostegno ad una popolazione civile strangolata da un assedio criminale. Israele racconta al mondo di una tregua che non esiste. I contadini non sono autorizzati a coltivare i loro campi, (due gli assassinati dall’esercito israeliano negli ultimi dieci giorni), i pescatori non riescono a pescare nel loro spazio di mare legittimo (diversi i feriti dalla marina di Tel Aviv, l’ultimo quest’oggi, venerdì 6). Martedì ci siamo recati ad Al Faraheen, a est di Kahn Yunis, perchè chiamati da alcuni contadini locali. Ci hanno chiamato perchè non riescono a lavorare nei loro campi: sono costantemente presi di mira dai soldati israeliani. A bombardamenti finiti Israele ha dichiarato 1 chilometro dai suoi confini dentro il territorio palestinese zona militare inaccessibile. Un limite arbitrario e assolutamente illegale, immaginatevi cosa vuol dire a chi dentro quel chilometro ci vive, o ci coltiva la terra per vivere.

Ci siamo recati sul posto con alcuni giornalisti di Peacereporter e una troupe di Rai Tre. Come prassi consolidata dell’ISM, il giorno prima avevamo avvisato i media e l’esercito israeliano sulle nostre intenzioni, e una volta sopraggiunti nell’aera, ci siamo premuniti di vestirci con corpetti catarifrangenti. Nonostante questo, dopo solo un paio di ore di lavoro, soldati israeliani a bordo di quatto jeep si sono posizionati appena oltre il confine e hanno iniziato a bersagliarci di colpi.

Un impressionante numero di proiettile a pochi centimetri dalle nostre teste, civili disarmati chiaramente riconoscibili: attivisti, contadini, e giornalisti. Inutile cercare un contatto via megafono, abbiamo dovuto evacuare l’aera con il fuoco dei cecchini che si faceva più intenso via via che ci allontanavamo.

Martedì eravamo riusciti a caricare solo due carretti di prezzemolo raccolto, ieri, tornati nella zona, è andata meglio, un camion stracolmo, ma ancora una volta abbiamo dovuto lasciare i campi perché presi di mira dai soldati. Per puro caso non ci sono stati feriti, o peggio, nella mia lunga esperienza di attivista per i diritti umani non mi è mai capito di avvertire i proiettili sfrecciare così vicini alle mie orecchie come in questi due giorni. Il vice-console Francesco Santilli, informato dall’Ansa, ci ha contattati poco dopo l’attacco, e ha promesso una protesta ufficiale presso le autorità israeliane, staremo a vedere. Manolo e gli altri amici giornalisti hanno fatto un ottimo servizio, seguite le prossime puntate di “Presa diretta” su Rai Tre per prendere coscienza di quello che si rischia da queste parti nel tentativo di sopravvivere. Che prezzo ha il prezzemolo? Qui a Gaza ha prezzi elevatissimi, non in termini economici, ma di vite umane. Questi lavoratori mettono a repentaglio le loro vite per raggranellare la misera somma di 20 shekels ( 5 dollari) al giorno. Come Anwar Il Ibrim,  27 anni, padre di due figli che dieci giorni fa proprio ad Al Faraheen è stato ucciso, colpito alla testa mentre era impegnato nella raccolta sui campi di prezzemolo. Dopo questo omicidio la maggior parte dei contadini non provano più ad andare a coltivare nei pressi del confine senza la presenza di internazionali come scudi umani a proteggerli. Altri lo fanno ancora, esattamente come quei pescatori che si disinteressano dei pericoli e si arrischiano a pescare in mare sulle loro fragili barchette, più sofferenti nel vedere i ventri smagriti dalla fame dei loro figli che dalle ferite provocate dai proiettili.

Impedire la coltivazione, la pesca, trivellare di colpi i pescherecci, distruggere i sistemi di irrigazione dei campi, sradicare piante e distruggere decine  e decine di ettari ci colture, cecchinare e uccidere pescatori e agricoltori,  fa parte della sistematica oppressione israeliana ai danni dei palestinesi. Una oppressione costante che ha strangolato l’economia, impoverendo la popolazione sino a costringerla a vivere di aiuti umanitari. A volte qualche giovane si stanca di venire ammazzato mentre pacificamente lavora per il mantenimento suo e della sua famiglia. Magari i soldati israeliani gli ammazzano dinnanzi nei campi o in un mare il padre, o un fratello, allora lui si arruola in qualche brigata, spara qualche razzo artigianale verso Israele giusto per dimostrare quanto è vivo e combattivo il popolo, forse più a stesso che al nemico. Per l’assedio genocida a cui costretta Gaza nessun governo occidentale muove protesta, ma per questi “razzi” sparati a caso senza danno dall’Europa all’America si è pronti a legittimare di fatto un massacro come l’ultimo appena subito a Gaza. Sappiamo benissimo, come lo sanno anche a Tel Aviv, che se a contadini e pescatori palestinesi fosse consentito di vivere e lavorare esattamente come i loro colleghi israeliani, non ci sarebbero praticamente nessuno disposto a sparare qassam contro Sderot e Ashkelon. Ma i biografi in divisa militare sotto la stella di David hanno deciso che il prezzo del prezzemolo di Gaza dovrà restare elevatissimo: vite umane e assedio a Gaza, insicurezza dentro i confini israeliani.

Restiamo Umani.

Vik

Solidarietà e un abbraccio di conforto alla sorellina Theresa, rapita dalla marina israeliana mentre in acque palestinesi cercava di trarre in porto la sua missione umanitaria.

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Peacereporter e Presa Diretta con noi a Gaza

Amici reporters di Peacereporter e “Presa Diretta”,
giornalisti che restano umani,
ci hanno accompagnato in una delle nostre azioni di interposizione non violenta a difesa della popolazione civile di Gaza, e si sono presi i proiettili israeliani con noi:
 

Campo di battaglia

Contadini, giornalisti e pacifisti internazionali bersagliati dal fuoco dei cecchini israeliani. La gente di Gaza non ha il diritto neanche di raccogliere il prezzemolo

dal nostro inviato

Oggi i soldati israealiani hanno sparato contro giornalisti italiani, membri del gruppo pacifista International Solidarity Movement (Ism) e contadini palestinesi. La sparatoria e’ avvenuta nella zona agricola a ridosso del villaggio di El Farai’n, a nord di Khan Younis, nel mezzo della Striscia di Gaza, a duecento metri dal confine israeliano.

Il perché i cecchini di Tsahal abbiano preso di mira un gruppo di civili disarmati si potrebbe spiegare pensando a un’azione intimidatoria. Ma non e’ cosi’. Da sempre gli agricoltori e gli allevatori palestinesi che lavorano nei campi al confine sono oggetto del fuoco dei soldati israeliani. Nei giorni scorsi, nella zona dove ci trovavamo, un contadino e’ stato ucciso. Per questo, le colture giacciono incolte nei campi e la popolazione e’ di fatto privata della loro principale fonte di sostentamento. Questa mattina abbiamo accompagnato i membri dell’Ism, un movimento composto da cittadini di numerose nazionalità, tra cui anche l’italiano Vittorio Arrigoni, nei campi di prezzemolo di El Farai’n. La giornata prevedeva un’azione cosiddetta ‘di interposizione non violenta’, una pratica consueta per i movimenti pacifisti che operano nei Territori Occupati: ci si frappone tra l’esercito e i civili palestinesi per consentire alla popolazione di svolgere le loro attivita’, altrimenti limitate dal tiro al bersaglio, alle volte fatale, da parte dei soldati israeliani.

I contadini hanno lavorato indisturbati per circa due ore, mentre una dozzina di pacifisti dell’Ism, alcuni muniti di megafono e casacche catarifrangenti, osservavano eventuali presenze di soldati al di là del reticolato che segna il confine. Intorno a mezzogiorno, due jeep e un veicolo blindato si sono avvicinati alla rete. Alcuni soldati sono scesi e hanno preso posizione nelle postazioni di tiro. Uno, o più probabilmente due di loro, sono saliti sul tetto di uno dei mezzi e hanno cominciato a fare fuoco. I proiettili hanno colpito terra ad alcuni metri da noi, mentre i contadini, che senza la presenza di ‘internazionali’ avrebbero sicuramente corso rischi enormi per la loro vita, si buttavano a terra. Paradossalmente, il luogo piu’ sicuro dove rifugiarsi erano proprio i profondi solchi sul terreno lasciati dai tank e dai bulldozer israeliani, che tutto intorno hanno tagliato i campi e devastato decine di abitazioni. La zona è stata infatti il punto di penetrazione dei mezzi israeliani che hanno diviso in due la Striscia durante l’operazione ‘Piombo Fuso’. Tutto intorno agli appezzamenti le abitazioni contadini portano i segni dell’offensiva. Case frantumate, o perforate da missili, o crivellate dall’artiglieria.

La gragnuola di colpi é durata a lungo. I cecchini continuavano a sparare nella nostra direzione, mentre dal megafono gli attivisti li esortavano, senza successo, a cessare il fuoco: “Nessuno e’ armato. Siamo tutti civili. Non sparate”. A intervalli di qualche minuto, raffiche di decine di proiettili hanno sibilato accanto a noi. Dalle zolle del terreno si levavano nuvole di polvere a meno di due-tre metri. La presenza di pacifisti e giornalisti, tra i quali anche due documentaristi di Rai Tre, Manolo Luppichini e Jacopo Mariani, e’ servita da deterrente per evitare che i contadini venissero feriti o uccisi. Tuttavia, durante una di queste iniziative, negli anni scorsi un attivista britannico e’ morto dopo essere rimasto in coma per sei mesi a seguito del tiro di un cecchino mentre stava accompagnando dei bambini a Rafah. Rachel Corrie, un’altra pacifista britannica é rimasta schiacciata nel 2003 da un bulldozer israeliano. Il vice-console Francesco Santilli, informato dall’Ansa, ci ha contattati poco dopo l’incidente. Gli abbiamo riferito nei dettagli la dinamica dei fatti, sollecitando un intervento, sotto forma di protesta ufficiale, presso le autorità israeliane.

Luca Galassi
Restiamo umani, Vik

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Gaza: massacro o nani e pummarole? Una risposta a Lorenzo Cremonesi

Riceviamo e pubblichiamo da Massimo, (grazie):

Il gia’ grave reportage del Corriere della Sera a firma di Lorenzo Cremonesi,

diffamatorio nei confronti dei Palestinesi

e adulatorio nei confronti di Israele e della sua politica,

 

al momento di essere messo negli ARCHIVI online,

ha subito un INCREDIBILE manomissione,

mutilandolo di quell’unico sprazzo informativo che lo pervadeva :

 

PRIMA DELLA CENSURA :

http://www.corriere.it/esteri/09_gennaio_21/denuncia_hamas_cremonesi_ac41c6f4-e802-11dd-833f-00144f02aabc.shtml

 

 

DOPO LA CENSURA :

http://archiviostorico.corriere.it/2009/gennaio/22/Noi_usati_come_scudi__co_8_090122002.shtml

 

 

I PRINCIPALI RIMANEGGIAMENTI SONO :

 

– il titolo da “…i ragazzini di Hamas…” 

diventa un ben piu’ minaccioso “…i guerriglieri di Hamas…” 

 

– è sparita la frase “…Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile.…”

 

– e infine LA COSA PIU’ GRAVE, è completamente sparita questa testimonianza:

“… spiega Masoda Al Samoun di 24 anni. E aggiunge un dettaglio interessante: «A confondere le acque ci si erano messe anche le squadre speciali israeliane. I loro uomini erano travestiti da guerriglieri di Hamas, con tanto di bandana verde legata in fronte con la scritta consueta: non c’è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo Profeta. Si intrufolavano nei vicoli per creare caos. A noi è capitato di gridare loro di andarsene, temevamo le rappresaglie. Più tardi abbiamo capito che erano israeliani».”

