download: installatore di sistemi di democrazia,Zuhir al-Yahiyaw
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
l’installatore di democrazie,
di Zuhir al-Yahiyaw
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Ai vostri vicini di casa
che dicono che andare in Tunisia in vacanza fa figo,
senza neanche immaginare che laggiù vive un regime opprimente che censura
e imprigina il libero pensiero,
dite di portare un fiore sulla tomba di Zuhir,
o più semplicemente a quelle teste di cemento armato
raccontate la sua storia.
guerrilla radio
……………………………………….
Morire per un blog
E’ morto il blogger perseguitato dal regime tunisino per i suoi articoli sul Web.
[ZEUS News – 16-03-2005]
Zuhir al-Yahiyawi, il piu’ noto blogger tunisino e attivista per i diritti umani, è deceduto ieri all’età di 36 anni. Ricoverato d’urgenza per una crisi cardiaca all’ospedale, i medici non sono riusciti a salvarlo.
Sulle sue condizioni di salute hanno sicuramente influito le sofferenze che gli sono state inflitte negli ultimi anni. Yahiyawi aveva appena finito di scontare due anni di carcere inflittigli per aver criticato il presidente della Tunisia Zinal-Abbedin sul proprio sito.
Sul suo blog Zuhir pubblicava notizie di ogni tipo sulla vita quotidiana in Tunisia; per questo motivo nel giugno del 2002, dopo un processo sommario, fu condannato a tre anni di carcere duro. Ha subito pestaggi e maltrattamenti durante la detenzione e per protesta intraprese uno sciopero della fame a oltranza, fin quasi a morire.
Per lui si sono mobilitate Amnesty International e Reporter senza frontiere. Secondo le organizzazioni dei diritti umani, decine di tunisini che su Internet hanno diffuso le proprie opinioni si trovano ancora in carcere. A seguito di pressioni internazionali, il presidente Zin al-Abbedin ben-Ali l’anno scorso dovette cedere alle richieste e scarcerare Yahiyawi prima della decorrenza dei termini. Suo zio, Muktar Yahiyawi, giudice, è stato licenziato per aver criticato il regime; sua nipote è stata picchiata da sconosciuti per strada.
Nel dicembre 2005 Tunisi ospiterà il Wsis, la conferenza internazionale delle Nazioni Unite sulla società dell’informazione: si parlerà a lungo della libertà nella Rete e per la Rete. Sarebbe bene che un Paese democratico come l’Italia, le sue forze politiche e sindacali, i parlamentari e il governo facessero sentire al governo della Tunisia (Paese dal fortissimo interscambio commerciale e turistico con l’Italia) tutta l’indignazione e la protesta per le violazioni dei diritti umani dentro e fuori la Rete, per non rendere inutile il sacrificio di questo giovane blogger
E’ morto Zuhir al-Yahiyawi, blogger perseguitato dalla tunisia Leggi l'articolo »
Il pentagono si autoassolve sulle torture e i maltrattamenti compiuti da militari Usa nel carcere iracheno di Abu Ghraib, a Baghdad, nella base militare di Guantanamo Bay, a Cuba, o nelle prigioni dell’ Afghanistan
WASHINGTON – Il Pentagono si autoassolve sulle torture e i maltrattamenti compiuti da militari Usa nel carcere iracheno di Abu Ghraib, a Baghdad, nella base militare di Guantanamo Bay, a Cuba, o nelle prigioni dell’ Afghanistan.
E’ quanto si deduce dalla lettura delle 21 pagine, non riservate, del documento stilato dall’ispettore generale della Navy, il vice ammiraglio Albert Church, che lo ha presentato ieri ed oggi al Congresso, a Washington. In tutto, il rapporto comporta 368 pagine, e non verrà reso pubblico.
Il rapporto Church riconosce però che qualcosa non ha funzionato -riferendosi in particolare agli abusi ad Abu Ghraib e a Guantanamo, che hanno fatto scandalo negli Stati Uniti e nel mondo-, ma non ne attribuisce la colpa ai vertici militari americani, perchè nulla -nelle direttive impartite- incita agli abusi, nè ci sono state pressioni in tal senso da parte di ufficiali di alto livello. Anzi, da quando c’è un nuovo comandante -il generale George Casey- le regole per gli interrogatori sono diventate più rigorose.
VERTICI INNOCENTI, MA CONSEGNE NON RISPETTATE – Church ha riconosciuto in particolare, rispondendo alle domande dei deputati del Congresso, che alcune delle consegne non sono state rispettate, e che il Pentagono ha tardato nel correggere il tiro, il che avrebbe potuto evitare una serie di abusi.
Il vice ammiraglio non ha convinto tutti. Molto critico il senatore democratico Carl Levin, del Michigan, uno di quelli più attivi in seno alla commissione forze armate.
«Il rapporto -ha detto Levin- non colma molte delle voragini aperte dalle precedenti inchieste sulla natura e le cause degli abusi in Iraq, Afghanistan, Guantanamo e in altre parti del mondo».
SCETTICO ANCHE REPUBBLICANO MCCAIN – Scettico anche il repubblicano dell’Arizona John McCain, uno dei senatori più attivi, a cui non piace affatto la decisione americana di non applicare la convenzione di Ginevra, quella sui prigionieri di guerra, ai carcerati di Guantanamo, considerati non meglio definiti «combattenti nemici».
McCain teme in particolare un atteggiamento analogo da parte di paesi stranieri nei confronti di eventuali prigionieri americani.
POCHISSIMI ABUSI SECONDO RAPPORTO CHURCH – A leggere le cifre del rapporto, gli abusi sono stati in realtà pochissimi.
Le autorità militari americane ne hanno riconosciuti 71 in tutto, di cui sei mortali, che hanno riguardato complessivamente 121 vittime, mentre altri 130 casi sono tuttora allo studio.
Gli abusi verificatisi a Guantanamo sono otto, e sono stati tutti giudicati «relativamente minori in termini di violenza fisica». In Iraq, il vice-ammiraglio Church ha detto che i casi sono stati 60, in Afghanistan, tre, di cui uno con esito mortale.
Nessuno, ai vertici militari, è stato sanzionato, ma ci sono state azioni disciplinari contro 115 militari, la maggior parte delle quali piuttosto blande, perchè si è trattato di sanzioni amministrative.
Solo 36 militari sono stati formalmente incriminati e sono finiti di fronte ad una Corte Marziale, come Lynndie England, la soldatessa con un prigioniero al guinzaglio: la famosa foto che ha fatto il giro del mondo ed ha fatto scoppiare lo scandalo delle torture al carcere di Abu Ghraib.
