ASCOLTA L’ULTIMA PUNTATA DI ZOMBIE ANDATA IN ONDA

Puntata 35
zombie1 (DIEGO CUGIA DAL ZOMBORUM)

 

Per chi avesse piacere di rileggerla, vi ‘posto’ l’ultima puntata di Zombie andata in onda.

Diego Cugia

ZOMBIE

Puntata n.: 35 riveduta

Registrata il:Sabato 18 Febbraio e giovedì successivo

Data messa in onda: Venerdì 24 febbraio

Prima della sigla: Cari zomberos, piccoli e grandi ascoltatori di questa breve ma straordinaria avventura di Zombie che doveva durare dodici mesi. State per ascoltare il mio ultimo monologo introduttivo. A fine puntata, cercherò di illustrarvi brevemente qualcosa che per me è quasi inspiegabile. Un programma che viene sospeso anche se, a detta del direttore di questa Radio, non infrangeva la ‘par condicio’. E allora perché? Vi voglio bene, e non sapete quanto. Buona trentacinquesima e ultima puntata

 

ZOMBIE 35 riveduta

BLOCCO 1
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Su sottofondo:

ZOMBIE
Hola zomberos, qui Diego fu, morto non si sa più quante volte, isolato come una pannocchia di grano nel deserto, perché “fuoriposto” si nasce, è una curiosa condizione umana, come avere la pelle di un colore diverso da quello dominante. Devo farvi la domanda delle cento pistole: secondo voi, i compromessi servono a qualcosa o peggiorano la situazione? Vi dico la mia? I compromessi aiutano sommamente chi è già compromesso, per natura o per vocazione. Ma ai fuoriposto mai, anzi, peggiorano la loro già precaria condizione di rompiballe naturali. Mica parlo così per dire! Ma per vita vissuta. Nonostante io nasca come fuoriposto (così come c’è gente che nasce passacarte, o col corpo a forma d’impiegato, o con le Church lucidate sui piedini da neonato) nonostante questo -dicevo- ho sempre tentato, in situazioni di crisi, di arrivare a un compromesso. Sapete perché? Detesto i duri e puri, le vittime e gli eroi. Così evito come la peste i supermachos, quelli che si contendono entrambi i primati: della codardia e della spericolatezza inutile. Da ragazzi sì è un po’ tutti “duri e puri”, poi si cambia. In genere ci si compromette subito, al primo impiego. Altri resistono fino all’avanzamento di grado. C’è chi fa un enorme compromesso familiare (resto a vivere con mia mamma anche se ho 40 anni); oppure politico-ideologico: “non cambio partito, non mi conviene, anche se non condivido per nulla le sue alleanze e strategie”; i compromessi sono di tutti i colori, ed è inutile che io vi stia a tediare: li conoscete benissimo, ciascuno fa i suoi. Quello di cui voglio parlarvi è un’altra cosa: il branco. Metti, cioè, che io sia anche disponibile a fare un compromesso, pur di salvare il salvabile: impossibile, il branco ti perseguita ancora di più. Avete capito? Temo di no, non è facile. Per esempio: sono un cassiere e scopro inesattezze sui conti della mia azienda. Ammanchi, dico. Gravi. Potrei denunciarli alla Guardia di Finanza. Altrimenti qualcuno, un giorno, potrebbe denunciare me, che sono innocente. Scelgo un compromesso silenzioso. Ne parlo, con il dovuto garbo, al mio Presidente. Lui mi ringrazia, mi fa pot-pot sulla spalla, e mi chiede se ho intenzione di rivelarlo a qualcuno. “Ma no, altrimenti non ne avrei parlato con lei. Però bisogna ripianare quello strano buco!” Lui dice che non c’è nulla di strano, è un piccolo equivoco, voi pensate che è enorme, ma tacete. E il presidente, in serata, risolve: i conti, ora, sono a prova di verifica. Tornate nel vostro bugigattolo convinti di aver fatto la cosa giusta, il primo, piccolo compromesso della vostra vita. E il giorno dopo venite rimossi e destinati ad altro incarico. In capo a un paio di mesi, con una scusa, siete messi alla porta. Che vuol dire? Significa che il capobranco ha fiutato la pelle di un diverso, di un nato fuoriposto, e vi rispedisce subito da dove eravate venuti. Morale: i compromessi, per tutta una serie di esseri umani, invece di alleggerire appesantiscono il problema. Paradossalmente, lo denunciano. Tu che ne pensi, fratello? Un poeta satirico di La Spezia, dimenticato, Gino Patroni (uno che ha scritto la poesia “Sala operatoria” : Chi ha lasciato l’aorta aperta?) ha commentato così la tematica del compromesso: Se/stanco di vivere/ti manca il coraggio/di farla finita/ allora sdraiati/ su un binario morto. …Ecco, nel caso delle persone della razza mia, su quel binario morto, il treno arrivò in orario.
DISCO 1: L.Cohen: Waiting for the miracle

