Mario Centorrino: Sciascia Camilleri e Tomasi di Lampedusa portano sfiga

“Io” proseguì don Mariano “ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono coe i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha pià senso e più espressione di quella delle anatre.”

(da “il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia)

 

Secondo Mario Centorrino, l’assessore regionale alla Formazione della regione Sicilia, leggere Sciascia, Camilleri e Tomasi di Lampedusa “porta sfiga”. Semplicemente non bisognerebbe leggerli più.
In considerazione di questa dichiarazione dell’economista iscritto al PD, ho deciso di indire un sondaggio (votate sulla barra di dx).

Secondo voi in quale categoria umana va ascritto Centorrino?

1 UOMINI
2 MEZZ’UOMINI
3 OMINICCHI
4 PIGLIAINCULO
5 QUAQUARAQUA’

Comunicheremo i risultati per mail all’esimio professore e al segretario del Partito (poco) Democratico.

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Guido Bertolaso SPA

C’era chi se la rideva mettendo le mani sugli appalti per la ricostruzione e chi se la godeva come un suino coi nostri soldi.

 

Guido Bertolaso andava a puttane sulle macerie fumanti dell’Aquila?

Chissà da chi ha preso:

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Affondate i pescherecci palestinesi

«Affondate le barche»

di Michele Giorgio – TEL AVIV

Nelle acque di Gaza, la sopravvivenza dei palestinesi dipende dalla discrezionalità della Marina israeliana, che arresta i pescatori e cerca di farne delle spie. Un militare di Tel Aviv «rompe il silenzio».Un capitano svela la strategia della Marina contro i pescatori palestinesi

È un’atmosfera davvero insolita per parlare del dramma che i pescatori palestinesi vivono ogni giorno nelle acque davanti alla costa di Gaza. Siamo in un caffè di Tel Aviv, all’angolo tra via Mazarik e Piazza Rabin, e ritmi brasiliani allietano la serata dei tanti che affollano il locale. Eppure l’ha scelto apposta, il capitano della Marina israeliana Ido M., 29 anni, che ci ha chiesto di non rivelare la sua identità perché è ancora un riservista. «Con questa confusione nessuno presterà attenzione alla nostra conversazione, per me sarà più semplice non essere identificato», spiega il capitano guardando negli occhi il rappresentante dell’associazione di soldati e ufficiali israeliani «Breaking the silence» («Rompere il silenzio») che ha organizzato l’intervista. Da tempo Ido M., che fino al dicembre 2007 ha avuto il comando di una motovedetta della classe «Dabur», voleva «rompere il silenzio» sul comportamento delle navi da guerra israeliane contro i pescatori di Gaza. Ma è riuscito a farlo solo dopo aver lasciato la carriera militare. «Continuo ad essere richiamato ogni anno per tre settimane ma nel mare di Gaza non vado più, mi rifiuto di farlo e il comando della Marina mi ha assegnato un incarico a terra, in un ufficio», aggiunge il capitano preparandosi a rispondere alle nostre domande.
Per quanto tempo hai avuto il comando di una delle motovedette israeliane che entrano nelle acque di Gaza.
Per quasi tre anni, prima e dopo il 2005, ma avevo partecipato a missioni in quella zona durante la formazione all’accademia navale.
Perché fai riferimento al 2005, l’anno del ritiro di coloni e soldati israeliani da Gaza?
Il comportamento e le regole di ingaggio della Marina sono cambiate dopo il ritiro, nel 2005. Prima, le violazioni (israeliane, ndr) delle acque territoriali di Gaza erano occasionali perché i pescatori palestinesi avevano la possibilità di spingersi al largo per una dozzina di miglia e gettare le reti in acque pescose. Dopo il 2005 la Marina, per ordine del governo, ha cominciato a restringere il limite di pesca portandolo a una misura minima dopo il giugno 2007, quando Hamas ha preso il potere a Gaza. Allo stesso tempo le regole di ingaggio si sono allentate, nel senso che se nel 2002 ogni intervento contro i pescatori doveva essere coordinato in ogni momento con il comando centrale, dopo il 2005 e soprattutto il 2007, ai comandanti delle unità «Dabur» è stata lasciata ampia libertà. Inoltre, se in passato ad ogni operazione (contro i pescatori, ndr) seguiva un’analisi dettagliata dell’accaduto una volta rientrati alla base, oggi questo non accade quasi più.
Quali sono le regole?
La principale riguarda lo spazio entro il quale restringere la possibilità di pesca per i palestinesi di Gaza. Attualmente credo che un peschereccio palestinese non possa andare oltre le tre miglia dalla costa ma, in ogni caso, questo conta fino ad un certo punto. Quando andiamo in mare ci vengono comunicati gli ordini e quel limite varia per decisione delle autorità politiche.Spesso viene ulteriormente ridotto. Noi dobbiamo farlo rispettare. L’azione delle nostre unità diventa più intensa e repressiva in due corridoi, larghi 1,5 km, nelle acque palestinesi che determinano il limite orientale e occidentale dello spazio concesso ai pescatori. In questi due corridoi, dove nessuno può entrare e le acque sono tranquille, ovviamente i pesci abbondano, specie nel periodo primaverile. I pescatori quindi tentano di penetrarvi anche solo per lanciare una rete che torneranno a recuperare piena di pesci in un secondo momento. In quei casi la Marina interviene con durezza arrestando i pescatori, confiscando le imbarcazioni, distruggendo le reti e usando anche le armi.
Ma sono acque palestinesi non israeliane.
Certo, tutto avviene sempre nelle acque di Gaza non in quelle israeliane. Negli anni in cui sono rimasto in servizio attivo in quella zona non c’è stato alcun tentativo palestinese di infiltrazione nelle acque territoriali di Israele e negli ultimi anni la percentuale di azioni armate palestinesi via mare non supera lo 0,1%.
Ufficiali e marinai sanno di aver di fronte pescatori che dal mare traggono il sostentamento.
Naturalmente, lo sanno tutti.
Ne discutevate al ritorno alla base?
Pochissimo, quasi niente. Quando si è parte del sistema, raramente si mettono in discussione certe politiche. Ufficiali e marinai inoltre vogliono portare a casa risultati, far vedere ai superiori che la Marina sta facendo la sua parte, sta dando il suo contributo alla «lotta al terrorismo», come l’Esercito e l’Aviazione. Anche se i risultati sono l’arresto di qualche povero pescatore e il sequestro di qualche imbarcazione.
Parliamo degli arresti in mare. Come e per quale motivo avvengono.
Anche in questo caso le regole valgono fino a un certo punto. A volte quando fermiamo i pescatori in mare e controlliamo i loro documenti, dal comando ci viene detto di arrestarne uno o due, senza una motivazione precisa. Li portiamo alla base di Ashdod dove vengono presi in consegna dagli uomini dello Shin Bet (il servizio di sicurezza) che ha il compito di interrogarli ma anche di reclutare collaborazionisti.
Voi ne siete informati?
Il nostro compito termina nel momento in cui gli arrestati mettono piede a terra ma, naturalmente, sappiamo che lo Shin Bet cerca di avere informazioni su quel che accade a Gaza, specie da quando c’è Hamas al potere, e che prova a trasformare gli arrestati in spie, minacciandoli di tenerli in carcere per anni o, al contrario, promettendo soldi e permessi speciali.
Hai mai ordinato ai tuoi uomini di sparare in direzione delle imbarcazioni palestinesi?
Sì, l’ho fatto e in un caso il fuoco delle mitragliatrici ha ferito un pescatore. Il più delle volte non si spara direttamente sui pescherecci ma in mare, sul lato sinistro dell’imbarcazione. In questo modo i proiettili, rimbalzando sull’acqua cadono verso destra con effetti meno letali ma non per questo poco pericolosi. So di diversi pescatori di Gaza feriti dal fuoco delle nostre armi. Una notte i palestinesi erano usciti in mare con un’imbarcazione più grande e alcune piccole barche che poi hanno formato un cerchio. I pescatori avevano anche acceso delle lampade a gasolio per attirare i pesci. Si erano però spinti fino al limite di una fascia proibita di 1,5 km e dal comando, a un certo punto, mi hanno detto di aprire il fuoco e di affondare una delle barche più piccole a scopo punitivo. Dalla mia unità, un marinaio ha lanciato degli avvertimenti in ebraico ai palestinesi, poi la mitragliatrice leggera ha fatto fuoco. Uno dei pescatori è stato colpito alle gambe. Mentre ci allontanavamo abbiamo visto i suoi compagni che cercavano di aiutarlo.
Hai mai disobbedito a un ordine mentre eri nelle acque di Gaza?
Sì, o almeno non l’ho eseguito come avrebbero voluto al comando. Avevamo arrestato dei pescatori. Dal comando mi hanno detto di interrogarli, ma quelli si rifiutavano di rivelarci la loro identità. Da Ashdod hanno insistito per avere quelle informazioni, ho risposto che i palestinesi continuavano a rimanere muti. Quindi mi hanno detto di andare avanti, fino a farli parlare. A quel punto ho capito che mi stavano chiedendo di usare la forza. Ho replicato che non lo avrei fatto. I minuti successivi sono stati davvero difficili. Per uscire da quella situazione ho preso da parte uno dei palestinesi, quello che parlava un po’ di ebraico, chiedendogli di dirmi almeno i loro nomi. Quel mio gesto conciliante invece lo ha impaurito, forse ha pensato che lo avrei picchiato, così ha cominciato a piangere nonostante le mie rassicurazioni. Una scena che non dimenticherò mai.
Perché hai deciso di raccontare tutto questo ai giornalisti?
Perché bisogna rompere il silenzio, non si può tacere di fronte a ciò che accade nelle acque di Gaza.

