2010

Justice for Rachel Corrie?

CHIAMATA ALL’AZIONE: PROCESSO CORRIE IN ISRAELE
10-24 MARZO 2010

Cari amici,

come molti di voi sapranno, il 10 marzo 2010 inizierà il processo per la causa civile che coinvolge il caso di nostra figlia Rachel Corrie nel Tribunale Distrettuale di Haifa.. Rachel, attivista e osservatrice per i diritti umani, 23 anni, era impegnata a proteggere una famiglia palestinese la cui abitazione era a rischio di demolizione da parte dell’esercito israelano. Il 16 marzo 2003 a Rafah, Gaza, Rachel fu schiacciata da un bulldozer Caterpillar D9R delle forze di difesa israeliane (IDF) e uccisa.

Questa causa è uno dei tentativi con cui da sette anni la nostra famiglia sta cercando di ottenere giustizia per nostra figlia e sorella. Speriamo che questo processo riesca a mettere in luce il bisogno di assegnare le responsabilità per le migliaia di vite perse, o irrimediabilmente danneggiate, a causa dell’occupazione israeliana in una Gaza assediata e tormentata così come dovunque nel resto dei Territori Palestinesi; che riesca a portare all’attenzione dell’opinione pubblica le continue aggressioni perpetrate su attivisti non violenti che si battono per la tutela dei diritti dell’uomo (di tutti gli uomini, palestinesi, israeliani ed internationali); e che riesca anche a mettere in evidenza che tante famiglie palestinesi, danneggiate profondamente quanto la nostra famiglia, non hanno invece la possbilità di accedere alle corti israeliane.

Per fare in modo che questi obiettivi vengano raggiunti, vorremmo che questo processo e tutti gli eventi che lo circonderanno fossero sostenuti da una grandissima partecipazione.

Speriamo, perciò, che potrete unirvi a noi nel partecipare a tutti, o anche solo ad alcuni, degli eventi elencati di seguito e ci vorrete aiutare a diffondere questo appello a quante più persone possibili.

MERCOLEDI 10 MARZO

9:00-16:00—Apertura del processo nel Tribunale Distrettuale di Haifa (12 Palyam St. Haifa)

Una forte presenza di osservatori per i diritti umani e di osservatori legali alla giornata di apertura del processo sarà importantissima per riuscire mandare a tutti il messaggio chiaro che questo caso è stato attentamente seguito e monitorato e che per tutti noi la verità, la responsabilità e la giustizia sono importanti.

Le altre date del processo saranno: 14, 15, 17, 21, 22 e 24 Marzo.

La vostra presenza e il vostro supporto a tutte queste date saranno non solo graditissimi ma anche fondamentali.

VENERDI 12 MARZO

13:00-15:00—Proiezione alla Cinematheque di Tel Aviv(2 Shprinzak St. Tel Aviv)

La proiezione del documentario “RACHEL” sarà seguita dal dibattito con il regista Simone Bitton e con la famiglia Corrie. “RACHEL” è un’inchiesta cinematografica che cerca di gettare luce sull’uccisione di Rachel Corrie. Mette in evidenza tutti i dubbi e le domande che dovrebbero essere portate in aula.

MARTEDI 16 MARZO

20:00-22:00—Memorial; Location TBA

Il 16 Marzo è il settimo anniversario della morte di Rachel Corrie. Vorremmo che questo giorno fosse un “Giorno della Coscienza” capace di rispondere tutti alla chiamata per la verità, la responsabilità e la giustizia, per quanto riguarda il caso di Rache ma anche oltre a questo caso.

Ci saranno anche molti eventi a Gaza (al Rachel Corrie Children and Youth Cultural Center a Rafah), forse in West Bank (TBA) e ovunque nel mondo.

Se non potrete essere fisicamente con noi in Palestina/Israele, vi preghiamo comunque di pensare a delle modalità con cui voi e la vostra comunità possiate farvi vedere e sentire il 16 Marzo.

Sappiamo bene che quelli che ci aspttano saranno tempi molto duri, ma conosciamo altrettanto bene l’amicizia e il supporto che durante questi anni molti di voi ci hnno dimostrato e che ci aiuteranno ad attraversare le prossime settimane.

Anche se l’andamento e il risultato del processo sono imprevedibili, vogliamo comunque accogliere questa opportunità per sollevare all’attenzione di tutti e mettere in risalto molti dei temi critici ai quail è legata la vicenda di Rachel.

Vi ringraziamo immensamente per il vostro supporto mai venuto meno.

Solidali e grati,

Cindy & Craig Corrie

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Gaza: mille candele accese contro l’assedio

1000 candele a illuminare le tenebre di 1000 giorni di assedio,
e in mezzo un massacro che ha mietuto più di 1000 vittime civili,
più di 300 erano bambini.

Mentre la lista dei malati deceduti per mancanza di cure adeguate tocca quota 500,
la disoccupazione coinvolge ormai l’80% della forza lavoro e la miseria nei campi profughi è un vampiro che risucchia ogni speranza per un vita più decente,
una buona parte dei palestinesi di Gaza non si da per vinta e continua la sua lotta di giustizia, di fame di diritti umani.

Fra due ore qui ci s’incammina verso Erez,
jalla,
e voi che fate non vi muovete?

Ce parecchio da fare anche in Italia, in Europa,
nel Mondo, e la marcia verso la libertà per i palestinesi si chiama BDS:

IL 30 MARZO, GIORNATA DELLA TERRA, GLOBAL BDS DAY OF ACTION

DICHIARAZIONE DEL COMITATO NAZIONALE PALESTINESE DEL BDS
Il Comitato nazionale del Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni vi invita a partecipare con le vostre forze e competenze per una Giornata attivista globale del BDS il 30 marzo 2010, in solidarietà con il popolo palestinese, per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni ai danni d’Israele.

Il CNB invita coloro i quali hanno una coscienza e le loro organizzazioni in tutto il pianeta a mobilizzarsi in azioni BDS creative, concrete e visibili, per trasformare questa giornata in un passo storico per il movimentro contro l’apartheid, il colonialismo e l’occupazione in Israele, per la responsabilizzazione dell’oppressore e per il rispetto dei diritti e della dignità del popolo palestinese.