Su sottofondo:

ZOMBIE
Questa storia mi è tornata in mente quando Fini ha dichiarato che una volta ha fumato uno spinello. Una volta, una ventina d’anni fa, ho conosciuto uno spacciatore. Era italosvizzero, spacciava olio di hashish, dal nord del Marocco in America. Viveva in un Club Mediterranée, diceva che a nessuno sarebbe venuto in mente che un boss della droga si nascondesse in un Club Med. lo avevo vent’anni, ed ero andato in vacanza da solo. Mi misero nella sua stanza, e tanto feci, tanto dissi, che un giorno mi portò con sé, sulla sua Citroen-Maserati. Si faceva chiamare Karl, Karl con la kappa, come Marx. Imboccò a tutta velocità una mulattiera che non finiva più. Correvamo a strapiombo sul mare, incrociando, ogni tanto, qualche pastore marocchino. Karl diceva “Se per caso ne metti sotto uno devi fare marcia indietro e passargli sopra con le ruote, perché se lo ferisci e non 1’ammazzi quello spiffera la tua targa alla polizia e finisci in un carcere marocchino.” Pare che lui di queste “marce indietro assassine” ne avesse già fatte una mezza dozzina. lo lo guardavo stupefatto, mi sembrava una specie di Dylan Dog che sparava cazzate. Al tramonto ci fermammo tra mare e montagna. Mai creduto che fosse uno spacciatore vero. A dir la verità pensavo che fosse semplicemente pazzo. Invece, a un certo punto, vedo un piccolo yacht sulla riga dell’orizzonte, e una fila di gommoni neri come formiche che cominciano ad avvicinarsi alla costa. Contemporaneamente, alle mie spalle, dalla cima della montagna, mi raggiunge un suono di campanellini, tipo quelli delle renne di Babbo Natale. Alzo la testa, e nel silenzio assoluto di quel luogo incantato, vedo scendere una fila di marocchini sugli asinelli. Karl estrae una pistola e con gesti rapidi esorta i portantini a consegnare le bisacce di olio di hashish ai marinai che le ripongono sui gommoni. Io gli chiedo: “Che ti serve la pistola?” Lui risponde: “Spesso ci sono dei conflitti a fuoco durante la consegna”. Bene. Non è che c’è un autobus che mi riporta inditro vero? No, sulle montagne del Marocco autobus nisba. Il tutto, comunque, dura dieci minuti al massimo. Poi gli asinelli coi campanellini tornano a inerpicarsi sulla montagna, i gommoni riprendono il largo verso lo yatch, e Karl rimette in moto la Citroen Maserati. Il tutto senza più una sola parola. Al ritorno cantava e beveva a garganella da una bottiglia di Four-Roses. Vi giuro che ogni parola che vi ho detto è vera. Sullo sfondo c’era un paesino azzurro che sembrava deserto. “Quella è la stazione di polizia” m’indicò Karl. “Sono stati pagati per non affacciarsi alle finestre.” Scendemmo dai tornanti della montagna a tutta velocità. Una vecchia che camminava sul ciglio della mulattiera, con una cesta sulla testa, inciampò e cadde. Karl la evitò all’ultimo istante e io ringraziai Iddio per non aver dovuto assistere alla scena della marcia indietro. Quando tornammo al Club Med mi sembrò di essere uscito da un fumetto, invece era tutto vero. Karl era spiritoso e faceva ridere molte profumiere parigine e indossatrici di Tangeri che affollavano quel posto. Diceva di essere un rappresentante di scarpe da donna. lo solo conoscevo il suo segreto, ma l’avevo già rivelato al mio amico Jack Folla. Ormai lo sapete, non so tenermi un cecio in bocca…Comunque ho sempre avuto nei confronti della droga un odio istintivo, direi quasi intellettuale. Penso che certe allucinazioni o estasi
della mente si debbano raggiungere senza l’aiuto della canapa o degli acidi. Anzi, aggiungo che fu una mia scommessa da ragazzo. Con me stesso. Se scriverai almeno 5 libri, giuro che ti permetterò di provare la droga. Ne ho scritti nove, potrei farlo senza sentirmi in colpa coi miei ideali di ragazzo, ma se per esaltarmi già mi basta un piatto di tagliatelle, figurarsi che casini combinerei con quella robaccia in corpo.
Ero talmente estraneo ai segreti della roba che un giorno che Karl partì per le montagne dove trafficava hashish, tirai fuori da sotto il letto una scatola di latta dove sapevo che lui teneva quella per uso personale. Svuotai una Marlboro e la riempii interamente di erba, ignorando che andasse mescolata col tabacco. Accesi e la sigaretta s’infiammò. Tirai una, due volte, vidi la stanza girare come una trottola e collassai. Karl mi svegliò urlando dopo 48 ore, al suo ritorno. Mi cacciò dalla sua stanza e non mi rivolse più la parola. lo andai a mangiare da solo, avevo una fame da lupo. Oggi sono contento di essermi dimostrato un perfetto cretino sull’hashish e i suoi derivati. Anche se -trovandomi in questo limbazzo per atei morti- francamente non ho molto da ridere. Di Karl ricordo solo una cosa, il suo sorrisino perenne sotto i baffi neri e la sua disinvoltura. Non aveva famiglia e chissà che ne faceva di tutti quei soldi guadagnati così. Per quanto ne so potrebbe ancora gravitare su quel Club Med, e forse qualcuno di voi l’ha conosciuto, magari oggi ha la pancetta e qualche capello bianco. Mi sono sempre domandato come mai Karl si fidò di un ragazzo e lo fece assistere ai suoi traffici. L’unica risposta che mi viene è che anche i figli di puttana, certi giorni, si sentono soli.