 

 

ciao

Massimo Contini

 

Il mio articolo (integrale) pubblicato ieri da Il Manifesto:

“Il sangue che imbrattava il pavimento del pronto soccorso, in realtà non era sangue. Ma pummarola. A’ pummarola napuletana”, ci dice un pizzicagnolo travestito da medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
“Le vittime negli obitori? non sono corpi umani, sono manichini. Andate a controllare nei negozi del centro. Hamas li ha saccheggiati di manichini e ci ha riempito i cimiteri”  Ci dice commosso un commesso che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. 
“i corpi dei bambini morti? Non erano bambini. Erano dei nani. Degli aguerrittissimi nani da combattimento reclutati dalle brigate Al Qassam” ci dice un beccamorto che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
“Le donne trovate cadaveri sotto le macerie non erano donne, ma mujeaddin di Hamas che avendo saputo preventivamente dell’attacco erano corsi dal barbiere eppoi a farsi un’operazione a Casablanca”  ci dice un visagista che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
“Il fosforo bianco in realtà non era fosforo, odorava di eucalipto e veniva buono per farci delle inalazioni. A me ha curato il raffreddore”  ci dice un farmarcista che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. 
 
Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, ha molto da insegnare alle nuove leve del giornalismo,col suo articolo pubblicato il 21 gennaio, pure troppo.
Io che non ho mandanti se non una morbosa ricerca della verità, io che non sono un giornalista prefessionista, non scriverò mai per il corrierone, poco male, mi evito di intrattenere relazioni con redazioni che mi imboccano il pezzo, specie quando il boccone è così indigesto.
Per la casacca che indossato durante tutto il massacro, con ricamata non la scritta PRESS ma
bensì l’emblema della mezza luna rossa, dico a Cremonesi che le bugie hanno le gambe corte, in questo caso peggio, ce le hanno amputate.
Anche io posso benissimo trovare persone disposte a dirmi che è stato hamas e non l’esercito israeliano ha sterminare più di mille palestinesi, e vi assicuro che ve ne sono, specie fra coloro che mangiavano nel piatto ricco  dai corrotti di Fatah e ora sono a dieta. Sta ad un serio ricercatore distinguere una fonte attendibile da un attentato all’informazione.
Nessuna ambulanza durante questi 3 settimane di tragedia è stata utilizzata da ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. Ne sono assolutamente certo, perchè sulle ambulanze c’eravamo io e i miei compagni dell’ISM.
Su quella ambulanze abbiamo rischiato la pelle, e un nostro amico paramedico, Arafa, ci è rimasto. 14 paramedici sono stati uccisi. I soldati israeliani sparavano alle ambulanze certi di quello che facevano, ovvero uccidere civili. Non abbiamo mai concesso ad un solo membro dell’almukawama, la resistenza palestinese, di salire a bordo di uno dei nostri mezzi. Quelli che ci provavano, venivavano spintonati giù, anche quando (ed è accaduto ) il guerrigliero era il marito di una donna che portavamo di corsa in una clinica a partorire.  All’ospedale Al Quds sono tutti di Fatah. lo sanno pure i muri (le pareti infatti sono tapezzate di Arafat. Neanche una icona di Ahmed Yassin), così come allo Shifa. Al Awada di Jabilia invece parteggiano quasi tutti per il Fronte Popolare. E’ una impresa trovare personale medico pro-hamas  lungo tutta la Striscia, prova è che quando Fatah chiamò allo sciopero generale, incrociarono le braccia l’80% dei dottori. Se la resistenza avesse utilizzato gli ospedali come postazioni per combattere i medici li avrebbero fatti evaucare subito, rifiutandosi immediatamente di curare i feriti. Un atteggiamento come quello descritto da Cremonesi nel suo pezzo equivarrebbe ad un suicidio politico per Hamas, e Hamas non vuole suicidarsi, non ha fretta di andare in paradiso, è un movimento ben radicato sulla terra, che desidera ampliare i suoi consensi, quantomeno non disperderli. Scudi umani? A Tal el Hawa durante il massacro io c’ero, e nella zona abita il mio migliore amico, Abu Nader. Suo padre e i suoi amici in effetti sono stati usati come scudi umani, ma non da hamas, bensì dai soldati israeliani che giravano casa per casa a caccia di combattenti (lo hanno già fatto in passato, è una prassi: http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1524 ).
Il conto delle vittime è possibe dimunisca di qualche decina di unità, come è possibile che invece aumenti. Nel raccogliere i dati che puoi riportavo nelle mie corrispondenze da questo inferno non aspettavo certo l’imboccata di hamas, come non accetterai mai l’imboccata di un giornale quando impone che si scriva contro il movimento radicale islamista per porre in secondo piano l’aberrante massacro appena accaduto. Le mie fonti erano le stesse utilizzate dai giornalisti palestinesi e dagli attivisti per i diritti umani locali: fonti ospedaliere indipendenti. Se poi i morti saranno anche cento in meno, non mi metterò a stappare bottiglie di champagne ne derubricherò questo massacro come meno efferato. Al momento ci pensa l’esercito israeliano a smentire Lorenzo Cremonesi: un suo portavoce ha infatti dichiarato al Jerusalem Post che le vittime palestinesi dell’offensiva “Piombo Fuso” su Gaza sono circa 1.300.
 
5 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante i bombardamenti, diversi i feriti.
Distrutta la sede della televisione Al Aqsa, il palazzo al centro di Gaza City che ospita Reuters CNN e Al Jazeera più volte attaccato.
 
Si dice che la verità è la prima a morire durante una guerra.
C’è qualcuno in via Solferino che si cimenta nella profanazione del suo cadavere.
Restiamo umani.
 
Vik

Gaza: massacro o nani e pummarole? Una risposta a Lorenzo Cremonesi Leggi l'articolo »

Corrispondenze umane: a Giulietto Chiesa

Una corrispondenza fra me e Giulietto Chiesa.

Caro Giulietto,

ti sono grato per l’ inquietudine, equivalenza di un empatia rara in questi tempi, per essere rimasto umano.

Dici bene, la guerra non è terminata. Solo i morti ne hanno visto la fine, per i vivi non c’è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza.

Le reiterate e costanti minacce di morte rivolte a me e ai miei compagni dell’International Solidarity Movement se non destassero reale preoccupazione, le avremmo considerate trofei. Evidentemente a chi olia gli ingranaggi della macchina della morte israeliana  dà estremamente fastidio chi da questa parte si impegna così estenuamente per la pace e i diritti umani. Il nostro non sarà un sacrificio invano se consentirà uno stato di allerta verso questo di lembo di terra martoriata e il suo milione e mezzo di abitanti. Una popolazione palestinese che non chiede altro se non di poter godere degli stessi diritti degli israeliani, dei diritti di qualsiasi altro popolo del pianeta. Mi auguro che Frattini, da te sollecitato, distolga un attimo lo sguardo da Sderot e rivolgendolo verso di me si accorga dell’ammasso informe di macerie a cui è ridotta Gaza, e delle lunghe file di minuscole bare bianche contenenti le spoglia di centinaia di bimbi uccisi. Al ministro chiedo che venga concentrata maggiore attenzione e stima verso le migliaia di operatori umanitari distribuiti nei luoghi più caldi del pianeta, magari la stessa cura e ammirazione espressa dal governo ai soldati italiani ipotetici esportatori di democrazia in Afghanistan oggi come in Iraq ieri. Non esigiamo una medaglia, chiediamo solo più protezione. Sulla mia schiena bruciano ancora i dieci punti di sutura necessari a ricucire una ferita riportata a settembre, in seguito ad un assalto dei marins israeliani (link: http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1738&y=2008&m=09). Ero semplicemente al largo del porto di Gaza con degli amici pescatori. A Novembre, sempre in acque palestinese, soldati israeliani mi hanno sparato, rapito, quindi rinchiuso in una pidocchiosa prigione a venti chilometri da Tel Aviv. Dietro le sbarre, il consolato mi fece avere un paio di vestiti di ricambio. Ho ancora la ricevuta, un mese di tempo per ripagarli. Sul mio ferimento e successivo rapimento, nulla, non un fiato dal suo governo, Ministro Frattini. Alla Farnesina non si è mossa un foglia. Ora vogliono uccidermi, le assicuro che prestando i soccorsi sulle ambulanze in questo ultimo mese mi sono reso conto quanto siano essi puntigliosi e puntuali nel sopprimere vite umane. Con il consenso del suo presidente Berlusconi che non ha mancato più volte di tifare per le bombe. Lei lo sa che spesso fra macerie trovavamo i corpi ridotti in poltiglia? i frammenti di ossa più grandi potevano stare in un cucchiaino, lo riferisca al suo presidente. Pensateci, magari la prossima volta che rigirate lo zucchero sorseggiando un caffè assieme. Vogliono ucciderci, ministro Frattini, veda un pò lei se è il caso di trovare cinque minuti di tempo per me sulla sua agenda fitta di incontri diplomatici.

Giulietto, un abbraccio.

Restiamo umani.

Vik

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Lacrime che hanno visto

Il mio articolo per Il Manifesto di sabato:

Ho varcato la soglia di casa, ad Almina, dinnanzi al porto di Gaza city, dopo parecchi giorni. Tutto è rimasto come l’avevo lasciato, la bombola del gas continua a soffrire di anoressia, e rimpinguarla costa troppo, la corrente elettrica resta tagliata da una cesoia straniera.E’ mutato il panorama godibile dalla mie finestre, non riconcilia più il morale affranto dalla miseria di una vita sotto assedio, ma rigira il coltello nella piaga di un trauma irremovibile: la testimonianza di un massacro. Laddove c’era la stazione dei pompieri, a venti metri dal mio uscio, c’è un enorme cratere in cui dei bimbi bighellano come per esorcizzare il terrore dei genitori. Il richiamo alla preghiera del pomeriggio non ha più il conforto del salmodiare del muezzin a cui ero abituato. Chissà dove è finito, se è riuscito a sopravvivere nella sommità di uno dei pochi minareti rimasti in piedi. L’ultima volta che lo avevo ascoltato, questo muezzin anonimo era stato costretto a interrompere la liturgia solenne del suo canto per una tosse catarrosa. Una tosse che conosco bene anche io, i gas delle bombe a Gaza non hanno risparmiato nessuno. Sotto una porta-finestra che da dà su un piccolo balcone ho trovato un messaggio come fosse stato infilato da una mano amica. Di questi stessi volantini il giardino e la strada erano ricoperti. Lasciati cadere dagli aerei israeliani intimano la popolazione palestinese a rimanere allerta ,a prendere coscienza dei muri che hanno occhi e orecchi. “Al minimo atto offensivo contro Israele torneremo a invadere la Striscia di Gaza, quello che avete vissuto in questi giorni non è nulla a confronto di ciò che vi aspetta”. Per strada alcuni ragazzi avevano raccolto questi volantini e ripiegati in modo da farne aeroplanini di carta, cercavano di rimandare il messaggio al mittente. Ahmed al telefono invece mi ha raccontato di un altro gioco degli ragazzi di Gaza, fino a qualche giorno fa si divertivano a riattizzare incendi semplicemente calciando i frammenti delle bombe al
fosforo bianco, di cui tutta la Striscia è stata disseminata. I
residui di questi ordigni ad alto potenziale chimico pare abbiano facoltà incendiarie imperiture: raccolti dopo diversi giorni dalla loro detonazione e agitati, riescono ancora a infiammarsi. I paramedici dell’ospedale Al Quds raccontano come hanno rinunciato subito a cercare di spegnere gli incendi provocati da queste bombe illegali, le fiamme parevano alimentarsi al contatto con l’acqua. ” Il frutto di tutta la merda che ci hanno tirato addosso in queste tre settimane, lo raccoglieremo nel prossimo futuro in tumori e neonati
deformati”, mi ha detto Munir, medico dell’ospedale Al Shifa. Anche il vicinato di Gaza pare preoccuparsi del massiccio impiego di queste armi vietate da tutte le convenzioni internazionali. A Sderot come ad Ashkelon, i cittadini israeliani hanno formalmente richiesto al loro governo delucidazioni  circa le armi utilizzate per massacrarci: è evidente che l’uranio impoverito e il fosforo bianco sparso in maniera criminale sul fazzoletto di terra di Gaza non farà distinzione nel causare malattie genetiche fra ebrei e musulmani. Dovremmo essere in
piena tregua in corso, fatto sta che oggi nel mio letto mi ha destato dal sonno il boato sordo del cannoneggiare di navi da guerra, esattamente come qualche giorno fa. Alcuni temerari pescatori palestinesi stavano provando a lasciare il porto muniti di reti sopra di barchette minuscole. La marina israeliana li ha respinti indietro. Ormai l’unico pesce di cui ci si può cibare a Gaza sono le scatolette di tonno egiziano passate per i tunnel più di un mese fa. Ieri ancora due “danni collaterali”  alle bombe israeliane. Ad est di Gaza city due
bambini sono saltati in aria giocando con un ordigno inesploso.
Testimoni che abbiamo raggiunto parlano di mine posizionate dinnanzi alle macerie delle case di Tal el Hawa. Alcuni artificieri inviati da Hamas le hanno disinnescate e dalla cura con cui ho visto le caricavano sul loro fuoristrada credo che presto anche le brigate di al qassam cercano di restituire quei messaggi di morte al loro legittimo proprietario. Sul tetto della casa di Naema il confine israele palestinese è mai stato così rimarcato. Da una parte le colline verdeggianti costantemente irrigate dei Kibbutz israeliani, dall’altra l’arsura di una terra saccheggiata di sorgenti e pascoli. Naema mi ha
voluto raccontare dei suoi ultimi giorni, una testimonianza olfattiva, tattile e uditiva del massacro, non oculare perché Naema è non vedente. I soldati hanno intimato l’evacuazione del suo villaggio solo una manciata di minuti prima dell’incursione. Gli uomini si sono caricati
sulle spalle i bambini piccoli e con le donne sono fuggiti via. Noema ha scelto di restare per non rallentare la loro fuga, si è rifugiata nella sua casa credendosi al sicuro, ed ha accolto con sè i suoi vicini di casa che non sapevano dove rifugiare: tre donne, un’anziana, e un vecchio paralitico. Tank e bulldozer hanno sconfinato e iniziato a seminare morte, divorandosi ettaro per ettaro, sino ad arrestarsi dinnanzi all’abitazione di Noema. L’edificio in cui vive è il più alto del villaggio perché posto sopra una collinetta, i soldati di Tshal ritenendolo strategicamente posizionato sono entrati e lo hanno occupato per due settimane. “Sono entrati e puntandoci le armi addosso ci hanno spinto in una piccola stanza, dove ci hanno tenuti rinchiusi  a chiave per undici giorni.” Noema continua il racconto: “Durante tutto questo tempo solo due volte ci hanno portato da bere, e il cibo era rappresentato dall’avanzo del rancio dei soldati. Non ci hanno mai consentito di andare in bagno e abbiamo dovuto fare i nostri bisogni in un angolo della stanza. Non ci consentivano di parlare, e venivano a malmenarci quando la notte in cerchio cercavamo di pregare per darci coraggio. A volte venivano a minacciarci facendoci sentire sul corpo le fredde canne delle loro armi, ci intimavano a confessare la nostra alleanza ad hamas altrimenti ci avrebbero ucciso. Ho dato loro il mio telefono cellulare, affinché potessero controllare la mia agenda e le telefonate effettuate. Anche questo gesto non ha arrestato la loro collera.” Al termine dell’undicesimo giorno di prigionia la croce rossa internazionale è finalmente riuscita ad arrivare sul luogo e a trarre in libertà i sei palestinesi dai loro carcerieri. “Non ci hanno permesso di raccogliere niente, a me neanche gli occhiali da sole”, conclude il suo racconto Noema, aggiungendo che una volta tornati a riprendere possesso della loro abitazione, si sono resi conto del furto dei soldati: si sono portati via tutto il loro oro e i soldi nascosti, dopo avere distrutto i loro pochi beni, due di televisori, una radio, un frigorifero, i pannelli solari sul tetto. Ho visto lacrimare gli occhi di quella donna nascosti sotto i suoi nuovi occhiali scuri e mi sono parsi i più vividi che abbia mai veduto. In realtà Noema ha scorto coi suoi spenti molte più cose che una giovane della sua età avrà mai l’occasione di vedere, se non ha la cattiva sorte di nascere sopra questa terra martoriata. Restiamo umani. Vik

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I morti e i vivi di Gaza

il mio articolo per Il Manifesto di oggi:

 

 A Gaza solo i morti hanno visto la fine della guerra. Per i vivi non c’è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Senza più acqua, senza più gas, senza più corrente elettrica, senza più pane e latte per nutrire i propri figli. Migliaia di persone hanno perduto la casa. Dai valichi entrano aiuti umanitari col contagocce, e si ha come la sensazione che la benevolenza dei complici di chi ha ucciso sia solo momentanea. Domani il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon verrà a visitare Gaza, siamo certi che John Ging, a capo dell’agenzia per i profughi palestinesi, ne avrà da raccontargliene; dopo che Israele ha bombardato due scuole delle Nazioni Unite, ha assassinato 4 suoi dipendenti, ha colpito e distrutto il centro dell’UNRWA di Gaza city, riducendo in cenere tonnellate di medicinali e beni alimentari destinati alla popolazione civile.  Le macerie di Gaza continuano a vomitare morti in superficie. Ieri fra Jabalia, Tal el Hawa a Gaza City  e  Zaitun,  paramedici della mezza luna rossa con l’aiuto di alcuni volontari dell’ISM hanno estratto dalla rovine 95 cadaveri, molti dei quali in avanzato stato di decomposizione. Camminando per le strade della città di Gaza senza più il costante terrore di un bombardamento chirugicamente mirato alla mia decapitazione, tremo ancora  alla vista di cani randaci raccolti in circolo, a ciò che mi si protrebbe parare dinnanzi agli occhi essere il loro pasto. Gli uomini  tirano un sospiro di sollievo e tornano a frequentare moschee e cafè,  facilmente smascherabile  è il loro atteggiarsi alla normalità, per i molti che hanno perso un familiare e per i moltissimi che non hanno più dove abitare. Fingono un ritorno alla routine per incoraggiare le mogli e i figli: in qualche modo bisogna oltrepassare anche a questa catastrofe. Con alcune ambulanze questa mattina ci siamo recati nei quartieri più colpiti della città, Tal el Hawa e  Zaitun, muniti di questionario porta a porta abbiamo stilato l’entità dei danni agli edifici, e le primissime urgenze per le famiglie: medicinali per gli anziani e i malati, e riso, olio e farina, il minimo per alimentarsi. Tutto quello che abbiamo potuto consegnare al momento sono metri e metri di nylon, da apporre alle finestre laddove prima c’erano i vetri a difendere dal freddo. Compagni dell’ISM a Rafah mi hanno informato che la municipilità ha distribuito alcune migliaia di dollari, poca cosa, a quelle  famiglie che hanno visto la loro casa rasa al suolo da bombe che secondo Israle erano destinate alla distruzione dei tunnels.  Al termine del conflitto in Libano, gli Hezbollah staccarano milioni di dollari in assegni per ripagare i civili libanesi rimasti senzatetto. In una Gaza sotto assedio ed ambargo, ciò che Hamas potrà versare come risarcimento alla popolazione “basterà a mala pena a rimettere su un capanno per il bestiame”, mi fa sapere Khaled, contandino di Rafah.

La tregua è unilaterale, quindi Israele unilateralmente decide di non rispettarla. Ieri a Khan Yunis, un ragazzo palestinese ucciso e un altro ferito. A est di Gaza city  elicotteri  innaffiavano di bombe al fosforo bianco un quartiere residenziale. Stessa cosa si è verificata a Jabalia. Oggi, sempre a Khann Younis navi da guerra hanno cannonneggiato su uno spazio aperto, fortunatmanete senza fare feriti e mentre scrivo, arriva la notizia di un incursione di carri armati. Non ci risultano lanci di razzi palestinesi nelle ultime 24 ore.  Giornalisti internazionali sciamano affamati di notizie lungo tutta la Striscia, sono riusciuti a raggiungerci solo oggi. Israele ha concesso loro il lasciapassare a mattanza finita. Quelli arrivati ancora a bombardamenti in corso, hanno seriamente rischiato di rimetterci la pelle, come mi ha raccontato Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere: soldati israeliani  hanno bersagliato di proiettili l’automobile su cui viaggiava. Dinnanzi allo scheletro annerito di ciò che resta dell’ospedale Al Quds di Gaza city, un interdetto reporter della BBC mi ha chiesto come è stato possibile per l’esercito scambiare l’edificio per un covo di terroristi. “Per lo stesso motivo per cui dei bambini in fuga da un palazzo in fiamme, sono entrati nei mirini dei cecchini posti sui tetti dello stesso quartiere in cui siamo ora, cecchini che non hanno esistato a ucciderli spandendo la loro materia cerebrale sull’asfalto”. Ho risposto al giornalista inglese, ancora più accigliato. E’ evidente l’abisso fra noi che siamo testimoni e vittime di questo massacro, e chi ne viene a conoscienza tramite i racconti dei sopravvissuti. Da Roma mi informano che l’Unione Europea avrebbe congelato i fondi per la riscostruzione fino a quando Gaza sarà governata da Hamas.  Lo ha lasciato intendere il Commissario europeo per le Relazioni estere, Benita Ferrero-Waldner.  “Gli aiuti per la ricostruzione della Striscia”, ha detto la diplomatica europea, “potranno arrivare solo se il presidente palestinese Abu Mazen riuscirà ad imporre nuovamente la sua autorità sul territorio” . Per i palestinesi di Gaza questo è un chiaro invito dall’esterno alla guerra civile, ad un colpo di stato. Come un legittimare il massacro di 410 bambini che sono morti perchè i loro genitori hanno scelto la democrazia ed eletto liberamente Hamas. “L’unione Europea ricalca alla perfezione la criminale politica di punizione collettiva imposta da Israele. Perchè non affidano i fondi all’ONU? O a qualche organizzazione governativa?” .”Gli Stati Uniti sono liberi di eleggere un guerrafondaio come Bush, Israele di scegliere leaders con le mani sporche di sangue come Sharon e Nettanyau, e noi popolazione di Gaza non siamo liberi di scegliere Hamas…”, mi suggerisce Mohamed,  attivista per i diritti umani che non ha votato per il movimento islamico; non ho argomenti per contraddirlo. I palestinesi vivi imparano dai morti, imparano a vivere morendo, sin dalla più tenera età. Tregua dopo tregua, la percezione  è quella di una macabra parentesi per contare i cadaveri fra una mattanza e l’altra, verso una pace che non è mai così stata distante.  Perlustrando Gaza city a bordo di un ambulanza, per una volta con la sirena muta, la guerra resta presente impressa nelle rovine di una città saccheggiata di sorrisi  e popolata da sguardi spauriti, occhi che insistono a scrutare il cielo verso aerei ancora incessantemente in volo. All’interno di una casa che coi paramedici abbiamo visitato, sul pavimento ho notato dei disegni in pastello, chiaramente una mano infantile li aveva abbandonati evacuando in fretta e furia. Ne ho raccolto uno, carrarmati, elicotteri e corpi ridotti in pezzi. In mezzo al foglio un bambino ritratto con una pietra riusciava a raggiungere l’altezza del sole e danneggiare una delle macchine della morte volanti. Si dice che il significato del sole in un disegno infantile è  il desiderio di essere, di apparire. Quel sole che ho visto piangeva in pastello rosso, lacrime di sangue. Per lenire questi traumi, una tregua unilaterale basta?  Restiamo umani.  ViK
 

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A Gaza fare l’amore sotto le bombe

