forza hugo!!! /dedicato alla lega nord!
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Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
Allora quale Vittorio Arrigoni
anima Guerrilla radio?
“Je est un autre”
soleva dire Rimbaud.
“Lei è Allen Ginsberg?”
“uno dei tanti Allen Ginsberg”
rispondeva il poeta della beat generation a chi lo interrogava sulla sua identità,
intendendo con ciò sottolineare la frammentazione del suo ES
in così tante personalità da poter esser considerate vere e proprie persone a sé stanti.
Dotate quasi di propria indipendenza e libero arbitrio.
Questa premessa fondamentale
per chiarire o meglio
scurire,
a coloro che fisicamente non mi conosco,
chi qui si trovano dinnanzi sfogliando le agguerrite pagine di Guerrilla radio.
E chi non si trovano dinnanzi coloro che hanno avuto l’ardita sorte
di conoscere la carne e le ossa di Vittorio Arrigoni
(lo spirito è stato concesso solo ad una stretta cerchia di persone svestite di abiti abituali).
Guerrillaradio è il VittorioArrigoni che legge Orwell e Burroughs,
Saviano e Travaglio,
Micheal Moore e Noem Chomsky. Questo VittorioArrigoni, e non quello che medita fra le pagine dei discorsi del Dalai Lama, di Nietzsche, o del Mahabharata, fra gli haiku di Ryokan e Tagore, e poco di quello che nonostante tutto, al pub ci va ancora con sottobraccio Vian o i Fante, Bukowsky Keruac Gutierrez o Miller, la miglior compagnia possibile dinnanzi ad una carboazotata.
Il Vittorio Arrigoni che durante più di dieci anni
ha fatto del viaggio una università di vita,
i cui illustri docenti sono i personaggi anonimi che la miseria
ha reso miserables,
ma impreziositi veicoli di arcaici valori umani fondamentali.
Il perchè del Blog guerrillaradio
si fomenta nella mia cella d’isolamento a Tel Aviv,
nella quale fui recluso prima di subire un ingiusto processo
la mia unica colpa essere attivista incoruttibile nel campo dei diritti umani.
Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito.
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AfricaTre paesi africani hanno firmato accordi di pace. In Sudan
il governo e i ribelli dello SPLAM hanno ratificato un
cessate il fuoco permanente, concordando un piano per
mettere fine a 21 anni di guerra civile.
Stessa procedura tra i ribelli ugandesi della Lord
Resistance Army e il governo di Kampala. La guerra
civile si combatte da 18 anni. Purtroppo le ultime notizie
riferiscono di nuovi scontri.
In Senegal infine e’ stato firmato un accordo di pace tra il
governo e i ribelli separatisti, impegnati da 22 anni in un
conflitto nella regione di Casamance
SPLAM LORD RESISTANCE ARMY KAMPALA E CASAMANCE Leggi l'articolo »
DAL nostro inviato CARLO BONINI
FORTHOOD (TEXAS) – Il morto ha deciso di afferrare i vivi. Lo “specialista” Charles A. Graner junior, il sadico con la faccia da bambino, rovescia il tavolo delle responsabilità. Lascia che la vergogna di un esercito intero tracimi, travolgendone le gerarchie. Forse perché non ha altra scelta. Forse, se hanno ragione i suoi avvocati, il tenente colonnello dei marines a riposo Guy Womack e il capitano Jay Heath, perché “la verità è una sola”. Che nella notte di Abu Ghraib, il bastone della violenza aveva padroni e manovali.
Ufficiali dell’intelligence militare, i primi. Riservisti di provincia, i secondi. Che l’ordine, “implicito e talvolta esplicito” era “ammorbidire i prigionieri”, “spezzarne la resistenza”. Compulsando un block notes giallo, Womack chiede che ancora una volta si faccia buio nell’aula della Corte Marziale. Che torni a illuminarsi il grande schermo con le immagini e le voci dell’orrore. Appare un uomo lontano, seduto nella luce di Bagdad.
Il capitano Jay Heath si alza dal banco della difesa. “Può dirci il suo nome e raccontarci quando è stato arrestato?”. “Mi chiamo Walid Mohanded Juma.
Sono stato arrestato il 26 ottobre del 2003 a Bagdad da uomini della prima divisione e quindi trasferito ad Abu Ghraib”. “Come fa a conoscere così bene le nostre unità, signor Juma?”. “Perché fino a quel giorno ho lavorato per l’esercito degli Stati Uniti”.
Walid è stato una spia. Per denaro aveva deciso di tradire i compagni nelle cui formazioni si era infiltrato. Riferiva a un tale “John” “dell’intelligence americana”. “John the chief”, John il “capo”. Il maggiore Michael Holley è una molla impazzita sullo scranno dell’accusa.
“Così si rischia di mettere a repentaglio operazioni classificate!”. Il capitano sorride, perché sa dove porta la storia di Walid. Rassicura l’uomo di Bagdad, lo invita a proseguire. A spiegare perché diavolo una “fonte” dell’intelligence americana sia finito ad Abu Ghraib. Per un “pasticcio di comunicazioni”, dice lui.