DISCO 2: “Cocaine” Clapton

(sottofondo Vertigo)

ZOMBIE

“Mi chiamo Luca, un ragazzo di trent’anni, e sono un vero zombie. Ho avuto per due volte la leucemia, e mi sono sottoposto a trasfusioni di sangue infetto che oggi mi costringono a vivere come uno zombie, appunto. Sai avrei diritto al risarcimento previsto dalla Legge 210, ma non mi è stato dato: il premio andrà a mia madre, dopo che sarò morto. Oggi come oggi, io non sono più un uomo, ma un numero di pratica : rappresento solo un problema, anche per i medici di Pavia e di Taranto… perché, caro zombie, per morire bisogna andare anche in trasferta…Non ho più la forza per curarmi o per incazzarmi, ma lascio a te questa eredità. Per un breve periodo della mia vita mi credevo più fortunato degli altri perché avevo sconfitto la morte, oggi aspetto solo il giorno giusto per farla finita…”.
Stop. Bastano queste parole di Luca per capire che siamo di fronte all’ennesimo problema italiano irrisolto, sospeso, rimandato, dimenticato, rimosso.
E tu Luca, che non hai certo paura di me, ti becchi il mio abbraccio. Non sei uno zombie, ma una persona che sta ingiustamente soffrendo. Lì nell’al di voi, spesso, si soffre e si patiscono ingiustizie inaccettabili per chiunque abbia ancora un briciolo di cervello per rifletterci su.
Ho chiesto alla mia, diciamo così, redazione terrena, di comunicarvi cosa fosse la “Legge 210”. Ci fanno sapere che è una legge del 25 febbraio 1992, firmata Cossiga, Andreotti Presidente del Consiglio e il Guardasigilli Martelli. Prevede l’indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati; per HIV, e anche per danni irreversibili da epatiti post-trasfusionali.
In realtà, se lo sfortunato individuo che ha contratto la malattia muore prima, (è più che probabile), i 50 milioni di lire di allora previsti per “l’indennizzo”, vengono erogati al coniuge, al figlio minore, al figlio maggiorenne inabile al lavoro, ai genitori. Se il deceduto è minorenne ai suoi genitori.
All’inizio del ’96, le domande di indennizzo erano 28.000. Credo sia stato persino aumentato il personale dipendente per esaminare le pratiche. La competenza era poi passata alle Regioni, e, già a quel tempo, si parlava di legge “da migliorare”, si giudicava necessario intervenire a questo scopo sui Parlamentari. Secondo quella legge, per ottenere l’indennizzo, bisogna “provare il nesso causale” presso una Commissione medico-ospedaliera e si può fare la domanda dopo tre anni che si è contratta l’epatite, e dopo 10 anni per l’HIV. Nel 2001 per esempio, c’erano 6000 domande respinte, che “potevano, fare ricorso al Ministero della Sanità”. Oggi, un documento dell’Associazione Politrasfusi italiani ci informa che al 20 gennaio 2006, sono deceduti 2190 persone affette da epatiti e Aids. Con un comunicato la stessa associazione chiede al Parlamento interventi urgenti prima della chiusura delle Camere, di convertire in legge un decreto per un ulteriore indennizzo per gli emofilici ancora esclusi dalla “transazione”. E si indica nel 4 febbraio 2006 il termine in cui il D.L. avrebbe perso la sua efficacia, e la necessità dell’esenzione totale per i Politrasfusi dal ticket per la patologia e si domanda di informare di questo,con urgenza, le Regioni e le Asl.
Si chiede inoltre di aumentare in ogni caso l’indennizzo, ammettere tutte le istanze sinora respinte, affermare con chiarezza la natura reversibile dell’indennizzo in caso di premorienza di ogni soggetto, emanare i provvedimenti necessari, l’esenzione dal pagamento del ticket e…insomma, se qualcuno ne sa di più, ce lo scriva pure. Avrà risposto il Governo in atmosfera pre-elettorale, al grido di queste vittime del caso e della malasanità? Per informarvi meglio info@politrasfusi.it. Io sono sconcertato: Luca, grazie per avermi scritto, fatti forza, non mollare mai. Ti prego. In Italia tutti vivemmo a stento, ingoiando l’ultima denuncia, l’ultimo grido. Tirando calci al vento, tra invocazioni ed atti d’accusa. Ti vogliamo bene Luca. Davvero.