Da il Manifesto

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Cairo mood

“Moralmente come fisicamente, ho sempre avuto la sensazione dell’abisso, non soltanto l’abisso del sonno, ma l’abisso dell’azione, del sogno, del ricordo, del desiderio, del rimpianto, del rimorso, del bello, del numero…”

(Charles Baudelaire)

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Berlusconi Photoshop

Mussolini spostava i carri armati da città in città lungo tutta la Penisola per mostrare quanto enorme fosse il suo esercito. Berlusconi si limita a moltiplicare i suoi fans con Photoshop. Il risultato è lo stesso: PATETICO.

Dal blog di Paolo Attivissimo:

È approdata anche su PhotoshopDisasters la patetica foto truccata di propaganda di Silvio Berlusconi nel libro Noi amiamo Silvio edito da Peruzzo (che, stando al Corriere, s’è prestato al falso su richiesta diretta del Cavaliere). Ma il merito della scoperta spetta a Vacon Sartirani e al blog San Precario.

Ci sono pezzi di folla copiati, rovesciati e reincollati; bandiere aggiunte e duplicate dilettantescamente; un mazzo di fiori in mano a Berlusconi che pare disegnato da un bambino sotto Rohypnol; e altri dettagli squallidi che potete contemplare nelle versioni ad alta risoluzione che trovate per esempio qui. C’è persino il facepalm incorporato: la signora che si mette le mani nei capelli qui sopra è tratta dalla zona in basso a sinistra della foto.

La pagina di Photoshop Disasters.

Ditelo con i fiori.

Il lato destro e quello sinistro della foto.

Due bandiere con le stesse, identiche pieghe. Un nuovo miracolo italiano.

 

Complimenti a tutti i falsari interessati per la grande prova di onestà e per l’ennesima figuraccia internazionale regalata all’Italia.

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Ebrei Iraniani

La giornata dalla memoria è stata la scusa per Israele e per molti dei suoi lustrascarpe, Berlusconi-lingua birforcuta in primis,
per tornare ad accusare l’Iran, in vista di un ulteriore massacro preventivo, esattamente come è successo in Iraq.

Addirittura il regime iraniano viene paragonato al nazismo.

Ebbene, nella Teheran “nazista” come se la passano gli ebrei?
Per chi è così male informato da non sapere neanche che una antichissima comunità di 25 000 ebrei vive in Iran e non sono certo vittime di un genocidio,
ma anzi, in confronto ai palestinesi in Israele se la spassano:

Iran, Cosa vogliono gli ebrei iraniani

di Roger Cohen
27 febbraio 2009

L’Iran è una realtà complessa, fatta di numerose etnie e minoranze religiose, che hanno vissuto storie di convivenza accanto a episodi di brutale repressione. La realtà degli ebrei iraniani, una comunità antichissima tuttora vitale in Iran, fra millenaria tolleranza e ostilità recenti, viene raccontata da Roger Cohen, noto commentatore del New York Times

ESFAHAN – In Piazza Palestina, dal lato opposto della moschea chiamata al-Aqsa, vi è una sinagoga dove gli ebrei di questa antica città si riuniscono all’alba. Sopra l’ingresso vi è uno striscione che dice: “Congratulazioni per il 30° anniversario della Rivoluzione Islamica dalla comunità ebraica di Esfahan.”
Gli ebrei dell’Iran si tolgono le scarpe, avvolgono cinghie di pelle attorno alle braccia per allacciare i filatteri, e prendono posto. Presto il sinuoso mormorio delle preghiere ebraiche attraversa la sinagoga stipata, con i suoi deliziosi tappeti e le sue misere piante. Soleiman Sedighpoor, un vecchio commerciante con un negozio pieno di tesori, dirige la funzione dal podio sotto al lampadario.
Ero stato a trovare Sedighpoor, un uomo di 61 anni dagli occhi vivaci, il giorno precedente nel suo piccolo negozio polveroso. Mi aveva venduto, con un po’ di riluttanza, un braccialetto di madreperla ornato con miniature persiane. “Il padre compra, il figlio vende”, aveva borbottato prima di invitarmi alla funzione.
Accettando, gli avevo chiesto cosa pensasse dei cori “morte a Israele” – “Marg Bar Esraeel”- che accompagnano la vita in Iran.
“Lasciategli dire ‘morte a Israele’”, ha detto, “sono in questo negozio da 43 anni e non ho mai avuto un problema. Ho visitato i miei parenti in Israele, ma quando vedo cose come l’attacco a Gaza, anche io manifesto come un iraniano.”
Il Medio Oriente è un quartiere scomodo per le minoranze, persone la cui stessa esistenza è un rimprovero alle definizioni contrapposte di  identità nazionali e religiose. Eppure sono forse 25.000 gli ebrei che vivono in Iran, Paese che ne ospita la comunità più grande, insieme alla Turchia, nel Medio Oriente musulmano. Ci sono più di una dozzina di sinagoghe a Tehran; qui a Esfahan una manciata di esse accoglie circa 1.200 ebrei, superstiti di una comunità antica più di 3.000 anni. Nel corso dei decenni, fra la nascita di Israele nel 1948 e la Rivoluzione Islamica nel 1979, il numero degli ebrei iraniani è diminuito di circa 100.000 persone. L’esodo è stato però molto meno completo rispetto a quello dai Paesi arabi, dove risiedevano più di 800.000 ebrei al momento della nascita di Israele.
In Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, e Iraq – Paesi in cui vivevano più di 485.000 ebrei prima del 1948 – ne rimangono meno di 2.000. L’ebreo arabo è ormai scomparso. L’ebreo persiano se l’è passata meglio. Di sicuro, il ciclo di guerre (a quanto pare non ancora conclusosi) di Israele è avvenuto con gli arabi, non con i persiani, e ciò spiega alcune delle discrepanze.
Eppure, c’è un mistero che ancora aleggia sugli ebrei d’Iran. È importante decidere cosa sia più significativo: le invettive di annientamento anti-israeliane, la negazione dell’Olocausto e altre provocazioni iraniane – o la presenza di una comunità ebraica che vive, lavora, e pratica la propria religione in relativa tranquillità.
Forse ho una preferenza per i fatti rispetto alle parole, ma penso che la realtà della civiltà iraniana nei confronti degli ebrei ci dica di più sull’Iran – sulla sua raffinatezza e cultura – di quanto non lo faccia tutta la recente incendiaria retorica. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che io sono un ebreo e non sono mai stato trattato con tanto calore come in Iran. O forse sono rimasto impressionato dal fatto che tutta la furia su Gaza, sbandierata ai quattro venti sui manifesti e sulla televisione iraniana, non è mai degenerata in insulti o violenze verso gli ebrei. O forse ancora, perché sono convinto che la caricatura da “folli Mullah” che viene fatta dell’Iran, e il fatto di paragonare ogni eventuale compromesso con Tehran a quello di Monaco nel 1938 (che portò all’annessione alla Germania hitleriana dei Sudeti appartenenti alla Cecoslovacchia, nell’ambito della cosiddetta  ‘politica di appeasment’, la politica condiscendente adottata da Francia e Germania nei confronti del regime nazista durante gli anni ’30 (N.d.T.) ) – una presa di posizione popolare nei circoli ebrei americani – siano fuorvianti e pericolosi.
So bene che, se molti ebrei hanno lasciato l’Iran, ciò è avvenuto per una ragione. L’ostilità esiste. Le accuse di spionaggio a favore di Israele inventate contro un gruppo di ebrei di Shiraz nel 1999 hanno mostrato il lato peggiore del regime. Gli ebrei eleggono un rappresentate in parlamento, ma possono votare per un musulmano se preferiscono. Un musulmano, tuttavia, non può votare per un ebreo. Tra le minoranze, il trattamento riservato ai Bahai – sette dei quali sono stati recentemente arrestati con l’accusa di spionaggio per Israele – è brutale.
Ho chiesto a Morris Motamed, che è stato membro ebreo del Majlis (il parlamento iraniano (N.d.T.) ), se si sentisse usato – un collaborazionista iraniano. “No”, ha risposto. “In realtà avverto una profonda tolleranza, qui, nei confronti degli ebrei”. Mi ha detto che i cori di “morte a Israele” lo infastidiscono, ma poi ha continuato criticando “i due pesi e le due misure” che permettono a Israele, al Pakistan, e all’India di avere una bomba atomica, ma non all’Iran.
Questo doppio standard non funziona più; il Medio Oriente è diventato troppo complesso. Le volgari filippiche anti-israeliane dell’Iran possono essere viste come una provocazione per far concentrare l’attenzione della gente sulle testate nucleari israeliane, sulla sua occupazione della Cisgiordania che si protrae da 41 anni, sul suo rifiuto di Hamas, sul suo continuo uso della forza. Il linguaggio iraniano può essere detestabile, ma ogni tentativo di pace in Medio Oriente – e ogni coinvolgimento di Tehran – dovrà tenere presenti questi punti.
Il complesso da “Zona Verde” – l’insistenza di basare la politica del Medio Oriente sulla costruzione di mondi immaginari – non ha portato da nessuna parte.
Il realismo nei confronti dell’Iran dovrebbe tener conto dell’ecumenica Piazza Palestina a Esfahan. Alla sinagoga, Benhur Shemian, 22 anni, mi ha detto che Gaza dimostra che il governo israeliano è “criminale”, ma che comunque lui spera nella pace. Alla moschea di al-Aqsa, Morteza Foroughi, 72 anni, ha indicato la sinagoga e ha detto: “Loro hanno il loro profeta, noi abbiamo il nostro. E va bene così.”