Ad Abu Ghraib, nel braccio “1 Alfa”, Walid è una vittima di Graner. “Sono stato interrogato e pestato 45 volte in due mesi e mezzo. Ho raccolto il mio cibo nella tazza del cesso in cui Graner lo aveva scaraventato”. “Ci interrogavano nei bagni, ma venivamo puniti nelle nostre celle. Accadeva durante il turno di notte, che era poi il turno di Graner. Almeno una volta, pensai di essere vicino alla fine. Durante il Ramadan, Graner e uno dei suoi uomini presero a picchiarmi con una sedia. E non smisero finché non andò in pezzi. Caddi svenuto nel mio sangue e l’ultimo ricordo che ho è di Graner che scatta una fotografia. Mi risvegliai ancora in terra, per il dolore dei calci con cui il caporale aveva ripreso a massacrarmi”.
Il capitano Heath ha infilato il racconto nell’antro che l’accusa voleva non si aprisse. Ora chiede che Walid la spia, ne illumini l’interno. “Garner dunque la picchiava. E se non era lui, ci pensava qualcun altro?”. “Per un periodo me le diede un sottufficiale nero che si faceva chiamare “problema”. Entrava nelle celle e diceva: “E’ arrivato il problema”. E giù botte”.
“Bene. Vuole spiegarci, ora, chi vi interrogava nei bagni di Abu Ghraib?”. “Ricordo una donna e degli assistenti dal volto asiatico. Gente dell’Intelligence militare…”. “Immagino vi promettessero una ricompensa in caso di collaborazione, o sbaglio?”.
“No. Ci dicevano che se non avessimo collaborato, saremmo stati torturati. Da Graner e dai suoi uomini”.
“Quegli ufficiali la minacciarono mai sessualmente?”.
“Una volta mi dissero che se non mi decidevo a parlare avrebbero fatto salire i cani e avrei visto e sofferto cose inimmaginabili”. “Qualcun altro osservava cosa accadeva nei bagni?”. “Il sovraintendente della prigione. Nascosto dietro una finestra”.
Heath ha in mano il gioco. Graner non è più il motore autosufficiente dell’orrore, ma un suo consapevole ingranaggio. “Ha mai sentito parlare di un certo Steve?”. “Steve il “grosso”. E’ un ufficiale dell’intelligence militare. Alto, con la barba. Non portava mai la divisa. Indicava a Graner chi doveva essere picchiato”. Almeno altri due testimoni confermano la presenza e il ruolo degli uomini dell’intelligence militare nel braccio “1 Alfa”. Megan M.
Ambhul, che di Graner è stata la compagna di soprusi e di letto. Il sergente Kenneth A. Davis. “La notte del 24 ottobre 2003 – racconta Davis – vidi Graner prendere ordini da tre sottoufficiali dell’intelligence militare”. Ne fa i nomi, li indica in tre fotografie: “Si chiamano Rivera, Cruise e Kroll”. “Chiesero ridendo: “Che facciamo, superiamo il confine?”. Incatenarono tra loro tre prigionieri nudi. Li fecero strisciare sul pavimento infradiciato con acqua gelida. Cruise gridava: “Confessate che avete violentato un ragazzino!”. Kroll invece si divertiva a colpire la testa dei tre con un pallone da football”. Graner appare sollevato. “Ascoltando Megan Ambhul ho quasi pianto”, dice.
La difesa rinuncia ad altri testi. “Perché abbiamo dimostrato che Graner obbediva a degli ordini”, dice Womack. Il dibattimento è chiuso. Graner non deporrà. Ora, l’ultima parola ad accusa e difesa. Poi, la sentenza.
‘L’intelligence ordinava le torture’- processo abu ghraib Leggi l'articolo »
La giustizia italiana sta sempre più male. Il nuovo anno giudiziario italiano comincia tra le contestazioni e le proteste.
Inizia in un clima di contestazione il nuovo anno giudiziario. Domani nel capoluogo siciliano ci sarà la cerimonia di inaugurazione, una cerimonia che verrà disertata dai magistrati del distretto di Corte d’appello di Palermo. Le toghe palermitane, infatti, hanno deciso di non presentarsi alla cerimonia ordinaria ha cui parteciperà il ministro della Giustizia Roberto Castelli, e indire in contemporanea una contromanifestazione.
”I magistrati del distretto di Palermo – si legge in una nota diffusa da giudici e pm -, ad eccezione di quelli della corte d’Appello che, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, dovranno assicurare la regolarità formale dell’Udienza di apertura dell’Anno Giudiziario, si ritroveranno a Palermo, in piazza della Memoria, alle ore 9.00”. ”L’iniziativa proseguirà – scrivono i magistrati palermitani – nell’aula magna del nuovo Palazzo di Giustizia, dove, in una assemblea aperta a cittadini, esponenti di forze politiche e sociali e all’avvocatura, si confronteranno sull’assoluta inadeguatezza, rispetto alle vere cause del disservizio e dell’inefficienza dell’amministrazione della giustizia, dei progetti di riforma e sui loro evidenti limiti costituzionali”.