DISCO 3 :

Su sottofondo:
ZOMBIE
C’è una parola che viaggia spesso nelle conversazioni, una parola più abusata della cocaina e dei parcheggi riservati agli invalidi, dove ci posteggiano pure la cuccia del cane. La tremenda parola è Tutti. Lo fanno tutti. Lo dicono tutti. Sono tutti uguali. Ma chi lo conosce questo “tutti”? Il signor Tutti non esiste. L’onorevole Tutti è una balla. Tutti è la vostra resa, la vostra bandiera bianca. “Tutti”, già morti senza saperlo come dice Montale. Tutti, è un fucile carico in mano a un pazzo. Quello spara in aria e il passo successivo è dire che tutti i neri, tutti gli indios, tutti i greci e tutti i pechinesi sono di una razza tutta uguale di “tutti inferiori”. TUTTI è una condanna senza appello o un’ assoluzione in bianco. Ei, zombie in ascolto ma lo sai che forse non è vero che tutti i musulmani sono fanatici terroristi? che tutti quelli che vanno in discoteca si impasticcano? che tutti gli arbitri sono cornuti? E che tutti i romani sono ladri? Diciamolo a tutti che non è vero che “così fan tutti”. Con un pezzettino di musica, magari la pillola va giù. Così fan tutte. Parola di Mozart.
DISCO 4: Un frammento di “Così fan tutte”

STACCO a chiudere il primo blocco
Stacco:
ZOMBIE 35

BLOCCO 2
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Su sottofondo:
ATTENZIONE: PEZZO SALTATO PER LUNGHEZZA
ZOMBIE
Ben ritrovati all’inferno, fratelli autozombati. Da quando vi state mettendo in fila sul sito Internet per ricevere il cedolino numerato in progressione (anche se lo fa uno ogni cento che ascoltano) mi rendete immensamente felice. E mi fa felice ancora di più chi scrive una breve bio sotto a quel numero Zombie. Sono un’infermiera ventiquattrenne…Sono un operaio un po’ ignorante ma mi piace molto trovarmi qui con voi…sono Don Zombie, un prete di 34 anni…e io, da quaggiù o da quassù, insomma dalla dimensione zombie, che mi commuovo come mia nonna quando cantava Ann Miller, poi ve la metto…Peccato che molti non scrivano nulla. Descriversi in 5 righe è per alcuni riduttivo, io lo trovo esaltante. E poi c’è la conoscenza, fratelli. Se un sito non serve anche a conoscersi non serve affatto. Anche se Zombi 800 dice una cosa meravigliosa, poi non è che uno per forza vuol sapere che faccia ha, o quanti anni ha, se fuma o se beve…A proposito, credo che l’800 o giù di lì fosse uno, anzi, sia uno di superdestra. E mi sono scompisciato a leggere i post di replica ai suoi. A Ottocé falla finita. Ottocé! Che sembrava la battuta del povero marziano a Roma di Flaiano, che finita la novità di un marziano a Via Veneto, due ragazzetti in motoretta gli gridarono “A marzià!” Va bene, continuate a iscrivervi e a conoscervi, mi raccomando. Ora Ann Miller, dagli schermi di tanti anni fa…eccola che scende ai microfoni delle stelle…amen!
DISCO 5: Da “Cinema” –Ann Miller