PRIGIONERI RISPETTATI IN INTERROGATORI – Il rapporto Church sottolinea infine che meno di un terzo dei casi accertati di abusi sono legati ad interrogatori: per esempio su un totale di 24.000 interrogatori circa a Guantanamo, ci sono solo tre casi accertati di maltrattamenti.
«La grande maggioranza delle persone detenute dalle Forze Armate americane sono state trattate con umanità «, si afferma, a più riprese nel documento.
VIA DA PROTOCOLLO VIENNA PER PROBLEMI GUANTANAMO – La decisione presa dagli Stati Uniti di ritirarsi dal protocollo della Convenzione di Vienna che garantisce ai detenuti il diritto di vedere le propria autorità consolari sembra essere legata ai casi di Guantanamo.
La decisione, resa nota da una indiscrezione del Washington Post, è stata confermata, al suo arrivo oggi in Messico, dal segretario di Stato Condoleezza Rice.
Gli Stati Uniti non accetteranno quindi più che possa intervenire la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja in casi che riguardano i diritti dei detenuti stranieri negli Stati Uniti.
ANNAN, RISPETTIAMO STATO DI DIRITTO – Per annunciare i ritiro degli Usa dal protocollo, la Rice ha scritto al segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, che non ha reagito subito.
Ma che cosa ne pensi Annan è chiaro a tutti. Da Madrid, dove si trova per il primo anniversario degli attentati dell’11 marzo, il segretario generale ha detto che «in qualsiasi momento lo stato di diritto deve essere rispettato», perchè i terroristi mirano proprio a distruggere le regole che sono alla base degli stati democratici.
Emanuele Riccardi
Il Pentagono si autoassolve per le torture Leggi l'articolo »
Dossier
Otto marzo
In guerra le donne sono le prime vittime. Ma anche in pace i loro diritti sono calpestati
peace reporter: dossier otto marzo Leggi l'articolo »
marzo Festa delle donne, non in Turchia
Domenica 6 marzo. Circa 2000 persone, in maggioranza donne, si radunano a Beyazit per effettuare un corteo, con comizio finale (autorizzato dal Governo turco) e divulgare un documento sui diritti delle donne. La polizia turca interviene disperdendo i manifestanti, mediante gas lacrimogeni e manganelli. Il bilancio è gravisimo, 63 arresti ed un numero imprecisato di feriti, alcuni in condizioni gravi. Il presidente dell’Europarlamento Josef Borrell ha condannato fortemente il comportamento del Governo turco ribadendo che la strada che porta in Europa passa in modo indiscutibile dal rispetto dei diritti umani. Di tutti. Non basta il “rincrescimento” espresso dal ministro degli Esteri turco Abdullah Gul, le responabilità di quanto accaduto vanno seriamente accertate ed i colpevoli devono pagare. Intanto il capo dell’associazione turca per i diritti umani Ihd, Lerzan Tascier, ha annunciato per oggi una conferenza stampa per denunciare pubblicamente le violenze della polizia turca.
Il governo di Ankara festeggia l’8 marzo Leggi l'articolo »
Cosa c’è di più ingerente e pericoloso
nel cercare di destabilizzare un paese a furia di attentati e o micidi mirati.
Israele e Usa pensano di poter manipolare a loro comodo le stabilità politiche conquistate faticosamente?
Mezza Libano oggi in piazza ha detto NO ALLE INGERENZE STANIERE!
Libano: NO ALLE INGERENZE STANIERE! Leggi l'articolo »
Slogan contro Usa e Israele, Nasrallah ‘grazie Siria’(ANSA) – BEIRUT, 8 MAR – Sono almeno un milione e mezzo i manifestanti scesi in piazza a Beirut con il movimento sciita Hezbollah a sostegno della Siria. E’ una delle piu’ grandi manifestazioni nella storia del Libano. ‘Ringraziamo la Siria e il suo esercito. Beirut era stata distrutta da Sharon e protetta dal presidente al-Assad’, ha detto il leader di Hezbollah Nasrallah chiedendo ‘scusa’ alla Siria per l’ingratitudine’ dell’opposizione e proponendo un ‘governo di unione nazionale e riconciliazione
Mezzo Libano in manifestazione Leggi l'articolo »
Se ne è andato il più geniale chitarrista del mondo.
Sotterrato il suo strumento nella sacra terra d’Africa,
guerrilla radio questa notte gira nel suo “fiume”a ciclo continuo.
L’ultima volta che ne avevamo scritto,
era in occasione della farsa Live 8,
quando aveva denunciato la capziosità di certi suoi “fratelli”
invitati a suonare.
Il musicista maliano si è spento oggi , 7 marzo 2006, all’età di sessantasette anni presso la sua casa di Niafunké
Il musicista del Mali Ali Farka Toure (Photo: Youri Lenquette)
(Comunicato stampa)
È con infinita tristezza che annunciamo la scomparsa del leggendario musicista del Mali Ali Farka Toure, deceduto nel sonno la mattina di oggi, 7 marzo 2006, presso la sua casa di Niafunké. Solo oggi è stato reso noto che Ali era da tempo malato di cancro alle ossa.
Ali Farka Toure era un vero fuoriclasse. Chitarrista eccezionale, ha saputo assorbire la musica tradizionale della sua terra, il nord del Mali, per forgiare uno stile unico e personalissimo denominato dalla critica “desert blues” e diffonderlo in tutto il mondo. Il mese scorso Ali era stato insignito di un secondo Grammy Award per l’album In the Heart of the Moonâ realizzato lo scorso anno in compagnia di Toumani Diabaté (il precedente riconoscimento gli era stato attribuito per l’album inciso con Ry Cooder Talking Timbuktu, pubblicato nel 1994). Ali aveva da poco terminato di incidere un nuovo album da solista la cui pubblicazione era già stata precedentemente annunciata nelle scorse settimane dalla World Circuit per l’autunno 2006.
Ali si è sempre considerato primariamente un contadino e solo secondariamente musicista; gran parte della sua esistenza è stata dedicata, per tempo e risorse, a migliorare la situazione agricola e sociale di Niafunké, il suo villaggio natale situato in una regione semidesertica del nord del Mali. Il suo instancabile lavoro fu riconosciuto ufficialmente nel 2004 quando fu nominato dalle autorità maliane sindaco di quella regione.
Ali Farka Toure è stato un vero gigante della musica africana e la sua scomparsa ha creato un vuoto incolmabile per i fan della Grande Musica sparsi in tutto il mondo.