Roger Cohen è un noto commentatore del New York Times e dell’International Herald Tribune. In precedenza aveva lavorato come corrispondente estero per l’agenzia Reuters, e poi per il Wall Street Journal.

(Traduzione a cura di UNIMED

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Giuseppe Gatì

In giorni durante i quali si spara contro i magistrati con la lupara di leggi in chiave piduista
(Berlusconi tessera numero 1816, Alfano era troppo giovane),
voglio ricordare Giuseppe Gatì,
un siciliano vero che è morto con queste parole in bocca:
“W Caselli W il pool antimafia!”

Restiamo Gatì

Vik dal Cairo.

Esattamente un anno fa moriva Giuseppe Gatì, un giovane siciliano, orgoglioso d’essere siciliano, onesto e puro. Un giovane che credeva in una Sicilia libera dalla mafia e dalla politica collusa. Credeva e combatteva per una Sicilia laboriosa rispettosa dell’uomo e dell’ambiente.

Giuseppe Gatì era come dovrebbero essere i giovani siciliani che troppo spesso dimentichi dell’onore e dell’onestà, cercano di trovare strade contorte per raggiungere i propri interessi.

Giuseppe Gatì voleva difendere la nostra terra combattendo come fanno, purtroppo pochi, giovani siciliani che non vogliono abbandonare l’Isola e dichiararsi sconfitti dalla mafia e dalla politica incapace ed inconcludende e feudale della casta siciliana.

Giuseppe Gatì. un giovane normale, come dovrebbero essere normali tutti i giovani di questa bella e dannata Isola.

Gridava con orgoglio: questa è la mia terra ed io la difendo e tu?

Già, e tu ?

Ebbe il suo attimo di fama quando, nel corso della presentazione di un libro del pregiudicato Vittorio Sgarbi, incomprensibilmente eletto sindaco di Salemi,  cittadina siciliana, dichiarò ad alta voce la pura e semplice verità: che Sgarbi, appunto, “è” un pregiudicato, condannato in via definitiva per truffa allo Stato e in primo e secondo grado per aver diffamato il dottor Caselli e l’intero pool antimafia.
Giuseppe, che si era limitato a parlare, a gridare “Viva Caselli! Viva il pool antimafia!” e a mostrare dei volantini che riportavano le sentenze relative a Sgarbi (vedi video su youtube) , venne immobilizzato e portato via dalle forze dell’ordine presenti, poi tenuto per un’ora e mezza e interrogato in una sala della biblioteca, dove un membro della polizia municipale gli ripetè più volte che “l’avrebbe pagata”.
Di sicuro ha pagato, e a caro prezzo: circa un mese dopo, il 31 gennaio 2009, Giuseppe Gatì morì sul lavoro. Venne trovato morto folgorato per aver presumibilmente  “camminato su un cavo elettrico scoperto, senza accorgersene”.
Credo che mai un avverbio sia stato più consono del “presumibilmente” che ho appena utilizzato.
Ovviamente venne aperta un’inchiesta… dopodiché di Giuseppe si perdono le tracce mediatiche.

Non si può insinuare nulla, questo è certo. Si può solo meditare sui fatti nudi e crudi.
Ma soprattutto si può – anzi, si deve – ricordare questo ragazzo onesto, che amava la Sicilia, che aveva aperto un blog dal titolo “La mia terra la difendo”, che rifiutava di andarsene perché  “La Sicilia non è bella, è bellissima”. “E’ arrivato il nostro momento, il momento dei siciliani onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci”.
Una persona sana, una persona onesta. Una persona morta.
Speriamo solo che questa consecutio non abbia davvero una sua logica perversa… ma noi, nel frattempo, ricordiamolo; diffondiamo il suo messaggio, onoriamo la sua memoria. Oggi è il primo anniversario della sua morte, ma noi cerchiamo di ricordarlo sempre, che le persone oneste esistono ancora.
Quanto al volgare, chiassoso – e pregiudicato – personaggio che si vede urlare nel video: “Prendetele la macchina! Toglietele la macchina!” (riferendosi all’amica di Giuseppe che, esercitando il suo  diritto di libera cittadina, riprendeva la scena con la videocamera), ci sono solo due parole:  schifo e vergogna.

 di Valeria Rossi

 

Schifo e vergogna:

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Gli industriali dell’olocausto

Ahmadinejad’s ‘Jewish Family’

“Sicuramente, verrà il giorno in cui i Paesi della regione saranno testimoni della distruzione del regime sionista”, ha dichiarato oggi la Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei.

Perfettamente d’accordo con le sue parole, e come me lo sono certamente molti israeliani ed ebrei antisionisti, potrebbe essere il contrario?

Il Sionismo è un movimento abominevole, razzista e coloniale, e come tutte le realtà coloniali e di apartheid deve essere interesse di tutti che venga spazzato via.

Rimpiazzarlo senza spargimenti di sangue con uno stato democratico, laico, secolare, magari sui confini della Palestina storica e che  inglobi palestinesi e israeliani sotto eguale diritto di cittadinanza senza discriminazioni etniche e religiose, è un augurio che mi sento di auspicare diventi presto realtà.

Ai giornalisti prezzolati e ai nostri politicanti asserviti ai macellai israeliani,

vorrei far notare quello che è lapallisiano nella dichiarazione di Ali Khamenei: non una sentenza di morte a Israele, ma una condanna al sionismo.