Su sottofondo:
ATTENZIONE: PEZZO SALTATO PER LUNGHEZZA
ZOMBIE
Questa notizia non la troverete facilmente. Dentro non c’è puzza di Grande Fratello, non ci sono marchette occulte agli stilisti, non c’è nemmeno una spruzzatina di morbosità. La notizia, semplice semplice, proviene da un paese che si chiama Roccadaspide, in provincia di Caserta. Una signora di 46 anni che gira su una sedia a rotelle ha bisogno di incontrare il medico per farsi assegnare delle prescrizioni. Il medico però è andato in vacanza e la struttura sanitaria non ne ha dato comunicazione agli assistiti. Così per due volte di seguito la signora in sedia a rotelle va in ambulatorio e per due volte di seguito torna indietro senza ricetta. Allora, per non fare un terzo tentativo a vuoto, decide di telefonare. Stavolta il medico è tornato. Anzi, è all’altro capo del filo. Ma si vede che è nervoso. Comincia a gridare che non si deve più permettere di disturbarlo in ambulatorio. La signora rimane sconvolta. Si fa accompagnare alla visita da una cugina. Come il medico la vede, si scusa. “Avessi saputo che stavo parlando con una persona disabile non sarei stato così sgarbato”. Ma la cugina della signora trova la battuta infelice. E replica che quel trattamento non dovrebbe essere riservato né ai disabili né agli altri pazienti. Risultato: il medico prende d’aceto e la sbatte fuori dall’ambulatorio davanti a decine di persone in attesa. La notizia è tutta qua. Non ci sono morti, né feriti, né corna tra veline e calciatori. Solo un bell’esempio infiocchettato d’inciviltà. Per la cronaca, ripeto il nome del paese: Roccadaspide, provincia di Caserta. Tante volte uno si trovasse a passare da quelle parti e avesse necessità urgente di un medico… finchè la Asl di zona non lo sbatte a lui fuori dall’ambulatorio. Insciallah.

DISCO 6:

ZOMBIE
Per caso la mattina vi manca il gas per accendere il focherello sotto la moka? Tastate i termosifoni che vanno a singhiozzo con un grado di temperatura in meno? Avete già cominciato a odiare con tutte le vostre forze tovarisch Putin, gli ucraini, le matrioske e i colbacchi sintetici? Datevi una calmata perché siete i soliti privilegiati piantagrane. In Somalia, dove praticamente il gas non hanno mai saputo che cos’è, adesso manca pure l’acqua e, piuttosto che crepare disidratata, la gente ha cominciato a bere la propria pipì, come faceva la Brigliadori per bellezza, ma qui lo fanno per siccità e senza un gridolino. Secondo l’organizzazione non governativa Oxfam, ci sono migliaia di famiglie che sopravvivono con una tanica da 20 litri d’acqua per tre giorni. Che equivale a tre bicchieri d’acqua a persona per bere, cucinare e lavarsi. E invece di fare come voi che quando il gas scarseggia, il caffè ve lo andate a sparare al baretto sotto casa (dove vi pappate pure la brioche), in Somalia per trovare l’acqua si fanno anche 70 chilometri a piedi, con 40 gradi all’ombra. Siccome però ogni maschietto nella società somala conta due, la scarpinata se la fanno prevalentemente le donne (che contano zero) in mezzo a bande di ribelli armati, ladri e stupratori. Va avanti così dal 1991, da quando non esiste più un governo. Da quando i Signori della Guerra spazzarono via Siad Barre, che era un dittatore ma un grande amico dell’Italia. E al quale, in nome di questa straordinaria amicizia, abbiamo regalato una montagna di quattrini sotto forma di aiuti per la cooperazione, navi da pesca, pozzi, automobili, trattori, e pure cisterne per trasportare l’acqua. Naturalmente, tutto quello che Siad Barre non s’è cuccato o rivenduto mettendo i soldini al pizzo in quel paesello che sta di là dalle Alpi, se lo sono cuccato o rivenduto i Signori della Guerra. E adesso, quando viene la siccità, buona pipì a tutti. Tanto noi siamo sempre quelli del baretto sotto casa…i furbetti del fornellino.