Fare l’amore sotto le bombe. Ricordo un amico di Nablous che mi spiegava quanto fosse difficile ritagliarsi un momento di intimità con la propria moglie durante l’occupazione. Una sera mentre se ne stavano teneramente abbracciati un proiettile si era conficcato sulla testiera del letto, ad un palmo dalle loro teste. Di amoreggiare sotto le bombe a Gaza in questi giorni non se parla proprio, e anche il futuro coniugale per le giovani coppie palestinesi si presuppone alquanto difficile, essendo in moltissimi ad avere perso la casa e ora a vivere costretti ammassati nelle scuole dell’UNRWA o stipati con altre 20 persone in un minuscolo appartamento. “Oggi è sabato, stasera a Tel Aviv le giovani coppie vanno a divertirsi nelle discoteche o in spiaggia mentre qui noi non riusciamo neanche a fare l’amore nei nostri letti”, mi dice Wissam, che si è sposato a novembre. “Le luce stroboscopiche però ce le abbiamo anche noi” e mi indica una serie di lampi a Sud, segno di bombardamenti in corso. Ragazzi come Wissam, diciannovenne, diventano padri molto precocemente e già arrivati alla mezza età sono nonni, consci che questa è l’unica immortalità per la Palestina. Mentre dall’esterno si vocifera di una tregua, accettata da Hamas e ancora una volta rispedita al mittente da Israele, gli ultimi due giorni hanno evidenziato una impennata di bombardamenti e conseguenti vittime civili, ieri più di 60 uccisi, una decina fuori da una moschea nell’ora della preghiera. Ciò che preoccupa maggiormente i palestinesi è un cessate il fuoco senza una contemporanea riapertura dei valichi di frontiera. Prima ancora per far filtrare i materiali per la ricostruzione servono alimenti, e far fuoriuscire i feriti gravi. Gli ospedali sono al collasso, lungo tutta la Striscia hanno una capienza massima di circa 1500 posti letto, i feriti al momento in cui scrivo sono 5320. Desta inoltre sfiducia nell’opinione pubblica palestinese l’aver affidato il ruolo d’intermediario all’Egitto, leadership notoriamente servile ai voleri d’Israele. “Perché non si è chiesta l’intermediazione di un paese europeo? Per la risoluzione del conflitto fra Israele e Hezbollah fu fondamentale il ruolo della Germania, paese veramente neutrale”, mi dice sconsolato Hamza, professore universitario. Questa mattina ancora una volta centrata dai tanks israeliani una scuola dell’ONU, a Beit Lahiya, nord della Striscia di Gaza. 14 feriti e due fratellini di 5 e 7 anni ammazzati, Bilal e Mohammed  Al-Ashqar; la loro mamma è sopravvissuta ma ha perso entrambe le gambe. Insieme ad altre migliaia di persone (42mila) si erano rifugiate nella scuole dopo che Israele aveva intimato l’evacuazione dalle loro case. Ritenevano di essere al sicuro, esattamente come i  43 profughi sterminati Il 6 gennaio scorso nel massacro della scuola dell’UNRWA a Jabilia. “Questi due bambini erano innocenti, senza dubbio, così come non c’è dubbio che siano morti”, ha dichiarato il capo dell’ONU a Gaza, John Ging, che da giorni instancabilmente continua a denunciare i crimini di guerra compiuti dai soldati israeliani, invano. I generali israeliani si apprestano a dichiarare al mondo “missione compiuta”. Sono tornato sulle macerie di Tal el Hawa , la parte ancora in piedi dell’ospedale dato alle fiamme dai soldati ha ripreso a funzionare come pronto soccorso e base logistica per le ambulanze. Dai palazzi seriamente danneggiati continuano a trarre fuori feriti da giorni imprigionati fra le rovine. All’ospedale Shifa è ricoverato un bambino di nome Suhaib Suliman, unico superstite di una famiglia di 25 sterminata. Una ragazzina, Hadil Samony, di familiari ne ha persi 11, quando verrà dimessa, non avrà più nessuno che potrà occuparsi di lei. Scusate, qualcuno è in grado di spiegarmi di che missione si trattava? Dalla punizione collettiva alla strage di massa. Un arabo frustrato di nome Raja Chemayel sul suo blog la definisce così: “Prendete un pezzo di terra, lungo 40 chilometri e largo all’incirca…solamente 5 chilometri. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e quattrocentomila abitanti. Dopo di che circondatelo con il mare ad ovest, l’Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e ad est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiaratele guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di lancio per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate e 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo ‘Israele che si difende’. Adesso fermatevi per un momento e dichiarate che “eviterete di colpire la popolazione civile” e definitevi l’unica Democrazia in azione. Sarà un miracolo, da qualunque punto di vista, evitare di colpire quei civili oppure sarà semplicemente una menzogna dal momento che nessuno potrebbe evitare di colpirli a meno che non sia un bugiardo!! Chiamate tutto questo, di nuovo, “Israele che si difende”. E ora arriva la mia domanda: Che cosa succederebbe se questo invasore si rivelasse un bugiardo?? Che cosa accadrebbe a quei civili disarmati?? Come potrebbe perfino Madre Teresa, o addirittura Topolino, con una tale potenza di fuoco, riuscire ad evitare di colpire quei civili in presenza di una tale equazione/situazione/scenario? Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di quelle persone disarmate perché è stato proprio Israele a metterle lì!! E allora chiamatelo genocidio! E’ più credibile”. A parte una paio di leaders brutalmente assassinati, Hamas non ha risentito di questa offensiva, non ha certo perso certo in consensi, semmai ne ha guadagnati. Ogni tanto qualcuno dovrebbe ricordarsi che Hamas non è un gruppuscolo di terroristi, e neanche un partito politico, ma un movimento, e in quanto tale non certo neutralizzabile con una pioggia di bombe a grappolo. Quando domando ai palestinesi un loro parere sulle intenzioni reali di questo brutale massacro, molti rispondono essere in funzione delle elezioni israeliani a febbraio. “Fanno propaganda sulle nostre teste, è sempre stato così alla vigilia di ogni elezione”. One Head one vote. Netanyahu che solo un mese fa pareva essere il vincitore certo, nei pronostici ora è dato per perdente dinnanzi  agli occhi iniettati di sangue di Olmert e Livni. Avigdor Lieberman è leader di Yisrael Beitenu, al momento la quinta forza politica del paese, ma i sondaggi lo danno in forte crescita specie dopo una dichiarazione come questa: Gaza dovrebbe essere cancellata dalle mappe con una bomba nucleare, come hanno fatto gli Americani con Hiroshima e Nagasaki. Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato ieri su Haaretz : “uccidiamo i loro bambini oggi per salvarne tanti domani!”. Temo che il suo “Viaggio alla fine del millennio” sia terminato a bordo di un carro armato parcheggiato dinnanzi ad un ospedale in fiamme. Voltaire invitata a rispettare qualsiasi opinione, io invito a smetterla di gettare i semi dell’odio, che qui innaffiati di sangue alimentano il germe di un risentimento insanabile. Restiamo umani.
Vik

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Le geografie stravolte di Gaza

Si racconta di un anziano signore che uscito di casa per procurarsi del cibo durante una delle rare tregue mattutine, non sia stato più in grado di trovare la via del ritorno. I bombardamenti hanno modificato radicalmente la geografia di Gaza, alterandone insieme il tessuto sociale. Centinaia di famiglie che per anni hanno vissuto una accanto all’altra, costrette a evacuare verso punti cardinali differenti lungo tutta la Striscia, non hanno più alcun contatto fra loro. Raggiungere il quartiere Tal el Hawa, sud est di Gaza city, equivale ad atterrare sopra ad un ambiente lunare. Crateri e collinnette di macerie, i carri armati israeliani si sono ritirati questa mattina dopo 48 ore di assedio lasciando dietro di sè un paeseggio di desolazione, insalubre l’inconfondibile odore della morte. Arrancando fra ciò che resta di interi palazzi e case e le carcasse bruciate di automobili e ambulanze, mi sono messo alla ricerca della casa di Ahmed. Proprio a causa di questo mutamento di interi quartieri messi a ferro e fuoco dai soldati, non è stata impresa facile; ricordavo Ahmed abitare al termine di una strada sterrata, ora mi trovavo a incescepicare su di un fondo terroso di detriti masticati e risputati fuori dai cingoli dei tanks israeliani. Qualora alla fine di questa massiccia offensiva genocida si effettuasse una fotografia satellitare di Gaza city, credo sarebbe arduo convincere qualcuno che si tratta della stessa città fotografata venti giorni prima. Ahmed l’ho riabbracciato è per entrambi è stato come rivedersi dopo tanti anni, al termine di un lungo viaggio, di ritorno da un paese lontano. Purtroppo invece il nostro viaggio al termine della notte non prevede ancora albe che non siano detonate dall’odio di chi ha mobilitato generali e truppe per il nostro sterminio. Il mio amico mi ha mostrato dove è rimasto piazzato il carro armato israeliano per due giorni, proprio dinnanzi a casa sua. Per tutto questo di lasso di tempo la sua famiglia ha vissuto costretta in un sottoscala, con il livido terrore che un colpo di obice seppellisse per sempre le loro esistenze. Solo ieri notte, contraddicendo gli ordine dell’apprensivo padre, Ahmed striciando sul pavimento si è avventurato dinnanzi ad finestra per dare uno sguardo all’inferno circostante. Ha visto il carro armato  muoversi a 30 mentri da lui ed andare a sbattere contro la sacinesca di un supermercato, aprirne una breccia e di seguito smontare dal mezzo corazzato alcuni sodati. Li ha visti recarsi festosi a “fare la spesa”. “Hanno riempito il blindato a tal punto che favecano fatica e rientrarci dentro”. Dopodichè mi ha descritto le risa, i canti di scherno, che per tutta la notte hanno intercalato le esplosioni “Alì, Mohammed, this is a message to your Allah Akbar!”. La resistenza che per alcuni giorni era riuscita stoicamente a limitare l’avanza dei mortiferi mezzi blindati israeliani, si è come eclissata nelle ultime ore. Lo scontro è impari, i Kalashnikov fanno il solletico alle corazze dei tanks, al contraio i colpi di obice riescono a perforare le case da una parte all’altra. Il quartiere residenziale di Abraj Towers, popolato per lo più dalle famiglie dei professori che insegnano alle università di Al Aqsa, notoriamente vicino a Fatah, non ospitano “terroristi di Hamas”. Come ne sono a conoscenza io, è ovvio che ne sono informati anche a Tel Aviv. Non importa loro, il quartiere è stato ridotto un cumulo di decandenti macerie. A fianco dei palazzi colpiti, l’ospedale Al Quds, dato alle fiamme nella giornata di ieri. I miei compagni, volontari dell’ISM, hanno assistito il personale medico nell’avacuare i 300 feriti ricoverati nell’altro ospedale di Gaza city, il principale, lo Shifa. Ci hanno impiegato diverse ore, specie perchè per il trasposto di alcuni pazienti gravissimi sarebbe stato necessario avvelarsi di ambulanza specializzate, che i palestinesi non hanno a disposizione. Con il dottor Dagfinn Bjorklind dell’ong novergese Norwac abbiamo atteso gli ultimi evacuati e posto alcune domande agli infermieri scampati all’incendio dell’ Al Quds. Resoconti agghiaccianti, confermati anche dai miei compagni testimoni oculari. A duecento metri dall’ospedale stavano riversi in strada circa una trentina di corpi, molte donne e bambini, alcuni dei quali ancora in grado di produrre minimi movimenti. Non hanno potuto raggiungerli, cecchini posti sui tetti delle case sparavano a qualsiasi cosa si muovesse. Quei corpi sangunanti per strada, erano civili in fuga dalle loro case colpite e incendiate dalle bombe. Gli snypers israeliani non hanno esisato un secondo a stendirli un volta alla volta, appena inquadrati nell centro dell’occhio del loro mirino, bambini compresi. Vi confido che il mio restatimo umani ha vacillato spesso in questi ultimi giorni, ma resiste. Resiste come l’orgoglio, l’attaccamento alla terra natia intesa come identità e diritto alla autodeterminazione della  popolazione di Gaza, dai professori universitari alla gente incontrata per strada, i medici e gli infermieri, i reporters , i pescatori, gli agricoltori, uomini e donne e adoloscenti,  quelli che hanno perso tutto e quelli che non avevano già più nulla da perdere, fino all’ultimo fiato in gola mi esprimono l’inshallah di una vittoria vicina, il sincero convincimento che le loro radici raggiungono profondità tali da non permetterne la recisione a nessun bulldozer nemico. Mentre scrivo uno schermo televisivo vicino riporta immagini all’interno dell’ospedale Al Shifa, uomini in lacrime si battono le mani sul viso come per arginare lo sfociare di lacrime di disperazione. A Shija’ya, est di Gaza city, un colpo sparato da un carro armato ha mietuto 7 vittime, e 25 feriti. Stavano tutti riuniti in veglia funebre per un lutto che aveva colpito la loro famiglia il giorno precedente. Ieri il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak si è scusato con col segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, per i colpi di artiglieri caduti ieri sulla sede dell’Agenzia Onu per rifugiati palestinesi a Gaza City (fra l’altro costruita con i soldi del governo italiano). “Si è trattato di un grave errore”, queste le sue parole. Non una richiesta di perdono per la famiglie dei 357 bambini palestinesi uccisi sino ad oggi. Evidentemente non si è trattato di un errore. Da un paramedico della croce rossa ho ascoltato il resoconto del loro arrivo sulla scena del massacro di Zaitun. Un bambino, visibilmente denutrito stava accucciato dinnanzi al corpo della madre in avanzato stato di decomposizione. Per quattro giorni si era preso cura di quel corpo come se fosse ancora vivo; l’aveva asciugata dal sangue sulla fronte e strisciando fra le macerie della loro casa si era procupato acqua, pane e dei pomodori, e li aveva messi di fianco al viso della madre morta. Pensava stesse semplicemente dormendo. I soccorsi della croce rossa sono riusciti a raggiungere il luogo del massacro solo parecchi giorni dopo,  perchè impediti dai cecchini israeliani. Credo che basterebbe solo questo di episodio pe far sì che domani, durante la manifestazione di Roma e la marcia di Assisi siano ben visibili cartelli e striscioni che ricordano il 729. Il numero che tutti dovremmo tenere impresso per riconoscere e boicottare i prodotti Made in Israel. Abbiamo l’opportunità di cambiare le cose senza appaltare il nostro desiderio di rimanere umani. Restiamo umani.