Il prossimo 30 marzo, il CNB chiede d’indirizzare la propria azione politica:

1. al boicottaggio e al disinvestimento ai danni delle corporazioni israeliane e di quelle internazionali che sostengono l’apartheid, il colonialismo e l’occupazione in Israele;

2. a un’azione legale che ponga fine all’impunità israeliana, indaghi e giudichi gli israeliani sospettati di crimini di guerra davanti a corti nazionali e a tribunali internazionali;

3. a fare e promuovere pressioni per un embargo degli armamenti contro Israele e per un blocco o una cessazione del libero commercio e di altri accordi preferenziali con questo stato: un passo cruciale e urgente in direzione di sanzioni vere e proprie;

4. al lancio di un boicottaggio accademico, culturale e sportivo ai danni d’Israele e delle istituzioni sue complici;

Il primo Global BDS Day of Action è stato annunciato dalla società civile palestinese con grande sostegno al World Social Forum del 2009. La giornata del 30 marzo coincide con la Giornata della Terra in Palestina, che commemora l’anniversario dell’uccisione di sei giovani palestinesi – cittadini d’Israele – da parte delle forze di sicurezza israeliane nel 1976. Questi coraggiosi ragazzi erano sei tra le migliaia di persone intente a protestare contro l’espropriazione di terre palestinesi, utilizzate per costruire nuove colonie ebraiche ed espandere le esistenti città israeliane. Oggi, la Giornata della Terra simbolizza la resistenza palestinese contro l’espropriazione, la colonizzazione, l’occupazione e l’apartheid tuttora in corso in Israele.

L’annuncio del primo Global BDS Day of Action giunse all’inizio dei 23 giorni di offensiva israeliana, l’operazione “Piombo fuso”, durante la quale morirono più di 1.400 palestinesi e più di 5.000 rimasero feriti nella Striscia di Gaza occupata e assediata. Un anno dopo, Israele prosegue con il suo blocco soffocante sull’intera Striscia di Gaza, in quello che è stato descritto dagli esperti di diritti umani come un atto di “lento genocidio”. Questa è solo la continuazione della brutale oppressione israeliana del popolo palestinese, che vede tra i suoi precedenti l’espulsione dalle case durante la Nakba del 1948, il governo militare, l’occupazione e colonizzazione delle terre, l’apartheid e l’accanita negazione dei diritti dei rifugiati palestinesi a ritornare nelle loro terre e nelle loro abitazioni.

Nel BDS Day of Action del 2009, moltissimi tra sindacati, organizzazioni non-governative e studentesche, partiti politici e gruppi sociali in oltre 40 città in tutto il mondo hanno risposto all’invito – lanciato durante il World Social Forum del 2009 – a intraprendere un’azione coordinata di BDS a livello globale. Le attività dell’anno scorso bersagliarono, tra le altre, compagnie come Connex, una sussidiaria della multinazionale Veolia, complice nella costruzione del sistema israeliano di ferrovie leggere che collega le colonie israeliane nella Cisgiordania occupata a Gerusalemme; la catena di librerie Chapters Indigo, i cui profitti sono versati nei conti dei soldati israeliani “soli”; il gigante dei supermercati Tesco, che vende un assortimento di beni illegalmente prodotti nelle colonie; e Motorola, fornitore delle telecomunicazioni e dei sistemi elettronici delle forze di occupazione israeliane.

Da allora, la campagna globale del BDS è cresciuta. Studenti, aziende del settore privato, sindacati e altri attori della società civile di tutto il mondo hanno compreso che l’oppressione d’Israele ai danni del popolo palestinese non può più essere tollerata, e hanno concordemente adottato diverse forme di BDS contro Israele, fino a che non abbandonerà le sue politiche ostili e osserverà la legge internazionale. Nel solo 2009, sindacati, organizzazioni spirituali, gruppi studenteschi e molti altri movimenti hanno lanciato delle campagne BDS per rendere Israele responsabile delle proprie violazioni della legge internazionale e dei diritti fondamentali palestinesi.

Restiamo Umani,

Vik da Gaza City

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Gaza buffer zone

Attualmente Israele impedisce a chiunque di avvicinarsi a 300 metri dal confine,
anche se questa distanza è variabile a discrezione dei cecchini di turno.

E’ la cosìddetta “buffer zone”, anche se sarebbe il caso di ribattezzarla come “death zone”, la zona cuscinetto che delimita il diritto alla sopravvivenza dei palestinesi, con la tirannia omicida dell’IOC, l’Israeli Occupation Force.

Questo limita illegale e unilaterale imposto da Israele impedisce di fatto ai contadini di Gaza di accedere al 20% dei loro fondi coltivabili.
A oltre mille giorni dall’inizio dell’assedio, marciamo compatti coi civili palestinesi per rivendicare il loro diritto a riavere indietro questo tratto di terra confiscata e stuprata:

Restiamo Umani
Vik da Gaza city.

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Gaza: mille giorni di assedio

1000 giorni
500 malati deceduti in attesa di cure
24 000 ore
1 500 000 i detenuti
1 440 000 minuti di assedio
e 1 mondo a voltare le spalle al lento genocidio.

Il millesimo giorno di assedio sono è stato celebrato marciando verso la parete nord della prigione,
Erez, e siamo arrivati così vicino alle torrette dei cecchini come mai prima di oggi,
quasi da permettermi di chiedere un fiammifero per il mio sigaro ai soldatini di stagno israeliani.

Domani ci s’incammina per il giorno 1001 più a Sud,
sui terreni che una volta erano floridi di ulivi e frutteti e ora sono costretti incolti, per rivendicare il diritto dei palestinesi di camminare sulla loro terra e ricordare a chi vorrebbe Gaza piegata su se stessa che la resistenza qui è alla massima potenza.

A 5 mesi di distanza nulla mia evasione dalla Striscia, a coloro che mi chiedono cosa trovo di mutato,
rispondo che identici sono i confini della prigione ed eguale efferata è l’oppressione cinica dei secondini.

Di nuovo e beneaugurante è semmai questo vento che non spira dal mare.
Lo zefiro di libertà che infuria in West Bank nei villaggi di Bil’in, Ni’lin e Budrusè arrivato a spazzare anche in quest’altra parte della Palestina,
moltiplicando la partecipazione di chi seppellisce il kalashnikov per abbracciare la più temibile arma della non violenza.

Oggi i soldati israeliani non hanno sparato,
mentre l’assedio non ne vuole sapere di calare il sipario e uccide col silenziatore da ormai mille e uno giorni.

Restiamo Umani
Vik da Gaza city

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Eduardo Galeano al fianco dei palestinesi di Gaza

Ricalarsi dell’arena dopo un limbo egiziano di due mesi gettati al macero della memoria non è agevole.

L’Egitto del tirannico Mubarak amico di Obama e Barak mi ha depredato di salute fisica, mentale, e soprattutto finanze.

