Non chiedetemi di festeggiare la nakba, la catastrofe palestinese (risposta a Diego Ianiro e a Nazione Indiana)

Giorni addietro Diego Ianiro mi ha chiesto
un parere sulla sua lettera-appello pubblicata su Nazione Indiana.
Questa la mia risposta.
 
Vik
giusto boicottaggio fiera del libro di torino
 

 
1948 2008 nakba naqba image
Caro Diego,
chi ti scrive in Palestina ci ha lasciato una parte del cuore,
e pure un bel pezzo di fegato.
Perchè ci vuole coraggio, una sorta di cosciente incoscienza,
per schierarsi dinnanzi immobile, al terzo esercito più potente del mondo. Armati e animati solo dalla passione per quei quattro sconci ideali che sono l’unica bandiera in cui vorrei venire avvolto da morto, la mia unica patria.
 
Per il nostro attivismo nel campo dei diritti umani,
pacifista e non violento, io insieme agli amici di quell’angelo Rachel Corrie siamo stato omaggiati dai soldati israeliani di manganellate e gas lacrimogeni cancerogeni, proiettili rivestiti di gomma e proiettili investiti di missione omicida.
Qualcuno di noi non è tornato a casa, e mi riferisco a Tom, oltre che a Rachel.
Diversi altri a casa sono tornati parecchio conciati, come Brian, grazie ai gentili omaggi dei soldati israeliani.
Voglio dire che di sangue ne è stato versato, e mescolato insieme a quello palestinese nell’odierna carneficina denominata occupazione militare.
 
Durante i miei mesi di convivenza con le donne e con gli uomini della Palestina ho appreso più di una lezione su  cosa significa dignità umana, fratellanza, eroismo umile;  lezioni che da noi solo gli ultimi partigiani sopravvissuti potrebbero ancora tramandare, se ancora qualcuno avesse voglia di starli a sentire.
Ho continuato a tornare in Palestina finché Israele non ha deciso che ero divenuto un personaggio scomodo,
che con tutti i gravi crimini contro l’umanità di cui ero stato  testimone vigile
sarei  teoricamente “pericoloso” per il suo progetto sionista di occupazione, ed è per questo che  sono stato arrestato, torturato,
e ingiustamente processato a Tel Aviv.
Le cicatrici di quei drammatici avvenimenti sono ben più visibili nel mio animo,
di quelli che mi sono rimasti impressi sulla carne viva.
Ma sono NULLA rispetto alla quotidianità di dolore e disumana sofferenza che subiscono le donne e gli uomini della Palestina,
Nulla rispetto al dolore della madre di Tamer Abu Shaira, bambino di dieci anni ucciso martedì con un colpo alla testa.
Nulla rispetto al pena della madre di Said al-Aidi, di 2 anni morto lo stesso giorno per mancanza di farmaci in quella prigione a cielo aperto che è Gaza. 
Nulla rispetto al sofferenza delle madri dei 5 morti  e dei bambini seriamente feriti durante l’ultimo bombardamento a Rafah,
Niente rispetto al dolore delle madre di Tasbih al-Khayyat, studentessa rapita lunedì insieme ad altri 15 palestinesi,
e questo solo per rimare agli ultimi giorni.
 
Nulla rispetto al futuro dolore di quella madre quando scoprirà che proprio oggi un suo figlio si è offerto per il martirio,
il desiderio folle di divenire una bomba a due gambe, non avendo più alcuna speranza su cui camminare.
 
Vengo alla disamina dell’appello contenuto nella tua lettera Diego,
che ti dico già non posso decisamente accettare.
 
tu dici:
1- Accettando Israele come paese ospite
 
Credo che a questo punto sia chiaro a tutti che l’ospitata di Israele alla fiera del libro di Torino sia una celebrazione del sessantesimo anniversario della sua nascita.
E io ti rispondo che non ho potuto, non posso, non potrò mai festeggiare la nakba.
 
Non chiedetemi di festeggiare la catastrofe palestinese.
 
Ho ancora ben impresso, nella mente, quella notte di qualche anno fa a Tulkarem, era metà maggio.
Allarmati da colpi sordi, di esplosioni, ci siamo issati sul tetto dell’ospedale della mezza luna rossa che faceva allora da nostra base operativa. Con nostra vivida sorpresa di non si trattava di una battaglia in corso,
ma di fuochi artificiali.
Nella colonia israeliana di Sal’it, a pochi chilometri in linea d’aria, stavano festeggiando l’anniversario della nascita d’Israele.
Poco dopo, nella città palestinese si manifestò una incursione di mezzi militari israeliani, tank e jeep blindate, facendo calare il panico nella popolazione locale.
Sentimmo i primi spari, e poi distintamente, l’invito che i soldati facevano dai microfoni ai palestinesi, in arabo e in inglese:
 
“People of Tulkarem,  say happy birthday to Israel,
curfew! curfew! curfew!
 
(tr: gente di Tulkarem, augurate buon compleanno a Israele,
coprifuoco! coprifuoco! coprifuoco!)
 
Quasi immediatamente gli uomini di Tulkarem uscirono dalle loro case e temerari si riversarono nelle strade al grido di:
“Allah akbar! Allah akbar! Allah akbar!”
 
E noi dietro loro.
 