Vik

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I gironi danteschi di Gaza

Il mio articolo per Il Manifesto di oggi:

Dante non avrebbe saputo immaginare gironi così infernali come le corsie dei dannati negli ospedali di Jabalia. La legge del contrappasso qui è applicata al rovescio. Tanto più innocente è la vittima tanto meno viene risparmiata dal martirio delle bombe. Al Kamal Odwan, all’ Al Auda, le piastrelle in ceramica dei pronti soccorsi sono sempre belle lustre, gli inservienti hanno sempre un gran da fare a ripulirle dal sangue che gronda dall’incessante via vai di barelle cariche di corpi massacrati. Iyad Mutawwaq stava camminando per strada quando una bomba ha aperto uno squarcio in un edificio poco distante. Insieme ad altri passanti si era precipitato per prestare i soccorsi, mentre una secondo ordigno colpiva il palazzo, uccidendo un padre di 9 figli, due fratelli, e un altro passante che al pari di Iyad era corso sul posto per aiutare i feriti. La solita storia ripetuta, dieci, cento volte. La tecnica preferita di ogni terrorismo ricalcata alla perfezione dall’ esercito di Tsahal. Si lancia un bomba, si attendo i soccorsi, si ribombardano feriti e soccorsi. Per Iyad queste sono bombe americane ma portano l’autografo anche di Mubarack, il dittatore egiziano che qui Gaza fa concorrenza ad Olmert in capacità di catalizzare livore. Dietro il letto di Iyad, un anziano con le braccia ingessate sta disteso con gli occhi fissi al soffitto, non proferisce più parola, mi dicono abbia perso tutto, famiglia e casa. Fissa le crepe di un intonaco che cade a pezzi come per cercare una risposta alla disfatta della sua esistenza. Khaled ha lavorato 25 anni in Israele, prima dell’ultima intifada. Come gratifica Tel Aviv non gli ha concesso una pensione, ma una serie di missili aria-terra sulla sua abitazione; presenta ferite su tutto il corpo da schegge di esplosivo. Gli chiedo dove andrà a vivere una volta dimesso dall’ospedale. Mi risponde dove sta ora la sua famiglia: per strada. Come la sua, numerose famiglie non sanno più dove rifugiarsi. I più fortunati hanno trovato ospitalità da parenti e conoscenti, come abbiamo verificato, ma si può definire vita lo stipare un centinaio di persone in due appartamenti di 3 stanze ciascuno? Due bombe sull’abitazione di Ahmed Jaber hanno messo in fuga la sua famiglia, ma troppo tardi. Una terza esplosione ha sepolto sotto le macerie 7 suoi familiari, e anche due bambini di 8 e 9 anni suoi vicini di casa. Dice “ci hanno fatto fare un salto all’indietro nel 1948. Questo è il supplizio per il nostro attaccamento alla patria. Possono staccarmi le braccia e la gambe dal tronco, ma non mi lasceranno mai abbandonare la mia terra”. Un dottore mi prende in disparte e mi confida che la figlia di 7 anni di Ahmed è arrivata in pezzi, stava contenuta in una minuscola scatola di cartone. Non hanno avuto il coraggio di riferirglielo per non deteriorare le sue già precarie condizioni di salute. In serata anche a Iyad hanno portato via il telefono per non fargli pervenire cattive notizie. Un tank ha centrato la casa della sorella, decapitandola. Alla fine la nostra imbarcazione del Free Gaza Movement non è giunta al porto di Gaza. A 100 miglia dalla meta designata, in acque internazionali, sono stati intercettati da 4 navi da guerra israeliane, disposte a far fuoco e ammazzare il nostro carico di dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani. Nessuno deve osare ostacolare la mattanza di civili che continua ininterrottamente da 3 settimane. A est di Jabilia, dinnanzi al confine, testimoni oculari parlano di decine di corpi in putrefazione per le strade, le loro carni putrescenti sono divorate dai cani. Ci sono anche centinaia di persone impossibilitate a muoversi, diverse ferite; le ambulanze non possono sopraggiungere nell’aera perchè ovunque ci sono cecchini che sparano. I palestinesi sono esausti di schiattare nell’indifferenza generale, e diversi accusano anche croce rossa internazionale e Onu di non fare abbastanza. Di non ottemperare in pieno al loro dovere, di non rischiare la loro vita per salvarne centinaia di altre. Andremo noi dell’ ISM, a piedi, con delle barelle, laddove l’umanità ha oltrepassato i suoi confini e si è eclissata. I soloni coi culi di pietra poggiati nei salotti buoni della politica discettano di strategie belliche e di guerra contro hamas, mentre qua ci stanno letteralmente massacrando. Bombardano gli ospedali, e c’è chi ancora si pronuncia sul diritto di Israele all’autodifesa. In qualsiasi stato che si definisce minimante civile, l’autodifesa è proporzionale all’offesa. In questi 20 giorni abbiamo contato 1075 vittime palestinesi, l’85% civili, più di 5000 feriti, dei quali più della metà sono minori di 18 anni. 303 i bambini orrendamente trucidati. Fortunatamente solo 4 vittime civili israeliane. Come a dire che per Israele il giusto bagno di sangue per vendicare ognuno dei suoi civili ammazzati, è quello di sterminarne almeno 250 della parte avversa. Ditemi se vuoi che se questa sproporzione fra difesa e offesa non vi riporta agli eccidi compiuti come rappresaglia nelle pagine più nere della storia moderna europea. Ma veniamo al punto, di legittima difesa si tratta? Ai Marco Travaglio,  ai Piero Ostellino, ai Pierluigi Battista e agli Angelo Panebianco, che insistono con la loro solfa imputando ad Hamas la responsabilità di questo genocidio in quanto trasgressore della tregua fra Israele e Palestina, vorrei ricordare la posizione delle Nazioni Unite. Il professor Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso idee chiare in proposito: Israele ha di fatto rotto la tregua in novembre sterminando bellamente 17 palestinesi. Nel mese di novembre si erano registrate zero vittime israeliane, zero vittime come in ottobre, come nel mese precedente e quello precedente ancora. Lo ha ricordato recentemente anche il premio Nobel ed ex presidente USA Jimmy Carter. Dispiace, che giornalisti come Travaglio, su cui riponevamo la nostra stima perchè estremo baluardo di una informazione libera e quanto più possibile veritiera, si siano infiltati l’elmetto dell’IDF e intrattengo le masse dinnanzi al tubo catodico dilettandosi nello sport più di moda da queste parti, il tiro a segno sugli infanti. Batto i tasti in un ufficio dell’agenzia di stampa Ramattan, attorno i reporters palestinesi vestono giubbotti antiproiettili ed elmetti. Non tornano ne stanno per recarsi dinnanzi ai carri armati, siedono semplicemente davanti ai loro computer. Due piano più sopra gli uffici della Reuters sono stati appena colpiti da un razzo, due feriti gravi. Quasi tutti i piani dello stabile sono vuoti al momento, sono rimasti i giornalisti più eroici, questo inferno in qualche modo deve continuare a essere raccontato. Poco prima l’esercito israeliano aveva rassicurato la Reuters di non evacuare, di restare negli uffici perchè sicuri. Stamane bombardato e distrutto anche l’edificio delle Nazioni Unite, stabile messo in piedi anche coi soldi del governo italiano. Berlusconi, esisti? Diversi i morti e feriti. John Ging, capo dell’UNRWA, agenzia dell’ONu per i profughi palestinesi, testimone oculare, parla chiaramente di bombe al fosforo bianco. Nel quartiere Tal el Hawa di Gaza city, un’ala ospedale Al Quds è in fiamme, imprigionata dentro insieme ad una quarantina fra medici e infermieri e un centinaio di pazienti anche Leila, nostra compagna dell’ISM. Ci ha raccontato per telefono le loro ultime drammatiche ore. Un carro armato è dinnanzi all’ospedale e cecchini sono ovunque, sparano a qualsiasi cosa si muova. Tutt’attorno la distruzione, nella notte hanno osservato dalle loro finestre un edificio colpito dalle bombe incendiarsi, e udito le urla di terrore di intere famiglie, di bimbi, implorare aiuto. Non hanno potuto muoversi e impotenti, hanno osservato quei corpi arsi dal fuoco riversarsi in strada e ridursi in cenere. L’inferno si è rivoltato e al suo centro nel cuore di Gaza, noi siamo i dannati di un odio inumano. Restiamo umani. 