Il Guardasigilli leghista, Roberto Castelli, non si scompone davanti alla chiara contestazione delle toghe palermitane. ”Se non ci sarà nessuno – ha detto il ministro Castelli -, allora sarà chiaro chi non vuole il dialogo”.
Palermo è stata scelta dal ministro della Giustizia per l’inaugurazione, dove a conclusione della cerimonia in Cassazione, parlerà della riforma dell’ordinamento giudiziario. A chi ha fatto notare, però, che per protesta i magistrati non saranno presenti e faranno una propria contromanifestazione, il Guardasigilli ha replicato: ”Ognuno si prende le responsabilità delle proprie azioni. Sarà chiaro chi rifiuta di dialogare e chi no”.
Anche la Cisl Sicilia parteciperà nella mattinata di domani, con una delegazione guidata dal segretario generale Paolo Mezzio, alla manifestazione organizzata dall’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) a Palermo. ”I mali della giustizia – sostiene il sindacato – richiedono una strategia lungimirante e una riorganizzazione del settore costruita su basi di concordia. Rifuggendo dalle suggestioni di certo neo-cesarismo”. Invece, la riforma firmata dal governo appare ”insufficiente nel metodo e nel merito”. Da qui la partecipazione al sit-in a piazza della Memoria e, a seguire, all’assemblea aperta nell’aula magna del Palazzo di Giustizia.
Ma il malcontento e l’esigenza di protestare non è un’esclusiva dei magistrati e dei giudici di Palermo, è infatti allarmante lo stato della giustizia italiana che con otto milioni e mezzo di processi e una lentezza esasperante, richiede prioritariamente delle riforme che siano però condivise da tutti. Tale richiesta è stata fatta presente martedì scorso dal procuratore generale Francesco Favara, durante il discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario alla presenza del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi.
Come prima accennato, lo stato della giustizia italiana è tale da potersi definire una giustizia malata: sono otto milioni e mezzo i processi civili e penali che schiacciano 9.500 magistrati ed esasperano centinaia di migliaia di cittadini. Un processo penale dura in media più di mille giorni, uno civile può arrivare anche fino a 1.500.
In un anno le toghe riescono a smaltire quasi due milioni di processi civili e circa sei milioni di cause penali. In Cassazione la produttività aumenta sia nel civile che nel penale ma questo non basta a far quadrare i conti della giustizia, che continuano a segnare rosso fisso visto che in dodici mesi piovono sui tavoli di giudici e pubblici ministeri quasi due milioni di procedimenti civili e sei milioni di penali.
Sono questi dati dell’ ”ultimora”, aggiornati dall’ufficio statistica di via Arenula a fine novembre.
La contestazione era già nell’aria martedì scorso, e l’astensione a qualsiasi forma di protesta è stata per rispetto verso il presidente della Repubblicai. Come già detto la protesta prenderà corpo domani a Palermo durante le cerimonie nelle corti d’appello dei 26 distretti.
Le toghe nere, la Costituzione in mano, il libro bianco sulle inefficienze della macchina sono state giudicate iniziative ormai obsolete, superate dalla gravità di una riforma come quella dell’ordinamento che, a giudizio dei magistrati palermitani, si risolve in uno schiaffo e in un tentativo di sottomissione dell’intero ordine giudiziario all’esecutivo.
Ad agitare le acque i dati sulla giustizia e la relazione del pg Favara, che negli ultimi tre anni non ha mai mancato di usare toni duri contro le linee di politica giudiziaria del governo.
L’anno scorso Favara aveva anticipato i dubbi di costituzionalità poi confermati da Ciampi. Quest’anno potrà argomentare come quella riforma non serve per garantire l’efficienza della giustizia. La “grande malata”, come Favara l’ha chiamata in più occasioni, non mostra significativi segni di miglioramento.
I detenuti aumentano di un migliaio e superano i 57mila, l’indultino si è rivelato un flop e solo una piccolissima percentuale di detenuti ne ha approfittato. In compenso calano i detenuti in attesa di giudizio: erano il 25% nel ’98, sono il 18% adesso, a riprova che i magistrati lavorano nonostante le accuse del centrodestra.
Le parole di Favara mancano inoltre la grande necessità che i cambiamenti siano condivisi: “Se Parlamento e Governo daranno al Paese riforme giuste e condivise, leggi moderne che possano delineare un sistema di giustizia efficace e tempestiva e strutture adeguate, il risultato non potrà mancare. Sono convinto che i magistrati risponderanno alle aspettative del paese, assicurando, come sempre, massimo impegno e assoluta imparzialità nell’applicazione della legge”.