L’indomani, mestamente, amici arabi mi accompagnarono all’obitorio della città,
per vedere i corpi maciullati che i soldati si erano lasciati dietro i loro festeggiamenti.
Mi mostravano i cadaveri freschi di giornata con l’esortazione a prendere nota eppoi riferire, una volta tornato in Italia,
cosa che ho assunto come missione e sto svolgendo anche in questo preciso istante.
 
Non chiedetemi di festeggiare tutto questo.
 
Diego,
successivamente tu scrivi:
 
2- Motivando e proponendo “nel nome della letteratura”, come da appello, l’inclusione di tutte le voci e le penne nate, cresciute o residenti in Israele…
 
e poi ipotizzi un titolo provvisorio per il nuovo evento:
“Israele sessant’anni dopo: affinità/divergenze tra lo Stato Ebraico e noi [ebrei]”)
 
Come è possibile che tu ti sia scordato del milione di arabi-israeliani e quindi non ebrei che vivono a tutti gli effetti sebbene discriminati nello stato d’Israele?
Le loro vite nello stato d’Israele non hanno voce in capitolo?
 
Riguardo al titolo ti dico di più Diego,
io mi ritrovo nelle parole del Patriarca Latino di Gerusalemme, Michael Sabbah, quando invita Israele a rinunciare al suo carattere di Stato Ebraico, proprio perchè il 25% della sua popolazione non è ebreo.
 
Ma il punto più controverso del tuo appello, a mio modestissimo parere,
sta in quell’invito a “esclusivamente-  tutte le voci e le penne nate, cresciute o residenti in Israele.”
per un “dibattito/confronto sul tema della democrazia israeliana “.
 
Ciò significa escludere quei soggetti che di fatto sono le prime vittime dell’assenza di democrazia in Israele,
vale a dire gli arabi-israeliani e i palestinesi sotto occupazione.
 
Come se nel Sudafrica dell’apartheid venisse organizzato un dibattito sul razzismo senza invitare nessun rappresentante della comunità nera.
 
Discutere della democrazia di uno Stato che in questo preciso momento sta occupando e costantemente colonizzando  un altro popolo senza invitare una pari delegazione del popolo occupato non mi pare abbia molto senso.
 
Ti posso dimostrare con un semplice quesito che è indispensabile l’apporto dei palestinesi anche solo per riuscire a identificare Israele fisicamente, giuridicamente, e quindi democraticamente.
 
Cosa significa Israele?
Cosa è Israele?
Quali sono i suoi confini, e quali i suoi cittadini sopra cui esercitare la sua sovranità?
 
Per ogni estenuo promotore di pace,
che non può esistere senza giustizia e legalità,
Israele si configura in quello stato a partire dal  suo riconoscimento nelle leggi internazionali,
dalla comunità internazionale che lo inserisce entro i confini prima del  ’67.
Tutto il resto è Legalmente Giustizialmente e Pacificamente territorio palestinese.
E se qualcosa dovrà essere tolto, qualcos’altro dovrà essere aggiunto.
 
E chi sono gli israeliani?
e quali israeliani tu vorresti invitare?
 
Mal, mia cara amica che che sta ultimando il suo primo libro,
è puroperfettamente palestinese, ogni cellula del suo minuscolo e grazioso corpo e ogni molecole del suo spirito appartengono alla Palestina,
ma, essendo nata e cresciuta a Gerusalemme Est, secondo le autorità israeliane è cittadina d’Israele ( sebbene cittadina di serie z).
Tant’è che per viaggiare, quando glielo permettono, ha con sè un passaporto israeliano.
Lei rientra fra gli scrittori da invitare?
 
Come si denota,
invitare solo cittadini israeliani ebrei è troppo controverso,
e tendenzialmente favorevole alla politica attuale del governo israeliano,
che fa della unilateralità il suo piglio tirannico.
 
.
Come ho già scritto sul mio blog nei confronti della fiera del libro di Torino la mia scelta l’ho già fatta.
Quale formula più limpidamente pacifista e non violenta di dissenso,
per costringere Israele a mollare la sua morsa mortale che soffoca la Palestina,
se non il boicottaggio?
Nella mia esperienza di vita ho sempre cercato di sostenere la causa palestinese,questione morale del nostro tempo, nei modi e nei canoni consentiti dal mio pacifismo.
E per sapere ogni volta quale azione fosse la più giusta da intraprendere ho adottato un sistema semplicissimo.
Semplicemente, ho sempre chiesto a quei palestinesi che condividevano i miei ideali cosa fosse meglio fare per sostenere la loro lotta di resistenza.
E difatti il mio appoggio al boicottaggio della fiera di Torino è condizionato oltre che dall’Unione Generale degli Scrittori Palestinesi dalle parole del Primo Poeta palestinese Makhumd Darwish,
che un paio di anni fa ebbi la fortuna d’incontrare:
«Se mi invitassero a Torino rifiuterei». «L’edizione di quest’anno è ipocrita e mi dispiace, amo l’Italia. La nascita d’Israele per noi è la Nabka, la catastrofe. Non ho niente da dire ai suoi cantori».
 
In Palestina mi trovai a fare da scudo umano per proteggere i civili palestinesi,
perchè era questo quello che i palestinesi mi avevo chiesto di fare per aiutarli.
Non mi sono mai permesso di imporre ai palestinesi la mia soluzione per la loro sopravvivenza,
il mio è sempre stato un agire di supporto, di rispetto.
 
Da allora a oggi per me nulla è cambiato.

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