Ed essere contro Israele sionista non significa certo essere contro gli ebrei, ospiti graditi a Teheran.

Identificare tutti gli ebrei del mondo con Israele sionista e ancora peggio con la tragedia della shoah significa fare il gioco di quello che Norman Filkenstein ha brillantemente battezzato l’industria dell’olocausto.

Al nostro caro capo di stato, il sionista Napolitano, vorrei ricordare che essere antisionisti non significa affatto essere antisraeliani, semmai significa volere il bene per gli israeliani, e contemporaneamente lottare per i diritti umani.

Proprio come i tanti che si unirono ai neri sudafricani in opposizione al colonialismo e all’Apartheid, non erano certo contro la totalità dei bianchi.

Restiamo Umani

Vik

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Shannon Hughes is at home

Aggiornamento: Shannon è arrivata sana e salva a casa.

She is at home!

I received the following via Pam Rasmussen:

Kristen Coughlin Carr, the aunt of one of our dear GFMers, Shannon Hughes (who was staying at Select Hotel), has informed us that Shannon is missing in Egypt. It has been reported to the US embassy, and they have declared her ‘missing or abducted’ and described the situation as ‘dire’. Here’s the details as we know them:
Shannon was last in Jerusalem. She was traveling with a friend. Her friend returned home to the US. Shannon had planned on being on a
flight from Cairo to NY on Friday January 22. She did not get on that flight.

Earlier this week, Shannon called home from Taba, Egypt. She had planned on taking a bus from Taba back to Cairo to fly home. The next thing her family heard from her were a series of weird emails in which she said she said she was taking a cab to Dahab.

Her aunt has asked that anyone who is still in Egypt, or who might know anyone still in Egypt, contact her via Facebook, by adding her as a friend. They are hoping that Facebook/Twitter will greatly increase the chances of finding her. She can be contacted directly through email kristencar [at] gmail.com. We have attached a recent photo of Shannon. Please spread the word, especially to any media contacts in Egypt. The media was so good to us in Egypt, there is no reason why they wouldn’t help us now.

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Another war with Hamas is inevitable

«Un’altra guerra contro Hamas è inevitabile»

Maurizio Blondet

La quiete del fronte Sud (Gaza…) è temporanea. Si prepara un colpo più concentrato con effetti di più lunga durata. L’operazione Piombo Fuso sarà un pallido ricordo. Serrare i ranghi dunque. Si pesca a piene mani tra i «religiosi» in armi, piamente obbedienti alle ingiunzioni di sterminio contenute nella Bibbia.«Un’altra guerra contro Hamas è inevitabile»: l’ha sancito il generale israeliano Tom Samia, già capo del Comando Sud (quello contro Gaza), in un’intervista alla radio dell’esercito.
Perchè un altro attacco, dopo le stragi e le distruzioni compiute poco più di un anno fa con «Piombo Fuso»? Perchè, ha detto il generale, «non è da credere che Hamas di colpo si arrenda senza essere colpito molto più gravemente di quanto è stato con Piombo Fuso». Israele, stavolta, deve sferrare «un colpo più concentrato con effetti di più lunga durata», anche con la rinnovata occupazione di alcune aree di Gaza. «Dobbiamo creare una situazione in cui Hamas resti senza ossigeno».

La dichiarazione dell’ex capo del Southern Command è stata confermata dall’attuale capo del Southern Command, generale Yoav Galant. «La quiete del fronte Sud è temporanea», ha avvertito Galant durante una visita ai comuni israeliani a ridosso della Striscia col suo milione e mezzo di prigionieri affamati (che sarebbe il Fronte Sud). Niente paura, ha aggiunto: il glorioso Tsahal si sta tenacemente addestrando per il prossimo conflitto, e «i civili si stanno ben preparando per un’altra tornata di combattimenti». (‘Another war with Hamas is inevitable’)
Queste dichiarazioni bellicose vengono proprio nel momento in cui Hamas, che controlla la Striscia, sta premendo sulle altre fazioni di resistenza palestinesi perchè smettano di tirare i loro razzetti  oltre confine. La settimana scorsa alcune fazioni che non rispondono ad Hamas (Jihad Islamica, Fronte Popolare e non precisati Comitati di resistenza popolare) hanno sparato una decina di missili giovedì 14 gennaio. Risultato: nove morti fra i palestinesi, per le rappresaglie dei caccia F-16 israeliani. Nessuna vittima dall’altra parte. (Le Hamas exhorte à cesser les pilonnages d’Israël)

L’anno scorso, finita l’operazione Piombo Colato, Israele rifiutò di entrare in formale stato di tregua con Hamas (non gli si deve riconoscere nemmeno la dignità di nemico). Nonostante questo, Hamas ha dichiarato una tregua unilaterale e l’ha osservata, per quanto consentano le fazioni più estremiste che evidentemente non controlla. Israele per contro ha indurito la «cura dimagrante» – ossia il blocco di ogni bene essenziale a Gaza – contando che questo facesse mancare l’ossigeno ad Hamas, ossia il favore della popolazione assediata ed affamata.I risultati non devono essere brillanti. La Autorità Palestinese, il gruppo rivale di Hamas favorito da Israele, il cui capo Mahmud Abbas campa in Cisgiordania (Territori Occupati) solo grazie al sostegno israelo americano, ha fatto perdere la pazienza ad Efraim Halevy, ex capo del Mossad: «Abbas è inutile ed è tempo di rovesciarlo», ha detto Halevy sempre alla radio dell’esercito.
«Appena Israele e USA smettono di finanziarlo, l’Autorità Palestinese svanirà. Abbas e la sua fazione devono riconoscerlo, e agire con modestia nelle loro minacce ad Israele».
Le terribili minacce ad Israele da parte dell’Autorità Palestinese: ha condannato pubblicamente le nuove espansioni degli insediamenti ebraici nei Territori Occupati, che Israele continua nonostante le implorazioni del presidente americano, e dichiarato che Abu Abbas non avrebbe ripreso i negoziati se non cessavano le espansioni. Quali negoziati non si sa, visto che il regime israeliano non negozia con l’Autorità Palestinese sugli insediamenti, che avvengono sulle terre che l’Autorità, col permesso di Sion, controlla un poco. Di fatto, non riconosce come interlocutore la suddetta Autorità, nè riconosce come nemico legittimo Hamas. Israele negozia solo con se stessa.
In compenso, il capo dello Shin Beth Yuval Diskin ha minacciato Abu Mazen, l’ottobre scorso, con queste parole: se non chiedi alle Nazioni Unite di rimandare il voto sul Rapporto Goldstone,  ridurremo la tua Cisgiordania “in una seconda Gaza”. Una minaccia un po’ più concreta. Abu Mazen ha chiesto all’Onu di rimandare la votazione. (Diskin to Abbas: Defer UN vote on Goldstone or face ‘second Gaza’)

SCANSANO LA LEVA 40 SU CENTO – I generali israeliani sono sempre scontenti di qualcosa. Il generale Azi Zamir, che comanda il direttorato del personale di Tsahal, s’è lamentato con il corpo insegnante delle scuole perchè «non instilla abbastanza i valori militari nella gioventù». Il fatto è, spiega l’accasciato generale, che il 28% dei ragazzi, e il 46% delle ragazze, evitano di arruolarsi. Fatta la media, ben 37 giovani israeliani su 100 scansano il servizio di leva. Anzitutto i giovani delle scuole talmudiche, e proprio i più fanatici haredim, hanno ottenuto dal parlamento l’esenzione legale del servizio (devono studiare la Torah). Ma molti, sospetta il generale, si dichiarano «haredim» e studenti talmudici proprio per scansare la naja.
Specialmente il 38% delle ragazze «usano l’argomento falso dell’osservanza religiosa per evitare la leva. E’ una strumentalizzazione cinica della legge», ha tuonato il generale: «Già oggi il concetto di nazione in armi è in demolizione, e se questa tendenza continua saremo presto sull’orlo dell’abisso».Sull’orlo dell’abisso? «Se si conta la gioventù arabo-israeliana, siamo di fronte a una situazione in cui il 70% dei giovani non fa il servizio militare», lamenta il generale Zamir.Ai giovani arabi, benchè in teoria cittadini, in Israele è vietato fare il servizio militare. Sarebbe «la morte di Israele come Stato ebraico» (dizione equivalente a «La morte della Germania come Stato ariano»), la minoranza etnica deve restare disarmata: come gli iloti a Sparta. E’ la sola democrazia del Medio Oriente .Il peso del servizio armato, ha lamentato ancora il generale, è ben lungi dall’essere equamente distribuito: «La Israeli Defense Force ha attualmente 450 mila riservisti fra i 21 e i 40 anni, ma solo 100 mila di loro si presentano ad adempiere ai 10 giorni di servizio della riserva all’anno».
In compenso, grandi sforzi – ha riconosciuto il generale – sono stati messi in atto per convincere gli haredim a fare i soldati. Vengono inquadrati in corpi speciali, coi loro rabbini di fiducia come cappellani militari, e sono assicurate loro le ore di studio talmudico. Ben mille haredim l’anno sono così arruolati. Molte delle atrocità commesse a Gaza sono state perpetrate da questi «religiosi» in armi, piamente obbedienti alle ingiunzioni di sterminio contenute nella Bibbia. Il guaio è che i soldati haredim obbediscono più ai loro rabbini che ai loro colonnelli laici, e sempre più spesso si mettono al servizio dei coloni ebraici negli insediamenti illegali. (Officer: IDF on brink of abyss over draft dodging)