Vik

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Vittorio Arrigoni: 729

Il mio articolo per Il Manifesto di ieri:

I figli di un Allah minore, che il rifugio nell’abbraccio delle madri e dei padri una folgore dal cielo ha per sempre spezzato, continuano a espiare l’eredità di un odio tramandato di generazione in generazione per una colpa che non hanno mai commesso. I soldati della Stella di David si calano alla perfezione nel ruolo di tanti Erode contemporanei, già 253 i bimbi palestinesi massacrati. Un orrore senza fine, per il quale nessun soldato, nessun ufficiale dell’esercito israeliano, nessun governo israeliano è mai stato messo dinnanzi alle sue responsabilità di criminale di guerra.  Se per qualche ora queste vittime innocenti vengono graziate, non è così per i luoghi che ospitano i loro giochi, i sogni e le ambizioni di diventare adulti, quei padri e quelle madri che a loro sono stati strappati. Gli orfanotrofi sono diventate il nido preferito per gli uccelli meccanici israeliani, negli orfanotroci i caccia vanno a deporre le loro bombe. I compagni dell’ISM da Rafah mi scrivono: “Domenica 11 gennaio, approssimativamente alle 0300 am, caccia F16 hanno bombardato il centro per orfani dell’associazione Dar al-Fadila, che includeva una scuola, un college, un centro informatico e una moschea in Taha Hussein Street, nel quartiere Kherbat al-‘Adas a nord esr di Rafah. Parte degli edifici sono andati completamente distrutti e quelli ancora in piedi sono seriamente danneggiati. La scuola assisteva circa 500 bambini senza più genitori”. La personalissima Jihad israeliana contro i luoghi sacri dell’islam lungo la  Striscia continua, contando la moschea di Kherbat al-‘Adas,  sono  20 le moschee rase al suolo.Fortunamente nessu “razzo” qassam ha ancora sfiorato le pareti di una sinagoga. Siamo certi che altrimenti avremmo giustamente avvertito levarsi al cielo grida di sdegno da ogni angolo del mondo, mentre non ci meravigliamo più se nessuno protesta contro questa massiccia campagna antislamica. Dio deve pagare il dazio di ricevere preghiere dai palestinesi. Quasi 950 vittime, l’85 per cento sono civili. L’infernale macchina di distruzione israeliana continua lentamente ad avanzare ed avvolgere tutta Gaza, abbattendo case, scuole, università, ospedali, senza nessun tangibile segnale ne volontà di sabotaggio da parte della comunità internazionale. Sabotare l’avanzata della morte travestita da thank e caccia per savaguardare la vita. E’ giunto allora il nostro turno, noi, semplici cittadini senza cittadinanza se non quella di ritenerci appartenenti ad una sola unica famiglia, la famiglia umana, è ora che infiliamo un bastone in questo ingranaggio infernale. Ho incontrato il dottor Haidar Eid, professor dell’univesità Al Quds di Gaza city. Un intellettuale di sinistra, coriaeceo e insieme ilare, passionale, generoso, come in Italia non se ne vedono più, estinti o deposti in qualche scantinato della memoria perchè non riciclabili con la linea bipartisan che fa sfilare a braccetto postfascisti e postcomunisti, uniti in comune litania a giustificare Israele per ogni suo massacro.  Haidar dinnanzi a me si fa portavoce del PACBI (The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, sito: http://www.pacbi.org/ )  e del BDS (The Boycott, Divestment & Sanctions Campaign National Committee, sito: http://bdsmovement.net/ ) e con lui ho discusso di boicottaggio. La storia insegna ma non ha alunni. E Mandela e il Mahatma Gandhi sono al momento impossibilitati a concedere ripetizioni. Ma c’è la storia specifica del SudAfrica a indicarci la strada per costringere Israele razzista e colonialista e giungere ad un compromesso. Non boicottare allora quel regime di apartheid fu considerato un pò come esserne complici, cosa cambia oggi? Come me, la stragrande maggioranza dei palestinesi, non crede che la miglior risposta all’occupazione israeliana e a questo massacro in corso siano gli attentati, i “kamikaze” e i “razzi”i su Sderot. Il boicottaggio è pacifista, non violento, la migliore risposta umanamente accettabile, all’imbarbarimento di un conflitto che rende disumano ogni gesto. La migliora arma nell’arsenale della non violenza, come ci ha ricordato Naomi Klein  in un recente editoriale su il Guardian. Heidan riesce a trarre qualcosa di positivo dalla pozza di sangue in cui stiamo affondando. Come fu dopo il massacro di Sharpeville, 21 marzo 1960,  quando 78 neri furono fatti a pezzi per volontà di un regime barbaro in Sudafrica, e il mondo si sentì in dovere di dire BASTA!, l’incomparabile massacro di mille civili palestinesi potrebbe dare il via ad una altrettanta  forte campagna di mobilitazione per punire i crimini israeliani. Haidar è anche uno dei fautori di Israele e Palestina uniti in un unico stato, secolare, democratico e interreligioso, per lui unica e pragamatica via di uscita da un conflitto che non vede altri risoluzioni. Più intimamente mi parla della Nakba, che lui ha scampato per pochi hanni, ma intensamente rivissuto nei racconti tramandati per via orale dai suoi familiari. Mi parla a chiare lettere, lui figlio del post-catastrofe, di come la Nakba è stata la tramandazione di un incubo, che ha alimentato l’inconscio collettivo di migliaia di palestinesi. L’incubo si è rifatto vivo, ha bussato sui tetti delle case il 27 dicembre, e da allora non smette di mietere notti insonni. Haidar mi invita a divulgare, e io registro sul mio taccuino lacero, il suo appello per tutti gli italiani a non comprare più alcun prodotto Made in Israel. I prodotti israeliani si riconosco sugli scaffali, imbrattati di sangue, hanno un codice a barre che li contraddistinue: 729 le cifre iniziali. Per ricavare la lista completa dei prodotti è possibile accedere al sito http://www.boycottisraeligoods.org/modules11748.php . Stampatevi la lista, appicciatela sulla porta del frigo o infilatelo nella borsa di vostra madre o vostra moglie quando si recano al mercato con la lista della spesa. “Se compri anche un solo bicchiere d’acqua proveniente da Israele, di fatto compri un anche un proiettile che prima o poi andrà a conficcarsi nel cuore di uno dei nostri figli”. Il movimento di boicattoggio che ha visto la luce nel 2005 in Palestina, sta facendo passi da gigante e si diffonde fra milioni di consumatori nel mondo. Il presidente venezuelano Chavez che ha espluso l’ambasciatore israliano e cessato ogni rapporto con lo Stato che ci sta strangolando è un esempio da incarnare per tutti i politici nostrani.
I leaders sudafricani dell’allora lotta contro il regime d’apartheid , Mandela, Ronnie Kasrils e Desmond Tutu affermano che l’oppressione israeliana contro i palestinesi è di gran lunga peggiore di quella del Sud Africa, voci un tantino più autorevoli di Frattini e Fassino. Diversi ebrei isrealiani si sono uniti alla campagna di boicottaggio, circa 500 finora, fra i quali Ilan Pappe e Neta Golan, sopravvisuti all’Olocausto che gridano “mai più”.  Il poeta israeliano Aharon Shabtai ci istiga ad agire : “Io spero nell’aiuto degli europei, che i discendenti di Voltaire e Rousseau aiutino Israele, perché Israele non finirà l’occupazione fin quando l’Europa non gli dirà “basta”. Solo una pressione da parte dei paesi civili e democratici può cambiare la situazione e riportarci la felicità. La situazione attuale – in cui a dettar legge è l’esercito – non può essere cambiata dall’interno. Per i valori di cui è portatrice, l’Europa non può continuare a collaborare con Israele.”. 729 deve diventare la nostra shoah: mai più!  Restiamo umani.
Vik

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Vittorio Arrigoni a Gaza: avvoltoi e cacciatori di taglie

Il mio pezzo per Il Manifesto di oggi:

Dal mare non più i suoi generosi frutti, nulla dell’amore per i suoi flutti che rispecchiano il cielo, solo la morte portata in dote da navi da guerra che arano il suo spettro liquido. Del mare proviamo a fare ancora corridoio salvifico, una breccia su questa terra martoriata, confiscata e imprigionata, stuprata in ogni suo palmo, ridotta ad un cimitero per salme che non trovano riposo. Da qualche giorno anche i funerali sono diventati target di attacchi dell’aereonautica israliana, come se i palestinesi uccisi meritassero un’ulteriore punizione anche da morti. Se un corridoio umanitario stenta a schiudersi per venire in soccorso ad una popolazione ridotta allo stremo delle forze, ci penserà la “spirit of humanity,” una delle nostre barche targata Free Gaza Movement. Salpata oggi da Larnaca, Cipro, cercherà di condurre sino al porto di Gaza oltre a tonnellate di medicinali una quarantina fra dottori, infermieri, giornalisti, parlamentari europei, attivisti per i diritti umani, rappresentanti 17 diverse nazioni. Esseri veramenti umani, come me, come i tanti in Italia che mi testimoniano la loro indignazione, disposti a rischiare la vita piuttosto che continuare a restare seduti e ignavi nel salotto buono di casa, dinnanzi ad un televisore che rimanda solo una minima parte del massacro che ci sta affliggendo. 

Il 27 dicembre i miei amici ci provarono con la “Dignity”, furono attaccati dalla marina israeliana che tentò di affondarli, lanciato l’ SOS dovettero rifugiare in Libano coi motori in avaria e una falla nello scafo. Per puro caso non ci furono feriti gravi in quell’occasione, ci auguriamo che domani siano rispettate le loro vite e i diritti umani. Ci sono terribili catastrofi naturali a questo mondo, come terremoti e uragani, inevitabili. A Gaza è in corso una catastrofe umanitaria innaturale perpetrata da Israele ai danni di un popolo che vorrebbe ridotto alla più completa miseria, sottomissione. Una popolazione disperata che non trova più il pane e il latte per nutrire i suoi figli. Che non piange neanche più i suoi lutti perchè anche agli occhi è stata imposta una ferrea dieta. Il mondo intero non può ignorare questa tragedia, e se lo fa, non includeteci in questo mondo.  Ogni giorno invochiamo forze che governano sopra di noi affinche fermino questo genocidio in corso, per domani mattina chiediamo solo che la nostra piccola imbarcazione approdi a Gaza con il suo carico di compassione, pace, amore, empatia, che a tutti i palestinesi siano concessi gli stessi diritti di cui godono gli israeliani, e qualsiasi altro popolo del pianeta. Il mare come ancora di speranza, il mare come meta di distruzione. Secondo l’agenzia di stampa Ma’an, e la Reuters conferma, gli Stati Uniti stanno per rifornire di 300 tonnellate di armi Israele, tramite due navi cargo in partenza dalla Grecia. Armi e una grande quantità di esplosivo e detonatori, tutto il necessario per spianare la Striscia da migliaia delle sue abitazioni. Sono già 120 mila gli sfollati da Gaza a Jabalia, ma i più, compresi diversi miei amici non si sono mossi, non sanno dove rifugiarsi. Giornalisti, dottori e becchini. Sono le professioni che lavorano di più qui a Gaza, senza sosta ormai da 16 giorni. Gli avvoltoi, oltre i caccia bombardieri preoccupano e fomentano disprezzo, specie quelli che fino a ieri sedevano sulla stessa sedia del compianto Arafat, e ora anelano a venire a riprendersi il trono sulle ceneri di quel che di Gaza sarà. Siamo giunti a 923 vittime, 4150 i feriti, 255 i bambini palestinesi orribilmente trucidati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Gira voce che Olmert avrebbe fatto sapere ai suoi che il raggiungimento di 1000 vittime civili è il termine ultimo per arrestare questa brutale offensiva infanticida. Un pò come succede alla Vucciria di Palermo, dove i quarti di manzo goccialano sangue all’aperto, e si contratta la carne un tanto al chilo. Le apparizioni di Ismail Haniyeh sullo schermo sono seguitissime dai palestinesi della Striscia. Non si può parlare di tregua senza contemporaneamente prefissare una fine dell’assedio. Continuare ad assediare una Gaza ridotta in macerie, non permettere il confluire di viveri e medicinali, impedire la fuoriuscita di malati e di feriti, significa condannarla ad una più lunga agonia. Questo il sunto delle parole del leader di Hamas, pronunciate stasera da un bunker chissa dove sottoterra, che fanno breccia nell’opionione pubblica gazawi. Il discorso di un leader che avrebbe potuto fuggire a ripararsi altrove, e invece è rimasto qui a prendersi le bombe in testa come chiunque altro. Questo miei prose odierne sono state trocate sul nascere, dalla solita telefonata intimidatoria che ordina l’evocuazione prima di un bombardamento. Mi trovo nel palazzo dove risiedono i principali media internazionali, fra gli altri, Al Jazeera, Ramattan e Reuters. Abbiamo dovuto staccate i pc dalle pareti, precipitarci giù per le scale e riversarci in strada, dove con gli occhi incollati al cielo cerchiamo di scorgere da dove giungerà il fulmine distruttivo. Questa notte non ci saranno telecamere e reporters a documentare il massacro di civili, aleggia il fondato sospetto che le vittime innocenti saranno più del solito. Ancora per strada fisso Alberto e gli strizzo un’occhio, si avvicina e gli sussurrò in un orecchio se ritiene plausibile che le telefonata intimidatoria sia stato un segnale per noi due soli, dopo la scoperta di un sito statunitense di estrema destra che ci ha messo una taglia sulla testa: “ALLERTARE I MILITARI DELL’IDF PER COLPIRE L’ISM 
Numero da chiamare se localizzate i covi di Hamas con i membri dell’ISM. Dall’America chiamate 011-972-2-5839749. Da altri paesi non digitare lo 011. Aiutateci a neutralizzare l’ISM, che è ormai parte integrante di Hamas sin dall’inizio della guerra. BERSAGLIO ISM #1 PER LE FORZE AEREE ISRAELIANE E TRUPPE DI TERRA DELL’IDF: INVITO ALL’OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI (FOTO SOTTO) CHE ATTUALMENTE ASSISTE HAMAS A GAZA.”. Dal sito “stoptheism.com”. Non prendetevi la briga di visitarlo ne tantomeno di linkarlo ai vostri siti. E una testimonianza sociologica da tramandare ai posteri. Analizzando questi tempi, il futuro pronuncerà la sua sentenza inappellabile, di come l’odio fosse il sentimento più puro, e il livore verso il diverso muovesse eserciti e fosse il collante di intere masse di uomini,. Non è necessario che i miei detrattori e chi mi vorrebbe martire compongano quel numero, l’esercito israeliano sa benissimo dove trovarmi anche stanotte, sto sopra le ambulanze dell’ospedale Al Quds in Gaza city. Restiamo umani.