Nella Striscia di Gaza ho rivestito il mio vestito a striscie da carcerato ma insieme a un milione e mezzo di prigionieri non marcio composto come nei desideri dei nostri carcerieri.

Ho piedi di porco, lime al posto delle mani e sguardi a infrarossi oltre i reticolati spinati.

Non allontanate gli occhi dai muri che ci condannano alla segregazione:

“Un uomo che guarda un muro è solo un uomo che guarda un muro; ma se due uomini guardano lo stesso muro è il principio di una evasione”

 

Restiamo Umani,

Vik da Gaza city.   

PIOMBO IMPUNITO

15-01-2009

Per giustificarsi, il terrorismo di stato fabbrica terroristi: semina odio e raccoglie pretesti. Tutto indica che questa macelleria di Gaza, che secondo gli autori vuole sconfiggere i terroristi, riuscirà a moltiplicarli.

Dal 1948 i palestinesi vivono una condanna all’umiliazione perpetua. Senza permesso non possono nemmeno respirare. Hanno perso la loro patria, la loro terra, l’acqua, la libertà, tutto. Non hanno nemmeno il diritto di eleggere i propri governanti. Quando votano chi non devono, vengono castigati. Gaza viene castigata. Si è trasformata in una trappola per topi senza uscita da quando Hamas vinse limpidamente le elezioni dell’anno 2006. Qualcosa di simile era accaduto nel 1932, quando il Partito Comunista aveva trionfato nelle elezioni in Salvador. Inzuppati nel sangue, i salvadoregni espiarono la loro cattiva condotta e da allora vivono sottomessi a dittature militari. La democrazia è un lusso che non tutti meritano.

 Sono figli dell’impotenza i razzi caserecci che i militanti di Hamas, rinchiusi a Gaza, sparano con mira pasticciona sopra le terre che erano state palestinesi e che l’occupazione israeliana ha usurpato. E la disperazione, al limite della pazzia suicida, è la madre delle spacconate che negano il diritto all’esistenza di Israele, urla senza alcuna efficacia, mentre una molto efficace guerra di sterminio sta negando da anni il diritto all’esistenza della Palestina.

Già non ne resta molta di Palestina. Passo dopo passo Israele la sta cancellando dalla mappa. I coloni invadono e dietro di loro i soldati modificano la frontiera. I proiettili sacralizzano il furto, in legittima difesa.

Non c’è guerra aggressiva che non dica d’essere guerra difensiva. Hitler invase la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush invase l’Iraq per evitare che l’Iraq invadesse il mondo. In ognuna delle sue guerre difensive Israele ha inghiottito un altro pezzo di Palestina, e il pasto continua. Il divorare si giustifica con i titoli di proprietà che la Bibbia ha assegnato, per i duemila anni di persecuzioni che il popolo ebreo ha sofferto, e per il panico causato dai palestinesi che hanno davanti.

Israele è il paese che non adempie mai alle raccomandazioni e nemmeno alle risoluzioni delle Nazioni unite, che non si adegua mai alle sentenze dei tribunali internazionali, che si fa beffe delle leggi internazionali, ed è anche il solo paese che ha legalizzato la tortura dei prigionieri.

Chi gli ha regalato il diritto di negare tutti i diritti? Da dove viene l’impunità con cui Israele sta eseguendo la mattanza di Gaza? Il governo spagnolo non avrebbe potuto bombardare impunemente il Paese Basco per sconfiggere l’Eta, né il governo britannico avrebbe potuto radere al suolo l’Irlanda per liquidare l’ira. Forse la tragedia dell’Olocausto comprende una polizza di impunità eterna? O quella luce verde proviene dalla potenza più potente, che ha in Israele il più incondizionato dei suoi vassalli?

L’esercito israeliano, il più moderno e sofisticato del mondo, sa chi uccide. Non uccide per errore. Uccide per orrore. Le vittime civili si chiamano danni collaterali, secondo il dizionario di altre guerre imperiali. A Gaza, su ogni dieci danni collaterali tre sono bambini. E sono migliaia i mutilati, vittime della tecnologia dello squartamento umano che l’industria militare sta saggiando con successo in questa operazione di pulizia etnica.

E come sempre, è sempre lo stesso: a Gaza, cento a uno. Per ogni centro palestinesi morti, un israeliano.

Gente pericolosa, avverte l’altro bombardamento, quello a carico dei mezzi di manipolazione di massa, che ci invitano a credere che una vita israeliana vale quanto cento vite palestinesi. Questi media ci invitano a credere che sono umanitarie anche le duecento bombe atomiche di Israele, e che una potenza nucleare chiamata Iran è stata quella che ha annichilito Hiroshima e Nagasaki.

È la cosiddetta comunità internazionale, ma esiste?

È qualcosa di più di un club di mercanti, banchieri e guerrieri? È qualcosa di più di un nome d’arte che gli Stati uniti si mettono quando fanno teatro?

Davanti alla tragedia di Gaza l’ipocrisia mondiale brilla una volta di più. Come sempre l’indifferenza, i discorsi inutili, le dichiarazioni vuote, le declamazioni altisonanti, i comportamenti ambigui rendono omaggio alla sacra impunità.

Davanti alla tragedia di Gaza i paesi arabi si lavano le mani. Come sempre. E come sempre i paesi europei se ne fregano.

La vecchia Europa, tanto capace di bellezza e perversione, sparge una lacrima o due mentre segretamente celebra questo colpo maestro. Perché la caccia agli ebrei è sempre stata un’abitudine europea, ma da mezzo secolo questo debito storico viene fatto pagare ai palestinesi, che pure sono semiti e non sono mai stati, e non sono, antisemiti. Essi stanno pagando in sangue contante e sonante, un conto altrui.

Questo articolo è dedicato ai miei amici ebrei assassinati dalle dittature latinoamericane sostenute da Israele.

Eduardo Galeano

ps. muchas gracias Marianna

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Le ali della libertà di Gaza

Perseverare è Resistere,
succhiare tutto il midollo della vita,
per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, di non avere vissuto.

Sono di nuovo a Gaza,
in rappresentanza di tutti quanti a Gaza fisicamente non ci sono,
ma che trasudano la stessa empatia per la sua tragica sorte.
Questo lo dedico alla mia famiglia atavica:

 

Restiamo Umani
Vik da Gaza city

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L’assedio di Gaza continua

Ad un anno di distanza,
nulla non è cambiato a Gaza.

La Striscia continua a essere criminalmente assediata,
come una porta blindata sprovvista di serratura,
un’Alcatraz da cui evadono solo i morti.