E’ morto ALI FARKA TOURE, le 6 corde d’Africa. Leggi l'articolo »
di Giuliana Sgrena
Sto ancora nel buio. E’ stata quella di venerdì la giornata più drammatica della mia vita. Erano tanti i giorni che ero stata sequestrata. Avevo parlato solo poco prima con i miei rapitori, da giorni dicevano che mi avrebbero liberato. Vivevo così ore di attesa. Parlavano di cose delle quali soltanto dopo avrei capito l’importanza. Dicevano di problemi «legati ai trasferimenti». Avevo imparato a capire che aria tirava dall’atteggiamento delle mie due «sentinelle», i due personaggi che mi avevano ogni giorno in custodia.
Uno in particolare che mostrava attenzione ad ogni mio desiderio, era incredibilmente baldanzoso. Per capire davvero quello che stava succedendo gli ho provocatoriamente chiesto se era contento perché me ne andavo oppure perché restavo. Sono rimasta stupita e contenta quando, era la prima volta che accadeva, mi ha detto «so solo che te ne andrai, ma non so quando». A conferma che qualcosa di nuovo stava avvenendo a un certo punto sono venuti tutti e due nella stanza come a confortarmi e a scherzare: «Complimenti – mi hanno detto – stai partendo per Roma». Per Roma, hanno detto proprio così. Ho provato una strana sensazione. Perché quella parola ha evocato subito la liberazione ma ha anche proiettato dentro di me un vuoto. Ho capito che era il momento più difficile di tutto il rapimento e che se tutto quello che avevo vissuto finora era «certo» ora si apriva un baratro di incertezze, una più pesante dell’altra. Mi sono cambiata d’abito.
Loro sono tornati: «Ti accompagniamo noi, e non dare segnali della tua presenza insieme a noi sennò gli americani possono intervenire». Era la conferma che non avrei voluto sentire. Era il momento più felice e insieme il più pericoloso. Se incontravamo qualcuno, vale a dire dei militari americani, ci sarebbe stato uno scontro a fuoco, i miei rapitori erano pronti e avrebbero risposto. Dovevo avere gli occhi coperti. Già mi abituavo ad una momentanea cecità. Di quel che accadeva fuori sapevo solo che a Baghdad aveva piovuto. La macchina camminava sicura in una zona di pantani. C’era l’autista più i soliti due sequestratori. Ho subito sentito qualcosa che non avrei voluto sentire. Un elicottero che sorvolava a bassa quota proprio la zona dove noi ci eravamo fermati.
«Stai tranquilla, ora ti verranno a cercare…tra dieci minuti ti verranno a cercare». Avevano parlato per tutto il tempo sempre in arabo, e un po’ in francese e molto in un inglese stentato. Anche stavolta parlavano così. Poi sono scesi. Sono rimasta in quella condizione di immobilità e cecità. Avevo gli occhi imbottiti di cotone, coperti da occhiali da sole. Ero ferma. Ho pensato…che faccio? comincio a contare i secondi che passano da qui ad un’altra condizione, quella della libertà? Ho appena accennato mentalmente ad una conta che mi è arrivata subito una voce amica alle orecchie: «Giuliana, Giuliana sono Nicola, non ti preoccupare ho parlato con Gabriele Polo, stai tranquilla sei libera».
Mi ha fatto togliere la «benda» di cotone e gli occhiali neri. Ho provato sollievo, non per quello che accadeva e che non capivo, ma per le parole di questo «Nicola». Parlava, parlava, era incontenibile, una valanga di frasi amiche, di battute. Ho provato finalmente una consolazione quasi fisica, calorosa, che avevo dimenticato da tempo. La macchina continuava la sua strada, attraversando un sottopassaggio pieno di pozzanghere, e quasi sbandando per evitarle. Abbiamo tutti incredibilmente riso. Era liberatorio.
Sbandare in una strada colma d’acqua a Baghdad e magari fare un brutto incidente stradale dopo tutto quello che avevo passato era davvero non raccontabile. Nicola Calipari allora si è seduto al mio fianco. L’autista aveva per due volte comunicato in ambasciata e in Italia che noi eravamo diretti verso l’aeroporto che io sapevo supercontrollato dalle truppe americane, mancava meno di un chilometro mi hanno detto…quando…Io ricordo solo fuoco. A quel punto una pioggia di fuoco e proiettili si è abbattuta su di noi zittendo per sempre le voci divertite di pochi minuti prima. L’autista ha cominciato a gridare che eravamo italiani, «siamo italiani, siamo italiani…», Nicola Calipari si è buttato su di me per proteggermi, e subito, ripeto subito, ho sentito l’ultimo respiro di lui che mi moriva addosso.
Devo aver provato dolore fisico, non sapevo perché. Ma ho avuto una folgorazione, la mia mente è andata subito alle parole che i rapitori mi avevano detto. Loro dichiaravano di sentirsi fino in fondo impegnati a liberarmi, però dovevo stare attenta «perché ci sono gli americani che non vogliono che tu torni». Allora, quando me l’avevano detto, avevo giudicato quelle parole come superflue e ideologiche. In quel momento per me rischiavano di acquistare il sapore della più amara delle verità. Il resto non lo posso ancora raccontare. Questo è stato il giorno più drammatico.
Ma il mese che ho vissuto da sequestrata ha probabilmente cambiato per sempre la mia esistenza. Un mese da sola con me stessa, prigioniera delle mie convinzioni più profonde. Ogni ora è stata una verifica impietosa sul mio lavoro. A volte mi prendevano in giro, arrivavano a chiedermi perché mai volessi andar via, di restare. Insistevano sui rapporti personali. Erano loro a farmi pensare a quella priorità che troppo spesso mettiamo in disparte. Puntavano sulla famiglia. «Chiedi aiuto a tuo marito», dicevano.
E l’ho detto anche nel primo video che credo avete visto tutti. La vita mi è cambiata. Me lo raccontava l’ingegnere iracheno Ra’ad Ali Abdulaziz di “Un Ponte per” rapito con le due Simone, «la mia vita non è più la stessa», diceva. Non capivo. Ora so quello che voleva dire. Perché ho provato tutta la durezza della verità, la sua difficile proponibilità. E la fragilità di chi la tenta. Nei primi giorni del rapimento non ho versato una sola lacrima. Ero semplicemente infuriata. Dicevo in faccia ai miei rapitori: «Ma come, rapite me che sono contro la guerra?!».
E a quel punto loro aprivano un dialogo feroce. «Sì, perché tu vai a parlare con la gente, non rapiremmo mai un giornalista che se ne sta chiuso in albergo. E poi il fatto che dici di essere contro la guerra potrebbe essere una copertura». E io ribattevo, quasi a provocarli: «E’ facile rapire una donna debole come me, perché non provate con i militari americani?». Insistevo sul fatto che non potevano chiedere al governo italiano di ritirare le truppe, il loro interlocutore «politico» non poteva essere il governo ma il popolo italiano che era ed è contro la guerra.