DISCO 7:

 

ZOMBIE
Apro a caso un libro di Baudelaire…Tutte le opere nei Meridiani, nuovo-nuovo…Pronti? Via. Leggo il primo verso che mi salta agli occhi: questo:
…Scendete, scendete, vittime lamentevoli
scendete per la strada dell’inferno infinito
giù nel più fondo abisso tuffatevi: lì, insieme
flagellati da un vento che non viene dal cielo
ribollono i delitti come un sordo uragano!
Ecco, vi ho insegnato un metodo efficace per riconoscere un grande poeta da uno mediocre. Aprite a caso la sua opera completa. In quella del mediocre zoppicherete infinite volte, in quella di un Baudelaire, precipitate su due piedi all’inferno, immediatamente! Ci rivediamo tra le fiamme e i forconi fra un paio di minuti, zomberos abbrustoliti!
Stacco chiusura secondo blocco.
Stacco:

ZOMBIE 35

BLOCCO 3
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Su sottofondo:
ZOMBIE

C’é un uomo sempre presente nella mia vita, si chiama Bartleby. Persona riservata, un po’ sciatta nel vestire. Di mezza età, media statura, media estrazione, silenzioso, modesto. Una persona che poteva esserci o non esserci.
Inutile, quasi invisibile. E’ un americano e da giovane aveva lavorato in un ufficio postale, come addetto alle ‘dead letters’, le lettere smarrite. Quello che doveva fare era semplicemente prendere tutta questa corrispondenza mai arrivata a destinazione e bruciarla, cancellarla. Ma ogni lettera che bruciava, per lui, era una specie di delitto: ognuna un viaggio interrotto, un messaggio che poteva salvare una vita, cambiarne un’altra, forse il denaro di un riscatto, o un anello che doveva giungere ad una mano amata. Ogni lettera conteneva un destino spezzato. E quello che doveva fare lui era finire il lavoro: uccidere anche l’ultima speranza.
Bartleby, un giorno, si licenza, ma quelle lettere gli rimangono impigliate fra i pensieri per anni, anche quando lo assume un avvocato di New York che aveva l’ufficio proprio in Wall Street. (Sto parlando di un epoca in cui i documenti si copiavano ancora a mano) e all’inizio Bartleby macina una grande quantità di lavoro: copia pagine su pagine, non lascia una pratica incompiuta, scrive alacremente, giorno e notte. Una brava formichina della burocrazia. Della sua vita fuori dall’ufficio non si sa nulla. Solo lavoro a testa bassa.
Poi un giorno succede una cosa: l’avvocato lo chiama e lo invita a controllare una pratica assieme a lui. Ma Bartleby, ritto in piedi di fronte al capo gli risponde: -Preferirei di no.- L’avvocato rimane senza parole: -Come, preferirei di no?!,- ma lui nulla, irremovibile. Gli ripete un paio di volte che preferirebbe di no, poi gira i tacchi e se ne torna alla sua scrivania. Da quel momento in poi Bartleby sembra un disco incantato, un meccanismo inceppato, per sempre. I giorni che seguono la scena si ripete: -Può venire a rileggere queste copie? – Preferirei di no. -Può esaminare questa pagina con me? Preferirei di no. – Mi farebbe questa commissione? -Preferirei di no. -Puòvenire nell’altra stanza? -Preferirei di no.
Preferirei di no. Preferirei di no. Bartleby preferirebbe di no. L’unica cosa che continua a fare è copiare meccanicamente i documenti sul suo tavolo. Copiare,… forse era un lavoro meccanico che si era autoinflitto come punizione per tutte quelle lettere bruciate; solo ricopiare. Altre mansioni, no, grazie.
L’avvocato scopre che Bartleby non ha casa e che dorme nell’ufficio, rimanendo lì anche dopo il lavoro. Gli fa qualche domanda, lo vede solo e lo vorrebbe aiutare, ma lui ‘preferirebbe di no’. Così, lo lascia fare; non può far
altro, non capisce; quest’uomo gli ha tolto ogni risposta. Una mattina poi, Bartleby preferirebbe anche smettere di copiare. L’avvocato, a questo punto cede: lo licenzia. Ma lui ‘preferirebbe di no’, e se ne torna alla sua scrivania. Un ingranaggio bloccato, contro ogni logica, se ne sta lì seduto; e non lo puoi licenziare, non lo puoi insultare, non lo puoi capire, non lo puoi aiutare. L’attività si trasferisce in un’altro ufficio, ma nulla: Bartleby preferirebbe di no, non si sposta. I nuovi inquilini dell’ufficio alla fine, stremati lo fanno portare via dalla polizia.
Bartleby il pazzo finisce in un istituto psichiatrico, il lunatic asylum. Bartleby, l’angelo spezzato, pian piano preferisce smettere di parlare, poi di mangiare; infine preferisce lasciarsi morire in un angolo del cortile del manicomio, rannicchiato come un bambino.
Forse, mentre muore, gli tornano in mente tutte quelle lettere per cui lui è stato l’ultimo boia, quelle frasi che non hanno mai colpito il loro bersaglio, ma che l’hanno perseguitato lui, sempre. La sua morte in vita.
Che questa storia sia vera o no, non ha importanza. lo l’ho sempre amata, ho sempre amato Bartleby con grande stupore, Bartleby che era un angelo sbagliato come tanti, ma con una sua risposta che riusciva a incrinare il cielo.
L’ho amato per il suo modo di bloccare la logica, di rivoltare il mondo; per avermi fatto vacillare sempre, ogni volta che rileggevo le pagine in cui Melville racconta la sua storia; per avermi fatto venire i brividi con la forza disperata che serve per riuscire a dire… ‘preferirei di no’.