Le chiavi della prigione le ha ingoiate la nostra distinta indifferenza,
e si celano ibernate nei nostri cuori polari.

Che gesti eroici come la valorosa resistenza palestinese a più di sessant’anni di terribile repressione e occupazione,
possano tramutare i nostri cuori in carillon e permetterci di non riuscire più vivere ascoltando inermi il requiem di ogni battesimo di sangue a Gaza.

Restiamo Umani,
Vik sulla strada di Rafah…

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Sandro Pertini e i palestinesi

20 anni dalla morte di Pertini, noi abbiamo memoria:

“Una volta furono gli ebrei a conoscere la “diaspora”…vennero cacciati dal Medio oriente e dispersi nel mondo; adesso lo sono invece i palestinesi…Io affermo ancora una volta che i palestinesi hanno diritto sacrosanto ad una patria ed a una terra come l’hanno avuta gli israeliti…Se vi sono nazioni in cui i diritti civili ed umani sono conculcati, sono annullati, non vi è che un provvedimento da prendere contro queste nazioni: l’espulsione dall’Onu. Non valgono le proteste, se le porta via il vento. Non valgono le polemiche. Siano espulse dalla Organizzazione delle Nazioni Unite. Sia dato loro il bando, siano indicate all’umanità come colpevoli.”

“Io sono stato nel Libano. Ho visitato i cimiteri di Chatila e Sabra. E’ una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quel massacro orrendo. Il responsabile di quel massacro orrendo è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso di questo massacro fatto. E’ un responsabile cui dovrebbe essere dato il bando della società.”

Sandro Pertini, messaggio di fine anno agli italiani, 31.12.1983

 

 

Altri tempi.

Dalla tua paterna pipa sbuffavi saggezza vissuta sopra i retorici idioti. E tutti gli altri ominicchi politici si liquefacevano.

Quanto ci manchi presidente partigiano.

Restiamo Umani

Vik dal Cairo vit

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Israeli Navy attacks Palestinian Fishermen in Gaza

«Sink the boats»

by Michele Giorgio per Il Manifesto – TEL AVIV

In waters of Gaza, the survival of the Palestinian depends from the decisions of Israeli Navy that arrests fishermen and tries to make them spies. A soldier of Tel Aviv “breaks off Hush”. A captain reveals the strategy of Navy against the Palestinian fishermen.

It’s an indeed unusual atmosphere to speak about the drama that Palestinian fishermen live every day in waters in front of the coast of Gaza. We are in a coffee of Tel Aviv, at the corner between Mazarik Street and Rabin Public square, and Brazilian rhythms cheer the night of the people that crowd the place. Nevertheless the captain of Israeli Navy, Ido M., 29 years (that asked us not to reveal its identity because he is still a reservist) chose it on purpose,. “With this confusion nobody will lend attention to our conversation, for me will be simpler not to be identified” explains the captain watching in the eyes the representative of the Israeli association of soldiers and officials “Breaking the silence” that organized the interview.

For a long time Ido M., who until December 2007 was in charge of a “Dabur” class patrol vessel, wanted “to break off Hush” on the behavior of the Israeli warships against the fishermen of Gaza. But he could do it just after having left the military career. “I am still recalled every year for three weeks, but I’m not going any more in the sea of Gaza, I refused to do that and the Navy assigned me to an office”, adds the captain preparing himself to answer to our questions.

Q: How long you’ve been in charge of one of the Israeli patrol vessels that enter in waters of Gaza?

A: Nearly three years, before and after 2005, but I had participated to missions in that zone during the training period at the naval academy.

Q: Why did you mention 2005, the year of the pull out from Gaza of the Israeli soldiers and settlers?

A: The behavior and the engagement rules of the Navy changed after the pull out. Before 2005 the violations (Israeli, ndr) of territorial waters of Gaza were occasional because the Palestinian fishermen had the possibility to push themselves off for a dozen miles and to throw the nets in teeming with fish waters. After 2005 the Navy, by government command, begun to shrink this limit carrying it to a minimal measure after June 2007, when Hamas took the power in Gaza. At the same time the engagement rules eased off, I mean that if in 2002 every military operation against the fishermen had to be co-ordinate at any moment with the central command, after 2005 and above all in 2007, huge freedom was left to the commanders of the units “Dabur”. Moreover, if in the past every operation (against the fishermen, ndr) was followed by a detailed analysis of what happened, nowaday this doesn’t happen any more.

Q: Which are the rules?

A: The main one regards the distance within which shrinking the possibility of fishing for the Palestinian of Gaza. Currently I think that a Palestinian fishing boat cannot go beyond a three miles limit from the coast but, in any case, this is not so relevant. In fact, when we go out in the sea, we receive the orders and the new limit decided by the political authorities. Often it’s further reduced. Our duty is to make fishermen keep to this limit . The action of our units becomes more intense and repressive in two corridors, 1,5 km wide, in those Palestinian waters that define the eastern and western limit of the space allowed to the fishermen. In these two corridors, where nobody can enter and the waters are calm, obviously the fish abound, especially in spring. The fishermen, therefore, try to move there and try to launch their net that they will come back later to recover full of fish. In those cases the Navy step in harshly arresting the fishermen, confiscating the boats, destroying the nets and using weapons.

Q: But these waters are Palestinian and not Israeli.

A: Of course, what I’m telling you always happens in waters of Gaza. During the years in which I was on active duty in that zone it never happened that some Palestinian attempt to infiltrate in territorial waters of Israel and during the last few years the percentage of Palestinian armed actions via sea does not exceed 0.1%.

Q: Officials and sailors know that they are facing fishermen who are just trying to draw their maintenance from the sea?

A: Of course, everybody knows it.

Q: Did you ever discussed about it making your way back to the base?

A: Rarely, nearly never. When you are part of the system, it’s very difficult to call it into question. Moreover, officials and sailors want to obtain results, to show their seniors that the Navy is making its part, giving its contribution to the “fight to the terrorism”, like the Army and the Air Force. Even though the result is the arrest of a poor fisherman and the seizure of his boat.

Q: Let’s speak about how and why Israeli Navy manages the arrests in the sea.

A: Also in this case the official rules are not so relevant. Sometimes, when we stop the fishermen and we check their documents, the central command orders to arrest one or two of them, without a precise motivation. We carry them to the base of Ashdod where they are taken from the men of Shin Bet (the Internal Security Service) that has the task to interrogate them, but also to recruit collaborationists.

Q: Are you informed about it?

A: Our task finishes when the arrested ones put foot to earth but, naturally, we perfectly know that Shin Bet tries to have information on what happens in Gaza, especially since when Hamas got the power, and that it tries to transform the arrested ones in spies, threatened them to be hold in jail for years or, on the contrary, promising them money and special permissions.