E’ stato un mese di altalena, tra speranze forti e momenti di grande depressione. Come quando, era la prima domenica dopo il venerdì del rapimento, nella casa di Baghdad dove ero sequestrata e su cui svettava una parabolica, mi fecero vedere un telegiornale di Euronews. Lì ho visto la mia foto in gigantografia appesa al palazzo del comune di Roma. E mi sono rincuorata. Poi però, subito dopo, è arrivata la rivendicazione della Jihad che annunciava la mia esecuzione se l’Italia non avesse ritirato le sue truppe. Ero terrorizzata.
Ma subito mi hanno rassicurata che non erano loro, dovevo diffidare di quei proclami, erano dei «provocatori». Spesso chiedevo a quello che, dalla faccia, sembrava il più disponibile che comunque aveva, con l’altro, un aspetto da soldato: «Dimmi la verità, mi volete uccidere». Eppure, molte volte, c’erano strane finestre di comunicazione, proprio con loro. «Vieni a vedere un film in tv», mi dicevano, mentre una donna wahabita, coperta dalla testa ai piedi girava per casa e mi accudiva. I rapitori mi sono sembrati un gruppo molto religioso, in continua preghiera sui versetti del Corano.
Ma venerdì, al momento del mio rilascio, quello tra tutti che sembrava il più religioso e che ogni mattina si alzava alla 5 per pregare, mi ha fatto le sue «congratulazioni» incredibilmente stringendomi fortemente la mano – non è un comportamento usuale per un fondamentalista islamico -, aggiungendo «se ti comporti bene parti subito». Poi, un episodio quasi divertente. Uno dei due guardiani è venuto da me esterrefatto sia perché la tv mostrava i miei ritratti appesi nelle città europee e sia per Totti. Sì Totti, lui si è dichiarato tifoso della Roma ed era rimasto sconcertato che il suo giocatore preferito fosse sceso in campo con la scritta «Liberate Giuliana» sulla sua maglietta.
Ho vissuto in una enclave in cui non avevo più certezze. Mi sono ritrovata profondamente debole. Avevo fallito nelle mie certezze. Io sostenevo che bisognava andare a raccontare quella guerra sporca. E mi ritrovavo nell’alternativa o di stare in albergo ad aspettare o di finire sequestrata per colpa del mio lavoro. «Noi non vogliamo più nessuno», mi dicevano i sequestratori. Ma io volevo raccontare il bagno di sangue di Falluja dalle parole dei profughi.
E quella mattina già i profughi, o qualche loro «leader» non mi ascoltavano. Io avevo davanti a me la verifica puntuale delle analisi su quello che la società irachena è diventata con la guerra e loro mi sbattevano in faccia la loro verità: «Non vogliamo nessuno, perché non ve ne state a casa, che cosa ci può servire a noi questa intervista?». L’effetto collaterale peggiore, la guerra che uccide la comunicazione, mi precipitava addosso.
A me che ho rischiato tutto, sfidando il governo italiano che non voleva che i giornalisti potessero raggiungere l’Iraq, e gli americani che non vogliono che il nostro lavoro testimoni che cosa è diventato quel paese davvero con la guerra e nonostante quelle che chiamano elezioni.
Ora mi chiedo. E’ un fallimento questo loro rifiuto?
Giuliana Sgrena
Fonte: Il Manifesto
Giuliana Sgrena: la mia verità Leggi l'articolo »
Come muore un Italiano
La politica di Bush verso la stampa è semplice.
Usa due strumenti:
1) giubbotto antiproiettile
2) mitraglia e cannone
I giubbotti antiproiettile sono per i giornalisti amici, cioè quelli “incorporati” (embedded) all’interno delle truppe statunitensi di invasione.
Mitraglia e cannone sono per tutti gli altri.
Ieri sera il militare italiano Nicola Calipari si è buttato sulla “non incorporata” Giuliana Sgrena per proteggerla dalla mitraglia statunitense.
I soldati di Bush gli hanno “incorporato” una raffica di mitra, uccidendolo.
“Noi siamo spendibili, gli ostaggi no” aveva dichiarato il militare.
Come muore un italiano lui non l’ha detto.
Ma lo ha fatto vedere.
Un vero eroe italiano.
3000 soldati su 130.000 non servono a niente. Sono solo un’operazione pubblicitaria, senza alcun esito sulla guerra in Iraq.
Spero che il Presidente del Consiglio dimostri di avere almeno metà di una delle palle che il suo amico Craxi dimostrò di avere a Sigonella.
Ritiri subito i militari dall’Iraq.
Ha fatto causa all’Economist e a me.
Ora faccia causa a Bush. Incarichi alcuni fra i cento avvocati che ha portato in Parlamento di difendere in tribunale non solo le sue aziende ma anche l’onore di Nicola Calipari e degli Italiani.
www.beppegrillo.it
Beppe grillo: come muore un italiano Leggi l'articolo »
Nicola Calipari
ucciso da fuoco amico (?????) nell’eroico compimento della sua missione,
restituire all’Italia una sua figlia dispersa, Giuliana Sgrana.
Viene da pensare come sia possibile che l’attacco compiuto da un check point americano sia solo un incidente,
Viene da pensare allora quanti incidenti quotidianamente avvengono e quanti civili iracheni vengono coinvolti
Viene continuamente da pensare all’ingiustizia di questa guerra
guerrilla radio
Nicola Calipari, ucciso da “fuoco amico” Leggi l'articolo »
Il centro ITIP di Betlemme, nato dal gemellaggio tra la città di Milano e quella di Betlemme e dal progetto di ARCI e Acli , è ora gestito dagli studenti palestinesi che nel 2001 hanno cominciato a studiare la lingua italiana.
Noi ragazzi vorremmo trasformarlo in un vero e proprio CENTRO di CULTURA ITALIANA dove sia possibile vedere film, leggere libri e riviste, ritrovarsi a discutere oltre che, naturalmente, studiare la lingua italiana.
Così abbiamo pensato di lanciare un appello agli amici italiani, siano essi bambini o grandi, insegnanti o studenti.
Un libro nuovo o che non si legge più, che vi è piaciuto molto quando eravate più piccoli o quando avete studiato una materia che vi ha appassionato.
Un libro colorato che vi ha tenuto compagnia, che la mamma vi leggeva prima di addormentarvi o che racconta dell’Italia e mostra luoghi che, da Betlemme, non possiamo venire a visitare.
Questi libri ci aiuterebbero a riempire la nostra biblioteca, un po’ troppo vuota in verità, e potrebbe essere visitata anche dai bambini delle scuole elementari che hanno cominciato a studiare l’italiano.