Favara ha sottolineato che “al Legislatore è affidato il difficile compito di trovare un nuovo punto di equilibrio tra le due esigenze apparentemente contrapposte: garanzia ed efficienza. Ciò anche al fine di porre termine ad una situazione ormai insostenibile che, a livello europeo, ci vede permanentemente sotto preoccupata osservazione”.
Pesante il giudizio sull’insufficienza e l’abuso del processo penale italiano: “Nel campo penale, si è voluto estendere, oltre ogni ragionevole misura, le fattispecie criminose e le garanzie processuali (sovente prive di effettivo contenuto sostanziale), senza tener conto del progressivo allungamento del processo. Con la conseguenza che si assiste ad una sostanziale vanificazione del processo penale, il quale, quando non è ‘fulminato’ dalla prescrizione (e c’è il rischio che ciò accada anche più di frequente), produce o una pena che può apparire come una tardiva vendetta dello Stato nei confronti di una persona ormai mutata negli anni, oppure una assoluzione che non ripaga dei danni economici ed esistenziali sofferti in conseguenza del processo”.
Favara ha toccato anche lo scomodo tema dei rapporti con la politica: “L’autonomia e l’indipendenza di cui gode, secondo la Costituzione, la magistratura, formata da giudici e pubblici ministeri, deve essere sempre rispettata come ha più volte ribadito il Capo dello Stato”, osserva il procuratore generale che poi non risparmia un accenno agli attacchi fatti ai giudici.
“Alla magistratura deve essere restituita la fiducia dei cittadini. – ha detto infine Favara – La fiducia implica anche il rispetto per le sentenze e per la funzione giurisdizionale, che attraverso esse si esprime. Le sentenze e più in generale, le attività dell’autorità giudiziaria possono essere certamente giudicate. Non però contestate o strumentalizzate per fini diversi”.
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Onu in rosso per 2 mld di dollari: Usa insolventiIl bilancio delle Nazioni Unite è fortemente in rosso a causa dei mancati versamenti da parte di alcuni Stati membri. Lo ha denunciato il segretario generale Kofi Annan sottolineando che il pesante deficit che affligge l’organizzazione rischia di compromettere i programmi in Kosovo, Timor est, Sierra Leone e Congo. In particolare gli Stati Uniti non pagano da due anni, e se non verseranno almeno un acconto di 350 milioni di dollari su un totale di un miliardo e 600 milioni, perderanno il diritto di voto in seno all’assemblea.
ogni anno la stessa storia, usa insolventi Leggi l'articolo »
Mio caro Principe,
come sia potuta sfuggirmi questa tua ultima simpatica trovata, davvero non saprei. Speravi che non venissi a saperlo, vero? Ma per tua sfortuna, cucciolo reale, agli amichetti di Guerrilla non sfugge quasi nulla.
Principino, sai bene quanto il tuo paese abbia fatto per me e quante persone illuminate io abbia avuto la fortuna di incontrarvi; così, nel suo nome, sento il dovere di raccontarti una piccola storiella personale.
Listen carefully, MyLord.
Sono nata nella stessa città che diede i natali a un uomo, defunto due volte, di nome Primo Levi. Sono nata e vissuta a pochi isolati da casa sua. Moltissimi anni ci separavano, io ero una bambina e lui già anziano, ma fin da piccola avevo saputo tutto di quel signore con la barba bianca e lo sguardo vispo e triste che incontravamo ogni tanto a comprare il giornale o a prendere il caffè. Lo vedevo parlottare con mio padre, qualche volta, poche parole.
Ero al liceo quando ebbi l’occasione di passare un intero pomeriggio a casa sua; avevamo deciso di fare un lavoro di ricerca sull’Olocausto, a scuola, e mi chiesero, sapendo che lo conoscevo (anche se superficialmente), di chiedergli ‘udienza’.
Mio caro principe già senza speranza,
ricordo come fosse ieri la testimonianza straziante che quell’uomo ci diede quel pomeriggio.
Ricordo la sua dignità ma anche il terrore, che a distanza di decenni, ancora gli velava gli occhi.
Ricordo che mi tremavano le mani a ogni sua parola, parole che conoscevo bene perché le avevo lette, le avevo immaginate, le avevo studiate. Ma ti assicuro, principe del vuoto, che toccare i numeri tatuati sulla sua pelle e vedere gli occhi di quel signore elegante inumidirsi di fronte a una ragazzina che prendeva appunti fu, forse, una delle esperienze più toccanti e strazianti della mia vita.
Mi sorrise dicendo ‘Ti ho proprio vista crescere, sono felice di averti potuto aiutare. Il lavoro finito vorrei vederlo.’
Non ce ne fu il tempo, poco dopo si suicidò.
“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.”
[Se questo è un uomo, Einaudi, 1958]
——————————————–
ANDATE A PORTARE UN FIORE ALLA STREGA
LETTERA DI STREGA AL PRINCIPE HARRY Leggi l'articolo »
Il principe Harry si presenta ad una festa vestito da nazista?
compliments…
per noi è lo scemo del villaggio,
del resto, abbiamo sempre pensato che avere del sangue blu creasse qualche scompenso alla circolazione, specie al cervello.