Q: Did you ever ordered to your men to shoot in the direction of the Palestinian boats?

A: Yes, I did it and once the fire of the machine-guns hurt a fisherman. Most of the times we don’t shoot directly on the fishing boats but in the sea, on the left side of the boat. In this way bullets, bouncing on the water, fall towards right with less lethal effects but not less dangerous. I know that many fishermen of Gaza were hurt from the fire of our crews. One night the Palestinian were out in sea with a greater boat and some small boats that were forming a circle. The fishermen also had lighted some oil lamps trying to attract the fish. But they were beyond the forbidden limit of 1,5 km and from the central command they ordered me to open fire and to sink one of the smaller boats as a punitive action. From my unit, a sailor gave some warnings in Hebrew to the  Palestinian, then the light machine-gun made fire. One of the fishermen was hit to the legs. While we went away we saw his companions trying to help him.

Q: Did you ever disobey to an order while you were in the waters of Gaza?

A: Yes, or at least I didn’t execute them as they would have liked me to do. We had arrested some fishermen. The central command ordered me to interrogate them, but they were refusing to reveal their identity to us. From Ashdod they insisted to have those information, I answered that the Palestinian continued to remain dumb. Therefore they said to me to go ahead and to make them speak in any way. At that point I understood that they were asking me to use the force. I replied that I would not have made it. The next minutes were really difficult. Trying to solve that situation, I took aside one of the Palestinian, who spoke a little bit of Hebrew, asking him to tell us at least their names. But that conciliating gesture frightened him, maybe he thought I would have beaten him, and he began to cry although my reassurances. A scene that I will never forget.

Q: Why did you decide to tell this story to the journalists?

A: Because we must break off Hush, we can’t be silent knowing what happens in the waters of Gaza.

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Il governo Berlusconi e il “miracolo aquilano”? La parola agli aquilani

Mentre gli imprenditori degli appalti se la ridevano sulle macerie ancora fumanti,
Silvio era impegnato a palpare assessori provinciali,
Bertolaso a risolvere i suoi noti problemi di mal di schiena
(mi domando ma per andare a mignotte è proprio necessaria la Protezione civile? Non basta un preservativo?)
gli aquilani covavano una rabbia che è finalmente scaturita domenica 14 febbraio.

Nei video la gratitudine dell’Aquila al governo Berlusconi  e al suo “miracolo aquilano”.
Un’ Italia che si desta meritevole di tutta la nostra stima:

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Gideon Levy: Israele non è una democrazia salvo che per gli Ebrei.

Colloquio con Gideon Lévy di Françoise Germain-Robin

Nato nel 1955, a Tel-Aviv, giornalista israeliano e membro della direzione del quotidiano Haaretz, Gideon Levy denuncia implacabilmente le violazioni commesse contro i Palestinesi e il ricorso sistematico ad una violenza che disumanizza i popoli, aizzati l’uno contro l’altro. Gideon Levy occupa un posto particolare nella stampa israeliana, quello dell’imprecatore. I suoi editoriali e le sue cronache nel quotidiano Haaretz sono altrettanti atti d’accusa contro la politica di occupazione e colonizzazione del suo paese, Israele, contro i territori palestinesi. E’ uno dei pochi giornalisti che si sono espressi contro la guerra a Gaza.

Di passaggio a Parigi, dove presentava la raccolta di suoi articoli pubblicata da Éric Hazan [1], ha dedicato un ampio spazio di tempo a L’Humanité.

– Quando leggiamo i suoi articoli, ci diciamo che lei va giù pesante nella critica ad Israele, molto più di quanto non possa permettersi la maggior parte dei giornalisti francesi.

Lo so, una volta ho rilasciato un’intervista a TF1 e dopo il giornalista mi ha telefonato per scusarsi di non poter diffondere i miei discorsi perché se lo avesse fatto sarebbe stato accusato di antisemitismo e avrebbe avuto delle noie. Io ho la fortuna di essere in un giornale che mi lascia piena libertà e mi ha sempre sostenuto, anche se capita spesso che dei lettori protestino e anche disdicano l’abbonamento a causa dei miei articoli.

– Siete molti in questa situazione?

Non sono proprio l’unico, ma quasi. C’è anche Amira Hass. Oltre a noi due, non vedo altri.

– C’era anche Amnon Kapeliouk, che era un grande amico, ed è morto l’estate scorsa.

Si, lui aveva aperto la strada molto prima di me. Lui era a Yediot Aharonot, ma non scriveva più in questi ultimi anni. Collaborava ancora con Le Monde Diplomatique. Una settimana prima della sua morte ha chiesto di parlarmi e io gli ho telefonato, ma il suo spirito non c’era già più.

Perché lei occupa uno spazio così particolare? E’ a causa della sua formazione?

No. C’è un unico motivo per il mio atteggiamento. Alla fine degli anni ’80, al tempo della prima Intifada, ho cominciato a visitare i territori occupati, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Settimana dopo settimana, ho capito che si svolgeva un dramma, ma un dramma del quale nessuno in Israele voleva sentir parlare. Se non fossi andato nei territori occupati a quel tempo, non sarei diventato quel che sono. Sarei come la maggioranza degli Israeliani.

– Il suo ambiente familiare è di sinistra?

Assolutamente no. A differenza di Amira Hass, la cui famiglia era comunista, io vengo da una famiglia totalmente apolitica. I miei genitori venivano dall’Europa e appartenevano alla classe media. Mio padre era un Tedesco dei Sudeti, un tipico rifugiato. Ha vissuto sessant’anni in Israele senza riuscire a trovare il suo posto. Aveva lasciato tutto laggiù, la sua vita, i suoi genitori, la sua fidanzata. Aveva studiato diritto ma non ha potuto praticarlo in Israele, era troppo diverso. Ha lavorato in una fattoria. Ma non parlava mai di tutto questo. Aveva chiuso la porta del passato e non voleva affatto riaprirla. Era traumatizzato dall’esilio. Ha incontrato mia madre in Israele. Lei era nata in Cecoslovacchia ed era venuta nel 1939, all’età di sedici anni. Si sono incontrati nel 1945. Lei era infermiera, ma non ha mai esercitato. Si parlava tedesco in casa mia, ma non si parlava né del passato né di politica.

– Dov’è nato?