Aspettiamo il tuo libro e il racconto
legato ad esso…
Il centro ITIP di Betlemme: UN LIBRO PER LA PALESTINA Leggi l'articolo »
ACTION ALERT!
Palestinian Youth Arrested in Nonviolent Demonstration against the
Wall in Beit Surik
Thursday March 3, 2005
Today in the village of Beit Surik in northwest Jerusalem, Israeli
undercover agents beat and arrested five Palestinian youth during a
nonviolent demonstration against the Wall. The youth were taken from
Beit Surik to Givat Zeev early Thursday afternoon. One of the five
youth was released. The other four are being held in Kfar Etzion
juvenile prison and have a trial scheduled for Sunday at Ofer military
court.
Ahmad Suleiman Sheikh 14 years old
Muntaser Najib Al Jamal 12 years old
Mustafa Mohammed Khaled 13years old
Amjad Ghazi Ahmad Sheikh 14years old
This is the fourth consecutive day that Israeli `special forces’
disguised as Palestinians have infiltrated the demonstrations against
the Wall in Beit Surik. Yesterday two Palestinians were arrested and
later released. On Monday, Israeli undercover agents arrested six
Palestinians including the mayor of Beit Surik, Mohammed Kandil, while
he and other Palestinians from the village tried to prevent the
destruction of their lands.
Mohammed Kandil has been held in Israeli police custody since his
arrest. He had a hearing in Ofer military court today to determine the
conditions for his release until his hearing which will begin on
Sunday. Mohammed has been accused of assaulting a police officer. The
judge agreed to release Kandil to house arrest on 12,000NIS cash bail
until his hearing. The prosecution has 24 hours to appeal the judge’s
decision. Kandil’s son Mustafa Mohammed Khaled is one of the youth
being held in Kfar Etzion.
PLEASE CALL KFAR ETZION AND THE DISTRICT COORDINATION OFFICE (DCO) AND
DEMAND THAT THE FOUR YOUTH ARRESTED FROM BEIT SURIK TODAY BE RELEASED!
Speak out against the criminalization of nonviolent resistance and the
violence used against unarmed civilians!
bambini palestinesi arrestati da israelian police Leggi l'articolo »
qui sotto:
Alcuni esempi di criminali che tornerebbero uomini liberi
dopo l’approvazione della salva-previti
g.r.
Le conseguenze della nuova norma sulla prescrizione
G8, Petruzzelli, truffe e furti: in forse i processi
Dell’effetto-prescrizione potrebbero beneficiare anche Vanna Marchi e il premier per l’indagine sul falso in bilancio
ROMA – Salva-Previti, la legge approvata ieri dalla Camera, ma salva anche centinaia se non migliaia di altri imputati, compreso Silvio Berlusconi, tuttora indagato a Milano per il presunto falso in bilancio da 280 milioni di euro di Mediaset. Quella norma, che di fatto dimezza i termini di prescrizione e libera l’avvocato e deputato di Forza Italia dal rischio di veder confermare in appello le sue condanne a 16 anni per tre corruzioni giudiziarie (casi Imi-Sir, Lodo Mondadori e Squillante), ha l’effetto di spazzare via moltissimi altri processi in attesa di sentenza definitiva. Tra questi, la maggior parte dei dibattimenti per omicidi colposi e lesioni anche gravi, quelli contro truffatori, ladri e in generale tutti coloro che hanno commesso reati puniti con una pena massima non superiore a cinque anni. L’effetto economico è che le vittime o i loro parenti non potranno ottenere il risarcimento dei danni come parti civili. I poliziotti accusati delle violenze al G8, i presunti piromani del teatro Petruzzelli di Bari, i medici della Lombardia già condannati per corruzioni e truffe, l’imputata Vanna Marchi: sono soltanto alcuni dei «beneficiari» delle nuove norme nate per aggravare le pene per i recidivi ma poi trasformate, secondo l’opposizione, in «un’amnistia mascherata».
I POLIZIOTTI – Sono due i processi contro funzionari e agenti accusati di violenze contro i No Global. Ed entrambi potrebbero finire in prescrizione. Il primo riguarda l’irruzione nella scuola Diaz del 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova. Tre giorni fa il giudice ha disposto il rinvio a giudizio di 28 poliziotti per falso, lesioni gravi e calunnia. Secondo il codice ora in vigore, il tempo a disposizione per arrivare al verdetto finale è di 15 anni a partire dalla commissione del reato. Con la nuova legge si scende a 8 anni e 9 mesi. La prima udienza è stata fissata il 6 aprile 2005. Circa 4 anni sono stati necessari per la fase istruttoria. I giuristi escludono che in altri quattro si possa arrivare al verdetto della Cassazione. Stessa prognosi per il processo di Napoli, dove però è stato contestato il sequestro di persona, per cui la prescrizione scatta dopo dieci anni: la prima udienza è prevista il 9 marzo 2005.
IL PETRUZZELLI – Il processo d’appello per il rogo che il 27 ottobre 1991 distrusse il teatro Petruzzelli di Bari è già cominciato, ma, quando la legge sarà approvata in via definitiva, sarà già «morto». La prescrizione per il reato di incendio doloso scende infatti da 15 a 8 anni e nove mesi.
MAGHI E CARTOMANTI – Vanna Marchi è certamente la più nota. Ma sono decine e decine gli imbonitori che godranno delle nuove norme. Per avere un’idea, basti pensare che soltanto nel distretto di Milano nell’ultimo anno giudiziario sono stati avviati 10.460 procedimenti per truffa, spesso ai danni di anziani. Le vittime, oltre al danno, rischiano la beffa: per ottenere il risarcimento dovranno avviare un separato processo civile, pagarsi l’avvocato e portare tutte le prove del raggiro.
LA MALASANITA’ – Quando l’intero staff di Giuseppe Poggi Longostrevi scelse di patteggiare le pene per lo scandalo dei rimborsi gonfiati e delle tangenti pagate «fino al 1997», non potevano certo immaginare che tutto sarebbe stato prescritto. Né lo poteva lo stesso professore che si è ucciso ancor prima del processo. Già le attuali norme, tra il primo grado grado e l’appello, hanno ridotto da 175 a 31 i medici condannati per corruzione, garantendo agli altri la prescrizione. Ora, con la salva-Previti, il tempo limite scende a sei anni e tre mesi: un termine già scaduto per tutti.
GLI ALTRI IMPUNITI – Ladri, scippatori, corruttori: basterà non essere un recidivo o addirittura un «delinquente abituale» per riuscire a farla franca. L’elenco dei candidati al beneficio è sterminato. Solo per fare alcuni esempi: i bancari accusati di appropriazione indebita (la prescrizione scende a tre anni e nove mesi), chi compie maltrattamenti in famiglia (sei anni e tre mesi) e chi commette falso in bilancio (stesso termine) danneggiando azionisti e obbligazionisti di società quotate in Borsa.