Se poi questo nobile teppistello ha avuto la poco onorevole sorte di essere figlio
di un madre come Diana (santificata come padre pio ma con più la folla che fra i materassi di una maitresse di amsterdam)
e un papà come Charles (davvero no comment!)
proponiamo consiglio da parte di guerrilla, giacchè mancano realmente figure formative in quella vergognosa famiglia,
una fugace visita nel campo disterminio di Auschwitz, e una serie di incontri con i sopravvissuti al genocidio
previo controllo abbigliamento da indossare per l’occasione…
guerrilla radio
Harry the nazi, un piccolo nazista alla corte del re inglese Leggi l'articolo »
Il Senegal ha abolito la pena di morte per tutti i reati,
diventando il quarto paese dell’Africa occidentale a
rinunciare alla pena capitale. Il Senegal faceva parte del
gruppo di 32 paesi ‘abolizionisti di fatto’, dove la pena
capitale e’ prevista dal codice ma in pratica non viene
quasi piu’ applicata. Africa batte Usa 1 a 0.
Il Senegal abolisce la pena di morte Leggi l'articolo »
-Federico Garcia Lorca
Ho chiuso la mia finestra
perché non voglio udire il pianto,
ma dietro i grigi muri
altro non s’ode che il pianto.
Vi sono pochissimi angeli che cantano,
pochissimi cani che abbaiano;
mille violini entrano nella palma della mia mano.
Ma il pianto è un cane immenso,
il pianto è un angelo immenso,
il pianto è un violino immenso,
le lacrime imbavagliano il vento.
e altro non s’ode che il pianto
spaciba
to
Mariposa
(che guerrilla senza posa)
dedicato a tutte le vittime di ogni pianto Leggi l'articolo »
Il malcontento tra i soldati americani, per quello che
succede in Iraq, cresce e aumentano i disertori.
Il programma 60 minutes della Cbs ha rivelato che,
dall’inizio della guerra, oltre 5.000 soldati hanno
disertato. Per la prima volta negli ultimi dieci anni, la
Guardia Nazionale non e’ riuscita a raggiungere il
numero di arruolati sufficienti: cercava 56.000 uomini ne
ha trovati 51.000. Le richieste di congedo tra i riservisti,
erano 15 nel 2001, sono salite a 370 tra l’ottobre 2003 e
il settembre 2004.
L’Esercito ha dovuto richiamare in servizio 5.600 ex
soldati, ri-arruolabili solo in caso di emergenza
nazionale
cresIl malcontento tra i soldati americanice il Leggi l'articolo »
Ha vinto il vincitore logico,
successore designato del Rais non per natura ma per calcolo politico.
La pesante eredità del compianto Arafat,
ora nelle mani di Abu Mazen.
Ha vinto l’uomo simbolo di niente,
senza carisma
senza abbastanza intelligenza
furbizia, arguzia, trascinante simpatia
ma sopra ogni cosa
ha vinto
l’uomo che non ha vissuto la stessa sofferenza, il dolore,
l’esilio del suo popolo a differenza diuomini come il Rais deceduto
o Marwan Barghouti che marcisce in galera.
La mia speranza,
e ci sono molto buoni segni a proposito
ch dietro ad Abu Mazen ci sia un gran cerchio di nuove motivazioni,
soprattutto molti giovani,
e ogni decisione sia il frutto di una larga collettività che democraticamente si esprime.
Ci sono molte voci che devono farsi ancora sentire in Palestina
e
molti i cervelli e i cuori che pulsano per questa nuova ventata di speranza,
inshallah che tutto ciò per cui Arafat ha dato la vita venga ora onorato dalla nuova presidenza.
inshallah.
guerrilla radio
trasferendo il nostro augurio per una leadership illuminata Leggi l'articolo »
Schiacciante vittoria alle elezioni del candidato di Al Fatah
Bush accoglie con favore l’esito del voto palestinese
Gli exit-poll lo accreditano di una percentuale tra il 66 e il 70%
RAMALLAH – Con la schiacciante vittoria al capo dell’Olp Abu Mazen, i palestinesi hanno voltato pagina e aperto l’era del dopo-Arafat. Poco dopo la pubblicazione degli exit poll, Abu Mazen, si è proclamato vincitore, ed ha dedicato il successo al “fratello martire Yasser Arafat e al popolo palestinese”.
Il nuovo presidente dell’Anp ha anche promesso di lavorare per “porre fine alla sofferenza del popolo palestinese”.
Lo scrutinio si è svolto sotto gli occhi di centinaia di osservatori internazionali e di oltre 1.000 giornalisti stranieri, nonostante le difficoltà dovute alla presenza nei Territori delle truppe israeliane. Non sono stati registrati incidenti seri.