A Tel-Aviv. Amo questa città. E’ la mia città. Vi succedono molte cose, è molto viva. E’ contemporaneamente una Babele e una bolla. Ho bisogno di questa bolla per riprendermi quando torno dai territori, a differenza di Hamira Hass che vive a Ramallah e detesta Tel-Aviv. Io, ne ho bisogno. Della sua agitazione, dei suoi caffè, della sua cultura, della sua atmosfera. Molti di quelli che vengono a manifestare la loro solidarietà con i Palestinesi non vanno mai a Tel-Aviv, si accontentano di passare per l’aeroporto. Fanno male. E’ molto diverso da Gerusalemme, dove la tensione è continua: tra Askenaziti e Sefarditi, tra laici e religiosi, con i Palestinesi. Ovunque uno si volti, a Gerusalemme, sente l’occupazione.

– Com’è diventato giornalista?

Era uno dei miei sogni da bambino: volevo essere autista di bus, primo ministro o giornalista! Così ho fatto Scienze – politiche e durante il servizio militare ho lavorato per la televisione dell’esercito. Poi ho fatto un’incursione in politica, lavorando per Shimon Peres. Questo è durato dal 1978 al 1982, a 16 ore al giorno! All’epoca Peres era il capo dell’opposizione, avevo fiducia in lui.

Ora so che ha una grandissima responsabilità nella colonizzazione e in molte cattive cose. Mostra al mondo una bella immagine di Israele, ma è un bluff. Non ha meritato il Nobel per la pace. Come si può parlare di pace e al tempo stesso costruire colonie? E’ quel che si sta facendo ed è proprio lui che ha cominciato: era ministro della difesa quand’è stata costruita la prima colonia ad Hebron e lui ha lasciato fare. Chiunque costruisca colonie non vuole la pace, non può essere un uomo di pace.

– Come spiega che la colonizzazione sia proseguita dopo gli accordi di Oslo, che si riteneva conducessero alla pace?

Perché non c’era una sola parola sulle colonie in quegli accordi. E’ uno dei motivi del loro fallimento. Penso che sia un grosso errore di Arafat non aver preteso l’arresto della costruzione di colonie. E’ un errore che capisco, perché voleva arrivare a qualcosa che fosse basato sulla fiducia reciproca, vedeva quello come un primo passo. Ma è un errore storico, perché, all’epoca, sarebbe stato più facile che adesso smantellare le colonie: ce n’erano molte meno, neanche la metà.

– Che cosa pensa di questa frase di Mofaz [2] che dice che i suoi articoli su Haaretz provano che Israele è una democrazia?

Non ho sentito questa frase. Ma non è una prova, e Israele non è una democrazia. Salvo che per gli Ebrei! Come ebreo è vero, ho tutta la libertà di scrivere ciò che voglio. Senz’altro più di quanta ne avrei in Europa. Non sono sicuro che se fossi stato cittadino di un paese europeo in guerra, mi avrebbero lasciato pubblicare un articolo contro la guerra fin dal primo giorno. E’ quel che ho fatto l’anno scorso, nel primo giorno della guerra contro Gaza.

– Dove nasce questo suo proclamato amore per Gaza? E’ abbastanza controcorrente in Israele.

Ciò che amo, è il popolo di Gaza. E’ un popolo che trovo molto bello. Perché ha sofferto tanto, da tanto tempo, e ha saputo, dentro questa miseria e queste umiliazioni che gli sono state imposte, conservare la sua dignità e la sua umanità. La maggior parte degli abitanti di Gaza sono rifugiati del 1948, non bisogna dimenticarlo. Hanno vissuto per decenni cose orribili e non si sono abbattuti. Non sono dei grandi combattenti – e in ogni caso cosa possono fare contro la potenza dell’esercito israeliano? Ma loro resistono, cercando, malgrado tutto ciò che devono sopportare, di condurre una vita normale. In questo grande campo di concentramento che è la striscia di Gaza, loro sono molto poveri, ma restano umani e calorosi. Sono rinchiusi, ma restano aperti agli altri.

– Come spiega che abbiano votato in maggioranza per Hamas ?

Perché erano delusi da Fatah e dall’OLP, che non avevano portato la pace promessa, né la sicurezza, né la fine dell’occupazione. Hamas era l’unica alternativa. I dirigenti di Hamas si presentavano come più puliti. Si attribuivano l’immagine di veri resistenti, mentre Fatah continuava ad accettare negoziati senza contenuto, “per l’immagine”, con Israele. A mio avviso, molti hanno votato per Hamas con rincrescimento, per disperazione, perché vedevano nero per il futuro.

– E lei, come lo vede lei?

Nero, e anche molto nero. Non solo per i Palestinesi. Anche per noi, Israeliani. Non ci sono prospettive, perché Israele non ha pagato alcun prezzo per l’occupazione e la colonizzazione dei territori palestinesi. Perciò, questo continuerà. Non c’è sufficiente pressione perché questo cambi, né dall’interno, dove l’area pacifista è molto debole, né dall’esterno. Obama non è riuscito a piegare Netanyahu e si disinteressa della questione. L’Europa lo segue e non fa niente. L’Europa porta una responsabilità molto pesante per quanto è capitato a Gaza e nella prosecuzione del blocco che strangola un milione e mezzo di Palestinesi. Essa aveva loro promesso che il blocco sarebbe stato tolto, che ci sarebbero stati fondi e mezzi per la ricostruzione. Continua a non esserci niente e Gaza è di nuovo completamente dimenticata. Ci vorranno di nuovo dei Qassam perché qualcuno se ne interessi? E’ questo che è terribile.

– Non c’è speranza di vedere la giustizia internazionale occuparsene, dopo il rapporto Goldstone ?

No, gli Stati Uniti lo bloccheranno. Il rapporto dice che ci sono stati crimini di guerra, il che significa che ci sono dei criminali di guerra. Normalmente, dovrebbe essere Israele a giudicarli, come chiede il rapporto stesso. Ma Israele rifiuta e quindi deve essere il mondo a farlo. Dov’è oggi quel mondo che ha applaudito il giudice Goldstone quando si occupava dei Balcani e del Rwanda? Perché l’atteggiamento è così diverso quando si tratta di Israele? Eppure è lo stesso giudice, con la stessa competenza e la stessa serietà. Ma gli Americani non lo lasceranno andare fino in fondo perché sostengono Israele e perché hanno paura per se stessi, a causa dei loro propri crimini in Iraq e in Afghanistan.

– Che ne è dei negoziati per lo scambio del soldato Shalit contro prigionieri palestinesi, tra i quali Marwan Barghouti e forse anche Salah Hamouri ?