«Bisogna fare di più», ha aggiunto il generale, «per aiutare i soldati che completano il loro servizio, specialmente i 20 mila soldati combattenti dimessi ogni anno dopo un servizio estremamente massacrante». E’ la parola esatta: massacrante. Esausti dal massacro, i giovani sono spesso mandati all’estero in vacanze pagate dallo Stato, per sanare le loro ferite psichiche. Alcuni vanno persino a New York a fare i traslocatori. Altri a Bombay, attratti dalla spiritualità indù.

GLI EBREI ETIOPICI, STRANAMENTE STERILI – Soprattutto, non danno il loro contributo alla leva israeliana gli ebrei di origine etiopica: quei 90 mila che sono stati portati in Israele fin dagli anni ‘80, ma la cui ebraicità è contestata dai rabbini più rigorosi e dall’opinione pubblica askenazi. Formalmente cittadini israeliani, i «tornati» dall’Etiopia subiscono ogni genere di discriminazioni; la difficoltà di trovar lavoro, di ricevere una decente istruzione, e persino di trovare un ebreo disposto ad affittare loro una casa, ne fa una sottocasta disprezzata. la più povera e misera dello Stato ebraico. Tempo fa, scoppiò uno scandalo sanitario: si scoprì che il sangue donato dagli ebrei etiopici veniva gettato via, perchè nessun vero ebreo accettava di farsi trasfondere il sangue di «negri».La comunità etiopica è anche la meno demograficamente fertile. Lo strano fatto è stato scoperto dalla signora Rachel Mangoli, che gestisce un asilo infantile per i bambini etiopici a Bnei Braq, sobborgo di Tel Aviv. «Ho cominciato a  pensarci quando ho dovuto mandare indietro degli indumenti per l’infanzia che mi erano stati donati, perchè non c’era nessun neonato a cui darli». Di fatto, nel suo asilo, è arrivato solo un nuovo bambino negli ultimi tre anni.
Rachel Mangoli ha chiesto spiegazioni all’ambulatorio locale, che si occupa della sanità di 55 famiglie etiopiche a Bnei Braq. «Il dirigente dell’ambulatorio mi ha risposto che avevano avuto istruzioni di somministrare iniezioni di Depo Provera alle etiopiche di età fertile, ma non mi ha voluto dire da chi aveva ricevuto l’ordine».
Il Depo Provera è un anticoncezionale usato molto di rado per i suoi gravi effetti collaterali (fra cui l’osteoporosi), ma che in compenso dà una sterilità quasi permanente. E’ stato talvolta iniettato nel Sudafrica dell’apartheid, all’insaputa delle donne nere.
La signora Mangoli ha denunciato il fatto a «Woman to Woman», un’organizzazione femminista di Haifa. Il gruppo, nel giugno 2008, ha interpellato il ministro della Sanità Yaacov Ben Yezri: il quale ha fatto rispondere che le etiopiche hanno «una preferenza culturale» per il Depo Provera.
Insomma: erano loro che preferivano l’iniezione alla pillola. Allora Women to Women ha mandato cinque donne ebree (non etiopiche) a chiedere ai loro dottori l’anticoncezionale Depo Provera, e si sono sentite rispondere di no, che quel farmaco poteva venire prescritto in casi molto particolari. Essenzialmente, solo a donne «primitive» e incapaci di gestire la loro sessualità «in modo responsabile». Il gruppo femminista lamenta che la sua indagine è stata ostacolata dal rifiuto di collaborare di ministri, medici e compagnie d’assicurazione sanitaria.

Alla fine, però, l’organizzazione è riuscita a pubblicare un rapporto-denunci sulla faccenda. «Si tratta di ridurre la natalità in un gruppo che è nero e per lo più povero», conclude Hedva Eyal, l’autrice del rapporto di «Womam to Woman»: «La direttiva inconfessata è che solo i bambini bianchi e askenazi sono graditi in Israele». dobbiamo questa preziosa informazione a Jonathan Cook, il coraggioso giornalista britannico che scrive da Nazareth. (Israel’s treatment of Ethiopians ‘racist’).

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Gaza Stay Human di Vittorio Arrigoni

Product Description
Had the pacifist International Solidarity Movement not been in Gaza at the time, the world would have been deprived of a detailed account from the inside, having instead to rely on the generalised accounts of news agencies reporting from outside the Strip. This brief yet precious volume stands alone, along with a precious few others, as a direct eye-witness account of Gaza’s last bloodbath. The English edition features a new authoritative introduction by the renowned Israeli academic Ilan Pappe and further dispatches of life in Gaza eight months after Operation Cast Lead. 

About the Author
Vittorio Arrigoni, an Italian national, has worked as a human rights activist for over a decade. He has been involved in volunteer work all over the world, from Eastern Europe to Africa, all the way to Palestine and Gaza, where he has lived for a year, from 2008 to September 2009. As a freelance journalist with the Italian daily Il Manifesto, Arrigoni describes the days of “Operation: Cast Lead”, not simply as a columnist, but also as someone intimately involved with the war as a volunteer, working with the Palestinian Red Crescent ambulances as a “human shield”.

( L’edizione e la traduzione di Gaza Restiamo Umani in inglese sono a cura di Daniela Filippin)

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Obama e il capitalismo dei disastri

Per quelli che Obama è calato in Haiti come un Salvatore…

Haiti è di nuovo “americana”