Paolo Biondani Fiorenza Sarzanini
www.corriere.it
ROMA -Era urgente, anzi urgentissima, solo fino a due giorni fa. Improvvisamente ha smesso di esserlo. Appena la settimana scorsa il sottosegretario alla Giustizia azzurro Luigi Vitali era pronto a confermare l´ipotesi che la legge Cirielli, ribattezzata legge salva Previti perché taglia i tempi della prescrizione ed è stata scritta per salvare l´amico di Berlusconi dal processo d´appello Imi-Sir di Milano, la Cirielli dunque sarebbe finita in aula al Senato già in questa settimana, addirittura ieri, il 23 febbraio. Non è stato così, la legge è ferma in commissione, e l´uomo ombra del Cavaliere sui fatti di giustizia, il suo avvocato ma anche deputato Niccolò Ghedini diceva ieri sera: «Per quella legge non c´è alcuna urgenza. Se si voleva fare in fretta era solo per l´emergenza criminalità, per i fatti di Napoli». Ma come? E il processo di Previti che potrebbe chiudersi già a fine marzo? Ghedini si schermisce: «Ma quale processo Previti, c´è sempre un processo dietro ogni legge, è ovvio». Allora la Cirielli non è più urgente e non è nemmeno blindata? «L´ho sempre detto, se l´opposizione presenta delle correzioni intelligenti e ragionevoli queste verranno accolte. Sono favorevole a ragionare su modifiche significative. E lo ripeto, non c´è alcuna urgenza».
È una virata di 360 gradi. Secca e decisa. Frutto di una tela che il Quirinale sta tessendo in fretta da alcuni giorni. Tutto è partito quando il capo dello Stato s´è reso conto che perfino Priebke, il boia delle Ardeatine, potrebbe trarre vantaggi dalla salva Previti, lasciare gli arresti domiciliari e tornare a casa sua. Il presidente ha scoperto con apprensione e sconcerto che la Cirielli potrebbe cancellare d´un colpo le indagini sui crimini fascisti, azzerare l´inchiesta su Sant´Anna di Stazzema, agevolare comunque la via per chiunque abbia commesso un omicidio, visto che anche la prescrizione per chi uccide viene accorciata.
www.repubblica.it
conseguenze della salva-previti. ladri assassini priebke liberi! Leggi l'articolo »
La notte lava la mente.
Poco dopo si è qui come sai bene,
file d’anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.
Mario Luzi (in memoria, che anche il suo viaggio sia lieve)
from S3 viaggiatrice
buon viaggio mario Luzi Leggi l'articolo »
una lista imbevuta di sangue:
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Principali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che
esprimono condanna all’operato di Israele. Le risoluzioni sono citate per
numero e data; se ne indicano inoltre degli estratti che ne illustrano il
contenuto.
1) RISOLUZIONE N. 93 (18 MAGGIO 1951)
Il CS decide che ai civili arabi che sono stati trasferiti dalla zona
smilitarizzata dal governo di Israele deve essere consentito di tornare
immediatamente nelle loro case e che la Mixed Armistice Commission deve
supervisionare il loro ritorno e la loro reintegrazione nelle modalita’
decise dalla Commissione stessa.
2) RISOLUZIONE N. 101 (24 NOVEMBRE 1953)
Il CS ritiene che l’azione delle forze armate israeliane a Qibya del 14-15
ottobre 1953 e tutte le azioni simili costituiscano una violazione del
cessate-il-fuoco (risoluzione 54 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU);
esprime la pi=D1=89 forte censura per questa azione, che pu=D1=82 pregiudic=
are le
possibilit=D0=B0 di soluzione pacifica; chiama Israele a prendere misure
effettive per prevenire tali azioni.
3) RISOLUZIONE N. 106 (29 MARZO 1955)
Il CS osserva che un attacco premeditato e pianificato ordinato dalle
autorit=D0=B0 israeliane e’ stato commesso dalle forze armate israeliane co=
ntro
le forze armate egiziane nella Striscia di Gaza il 28 febbraio 1955 e
condanna questo attacco come una violazione del cessate-il-fuoco disposto
dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
4) RISOLUZIONE N. 111 (19 GENNAIO 1956)
Il CS ricorda al governo israeliano che il Consiglio ha gi=D0=B0 condannato=
le
azioni militari che hanno rotto i Trattati dell’Armistizio Generale e ha
chiamato Israele a prendere misure effettive per prevenire simili azioni;
condanna l’attacco dell’11 dicembre 1955 sul territorio siriano come una
flagrante violazione dei provvedimenti di cessate-il-fuoco della risoluzione
54 (1948) e degli obblighi di Israele rispetto alla Carta delle Nazioni
Unite; esprime grave preoccupazione per il venire meno ai propri obblighi da
parte del governo israeliano.
5) RISOLUZIONE N. 127 (22 GENNAIO 1958)
Il CS raccomanda ad Israele di sospendere la “zona di nessuno” a
Gerusalemme.
6) RISOLUZIONE N. 162 (11 APRILE 1961)
Il CS chiede urgentemente ad Israele di rispettare le decisioni delle
Nazioni Unite.
7) RISOLUZIONE N. 171 (9 APRILE 1962)
Il CS riscontra le flagranti violazioni operate da Israele nel suo attacco
alla Siria.
8) RISOLUZIONE N. 228 (25 NOVEMBRE 1966)
Il CS censura Israele per il suo attacco a Samu, in Cisgiordania, sotto il
controllo giordano.
9) RISOLUZIONE N. 237 (14 GIUGNO 1967)
Il CS chiede urgentemente a Israele di consentire il ritorno dei nuovi
profughi palestinesi del 1967.
10) RISOLUZIONE N. 248 (24 MARZO 1968)
Il CS condanna Israele per il suo attacco massiccio contro Karameh, in
Giordania.
11) RISOLUZIONE N. 250 (27 APRILE 1968)
Il CS ingiunge a Israele di astenersi dal tenere una parata militare a
Gerusalemme.
12) RISOLUZIONE N. 251 (2 MAGGIO 1968)
Il CS deplora profondamente la parata militare israeliana a Gerusalemme, in
spregio alla risoluzione 250.
13) RISOLUZIONE N. 252 (21 MAGGIO 1968)
Il CS dichiara non valido l’atto di Israele di unificazione di Gerusalemme
come capitale ebraica.
14) RISOLUZIONE N. 256 (16 AGOSTO 1968)
Il CS condanna gli attacchi israeliani contro la Giordania come flagranti
violazioni.