DISCO : Disco “C’è chi dice no’ Vasco Rossi

Cari amici, nemici, “zomberos” di tutte le età. Non è facile spiegare quel che neanch’io ho capito. Non so nemmeno se questo testo andrà in onda. Ho ricevuto da parte della direzione di Radio 24 la notizia che questo programma sarà sospeso a partire da lunedì prossimo, 27 febbraio, e che Giancarlo Santalmassi avrebbe annunciato lui stesso, al giornale radio del mattino del 27, di aver chiuso Zombie. Siamo già da tempo in par-condicio, e abbiamo avuto il benestare del direttore su tutti i copioni, compresi quelli che non andranno più in onda. Quindi, la par condicio non c’entra. Naturalmente, anche se già morto, ho lottato contro questa decisione francamente assurda con tutta l’energia vitale di uno zombie. Ho proposto che, fino al 10 Aprile, giorno delle elezioni, non solo avrei stralciato ogni e qualsiasi riferimento a parlamentari e partiti. Ma non avrei proprio parlato di politica. Nulla da fare. Così, martedì scorso, ho alzato le mani dal computer in segno di resa e ho smesso di scrivere. Ho naturalmente rifiutato la remotissima possibilità di riprendere Zombie su Radio 24 dopo il 10 Aprile. Perché…