La reazione di Obama alla tragedia che ha colpito Haiti è stata prontissima e forte. 100 milioni di dollari subito come «prima tranche» di aiuti, migliaia di marines e truppe scelte della (piuttosto inquietante) ottantaduesima brigata aerotrasportata per pattugliare le strade ed evitare violenze e saccheggi, portaerei e nave-ospedale, la «riconversione umanitaria» del lager anti-islamico nella base cubana di Guantanamo, le U.S. Air Force Special Operation Forces che «si è impadronita» (parole de la Repubblica) dell’aeroporto di Port-au-Prince e decide «chi può atterrare e chi no». Va bene, è «uno strappo alla sovranità nazionale di Haiti» ma anche prima «era comunque una finzione». Di fatto gli americani si ritrovano a governare Haiti come è già capitato un’infinità di volte.
Tutto bene e a fin di bene. Come a dire che, questa volta, gli Stati uniti di Obama – il primo presidente nero – «non dimenticheranno e non abbandoneranno» Haiti – la prima repubblica nera del mondo.
Ma gli Stati uniti non hanno mai dimenticato né abbandonato Haiti durante gli ultimi 100 anni (semmai l’hanno spolpata, ma questo è un’altro discorso). Altrimenti non sarebbe ridotta com’è ridotta: un Stato fallito del quarto mondo. E il terremoto non avrebbe avuto gli effetti apocalittici – almeno in termini di morti – che ha avuto.
Sia chiaro. Questo non è un processo alle intenzioni (anche se il primo anno di presidenza Obama si è caratterizzato, a giudizio quasi unanime, più per le buone intenzioni che per i risultati).
Ma Haiti è Haiti e la storia (dei suoi rapporti con gli Usa) è la storia. Per Haiti e la sua storia, i «buoni» Woodrow Wilson e Bill Clinton non sono stati molto (o niente) diversi dai «cattivi» Teddy Roosevelt e George W. Bush (Clinton e Bush, la strana coppia che Obama ha messo alla testa del team bipartisan di coordinamento degli aiuti).
Tutti si augurano che Obama abbia la forza e la volontà di rompere questo linkage perverso (e chi ne dubita si vada a leggere Noam Chomsky, non Fidel Castro o Hugo Chvez, a meno che anche Chomsky sia diventato troppo «anti-americano»).
Con le decine di migliaia di morti ancora sparsi fra le rovine di Port-au-Prince e la commozione del mondo di fronte all’apocalisse haitiana, forse è sgradevole parlarne adesso. 
Invece bisogna parlarne. Adesso. E c’è chi ne parla. Ad esempio Naomi Klein, autrice di best-seller come No Logo e Shock Economy. Intervenendo a New York mercoledì scorso ha lanciato un «allarme» sulle intenzioni di quello che lei ha chiamato «il capitalismo dei distastri» (disastri naturali, disastri economici, disastri politici): «Stop them before they shock again». «Loro», quelli da fermare prima che colpiscano di nuovo, sono gli «shockterapeuti», gli adepti della «shockterapia» che il Nobel per l’economia Joseph Stigliz (altro noto «anti-americano») ha definito «i bolscevichi del mercato per la passione dimostrata verso il cataclisma rivoluzionario».
L’altra sera a New York la Klein ha detto che «deve essere assolutamente chiaro che questa tragedia – in parte naturale, in parte non naturale – non deve, in nessun caso, essere usata 1) per aumentare il debito di Haiti e 2) per portare avanti impopolari politiche favoriscono gli interessi delle nostre corporations. Questa non è una teroria del complotto. L’hanno già fatto più e più volte». E «sono pronti a rifarlo», ha aggiunto, citando a mo’ di esempio un documento diffuso dalla Heritage Foundation, «uno dei sostenitori di punta dello sfruttamento dei disastri per imporre unpopular pro-corporate policies», in cui si leggeva: «Oltre a fornire immediata assistenza umanitaria, la risposta degli Stati uniti al tragico terremoto di Haiti offre l’opportunità di ridisegnare il governo e l’economia haitiane che da lungo tempo non funzionano, e di migliorare l’immagine pubblica degli Stati uniti nella regione».
«Loro», ha aggiunto la Klein, «non hanno aspettato neanche un giorno per sfruttare il devastante terremoto a Haiti e premere per le loro cosiddette riforme» e anche se poi quella frase è stata tolta dalla Heritage Foundation e sostituita con una «citazione più diplomatica», il loro «primo istinto è rivelatore».
Obiettivi economici a breve e lunga scadenza, obiettivi politici di riconquista dell’egemonia in un’ America latina che da un po’ di tempo tende a sfuggire loro di mano.
Un altro sito degli «shockteraputi», The Foundry, che si definisce «promotore di politiche e principi conservatori», sempre legato alla Heritage Foundation, scrive che, accorrendo per primi e in massa sul luogo della tragedia, «i soldati Usa hanno anche la possibilità di interrompere i voli notturni carichi di cocaina diretti a Haiti e la Repubblica dominicana dalle coste del Venezuela» (ma non venivano dalla Colombia filo-americana di Uribe?) «e di fronteggiare gli incessanti tentativi del presidente venezuelano Hugo Chávez di destabilizzare l’isola di Hispaniola». Non solo. «Questa presenza militare Usa, che dovrebbe anche includere una grossa presenza della Guardia costiera, ha anche la possibilità di prevenire un movimento su larga scala degli haitiani che si lanciano in mare su pericolose e rischiose imbarcazioni per tentare di entrare illegalmente negli Stati uniti». Così si riolverebbe anche il problema dei boat-people. Più in generale «gli Stati uniti dovrebbe portare avanti un forte e vigoroso sforzo diplomatico per fronteggiare la propaganda negativa che certamente verrà dal campo Castro-Chávez. Questo sforzo servirà anche a dimostrare che il coinvolgimento Usa nei Caraibi resta un forza poderosa per il bene delle Americhe e del mondo»
Obiettivi del resto ben chiari, per chi guardi al ruolo degli Stati uniti senza farsi obnubilare dal fascino di Obama, anche al Brasile di Lula che sta cercando, come scriveva ieri Europa, «di contendere la leadership umanitaria di Obama a Haiti», con soldi e aiuti anche se su scala infinitamente minore (mentre una coltre si silenzio copre gli aiuti di paesi come Cuba e Venezuela). Lula, di fronte alle critiche della sinistra interna (anche il Pt, il suo partito) contro «la forza di occupazione» della missione di stabilizzazione inviata dall’Onu a Haiti nel 2004, ha giustificato la preponderanza del contingente brasiliano (1200 uomini) con la necessità di controbilanciare il peso degli Usa nel paese e nella regione caraibica. Ma, per ora, il ruolo di «buono» nella tragica storia haitiana ha un solo nome e un solo protagonista: Obama.
Tutti auspicano un happy end per Haiti. Ma il richiamo con l’uragano Katrina, che nel 2005 spazzò via New Orleans, è forte e inevitabile. Allora il non compianto professor Milton Friedman, il guru della «economia dei disastri» e della «shockterapia», scrisse un’editoriale sul Wall Street Journal che Katrina era una tragedia ma anche «un’opportunità», e un deputato della Louisiana disse che «finalmente siamo riusciti a ripulire il sistema della case popolari a New Orleans. Noi non sapevamo come fare, ma Dio l’ha fatto per noi».
Ora «Dio» l’ha fatto con Haiti. Allora alla Casa bianca c’era Bush, oggi c’è Obama. Vedremo cosa farà.

(Maurizio Matteuzzi per Il Manifesto)

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Zvi Schuldiner

La politica della paura (di Zvi Schuldiner)