Stando agli exit poll, Abu Mazen, nome di battaglia di Mahmud Abbas, 69 anni, ha ottenuto fra il 66 e il 70% dei voti espressi. Il suo concorrente, l’indipendente di sinistra Mustafa Barghouti, non avrebbe superato il 20-24%. Nessuno degli altri cinque candidati ha ottenuto più del 4%. I risultati ufficiali saranno resi noti domani, al termine dello spoglio delle schede.
Appena conosciuti i dati dei primi exit poll, centinaia di militanti di Al Fatah si sono riversati nelle strade in diversi centri palestinesi ed hanno festeggiato sparando per aria. Molti palestinesi sperano che il nuovo leader riesca a fare uscire i Territori dalla situazione di anarchia e di povertà nella quale sono sprofondati negli anni dell’Intifada dei kamikaze, ed a raggiungere un accordo di pace giusto con Israele.
Il movimento di resistenza islamico Hamas, considerato la seconda forza politica palestinese dopo Al Fatah – che appoggiava Abu Mazen – ha boicottato il voto. C’era quindi forte attesa anche per i dati della partecipazione degli elettori al voto. Stando al presidente della Commissione elettorale palestinese Hana Nasser, la partecipazione degli iscritti è stata invece del 70% circa. Gli iscritti erano circa 1,7 milioni. Un risultato, se sarà confermato definitivamente domani, positivo per Abu Mazen che vede cosi rafforzata la propria autorità di fronte a Hamas.
Abu Mazen conquista cosi, meno di due mesi dopo la morte in Francia di Yasser Arafat, la poltrona di ‘rais’, dopo essersi chiaramente dichiarato durante la campagna elettorale contro la violenza, per la fine della “militarizzazione” della Intifada e per una ripresa di trattative di pace con lo Stato ebraico. Abu Mazen si è detto pure “ottimista” circa la possibilità di raggiungere un accordo con i gruppi armati, che ponga fine alla violenza.
Un incontro a breve con il primo ministro israeliano Ariel Sharon viene ritenuto molto probabile. Stando al ministro degli esteri palestinese Nabil Shaath, inoltre, non è escluso anche un vertice a tre con George W. Bush.
Il presidente americano George Bush si è detto “incoraggiato” dal voto dell’Anp aggiungendo di essere pronto ad aiutare i palestinesi affinchè realizzino le loro aspirazioni e a lavorare con il loro presidente nella prospettiva che Israele e la Palestina vivano fianco a fianco, in pace e sicurezza”.
Fra le prime decisioni del nuovo presidente ci sarà la scelta del primo ministro. Venerdì Abu Mazen ha già indicato che confermerà nell’incarico l’attuale premier Abu Ala (Ahmed Qrei), che con lui ha pilotato il perodo di transizione senza traumi scattato dopo la morte di Arafat, l’11 novembre. Il rinnovamento delle istituzioni palestinesi del dopo Arafat sarà completato il 17 luglio prossimo, quando si svolgeranno le elezioni politiche.
Per una coincidenza di date, la proclamazione ufficiale della vittoria di Abu Mazen, domani, interverrà proprio nel giorno in cui sarà formalmente presentato al Parlamento di Gerusalemme il nuovo governo di unità nazionale israeliano, formato dal premier Sharon e dal capo del partito laburista Shimon Peres. Un governo cui i laburisti hanno aderito proprio per realizzare il ritiro da Gaza e rilanciare il negoziato con la nuova dirigenza palestinese.
www.repubblica.it
Abu Mazen eletto presidente Leggi l'articolo »
di Stefano Benni
George Bush.
Sono arrabbiato per le reazioni isteriche del mondo a un evento naturale quale il maremoto asiatico. Questo inconveniente non deve farci dimenticare le gerarchie di importanza. Il vero problema del mondo, la prima e unica cosa di cui avere paura è il terrorismo. Ci ho messo anni a inventare questa balla americocentrica, e adesso non venitemi a dire che c’è qualcosa di molto più pericoloso e urgente. La catastrofe ecologica non fa rieleggere i presidenti e ostacola l’economia mondiale. Ci hanno subito accusato di essere tirchi, di essere capaci solo di invadere e sfruttare, non di aiutare. Ci hanno subdolamente chiesto: perché i mille satelliti che monitorano il pianeta metro per metro non sono serviti in un caso come questo? Rispondo: perché i satelliti li usiamo per motivi militari, e spiano i talebani, non gli tsunami. Va bene, ci sono state centoventimila vittime, ma questo è ricattatorio e poco elegante, noi non diamo mai i numeri dei morti nelle nostre guerre. In quanto al sud-est asiatico, non mi è simpatico, ci abbiamo già perso una guerra. Ho chiesto ai miei sponsor petroliferi, e mi hanno confermato che lì c’è poco petrolio e comunque le industrie estrattive sono rimaste intatte.