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Sterminio di Gaza: lavori in corso

Il mio articolo per Il Manifesto di oggi:

Alcune famiglie di palestinesi ci hanno consegnato dei volantini, piovuti dal cielo nei giorni scorsi, lasciati cadere dall’aereonautica israeliana in alternativa alle bombe. Volantino n.1, tradotto dall’arabo:  “A tutte le persone residenti in quest’area. A causa delle azioni terroristiche con cui i terroristi presenti nella vostra area stanno aggredendo Israele, le Forze di Difesa Israeliane sono state costrette a reagire immediatamente e ad agire in questo modo nelle vostre zone. Vi esortiamo, per la vostra sicurezza, ad evacuare immediatamente quest’area. Forze di Difesa Israeliane”. In pratica l’esercito israeliano sta passando di casa in case appiccicando sugli usci un avviso di  “lavori in corso”, prima di radere al suolo interi quartieri, affossare per sempre speranze di vita presente e futura. Seppellire sotto tonnellate di macerie chi non ha un posto dove evacuare. Poco fa ci hanno comunicato il lancio di nuovi volantini, avvisano che «la terza fase della guerra al terrorismo sta per iniziare”.  Sono cortesi i vertici militari israeliani, chiedono collaborazione alla popolazione di Gaza, prima di schiacciarli come insetti. Se i volantini non sono abbastanza persuasivi, ci pensa l’aereonautica a bussare dolcemente sui tetti delle case di Gaza. E’ una nuova prassi degli ultimi giorni, piovono bombe un pochino più leggere, abbastanza per scoperchiare i tetti delle abitazioni e invitare gli abitanti all’evacuazione. Dopo due o tre minuti l’aviazione ripassa e non rimane più niente dell’edificio. Evacuare, ma evacuare dove? Non ci sono posti al sicuro lungo su tutta la Striscia, io personalmente temo di più per la mia vita sopra un’ambulanza, o passando di fianco ad una moschea o una scuola,  che dinnanzi ad uno dei palazzi governativa ancora in piedi. Ieri notte a 20 metri da casa mia, i caccia israeliani hanno tirato giù la stazione dei pompieri. Sulla strada parallela al porto ho scoperto stamane dei crateri profondi diversi metri come se fossero piovuti meteoriti in un film di fantascienza. La differenza è che qui gli effetti speciali fanno parecchio male. Girando per i corridoi dell’ospedale Al Shifa, affollati di feriti in attesa di cure, è possibile imbattersi in un dottore dai tratti somatici non propriamente arabi, è  Mads Gilbert, medico norvegese dell’organizzazione non governativa Norwac. Gilbert, anestesista, conferma il sospetto di armi proibite utilizzate da Israele sui civili di Gaza: “molti feriti arrivano con amputazioni estreme, con entrambe le gambe spappolate, che io sospetto siano provate da armi Dime”. Questo mentre Navi Pillay, Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, denuncia “gravissime violazioni che possono costituire crimini di guerra”.  L’ultimo di questi crimini poche ore fa, a Est di Jabalia, una famiglia che si apprestava a evacuare, si stava rifornendo di scorte alimentari in uno dei piccoli negozi ancora aperti, bombardato. 8 vittime, tutte appartenenti alla stessa famiglia, quella di Abed Rabbu, 10 feriti gravi. Fra le persone che incontro per strada l’impressione è quella che Israele abbia deciso di prendersela con calma, le bombe cadono costantemente e le forze di terra avanzano lentamente. I soldati non hanno problemi nel procacciarsi razioni k, le razioni alimentari militari, a differenza  della gente di Gaza che non trova più il pane. I panettieri,  esaurite le scorte di farina, hanno iniziato a mescolarla con quella animale per sfornare le pagnotte. Oppure ci si ciba di quello che qui chiamano pane-penicillina. E’ pane ammuffito, avanzi di produzioni vecchie di settimane, verde di muffa. Lo si mette su un piccolo fuoco ricavato da un paio di ceppi di legno, vi assicuro che non è proprio una prelibatezza. Israele continua a diffondere, specie via internet, immagini riprese dal cielo che dimostrerebbero come i suoi attacchi sono precisi e mirati a “terroristi” o ipotetici magazzini di scorte di armi ed esplosivo. L’altissimo conto di vittime civili, bastano da sole a smentire questi video. Mi chiedo come Israele  possa definirsi civile e democratico, se per  stanare e uccidere un suo nemico nascosto in un edificio popolato, il suo esercito non esitano un attimo ad abbatterlo seppellendoci sotto decine di innocenti. Rifletteteci un attimo, sarebbe come se l’esercito italiano per catturare un pericoloso boss mafioso, iniziasse a bombardare pesantemente il centro di Palermo. Sono 821 i morti palestinesi nel momento in cui scrivo, 93 le donne ammazzate, 235 i bambini. 12 i paramedici uccisi nell’adempimento del loro dovere, 3 i giornalisti morti con la macchina fotografica appesa al collo. Ben 3350 i feriti,  più della metà sono minori di diciotto anni. Secondo il centro Mezan per i diritti umani, noto per la sua attendibilità,sono l’85% delle vittime totali i civili palestinesi massacrati  in due settimane.  Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Se Le Nazioni Unite non riescono a proteggere la popolazione civile palestinese dalle massicce violazioni di Israele agli obblighi umanitari internazionali, ci proveranno i miei amici del Free Gaza Movement, pronti a sbarcare a Gaza fra un paio di giorni. Sono dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani, che ritengono loro preciso dovere morale fare quello è possibile per fornire qualche misura di protezione. Ci avevano già provato ad arrivare martedì 31 dicembre sulla Dignity. La marina israeliana aveva speronato la nostra barca, in acque internazionali, tentando di affondarla, successivamente aveva parlato di “incidente”. Attenderò i miei amici con il loro carico di aiuti umanitari fra le macerie di quel che resta del porto, e voglio sperare che non si ripetano altri “incidenti” in alto mare. Il secondo volantino piovuto dal cielo che abbiamo tradotto è una vera chicca (è possibile trovare le foto di entrambi i volantini sul sito http://guerrillaradio.iobloggo.com/): “Ai cittadini di Gaza. Prendetevi la responsabilità del vostro destino! A Gaza i terroristi e coloro che lanciano i razzi contro Israele rappresentano una minaccia per le vostre vite e per quelle delle vostre famiglie. Se desiderate aiutare la vostra famiglia e i vostri fratelli che si trovano a Gaza, tutto quello che dovete fare è chiamare il numero indicato di seguito e darci informazioni riguardo alle posizioni in cui si trovano i responsabili dei lanci dei razzi e le milizie terroriste che fanno di voi le prime vittime delle loro azioni. Evitare che vengano commesse atrocità è ora vostra responsabilità! Non esitate!.. E’ garantita la più totale discrezione. Potete contattarci al seguente numero: 02-5839749.Oppure scriverci a questo indirizzo di posta elettronica per comunicarci qualunque informazione abbiate riguardo a qualsiasi attività terroristica: helpgaza2008@gmail.com “. Molti mi scrivete dall’Italia avvinti dalla frustrazione di non potere fare nulla dinnanzi a questo genocidio in corso. Vi invito a continuare a manifestare la vostra indignazione e a tifare per i diritti umani. Se poi avete 5 minuti  di tempo e un gettone telefonico da spendere, i riferimenti contenuti nell’ultimo velatino potrebbero tornarvi utili per comunicare il vostro pensiero a chi per via area, marina, terrestre, decide cinicamente sul destino di un milione e mezzo di persone. Mai gettone fu speso meglio, quei 235 bambini massacrati ve lo chiedono. Restiamo umani.

Vik

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Vittorio Arrigoni: A Gaza hanno ucciso Ippocrate

Il mio articolo per Il Manifesto di oggi:
 