Rosarno e la frontiera meridionale di Israele distano varie migliaia di chilometri, ma in fondo sono molto più vicine di quel che sembra. La notizia qui è che Israele costruisce un muri «anti-immigrati» lungo la frontiera meridionale con l’Egitto.
Nel 1989 molti hanno evocato «la scomparsa dei muri». La caduta della Germania comunista, il crollo del muro di Berlino sembravano aprire una nuova era, in cui l’espressione della libertà sarebbe stata un mondo libero dai muri che avevano imprigionato interi popoli. Non è stato così.
Nel settembre 2001 al Qaeda ha aiutato il regime di George W. Bush a costruire il decennio della paura.
In gran parte del mondo «sviluppato» la politica si è trasformata in politica della paura. Non si discute più dei mondi possibili preferiti ma di presunta lotta per la sopravvivenza. Grazie alla paura è più facile imporre un capitalismo svergognato, le guerre «sante» seminano morte ovunque, fiumi di sangue hanno rafforzato l’odio verso l’imperialismo in una delle sue fasi più sfacciate, e tutto questo ha aiutato a rafforzare la destra, nelle sue versioni moderata o sfrenata, in Italia come in Israele. Non solo la sinistra (radicale o moderata) ne sta pagando il prezzo, ma ogni forza socialdemocratica e elemento moderato è indebolita – e oggi paradossalmente sono i capri espiatori della crisi del capitalismo finanziario negli Stati uniti. In Francia, in Germania – forse domani in Spagna – la destra avanza perché è più facile formulare risposte basate sulla paura che riformulare reali alternative al capitalismo. Anche perché dalla caduta del muro di Berlino le sinistre, vere o presunte, sembrano aver accettato che l’unica logica, unico modello possibile è quello del mercato.
A Gerusalemme – la «eternamente unificata» – un muro invisibile ma reale separa israeliani e palestinesi. Nell’estate del 2005 il generale Ariel Sharon, allora primo ministro di Israele, ha inventato un altro mito, una menzogna che ha conquistato molti nel mondo occidentale: che Israele si ritirava dalla Striscia di Gaza. Un milione e mezzo di palestinesi hanno visto 8mila coloni israeliani ritirarsi dalla Striscia (appena 363 chilometri quadrati di territorio) e insieme hanno visto che continuavano a vivere accerchiati in una prigione. Dopo l’ultima guerra la situazione è ancora peggiorata, soldati israeliani da un lato, egiziani dall’altro sorvegliano la grande prigione che è Gaza.
Ora si tratta di un muro. Non che sia un’invenzione nuova, poiché da tempo avanza la costruzione di un altro muro di odio, che teoricamente separa Israele dai territori occupati palestinesi per garantire la lotta al terrore. Nella «sinistra» europea troppi hanno accettato la retorica della lotta al terrore, e sono stati incapaci di un’analisi critica del muro alzato dal governo israeliano.
I muri sono intesi a difendere la purezza – della nazione, della razza. L’«altro» – lo straniero, il nero, il musulmano, l’ebreo – minaccia la purezza, le nostre vite, è il terrorista di domani, negherà la nostra ebraicità o le qualità della nazione italiana. Era già successo in passato quando ebrei e omosessuali infettavano la purezza della razza ariana.
Il capitalismo globale rende inevitabili due fenomeni. Da un lato esporta lavoro in paesi meno sviluppati, dove il lavoro costa molto meno e si sfrutta di più, e così smantella fabbriche intere lasciando disoccupati a beneficio dei profitti degli imprenditori. Dall’altro «importa» manodopera a basso costo, gli «extracomunitari» che sono disposti a sobbarcarsi lunghe ore di lavoro, senza i normali diritti sindacali e con salari esigui anche se alti rispetto a quelli dei paesi da cui arrivano.
Parte della lotta sulla legalità o illegalità dei migranti nasconde un altro fenomeno: è necessario stabilire norme severe, così che poi si possa sfruttare meglio quanti non rientrano nelle norme ma, spinti dalla necessità, arrivano lo stesso, in barba alle leggi e alle polizie.
In Israele la «purezza» nazionale oggi è l’altra faccia della paura del terrorismo: non solo la sicurezza ma anche il futuro del «popolo ebreo». Il muro di odio separa Israele dai territori palestinesi mentre estende le frontiere del 1967 e legittima i numerosi coloni nei territori occupati. A Gaza, l’accerchiamento trasforma il milione e mezzo di abitanti palestinesi in detenuti con libera circolazione in una enorme prigione.
Intanto, alla frontiera meridionale, tra Egitto e Israele corre negli ultimi anni un fenomeno nuovo: sudanesi, etiopi e altri, in fuga da paesi africani per ragioni politiche o spinti dalla fame, attraversano l’Egitto e dopo varie odissee cercano rifugio e lavoro in Israele. Decine di queste persone sono state uccise dalle forze di sicurezza egiziane, ma migliaia ce l’hanno fatta e lavorano in mestieri semplici e subalterni… Ma cosa succederà alla sacra purezza della nazione, tanto cara agli integralisti e razzisti?
Ecco che il governo Netanyahu annuncia la soluzione, che avevano già approvato i governi precedenti: costruire uin altro muro su quella frontiera. La paura, la purezza della nazione e il capitalismo convergono in paesi che si difendono dall’«altro» anche se sono proprio loro che creano il fenomeno.
In Italia sembra che la ‘ndrangheta abbia fomentato gli incidenti razziali, e mentre il ministro Roberto Maroni annuncia che il governo italiano ha «risolto in modo brillante un problema di ordine pubblico» il New York Times parla di un clima da Ku Klux Klan negli anni ’60 negli Stati uniti.
In Israele un nuovo muro quasi non fa notizia. Amnesty e altri si rallegrano della promessa di Netanyahu che le porte si apriranno per i rifugiati politici. Ma la realtà dell’accerchiamento, un accerchiamento che ormai rinchiude tutti, in modo reale o virtuale, è la realtà del panico, la paura, la ricerca permanente della «sicurezza e purezza».

Zvi Schuldiner Leggi l'articolo »

IMBARAZZISMI

Una ragazza stava aspettando il suo volo in una sala d’attesa di un grande aeroporto. Siccome avrebbe dovuto aspettare per molto tempo, decise di comprare un libro per ammazzare il tempo. Comprò anche un pacchetto di biscotti. Si sedette nella sala VIP per stare più tranquilla. Accanto a lei c’era la sedia con i biscotti e dall’altro lato un giovane di colore che stava leggendo il giornale.Quando cominciò a prendere il primo biscotto,anche il giovane ne prese uno; lei si sentì indignata ma non disse nulla e continuò a leggere il suo libro.Tra lei e lei pensò: “Ma tu guarda che schifo,che arroganza,che maleducazione…se solo avessi un po’ più di coraggio,gliene direi quattro,tornatene al tuo Paese,prima di viaggiare impara ad essere civile…”. Così ogni volta che lei prendeva un biscotto,il giovane di colore accanto a lei, senza fare un minimo cenno, ne prendeva uno anche lui. Continuarono fino a che non rimase solo un biscotto e la donna pensò: “Ah, adesso voglio proprio vedere cosa farà.…!” Il giovane di colore prima che lei prendesse l’ultimo biscotto lo divise a metà!
“Ah, questo è troppo”, pensò e cominciò a sbuffare ed indignata si alzò di scatto,borbottò a bassa voce “i cafoni dovrebbero restare a casa”, prese le sue cose, il libro e la borsa e si incamminò verso l’uscita della sala d’attesa.
Quando si sentì un po’ meglio e la rabbia era passata, si sedette su una sedia lungo il corridoio per non attirare troppo l’attenzione e per evitare altri incontri spiacevoli. Chiuse il libro e aprì la borsa per infilarlo dentro quando….nell’aprire la borsa vide che il pacchetto di biscotti era ancora tutto intero nel suo interno. Capì solo allora che il pacchetto di biscotti uguale al suo era del giovane di colore che si era seduto accanto a lei e che però aveva diviso i suoi biscotti con lei senza sentirsi indignato,schifato, nervoso.Al contrario di lei che aveva sbuffato,ma che ora si sentiva sprofondare nella vergogna…

(Autore Ignoto)

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Rosarno: quando gli schiavi si ribellano

Quando i Kunta Kinte si contano le cantano ai loro negrieri, siano loro malavita o malgoverno. Non c’è niente che Lega come le Radici.

Restiamo Umani

Vik dal Cairo

 

Maroni, basta con le menzogne. Questo caos lo hai creato tu

Secondo il ministro dell’Interno l`immigrazione clandestina a Rosarno alimenta criminalità e degrado. Maroni dimentica la rivolta antimafia dello scorso dicembre, la collaborazione degli africani con le forze dell’ordine, le terribili condizioni in cui sono costretti a lavorare e contro cui protestano da sempre. E soprattutto non ricorda di aver annunciato – lo scorso anno – 200 mila euro per far fronte all`emergenza.

Oggi ne sono arrivati 900 mila, solo a Rosarno. Come sono stati spesi?” A Rosarno c’è una situazione difficile come in altre realtà, perché in tutti questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, un`immigrazione clandestina che ha alimentato da una parte la criminalità e dall`altra ha generato situazione di forte degrado”. Il ministro dell`Interno, Roberto Maroni, parla della rivolta degli extracomunitari ieri sera in Calabria. “Abbiamo posto sostanzialmente fine all`immigrazione clandestina: a poco a poco riporteremo alla normalità le situazioni che lo richiedono”.

da Terrelibere.org.

Questa è la realtà che il ministro finge di non conoscere:

1) nel marzo del 2009, Maroni arrivava a Reggio Calabria e – colpito dalla situazione dei migranti nella Piana – annunciava 200 mila euro del PON Sicurezza per l`emergenza migranti, in particolare “primi interventi assistenziali in relazione alla situazione di forte disagio presente a Rosarno ed in altre aree della provincia per la presenza di immigrati”. Oggi quei fondi sono arrivati, anzi di più: 930 mila euro per il “recupero urbano delle aree degradate” di Rosarno. Come sono stati spesi? Perché l`emergenza annunciata (che si presenta ogni inverno dal 1990) non è stata affrontata?