15) RISOLUZIONE N. 259 (27 SETTEMBRE 1968)
Il CS deplora il rifiuto israeliano di accettare una missione dell’ONU che
verifichi lo stato di occupazione.
16) RISOLUZIONE N. 262 (31 DICEMBRE 1968)
Il CS condanna Israele per l’attacco all’aeroporto di Beirut.
17) RISOLUZIONE N. 265 (1 APRILE 1969)
Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei su Salt in Giordania.
18) RISOLUZIONE N. 267 (3 LUGLIO 1969)
Il CS censura Israele per gli atti amministrativi tesi a cambiare lo status
di Gerusalemme.
19) RISOLUZIONE N. 270 (26 AGOSTO 1969)
Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi del Sud del
Libano.
20) RISOLUZIONE N. 271 (15 SETTEMBRE 1969)
Il CS condanna Israele per non aver obbedito alle risoluzioni dell’ONU su
Gerusalemme.
21) RISOLUZIONE N. 279 (12 MAGGIO 1969)
Il CS chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano.
22) RISOLUZIONE N. 280 (19 MAGGIO 1969)
Il CS condanna gli attacchi israeliani contro il Libano.
23) RISOLUZIONE N. 285 (5 SETTEMBRE 1970)
Il Cs chiede l’immediato ritiro israeliano dal Libano.
24) RISOLUZIONE N. 298 (25 SETTEMBRE 1971)
Il CS deplora che Israele abbia cambiato lo status di Gerusalemme.
25) RISOLUZIONE N. 313 (28 FEBBRAIO 1972)
Il CS chiede che Israele ponga fine agli attacchi contro il Libano.
26) RISOLUZIONE N. 316 (26 GIUGNO 1972)
Il CS condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano.
27) RISOLUZIONE N. 317 (21 LUGLIO 1972)
Il CS deplora il rifiuto di Israele di rilasciare gli Arabi rapiti in
Libano.
28) RISOLUZIONE N. 332 (21 APRILE 1973)
Il CS condanna i ripetuti attacchi israeliani contro il Libano.
29) RISOLUZIONE N. 337 (15 AGOSTO 1973)
Il CS condanna Israele per aver violato la sovranit=D0=B0 del Libano.
30) RISOLUZIONE N. 347 (24 APRILE 1974)
Il CS condanna gli attacchi israeliani sul Libano.
31) RISOLUZIONE N. 425 (19 MARZO 1978)
Il CS ingiunge a Israele di ritirare le sue forze dal Libano.
32) RISOLUZIONE N. 427 (3 MAGGIO 1979)
Il CS chiama Israele al completo ritiro delle proprie forze dal Libano.
33) RISOLUZIONE N. 444 (19 GENNAIO 1979)
Il CS deplora la mancanza di cooperazione di Israele con il contingente di
peacekeeping dell’ONU.
34) RISOLUZIONE N. 446 (22 MARZO 1979)
Il CS determina che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacolo alla
pace e chiama Israele al rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra.
35) RISOLUZIONE N. 450 (14 GIUGNO 1979)
Il CS ingiunge a Israele di porre fine agli attacchi contro il Libano.
36) RISOLUZIONE N. 452 (20 LUGLIO 1979)
Il CS ingiunge a Israele di smettere di costruire insediamenti nei territori
occupati.
37) RISOLUZIONE N. 465 (1 MARZO 1980)
Il CS deplora gli insediamenti israeliani e chiede a tutti gli stati membri
di non sostenere il programma di insediamenti di Israele.
38) RISOLUZIONE N. 467 (24 APRILE 1980)
Il CS deplora con forza l’intervento militare israeliano in Libano.
39) RISOLUZIONE N. 468 (8 MAGGIO 1980)
Il CS ingiunge a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci
e un giudice palestinesi, e di facilitare il loro ritorno.
40) RISOLUZIONE N. 469 (20 MAGGIO 1980)
Il CS deplora con forza la non osservanza da parte di Israele dell’ordine di
non deportare Palestinesi.
41) RISOLUZIONE N. 471 (5 GIUGNO 1980)
Il CS esprime grave preoccupazione per il non rispetto da parte di Israele
della Quarta Convenzione di Ginevra.
42) RISOLUZIONE N. 476 (30 GIUGNO 1980)
Il CS ribadisce che le rivendicazioni israeliane su Gerusalemme sono nulle.
43) RISOLUZIONE N. 478 (20 AGOSTO 1980)
Il CS censura con la massima forza Israele per le rivendicazioni su
Gerusalemme contenute nella sua “Legge Fondamentale”.
44) RISOLUZIONE N. 484 (19 DICEMBRE 1980)
Il CS formula l’imperativo che Israele riammetta i due sindaci palestinesi
deportati.
45) RISOLUZIONE N. 487 (19 GIUGNO 1981)
Il CS condanna con forza Israele per l’attacco alle strutture nucleari
dell’Iraq.
46) RISOLUZIONE N. 497 (17 DICEMBRE 1981)
Il CS dichiara nulla l’annessione israeliana delle Alture del Golan e chiede
ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione.
47) RISOLUZIONE N. 498 (18 DICEMBRE 1981)
Il CS ingiunge a Israele di ritirarsi dal Libano.
48) RISOLUZIONE N. 501 (25 FEBBRAIO 1982)
Il CS ingiunge a Israele di interrompere gli attacchi contro il Libano e di
ritirare le sue truppe.
49) RISOLUZIONE N. 509 (6 GIUGNO 1982)
Il CS chiede che Israele ritiri immediatamente e incondizionatamente le sue
forze dal Libano.
50) RISOLUZIONE N. 515 (19 GIUGNO 1982)
Il CS chiede che Israele tolga l’assedio a Beirut e consenta l’entrata di
rifornimenti alimentari.
51) RISOLUZIONE N. 517 (4 AGOSTO 1982)
Il CS censura Israele per non aver ubbidito alle risoluzioni dell’ONU e
chiede ad Israele di ritirare le sue forze dal Libano.
52) RISOLUZIONE N. 518 (12 AGOSTO 1982)
Il CS chiede ad Israele piena cooperazione con le forze dell’ONU in Libano.
53) RISOLUZIONE N. 520 (17 SETTEMBRE 1982)
Il CS condanna l’attacco israeliano a Beirut Ovest.
54) RISOLUZIONE N. 573 (4 OTTOBRE 1985)
Il Cs condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti su Tunisi durante
l’attacco al quartier generale dell’OLP.
55) RISOLUZIONE N. 587 (23 SETTEMBRE 1986)
Il CS ricorda le precedenti richieste affinch=D0=B9 Israele ritirasse le sue
forze dal Libano e chiede con urgenza a tutte le parti di ritirarsi.