A chi ci accusa di spendere 1000 volte di più per gli armamenti che per le ricerche sui danni all’ecosistema io rispondo: sono eletto dai produttori di armi, non dai pescatori. E gli americani vanno in vacanza alle Hawai, dove il sistema di allarme tsunami c’è da anni. E’ ora di far tacere gli ecoterroristi aizzati da psudoscienziati e traditori come Rifkin, una banda di gufi predicenti che dovremo affrontare nuovi eventi catastrofici, come lo scioglimento della banchisa e il marasma alluvionale. Paroloni a vanvera. Preferisco il vecchio Bin Laden, che almeno parla di cose che conosco. Perciò continueremo a non firmare il protocollo di Tokyo, a trivellare l’Alaska, a abbattere foreste, a far girare per il mondo sottomarini nucleari, satelliti elettromagnetici e superpetroliere col buco. Ma non è vero che siamo tirchi, la faremo vedere a quei pezzenti dell’Onu. Ho preparato una grande coalizione umanitaria: purtroppo ultimamente ho speso troppo in bombe e manco di contanti, ma presto manderemo in Asia aerei pieni di dollari, bibite, tavole da surf e marines. Cacceremo fuori i soldi, basta che la smettiate di rompere col maremoto e che si ristabilisca una sana gerarchia dei media. La catastrofe climatica deve tornare al 26º posto, la paura del terrorismo al primo, le Borse al secondo e il calcio al terzo. E in quanto alla teppaglia dell’Onu, perché nessuno ammette che il maremoto è la prova della giustezza della mia guerra in Iraq? Saddam possedeva armi di massa, e ha pensato di liberarsene scaricandole in mare. Me l’ha detto Rumsfeld, e lui non dice mai bugie. Qualcuno ha lanciato l’allarme che ci saranno altri tsunami, forse anche sulle coste Usa. Impossibile, perché Dio è con noi. Ma se decidesse di attaccarci, non ci lasceremo intimidire.
Vladimir PutinQuale presidente del paese autore di alcune delle catastrofi ecologiche del secolo, da Cernobyl alla morte del lago d’Aral, devo dire che il sistema russo è migliore del vostro. Sia noi che voi ci rendiamo conto del disastro solo quando è avvenuto. Ma voi ne parlate un’ora dopo, noi diamo la notizia un anno dopo.
Silvio Berlusconi.Mi dispiace per le vittime ma non bisogna esagerare. In fondo le mia ville in Sardegna sono salve, e io i soldi in banca alle Cayman. Non è vero che le associazioni non governative si sono mosse molto più in fretta di noi. Siamo stati prontissimi. Fini ha imparato a memoria il prefisso dell’Indonesia in meno di un’ora. Abbiamo già avviato tutta una serie di iniziative preventive. Alzeremo di dieci metri il progetto del ponte di Messina. Ho mandato il mio euro di offerta attraverso Telecom. Ho detto a Emilio Fede che gli rimborserò personalmente il set di valigie e il baule delle tinture. Ma non dimentichiamo che i problemi dell’Italia sono ben altri: bisogna salvare l’economia, Dell’Utri e Previti, e soprattutto truccare le elezioni. Certo, centoventimila morti sono un bel problema, ma avete mai provato a spartire venti viceministri e sottosegretari? Inoltre ho dovuto lasciare il Milan per colpa di una legge ingiusta e bolscevica. Obiettivamente parlando, il Milan in diciotto anni ha vinto tutto, che cosa ha vinto la Thailandia? Comunque seguiamo la situazione ora per ora, e stiamo cercando l’efficiente Matteoli, che ancora non sa cos’è successo.
Giancarlo FiniSì, c’è stata un po’ di confusione, ma sono nuovo del mestiere. Noi di An siamo bravissimi a occupare i posti in consolati e ambasciate, molto meno a fornirli di fondi e farli funzionare. Ma non esageriamo. In fondo Gianni Morandi, Maldini, Inzaghi e Zambrotta si sono salvati. Non possiamo farci niente se la gente va in spiaggia senza documenti o si scorda di caricare il telefonino. Comunque ricordo a tutti di non partire per le Maldive, specialmente i pensionati che lì pullulano.
In quanto al competente Matteoli, l’ho trovato. Era al parco nazionale d’Abruzzo a vendere abeti natalizi. L’ho avvisato dello tsunami. Ci è rimasto molto male, e questa è la prova della sua serietà.
Attila MatteoliSono il competente ed efficiente Matteoli e so tutto sullo tsunami. E’ uno sport violento ma non credevo che potesse fare tanti morti. In quanto al maremoto, come dice il nome stesso, colpisce le case in riva al mare. Perciò bisognerà subito vendere la costa amalfitana e la riviera ligure perché così, se ci sarà un maremoto, non colpirà gli interessi italiani. Ho subito formato un pool di esperti formato da Rubbia, Zichichi, Milly Carlucci, Veneziani ed Albertazzi. Dopo una proficua riunione abbiamo stabilito che: a- l’asse terrestre si è spostato di dieci centimetri ma questo non avrà conseguenza sugli equilibri del governo
b- Sumatra si è spostata di trenta metri ma di questo passo si scontrerà con la Sicilia solo tra due milioni di anni.
c- l’Himalaia si è innalzata ma tanto non ci va quasi nessuno.
d- non firmeremo il protocollo di Kyoto perché Bush dopo Pearl Harbour non si fida dei giapponesi.