2) Non tutti sono “clandestini”. Tanti lavoratori hanno il permesso di soggiorno in scadenza, sono stati licenziati nelle aziende del Nord dove lavoravano fino a ieri e rischiano di perdere i documenti se non trovano un altro contratto entro pochi mesi. Sono le regole disumane della Bossi Fini.

3) Tanti irregolari sono denegati (richiedenti asilo a cui è stato opposto un rifiuto). Molti hanno il permesso di soggiorno, ad esempio uno dei due ragazzi feriti nell`attentato che ha scatenato la rivolta.

4) Dire che gli stranieri portano degrado a Rosarno è assolutamente falso; il degrado è frutto dello strapotere mafioso, prodotto da italiani, contro cui il suo governo non ha fatto nulla e che viene di fatto accettato dagli abitanti locali. Gli africani, invece, si sono ribellati alla mafia nel dicembre 2008 ed hanno collaborato con i carabinieri, portanto all’arresto dei loro aguzzini.

5) I migranti irregolari della Piana hanno sempre chiesto di “poter lavorare in condizioni dignitose”. Non vogliono essere “clandestini”: si trovano a non avere documenti per le assurde leggi razziste varate da uno Stato irresponsabile.

7) Molti arrivano al Sud perché sperano di trovare uno Stato meno asfissiante, e di sfuggire al clima da caccia allo straniero creato dalla Lega.

8) Gli stranieri – sia “clandestini” che regolari – sostengono l’economia agricola del Sud. Senza di loro, arance, pomodori ed ortaggi marcirebbero nei campi. I loro salari da fame sono indipendenti dal prezzo di mercato. Braccianti e consumatori pagano una filiera malata, caratterizzata da passaggi parassitari, forme estorsive, presenze mafiose.

8) Qual è la “normalità” che Maroni vuole portare nella Piana, cacciando i “clandestini”? Quella dei morti ammazzati a colpi di kalashnikov dopo una lite per un posteggio? Quella delle autobombe? Quella dei razzi anticarro di provenienza jugoslava trovati in normali appartamenti? Quella dei ragazzini di 14 anni ammazzati con un colpo alla nuca?

Se proseguirà l`azione criminale della Lega, la rivolta di Rosarno si estenderà rapidamente al Nord. Milioni di lavoratori stranieri – che sostengono la nostra economia, pagano le nostre pensioni, tengono in piedi interi settori produttivi – non ne possono più di essere criminalizzati e sfruttati.

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Cicatrici bipedi e ambulanti

Tracciando percorsi di ansietà, sagomate su un tatuaggio fresco di sangue, il mio ultimo pezzo del 2009 per Il Manifesto:

Noi siamo gli eletti,
sopravvissuti e sopravviventi di un intramontabile massacro, testimonianze bipedi e ambulanti, condannati alla rivoluzione delle nostre vite come pegno per essere scampati ad una morte scontata. A bombe israeliane che non facevano distinzione fra civile e militare, fra civile palestinese e civile spagnolo, inglese, italiano. Un massacro che non trova precedenti nella storia moderna: Gaza da immensa prigione a cielo aperto si è tramutata per tre settimane in una sorta di campo di sterminio. I bombardamenti colpivano a tappeto tutta la Striscia, migliaia di profughi disperati da Nord fuggivano a Sud, quelli del Sud a Nord, recitanti dentro, in trappola, senza rifugio. Quando in massa si sono riversati nelle scuole delle Nazioni Unite credendosi al sicuro dietro le mura dipinte a bianco e blu con gli stemmi dell’ONU, Israele le ha intenzionalmente colpite e ridotta in cenere dai caccia israeliani è stata anche la sede dell’ONU nel centro di Gaza city. Con miei compagni dell’International Solidarity Movement eravamo entrati nella Striscia come attivisti prima dell’inizio dell’operazione “Piombo Fuso” e ne siamo fuoriusciti come qualcos’altro: quei 22 terribili giorni del gennaio scorso hanno radicalmente mutato quello che siamo oggi. Leila, la hippy australiana si è rimessa sui libri. Dopo aver raccolto decine di corpi straziati dai cecchini dinnanzi all’ospedale Al Quds, poi dato alle fiamme col fosforo bianco, sarà domani una di quelle fantastiche infermiere senza frontiere inviate nei luoghi più turbolenti del pianeta. Natalie, la giovane libanese, è certa che i diritti umani sono la sua strada maestra, dopo aver vissuto sulla sua pelle quegli orrori e constatato come quei crimini compiuti “dall’unica democrazia del medioriente” sono rimasti pressochè impuniti. Andrew, scozzese, si è confinato lontano dal mondo civilizzato, me lo immagino in solitudine a colloquio coi suoi spettri, i miei stessi, per reificare una esperienza impossibile da disciogliere nell’oblio. Alberto Arce, lo spagnolo, l’ho reicontrato agli inizi di novembre a Firenze, in occasione della presentazione del suo pluripremiato “To Shoot An Elephant”. Poche parole fra noi durante la proiezione del suo documentario, più complici sguardi umidi di commozione, e un continuo passarci una fiaschetta di alcol come palliativo per dei brividi scaturiti dinnanzi alla nostra esperienza sulle ambulanze palestinesi rivissuta sullo schermo. Poi con lui ritrovarsi a discutere su come riuscire a cavar fuori dalla nostre menti la pietra della follia, se con un bisturi o con l’analisi, visto che molti di noi a distanza di un anno sono ancora in cura psicologica. Semplicemente, non riusciamo ancora a capacitarci di come noi Sì e altri No. Perché mentre corpi umani venivano maciullati tutt’attorno noi l’abbiamo scampata, nella macabra cabala dei bombardamenti israeliani che avevano come obbiettivo mirato la popolazione civile, siamo stati estratti a sorte per sopravvivere. Tutti evidentemente afflitti da post traumatic stress. E se lo siamo noi, privilegiati per essere riusciti a evacuare, vi lascio immaginare come se la passano un milione e mezzo di palestinesi, che oltre a essersi presi in testa tonnellate di armi illegali, non hanno neanche potuto godere del privilegio di una boccata d’aria fuori dalla più grande prigione a cielo aperto del mondo, Gaza. Mentre l’assedio continua smagrendo i ventri affamati e ammalando le menti aride di speranza dinnanzi ad un inarrestabile genocidio al rallentatore. Mentre secondo il capo di stato maggiore israeliano, Gabi Ashkenazi, “la prossima guerra sarà a Gaza”, ancora e ancora, e minacce di nuovi imminenti attacchi sono passeggeri come nuvole tenebrose nel cielo di una Palestina occupata ormai da più di 42 anni.

Congedandosi da me, Alberto mi ha confidato di un neonato intensissimo istinto paterno sbocciato in lui, un tempo insospettato, di come appena tornato in Spagna gli veniva naturale stringere a sé ogni bambino che gli si parava davanti quasi per proteggerlo. E per questo presto diventerà padre. Sia maschio o femmina suo figlio porterà il nome di una delle innocenti vittime dei bombardamenti di gennaio. Israele gli ha  fornito un’ ampia scelta di appellativi possibili sterminando più di 400 bambini.

Tutti noi reduci insieme ad altri 1500 cittadini provenienti da 42 paesi diversi ci siamo dati appuntamento qui al Cairo, per una  marcia che si spera possa fungere da lima per segare le sbarre di Gaza e contemporaneamente cassa di risonanza per dei cittadini del mondo senzienti e sensibili alla pace e ai diritti umani ben consci di quanto è più avvilente il silenzio degli onesti del disprezzo dei violenti.

Restiamo umani

Vittorio Arrigoni

Cicatrici bipedi e ambulanti Leggi l'articolo »

CONVOY VIVA PALESTINA UNDER ATTACK!

Ultim’ora da El Arish, la polizia egiziana sta attaccando il convoglio umanitario Viva Palestina:

“Here’s the latest news. Managed to finally get JJ on phone for few minutes his phone died after that. but he said they are alright, THANK GOD!! Also said what we reported before, outsiders arrived armed with sticks and stones entered the compound and attacked the members and were joined by Egyptian police squad. There are several members injured, heads and arms bandaged. Rumours are flying around about other things as well, like people still missing and such. for now i’m glad our guys are OK. More when we get it. At least we can breath now knowing they are alright for the moment. Thanks for everyones support!!! ” Slán Kev

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