56) RISOLUZIONE N. 592 (8 DICEMBRE 1986)
Il CS deplora con forza l’uccisione di studenti palestinesi dell’Universit=
=D0=B0′
di Birzeit ad opera delle truppe israeliane.
57) RISOLUZIONE N. 605 (22 DICEMBRE 1987)
Il CS deplora con forza le politiche e le pratiche israeliane che negano il
diritti umani dei Palestinesi.
58) RISOLUZIONE N. 607 (5 GENNAIO 1988)
Il CS ingiunge a Israele di non deportare i Palestinesi e gli chiede con
forza di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra.
59) RISOLUZIONE N. 608 (14 GENNAIO 1988)
Il CS si rammarica profondamente che Israele abbia sfidato l’ONU e deportato
civili palestinesi.
60) RISOLUZIONE N. 636 (14 GIUGNO 1989)
Il CS si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi da
parte di Israele.
61) RISOLUZIONE N. 641 (30 AGOSTO 1989)
Il CS deplora che Israele continui nelle deportazioni di Palestinesi.
62) RISOLUZIONE N. 672 (12 OTTOBRE 1990)
Il CS condanna Israele per violenza contro i Palestinesi a Haram
al-Sharif/Tempio della Montagna.
63) RISOLUZIONE N. 673 (24 OTTOBRE 1990)
Il CS deplora il rifiuto israeliano di cooperare con l’Onu.
64) RISOLUZIONE N. 681 (20 DICEMBRE 1990)
Il CS deplora che Israele abbia ripreso le deportazioni di Palestinesi.
65) RISOLUZIONE N. 694 (24 MAGGIO 1991)
Il CS deplora la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele e ingiunge
ad Israele di assicurare loro un sicuro e immediato ritorno.
66) RISOLUZIONE N. 726 (6 GENNAIO 1992)
Il CS condanna con forza la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele.
67) RISOLUZIONE N. 799 (18 DICEMBRE 1992)
Il CS condanna con forza la deportazione di 413 Palestinesi da parte di
Israele e chiede il loro immediato ritorno.
68) RISOLUZIONE N. 904 (18 MARZO 1994)
Il CS: sconcertato dallo spaventoso massacro commesso contro fedeli
palestinesi nella Moschea Ibrahim di Hebron il 25 febbraio 1994, durante il
Ramadan; gravemente preoccupato dai conseguenti incidenti nei territori
palestinesi occupati come risultato del massacro, che evidenzia la necessit=
=D0=B0
di assicurare protezione e sicurezza al popolo palestinese;
prendendo atto della condanna di questo massacro da parte della comunit=D0=
=B0
internazionale; riaffermando le importanti risoluzioni sulla applicabilit=
=D0=B0
della Quarta Convenzione di Ginevra ai territori occupati da Israele nel
giugno 1967, compresa Gerusalemme, e le conseguenti responsabilit=D0=B0
israeliane.
Condanna con forza il massacro di Hebron e le sue conseguenze, che hanno
causato la morte di oltre 50 civili palestinesi e il ferimento di altre
centinaia e ingiunge ad Israele, la potenza occupante, di applicare misure
che prevengano atti illegali di violenza da parte di
coloni israeliani, come tra gli altri la confisca delle armi.
69) RISOLUZIONE N. 1402 (30 MARZO 2002)
Il CS alle truppe israeliane di ritirarsi dalle citt=D0=B0 palestinesi, com=
presa
Ramallah.
70) RISOLUZIONE N. 1403 (4 APRILE 2002)
Il CS chiede che la risoluzione 1402 (2002) sia applicata senza ulteriori
ritardi.
72) RISOLUZIONE N. 1405 (19 APRILE 2002)
Il CS chiede che siano tolte le restrizioni imposte, soprattutto a Jenin,
alle operazioni delle organizzazioni umanitarie, compreso il Comitato
Internazionale della Croce Rossa e l’Agenzia dell’ONU per l’Assistenza e il
Lavoro per i Profughi Palestinesi in Medio Oriente (Unrwa).
73) RISOLUZIONE N. 1435 (24 SETTEMBRE 2002)
Il CS chiede che Israele ponga immediatamente fine alle misure prese nella
citt=D0=B0 di Ramallah e nei dintorni, che comprendono la distruzione delle
infrastrutture civili e di sicurezza palestinesi; chiede anche il rapido
ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle citt=D0=B0 palestinesi e=
il
loro ritorno alle posizioni tenute prima di settembre 2000.
Fonti:
1. Paul Findley, Deliberate Deceptions: Facing the Facts about the
US/Israeli Relationship (Chicago: Lawrence Hill, 1993)
2. http://www.un.org/documents/scres.html
risoluzioni onu non rispettate da Israele: la lista. Leggi l'articolo »
Carabinieri o Guardie Padane?
Sarà ma il filmato che mostra tre carabinieri pestare a sangue
un marocchino inerme steso a terra,
mi ha riportato alla mente il brutale pestaggio dei poliziotti americani contro Rodney King,
che una volta incredibilmente proclamati innocenti dinnanzi ad un giudice,
diedero via alla sanguinosa rivolta delle comunità afroamericane
di Los Angeles passata alla storia come “the battle of los Angeles”.
.
The Battle of Sassuolo a casa nostra?
Grazie al cielo,
una lezione di civiltà è giunta a stemperare gli animi se non dalle istituzioni statali
dalle organizzazioni islamiche italiane,
in particolare quella dei giovani musulmani d’italia
il cui presidente Osama Al Saghir ha dichiarato:
“La forze dell’ordine fanno ogni giorno il loro dovere per garantire la sicurezza dei cittadini, anche la nostra”. “Noi stranieri subiamo ogni giorno – continua Saghir – discriminazioni di chi generalizza l’azione di pochi fra noi, e non vogliamo comportarci alla stessa maniera”.
Tanto di cappello da guerrillaradio
carabinieri italiani come i poliziotti razzisti usa? Leggi l'articolo »
Sono questi Tempi di polli aviari,
di mucche pazze,
di carne trovata nei macelli avariata,
di fast food che io ribatezzerei più fast death.
Ma per fortuna noi siamo rassicurati dal nostro competente ministro della sanità
che in Italia non c’è alcun rischio di ammalarsi
mangiando carne proveniente dai nostri allevamenti.
Ora abbiamo ci troviamo di fronte una scelta:
possiamo prendere o prendere
la pillola blu- la pillola rossa
e rimanere con Storace e scoprire
nel suo mondo di fantasia la realtà…
-guerrillaradio
THE MEATRIX: da dove proviene il nostro cibo??? Leggi l'articolo »