A Gaza, un plotone di esecuzione ha messo al muro Ippocrate, ha puntato e fatto fuoco.
Le allucinanti dichiarazioni di un portavoce dei servizi segreti israeliani secondo cui l’esercito ha ottenuto via libera a sparare sulle ambulanze perché a bordo presenti presunti membri della resistenza palestinese, danno il quadro di che valore dà alla vita Israele in questi giorni, le vite dei nemici, s’intende. Vale la pena ripassare cosa dichiara il giuramento di Ippocrate, a cui è tenuto ogni medico prima di iniziare a esercitare la professione, in particolare questi passi:  “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;  di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica”. Sono sette fra i dottori e infermieri volontari i camici bianchi uccisi dall’inizio della campagna di bombardamenti, una decina le ambulanze colpite dall’artiglieria israeliana. I sopravvissuti tremano di paura, ma non si tirano indietro. I lampeggianti cremisi delle ambulanze sono gli unici squarci di luce lungo le strade nelle notti oscure di Gaza, esclusi i lampi che precedono le esplosioni. Riguardo a questi crimini, l’ultima denuncia è partita da Pierre Wettach, capo della Croce Rossa a Gaza;  le sue ambulanze sono potute accorrere sul luogo di un massacro, a  Zaiton, est di Gaza city, solo dopo 24 ore dall’attacco israeliano. I soccorritori dichiarano di essersi trovati dinnanzi uno scenario raccapricciante: “quattro bambini piccoli vicini ai corpi senza vita delle loro madri in una delle case. Erano troppo deboli per tenersi in piedi.  E’ stato trovato vivo anche un uomo, anche lui troppo debole per tenersi in piedi. In tutto sui materassi giacevano 12 corpi”. I testimoni di questa ennesima carneficina raccontano come i soldati israeliani, penetrati nel quartiere, hanno radunato le decine di membri della famiglia Al Samouni in un solo edificio e  poi lo hanno ripetutamente bombardato. Con i miei compagni dell’ISM sono giorni che giriamo sulle ambulanze della mezzaluna rossa, abbiamo subito molteplici attacchi e perso un caro amico, Arafa, colpito in pieno da un colpo di obice sparato da un carro armato. Altri tre paramedici nostri amici rimangono ricoverati negli ospedali dove fino a ieri lavoravano. Sulle ambulanze il nostro dovere è raccogliere feriti, non accogliere a bordo guerriglieri. E quando troviamo riverso per strada un uomo ridotto una poltiglia di sangue, non si ha il tempo di controllare i suoi documenti, chiedergli se parteggia per hamas o fatah. Anche perchè quasi sempre i feriti non rispondono, come i morti. Alcuni giorni fa caricando un ferito grave ha cercato contemporaneamente di salire sull’ambulanza anche un altro uomo, ferito in maniera lieve. Lo abbiamo spintonato fuori, proprio perché sia chiaro a chi ci spia dal cielo che non fungiamo da taxi per il trasporto di membri della resistenza, bensì accogliamo sopra le nostre ambulanze solo feriti gravi, il cui rifornimento da parte di Israele non cessa un istante. La notte scorsa è arrivata all’ospedale Al Quds di Gaza City Miriam, 17 anni, in preda alle doglie. Al mattino erano passati nello stesso ospedale suo padre e sua cognata, entrambi cadaveri, vittime di uno dei tanti bombardamenti indiscriminati. Durante la notte Miriam a partorito un bel bimbo, inconsapevole del fatto che mentre lei si trovava in salo parto, un piano più in basso, all’obitorio era giunto anche il giovane marito. Alla fine persino le Nazioni Unite si sono accorte che qui a Gaza siamo come tutti immersi nello stesso catino, bersagli mobili per ogni cecchino. Siamo arrivati a quota 789 vittime, 3300 i feriti, 410 vertono in situazione critica, 230 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Per bocca di John Ging capo dell’Unrwa (Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi), le Nazioni Unite hanno annunciato di sospendere le loro attività umanitarie lungo la Striscia. Ho incrociato Ging negli uffici dell’agenzia di stampa Ramattan, e l’ho visto sdegnato agitare il suo indice accusatorio contro Israele dinnanzi alle telecamere. L’ONU cessa le sua attività a Gaza dopo che due dei suoi operatori sono stati uccisi ieri, beffa vuole durante le tre ore di una tregua che Israele ha annunciato e al suo solito non rispetta. “I civili di Gaza hanno a disposizione 3 ore al giorno per cercare di sopravvivere, i soldati israeliani le restanti 21 per cercare di sterminarli” ho sentito Ging dichiarare a due passi da me. Da Gerusalemme mi scrive Yasmine, moglie di uno dei numerosi giornalisti in fila al valico di Erez, giornalisti ai quali per chissà perchè Israele non concede il lasciapassare per venire qui a filmare e a raccontare l’immane catastrofe innaturale che da tredici giorni ha colpito. Queste le sue parole: “L’altro ieri sono andata a vedere Gaza dal di fuori. I giornalisti del mondo sono tutti ammucchiati su una collinetta di sabbia a un paio di km dal confine. Decine di telecamere che puntano verso di voi. Aeri che ci sorvolano, si sentono ma non si vedono,  sembrano solo illusioni mentali finché non si vede il fumo nero salire all’ orizzonte, Gaza.  La collina e’ diventata anche meta turistica per gli Israeliani di zona. Con grandi binocoli e macchine fotografiche vengono a vedere i bombardamenti dal vivo.” Mentre sto trascrivendo in fretta e furia questa mia corrispondenza una bomba cade nel palazzo a fianco a quello in cui mi trovo. I vetri tremano, le orecchie dolgono, mi affaccio dalla finestre e vedo che hanno colpito l’edificio dove sono raccolti i principali media arabi. E’ uno dei palazzi più alti di tutta Gaza city, l’Al Jaawhara building. Sul tetto tengono fissi una troupe con una telecamera, li vedo ora contorcersi tutti a terra, agitare le braccia invocando aiuto, avvolti da una cappa nera di fumo. Paramedici e giornalisti, le professioni più eroiche in questo spicchio di mondo. All’ospedale Al Shifa ieri sono andato a trovare Tamim, reporter sopravvissuto ad un bombardamento aereo. Mi ha spiegato come secondo lui Israele sta adottando le stesse identiche tecniche terroristiche di Al Al-Qaeda, bombarda un edificio, attende l’arrivo dei giornalisti e dei soccorsi, quindi fa cadere un’altra bomba che fa strage di quest’ultimi. Per questo motivo a suo avviso si sono registrate molte vittime fra i paramedici e i reporters, gli infermieri attorno al suo letto facevano cenni di consenso. Tamim mi ha mostrando sorridendo, i suoi moncherini. Ha perso le gambe, ma è felice d’ essersela cavata, il suo collega  Mohammed è morto con in mano la macchina fotografica, la secondo esplosione lo ha ucciso. Nel frattempo mi sono informato sulla bomba appena caduta nel palazzo qui vicino, sono rimasti feriti due giornalisti, entrambi palestinesi, uno di Libyan tv l’altro di Dubai tv. Giusto un altro sonoro avvertimento da chi esige che questo massacro di vittime civili non venga in alcun modo raccontato. Non mi resta che augurarmi che nel quartier generale dei vertici militari israeliani non si legga Il Manifesto, ne vi siano affezionati visitatori del mio blog.
Restiamo umani.
Vik

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Vittorio Arrigoni: “non lascerò il mio paese!”

Il dentifricio, lo spazzolino, le lamette e la mia schiuma da barba. I vestiti che indosso, lo sciroppo per curarmi una brutta tosse che mi affligge da settimane, le sigarette comprate per Ahmed, il tabacco per il mio arghile. Il mio telefono cellulare, Il computer portatile su cui batto ebefrenico per tramandare una testimonianza dell’inferno circostante. Tutto il necessario per una vita umile e dignitosa a Gaza, proviene dall’Egitto, ed è arrivato sugli scaffali dei negozi del centro passando attraverso i tunnel. Gli stessi tunnel che caccia F16 israeliani hanno continuato a bombardare massicciamente nelle ultime 12 ore, coinvolgendo nelle distruzioni le migliaia di case di Rafah  vicini al confine. Un paio di mesi fa mi sono fatto sistemare tre denti malconci, alla fine dell’intervento ricordo che ho chiesto al mio dentista palestinese dove si procurava tutto il materiale odontotecnico, anestetico, siringhe, corone in ceramica e ferri del mestiere, sornione, il dentista mi aveva fatto un cenno con le mani: da sotto terra. Non vi è alcun dubbio che attraverso i cunicoli sotto Rafah passavano anche esplosivo e armi, le stesse che la resistenza sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un criminale assedio. Su internet è facile reperire  foto che documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con l’Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in un pozzo egiziano per riemergere da quest’altra parte e rifornivano di latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si approvvigionavano clandestinamente al confine. I tunnel erano l’unica risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere all’assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un tasso di disoccupazione del 60%, e  costringeva l’80% delle famiglie a vivere di aiuti umanitari. I nostri compagni dell’ISM a Rafah ci descrivono l’ennesimo esodo a cui stanno assistendo. Carovane di disperati che su carretti trainati da muli o sopra mezzi di fortuna stanno lasciando le loro case dinnanzi all’Egitto. Copione già visto, i giorni precedenti erano piovuti dal cielo volantini che intimavano l’evacuazione, Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe. Gli sfollati di oggi passeranno la notte da parenti, amici e conoscenti a Gaza. Nessuno si fida più ad andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite, dopo il massacro di ieri a Jabalia. Moltissimi però non si sono mossi, non hanno alcuno posto dove riparare. Passeranno la notte pregando un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze. A ora sono 768 i morti palestinesi, 3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. A Zaytoun, quartiere a Est di Gaza city, le ambulanze delle Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e 10 ferititutti appartenenti alla famiglia Al Samoui. Una esecuzione perfetta, nei corpicini dei  bambini morti, è possibile notare non schegge di esplosivo, ma fori di proiettile.  Le ultime due notti negli ospedali di Gaza city sono state più tranquille del solito, abbiamo soccorso decine di feriti e non centinaia. Evidentemente dopo la strage della scuola di  Al Fakhura l’esercito israeliano ha sfondato il budget quotidiano di morti civili da offrire in pasto ad un governo assetato di sangue in vista delle imminenti elezioni. Abbiamo sentore che già da stanotte torneranno a riempire fino a far scoppiere gli obitori. A sirene spiegate continuiamo a scortare negli ospedali  donne gravide che partoriscono prematuramente. Come se la natura , la conservazione della specie induca queste madri coraggio ad anticipare la messa al mondo di nuove vite per sopperire al crescente numero di morti. Il primo vagito di questi neonati, quando sopravvivono, sovrasta per un attimo il boato delle bombe. Leila, compagna dell’ISM, ha chiesto ai figli dei nostri vicini di casa di scrivere dei pensieri sull’immane tragedia che stiamo vivendo. Questi alcuni stralci dei loro termini, gli orrori della guerra osservati da uno sguardo puro e innocente, quello dei bambini di Gaza: Da Suzanne, 15 anni:“La vita a Gaza è molto difficile. In realtà non si può descrivere tutto. Non possiamo dormire, non possiamo andare a scuola o studiare. Proviamo molte emozioni, a volte abbiamo paura e ci preoccupiamo perché gli aerei e le navi colpiscono 24 ore su 24. A volte ci annoiamo perché durante il giorno non c’è elettricità, e la notte ce l’abbiamo solo per circa quattro ore, e quando c’è, guardiamo il notiziario in TV. E vediamo bambini e donne feriti o morti. Così viviamo l’assedio e la guerra.” Da Fatma, 13 anni: “E’ stata la settimana più difficile della mia vita. Il primo giorno eravamo a scuola, a dare l’esame del primo trimestre, poi sono iniziate le esplosioni e molti studenti sono stati uccisi o feriti, e gli altri sicuramente hanno perso un parente o vicino. Non c’è elettricità, cibo o pane. Che possiamo fare – sono gli israeliani! Tutti nel mondo festeggiano il nuovo anno, anche noi lo festeggiamo ma in modo diverso.” Da Sara, 11 anni : “Gaza vive in un assedio, come in una grande prigione: niente acqua, niente elettricità. La gente ha paura e non dorme la notte, e ogni giorno nuove persone vengono uccise. Fino ad ora, più di 700 sono state uccise e più di 3000 ferite. E gli studenti davano gli esami del primo trimestre, così Israele ha colpito le scuole, il Ministero dell’educazione, e molti ministeri. Ogni giorno la gente chiede quando finirà, e aspettano altre navi di attivisti come Vittorio e Leila.” Da Darween, 8 anni “Sono un bambino palestinese e non lascerò il mio paese così avrò molti vantaggi perché non lascerò il mio paese e sento il rumore di razzi così non lascerò il mio paese!.” Meriam ha quattro anni. I suoi fratellini le hanno chiesto: “Cosa provi quando senti I razzi?” E lei ha detto: “Ho paura!”, e subito è corsa a nascondersi dietro le gambe del papà. Gaza è tristemente avvolta nell’oscurità da dieci giorni, solo negli ospedali ci è concesso ricaricare computer e cellulari, e guardare la televisione con i dottori e i paramedici in attesa di una chiamata di soccorso. Ascoltiamo i boati in lontananza, dopo qualche minuto le reti satellitare arabe riferiscono esattamente dove è avvenuta l’esplosione. Spesso ci riguardiamo sullo schermo trarre fuori dalle macerie corpi, come se non bastasse averli visti in diretta. Ieri sera col telecomando ho scanalato sono una televisione israeliana. Davano un festival di musica tradizionale, con tanto di soubrette in vestiti succinti e fuochi artificiali finali. Siamo tornati al nostro orrore, non sullo schermo, ma sulle ambulanze.  Israele ha tutti i diritti di ridere e cantare anche mentre massacra il suo vicino di casa. I palestinesi chiedono solo di morire di una morte diversa, che so, di vecchiaia. Restiamo umani.

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