Ricordo che ci sono 11.000 prigionieri palestinesi nelle nostre prigioni, che in maggioranza, come Salah Hamouri, non hanno fatto niente e sono prigionieri politici. Per quanto riguarda Barghouti, non sono sicuro che Israele accetti di liberarlo. Netanyahu lo considera una minaccia perché può diventare un partner per la pace. Io lo conosco molto bene. Siamo andati insieme a Strasburgo e in Spagna dopo Oslo. E’ un vero uomo di pace, ma ha sempre detto: “Se voi non volete smetterla con l’occupazione, noi condurremo la lotta armata” Credo che solo lui sia capace di riunificare i Palestinesi, ma non sono sicuro che Abu Mazen ci tenga molto a vederlo libero.

– Il suo pessimismo è quindi totale?

No. Credo che si debba essere realisti e credere ai miracoli. E anche che si debba agire, che si debba continuare a disturbare Israele, a punzecchiare la sua pelle d’elefante moltiplicando le campagne di solidarietà, svegliando l’opinione pubblica.

[1] Gaza, articoli per Haaretz, 2006-2009, di Gideon Levy, tradotti dall’ebraico da Catherine Neuve-Eglise. Éditions la Fabrique, 240 p.
[2] Shaul Mofaz, generale, già ministro della Difesa ed ex capo di stato maggiore sotto Sharon, oggi è il numero due del partito Kadima di Tzipi Livni. E’ autore di un piano di pace che prevede la creazione provvisoria di uno Stato Palestinese, le cui frontiere diventerebbero definitive entro tre anni.

Gideon Levy: Israele non è una democrazia salvo che per gli Ebrei. Leggi l'articolo »

Mario Centorrino: Sciascia Camilleri e Tomasi di Lampedusa portano sfiga

“Io” proseguì don Mariano “ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono coe i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha pià senso e più espressione di quella delle anatre.”

(da “il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia)

 

Secondo Mario Centorrino, l’assessore regionale alla Formazione della regione Sicilia, leggere Sciascia, Camilleri e Tomasi di Lampedusa “porta sfiga”. Semplicemente non bisognerebbe leggerli più.
In considerazione di questa dichiarazione dell’economista iscritto al PD, ho deciso di indire un sondaggio (votate sulla barra di dx).

Secondo voi in quale categoria umana va ascritto Centorrino?

1 UOMINI
2 MEZZ’UOMINI
3 OMINICCHI
4 PIGLIAINCULO
5 QUAQUARAQUA’

Comunicheremo i risultati per mail all’esimio professore e al segretario del Partito (poco) Democratico.

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Guido Bertolaso SPA

C’era chi se la rideva mettendo le mani sugli appalti per la ricostruzione e chi se la godeva come un suino coi nostri soldi.

 

Guido Bertolaso andava a puttane sulle macerie fumanti dell’Aquila?

Chissà da chi ha preso:

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Affondate i pescherecci palestinesi

«Affondate le barche»

di Michele Giorgio – TEL AVIV

Nelle acque di Gaza, la sopravvivenza dei palestinesi dipende dalla discrezionalità della Marina israeliana, che arresta i pescatori e cerca di farne delle spie. Un militare di Tel Aviv «rompe il silenzio».Un capitano svela la strategia della Marina contro i pescatori palestinesi