…Perché… Caro Direttore, così come ti ho detto sì tutte le volte che mi hai chiesto qualcosa, (non sono un duro e puro e conosco il Paese in cui vivo), e dopo una delle più brutte notti della mia vita, ti rispondo con un fermo, sereno e ragionato “No.” Ricordi la campagna di noi autori e registi contro gli spot assillanti che “interrompevano l’emozione” delle opere? Mi stai chiedendo uno spot di puro silenzio lungo quattro settimane, 2000 minuti di nastro che fruscia, un oscuramento cupo e apparentemente inspiegabile. E anche se, come scrivi, le critiche a questa censura sui giornali non durerebbero più di una settimana (anche meno, aggiungo io, e forse neppure ci saranno) dimentichi di aver tradito te stesso e la tua autonomia, un tuo autore, e soprattutto un pubblico crescente di migliaia e migliaia di ascoltatori ai quali, dopo 40 giorni di deserto, non puoi dire “Oilà, eccoci tornati, abbiamo scherzato! Siamo indipendenti a corrente alternata!” E questo ammesso e non concesso che questo programma l’avresti fatto effettivamente tornare. Tu, l’editore, e l’editore dell’editore.
“Zombie” non era affatto un programma politico, ma un manifesto poetico in cui si riconosce (e trova sollievo dalla propria solitudine) un pubblico vasto e eterogeneo dai venti ai novant’anni, e di ogni ceto sociale. Quale credibilità avrei più nell’accettare non un piccolo compromesso, ma addirittura un oscuramento totale? Non infrangendo la ‘par condicio’ il problema è un altro. Ti aspetteresti adesso che io dica che Zombie non può vivere in una Radio 24 che ha alle spalle Confindustria. Invece io sono proprio convinto del contrario. E’ proprio la nostra piccola grande industria, i dirigenti, gli operai, gli impiegati, i manager, che in Italia hanno bisogno di una ventata di notizie senza guinzaglio, di poesia, di musica e di libertà. Hanno bisogno di alzare la testa, di guardare oltre i confini, e di ritrovare se stessi, e con la dignità, voglia di darci dentro e lavorare. Il Paese delle idee è fermo. E questo contagia il Paese della produttività. Il sogno collettivo è un ricordo degli Anni del Boom. I lavoratori italiani, tramontate tutte le utopie, subiscono dalla TV il meno che c’è. Un finto pieno, com’è finto il benessere, in realtà un vuoto reazionario, sì, un vuoto pericolosissimo, soprattutto per le piccole e grandi imprese. Zombie poteva e doveva vivere proprio qui, a Radio 24 il Sole 24 ore, senza essere mai interrotto da nessuno, perché era un piccolo spazio di libertà creativa, e perché non ha infranto la legge. Interrompendolo s’interrompe la fiducia. Fra te e me, direttore. Fra gli ascoltatori e Zombie. Ma tu, direttore, sei stato irremovibile, mi hai dato del sordo che non vuol sentire, e ci sospendi. Fallo a testa alta e guardandomi negli occhi. Io ti sto rispondendo a viso aperto con la testa un po’ reclinata (perché mi stai facendo molto male) ed entrambi sappiamo che tu solo, da domani, avrai un microfono per spiegarti. Ma io so che non te ne approfitterai. Perché non puoi fingere che è stato commesso un errore. Questo piccolo programma non è il malessere da strappare o da occultare. Questo programma ha importato il malessere che cova sotto le braci, e lo trasforma in qualcosa di più creativo, e non più di auto-distruttivo. Era una piccola sveglia. A volte, lo capisco, le sveglie irritano e fanno male, ma sono sempre salutari. Invece c’è chi preferisce puntare su questo lungo sonno. Sul letargo. Sul vuoto.
Ma va bene così, ho vissuto un solo mese, e “da morto”. E mi risolleverò da questa ennesima porcata: quella di chi gestisce, male, e con la benda sugli occhi, il sistema della comunicazione e dell’informazione in Italia. Al diavolo i presunti martiri. Così va’ il Paese, bellezza!
Ringrazio prima di tutto il mio 85 enne amico Franco Rispoli, giornalista professionista, tutto ringalluzzito perché non gli capitava più dal ventennio di essere censurato, e i giornalisti Andrea Purgatori che ha di nuovo rimbalzato contro il muro di gomma di questo tremolante e smarrito Paese, e Valeria Serra, giornalista free-lance dagli oceani e dal Sud del mondo, Stefano Micocci, primo collaboratore, che di musica è un enciclopedia vivente, Luciano Francisci che ha realizzato tecnicamente e musicato dolcemente le mie parole, il ventiquattrenne Gabriele Policardo che aveva appena iniziato a fare pratica d’autore. E naturalmente voi tutti, un pubblico vastissimo, dai 15 ai novantanni, trasversale, vagabondo, poetico e senza etichette, oltre ogni stupido vicolo cieco sinistra/destra, che mi aspettava da tre anni di censura della radio pubblica, e si è rifatto vivo con una tempestività struggente. Grazie, mi dispiace davvero che sia durata così poco. Avevo una montagna di cose da dirvi e da darvi ma non possiedo una radio nazionale (a proposito, c’è qualcuno che ci ospita? Non siamo barbudos, siamo professionisti intelligenti e per bene, e ci facciamo la doccia tutte le mattine e abbiamo i nostri bravi pantaloni grigi e i golfini blu) oppure magari, chissà, potrei attrezzarmi come uomo-sandwich, e battere pianure e città con una lampadina rotante in testa, un megafono e l’organetto. Al Gruppo Sole 24 ore-Confindustria e a Giancarlo Santalmassi, direttore di Radio 24, che avevo già ringraziato pubblicamente per avermi ridato la libertà di esprimermi, lascio un punto interrogativo alto come l’Everest. E a tutti voi la Guerra di Piero di Fabrizio De André, e un segno sulla fronte, un marchio azzurro per riconoscerci la prossima volta, una piccola zeta, che in greco antico vuol dire “è vivo”. A tutti, un appuntamento sul sito Internet, www.diegocugia.com per rimanere in contatto. Alla prossima, speriamo un po’ più lunga e meno tribolata trasmissione. Grazie a tutti!
d.c.

GUERRA DI PIERO
Su guerra di piero titoli di coda

FINE

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