È un’atmosfera davvero insolita per parlare del dramma che i pescatori palestinesi vivono ogni giorno nelle acque davanti alla costa di Gaza. Siamo in un caffè di Tel Aviv, all’angolo tra via Mazarik e Piazza Rabin, e ritmi brasiliani allietano la serata dei tanti che affollano il locale. Eppure l’ha scelto apposta, il capitano della Marina israeliana Ido M., 29 anni, che ci ha chiesto di non rivelare la sua identità perché è ancora un riservista. «Con questa confusione nessuno presterà attenzione alla nostra conversazione, per me sarà più semplice non essere identificato», spiega il capitano guardando negli occhi il rappresentante dell’associazione di soldati e ufficiali israeliani «Breaking the silence» («Rompere il silenzio») che ha organizzato l’intervista. Da tempo Ido M., che fino al dicembre 2007 ha avuto il comando di una motovedetta della classe «Dabur», voleva «rompere il silenzio» sul comportamento delle navi da guerra israeliane contro i pescatori di Gaza. Ma è riuscito a farlo solo dopo aver lasciato la carriera militare. «Continuo ad essere richiamato ogni anno per tre settimane ma nel mare di Gaza non vado più, mi rifiuto di farlo e il comando della Marina mi ha assegnato un incarico a terra, in un ufficio», aggiunge il capitano preparandosi a rispondere alle nostre domande.
Per quanto tempo hai avuto il comando di una delle motovedette israeliane che entrano nelle acque di Gaza.
Per quasi tre anni, prima e dopo il 2005, ma avevo partecipato a missioni in quella zona durante la formazione all’accademia navale.
Perché fai riferimento al 2005, l’anno del ritiro di coloni e soldati israeliani da Gaza?
Il comportamento e le regole di ingaggio della Marina sono cambiate dopo il ritiro, nel 2005. Prima, le violazioni (israeliane, ndr) delle acque territoriali di Gaza erano occasionali perché i pescatori palestinesi avevano la possibilità di spingersi al largo per una dozzina di miglia e gettare le reti in acque pescose. Dopo il 2005 la Marina, per ordine del governo, ha cominciato a restringere il limite di pesca portandolo a una misura minima dopo il giugno 2007, quando Hamas ha preso il potere a Gaza. Allo stesso tempo le regole di ingaggio si sono allentate, nel senso che se nel 2002 ogni intervento contro i pescatori doveva essere coordinato in ogni momento con il comando centrale, dopo il 2005 e soprattutto il 2007, ai comandanti delle unità «Dabur» è stata lasciata ampia libertà. Inoltre, se in passato ad ogni operazione (contro i pescatori, ndr) seguiva un’analisi dettagliata dell’accaduto una volta rientrati alla base, oggi questo non accade quasi più.
Quali sono le regole?
La principale riguarda lo spazio entro il quale restringere la possibilità di pesca per i palestinesi di Gaza. Attualmente credo che un peschereccio palestinese non possa andare oltre le tre miglia dalla costa ma, in ogni caso, questo conta fino ad un certo punto. Quando andiamo in mare ci vengono comunicati gli ordini e quel limite varia per decisione delle autorità politiche.Spesso viene ulteriormente ridotto. Noi dobbiamo farlo rispettare. L’azione delle nostre unità diventa più intensa e repressiva in due corridoi, larghi 1,5 km, nelle acque palestinesi che determinano il limite orientale e occidentale dello spazio concesso ai pescatori. In questi due corridoi, dove nessuno può entrare e le acque sono tranquille, ovviamente i pesci abbondano, specie nel periodo primaverile. I pescatori quindi tentano di penetrarvi anche solo per lanciare una rete che torneranno a recuperare piena di pesci in un secondo momento. In quei casi la Marina interviene con durezza arrestando i pescatori, confiscando le imbarcazioni, distruggendo le reti e usando anche le armi.
Ma sono acque palestinesi non israeliane.
Certo, tutto avviene sempre nelle acque di Gaza non in quelle israeliane. Negli anni in cui sono rimasto in servizio attivo in quella zona non c’è stato alcun tentativo palestinese di infiltrazione nelle acque territoriali di Israele e negli ultimi anni la percentuale di azioni armate palestinesi via mare non supera lo 0,1%.
Ufficiali e marinai sanno di aver di fronte pescatori che dal mare traggono il sostentamento.
Naturalmente, lo sanno tutti.
Ne discutevate al ritorno alla base?
Pochissimo, quasi niente. Quando si è parte del sistema, raramente si mettono in discussione certe politiche. Ufficiali e marinai inoltre vogliono portare a casa risultati, far vedere ai superiori che la Marina sta facendo la sua parte, sta dando il suo contributo alla «lotta al terrorismo», come l’Esercito e l’Aviazione. Anche se i risultati sono l’arresto di qualche povero pescatore e il sequestro di qualche imbarcazione.
Parliamo degli arresti in mare. Come e per quale motivo avvengono.
Anche in questo caso le regole valgono fino a un certo punto. A volte quando fermiamo i pescatori in mare e controlliamo i loro documenti, dal comando ci viene detto di arrestarne uno o due, senza una motivazione precisa. Li portiamo alla base di Ashdod dove vengono presi in consegna dagli uomini dello Shin Bet (il servizio di sicurezza) che ha il compito di interrogarli ma anche di reclutare collaborazionisti.
Voi ne siete informati?
Il nostro compito termina nel momento in cui gli arrestati mettono piede a terra ma, naturalmente, sappiamo che lo Shin Bet cerca di avere informazioni su quel che accade a Gaza, specie da quando c’è Hamas al potere, e che prova a trasformare gli arrestati in spie, minacciandoli di tenerli in carcere per anni o, al contrario, promettendo soldi e permessi speciali.
Hai mai ordinato ai tuoi uomini di sparare in direzione delle imbarcazioni palestinesi?
Sì, l’ho fatto e in un caso il fuoco delle mitragliatrici ha ferito un pescatore. Il più delle volte non si spara direttamente sui pescherecci ma in mare, sul lato sinistro dell’imbarcazione. In questo modo i proiettili, rimbalzando sull’acqua cadono verso destra con effetti meno letali ma non per questo poco pericolosi. So di diversi pescatori di Gaza feriti dal fuoco delle nostre armi. Una notte i palestinesi erano usciti in mare con un’imbarcazione più grande e alcune piccole barche che poi hanno formato un cerchio. I pescatori avevano anche acceso delle lampade a gasolio per attirare i pesci. Si erano però spinti fino al limite di una fascia proibita di 1,5 km e dal comando, a un certo punto, mi hanno detto di aprire il fuoco e di affondare una delle barche più piccole a scopo punitivo. Dalla mia unità, un marinaio ha lanciato degli avvertimenti in ebraico ai palestinesi, poi la mitragliatrice leggera ha fatto fuoco. Uno dei pescatori è stato colpito alle gambe. Mentre ci allontanavamo abbiamo visto i suoi compagni che cercavano di aiutarlo.
Hai mai disobbedito a un ordine mentre eri nelle acque di Gaza?
Sì, o almeno non l’ho eseguito come avrebbero voluto al comando. Avevamo arrestato dei pescatori. Dal comando mi hanno detto di interrogarli, ma quelli si rifiutavano di rivelarci la loro identità. Da Ashdod hanno insistito per avere quelle informazioni, ho risposto che i palestinesi continuavano a rimanere muti. Quindi mi hanno detto di andare avanti, fino a farli parlare. A quel punto ho capito che mi stavano chiedendo di usare la forza. Ho replicato che non lo avrei fatto. I minuti successivi sono stati davvero difficili. Per uscire da quella situazione ho preso da parte uno dei palestinesi, quello che parlava un po’ di ebraico, chiedendogli di dirmi almeno i loro nomi. Quel mio gesto conciliante invece lo ha impaurito, forse ha pensato che lo avrei picchiato, così ha cominciato a piangere nonostante le mie rassicurazioni. Una scena che non dimenticherò mai.
Perché hai deciso di raccontare tutto questo ai giornalisti?
Perché bisogna rompere il silenzio, non si può tacere di fronte a ciò che accade nelle acque di Gaza.

Da il Manifesto

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Cairo mood

“Moralmente come fisicamente, ho sempre avuto la sensazione dell’abisso, non soltanto l’abisso del sonno, ma l’abisso dell’azione, del sogno, del ricordo, del desiderio, del rimpianto, del rimorso, del bello, del numero…”

(Charles Baudelaire)

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Berlusconi Photoshop

Mussolini spostava i carri armati da città in città lungo tutta la Penisola per mostrare quanto enorme fosse il suo esercito. Berlusconi si limita a moltiplicare i suoi fans con Photoshop. Il risultato è lo stesso: PATETICO.

Dal blog di Paolo Attivissimo:

È approdata anche su PhotoshopDisasters la patetica foto truccata di propaganda di Silvio Berlusconi nel libro Noi amiamo Silvio edito da Peruzzo (che, stando al Corriere, s’è prestato al falso su richiesta diretta del Cavaliere). Ma il merito della scoperta spetta a Vacon Sartirani e al blog San Precario.

Ci sono pezzi di folla copiati, rovesciati e reincollati; bandiere aggiunte e duplicate dilettantescamente; un mazzo di fiori in mano a Berlusconi che pare disegnato da un bambino sotto Rohypnol; e altri dettagli squallidi che potete contemplare nelle versioni ad alta risoluzione che trovate per esempio qui. C’è persino il facepalm incorporato: la signora che si mette le mani nei capelli qui sopra è tratta dalla zona in basso a sinistra della foto.

La pagina di Photoshop Disasters.

Ditelo con i fiori.

Il lato destro e quello sinistro della foto.

Due bandiere con le stesse, identiche pieghe. Un nuovo miracolo italiano.

 

Complimenti a tutti i falsari interessati per la grande prova di onestà e per l’ennesima figuraccia internazionale regalata all’Italia.

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