Abbiamo già posto in atto severe misure per difendere le nostre coste. Sull’Adriatico. Le sedie dei bagnini saranno alzate di un metro per poter avvistare onde anomale in anticipo.
Francesco RutelliNoi della sinistra abbiamo da tempo una visione globale e non locale della politica. Sappiamo bene che il problema del crollo dell’ecosistema pende su tutti noi ed è urgente attivarsi. Per questo chiedo a Mastella di recedere dal suo proposito di scissione. Stiamo preparando una commissione che elencherà i venti punti di maggior pericolo del mondo. Quando avremo deciso chi sarà il presidente e quando Parisi Prodi e Bertinotti la smetteranno di impuntarsi, potremo dare una svolta globale ed epocale alla ricerca. E ora preghiamo.
Roberto CalderoliSappiamo che tra i dispersi ci sono dei lombardi. Ebbene, ho letto da qualche parte che questa è la vendetta di un certo Poseidone. Sappia questo signore, il cui nome evidenza chiare origini meridionali, che abbiamo posto una taglia sulla sua testa, e che nessuno può toccare un padano, neanche in vacanza. Se qualcuno dice che siamo bravi a far propaganda, mentre per il Po c’è un piano anti-alluvione insufficiente e antiquato, rispondiamo: il Po, come la Lega, è esuberante e non può essere ingabbiato. Mi chiedo inoltre: perché da tre giorni non appaio più sui titoli del telegiornale? Conto forse meno di un cingalese?
Pierflavio CattaneoChiedo scusa se la televisione italiana ha dovuto rivoluzionare un poco i suoi schemi, sembrando per un attimo una televisione vera. Anche io sono d’accordo che una semplice onda anomala non può sconvolgere i nostri programmi. I miei padroni mi hanno già sgridato e torneremo in pochi giorni ai nostri palinsesti di rassicurante merda. Ma non resteremo certo immobili davanti alla sciagura. Abbiamo già pronte tre maratone televisive di raccolta fondi. E in quanto al problema che assilla tutti, posso rassicurarvi: l’Isola dei famosi non sarà sospesa, anzi si prevede un aumento di audience. Adesso però basta fango e sismologi, tra un mese dovremo aver scordato tutto.
Wall Street JournalBasta con le voci che mettono a repentaglio l’equilibrio dell’economia. Confermiamo che le Borse asiatiche reggono, non essendo fatte di paglia. Ricostruiremo i villaggi turistici ancora più belli di prima, sopraelevati e robusti. Consigliamo ai risparmiatori di investire in industrie farmaceutiche, potabilizzatori di acqua, e aree edificabili in montagna. Non c’è catastrofe su cui non si possa guadagnare in borsa, come l’undici settembre ha dimostrato.
PropostaModesta proposta del gruppo Lupo. Perché il manifesto non organizza in Italia una grande conferenza, una settimana di incontri sul disastro ambientale annunciato e vissuto? Chi può organizzarlo meglio di voi? Inoltre abbiamo deciso di versare aiuti soltanto su base comunale o regionale, a gruppi non governativi di cui si possano conoscere bene scopi e bisogni. Niente telefonini. Ci piacerebbe anche discutere su una nuova legge che renda meno lenta e difficile l’adozione degli orfani di guerra e di calamità.
DioIn ordine alle accuse di accanimento e strabismo pervenute a questa alta sede, si ricorda: A- agli atei che io non esisto e B- ai credenti che Mosè ce la fece grazie a un maremoto. Sul fatto invece che l’umanità non abbia mai inferto ferite così grandi alla terra e la stia mettendo in pericolo, sono d’accordo, ma non posso farci nulla. Per gli atei, vale la motivazione precedente A. Per i credenti: perché allora continuate a credere in quelli che la distruggono?
passata di qua da sister
strega
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4 gennaio 2005
I logisti di Emergency che si sono recati a Colombo per verificare le caratteristiche di un intervento di tipo sanitario a favore della popolazione colpita dal maremoto, stanno valutando, con il supporto del Dipartimento della Protezione Civile, incaricato del coordinamento delle operazioni, la tipologia del nostro intervento.
Nei prossimi giorni il personale di Emergency si recherà sulla costa est dell’isola, per un sopralluogo operativo e per definire una strategia di intervento efficace che permetta di offrire un servizio veramente utile alla popolazione, non solo nella fase di emergenza ma anche in seguito, se necessario. Nelle intenzioni di Emergency infatti, oltre a far fronte alla situazione sanitaria di oggi, c’è la volontà di creare un progetto che possa offrire assistenza anche nel lungo termine.
A seguito degli incontri con le autorità sanitarie locali si potrà valutare anche la composizione del team medico da inviare nello Sri Lanka.
Pur in una situazione di emergenza, riteniamo che solo una attenta e ponderata pianificazione degli aiuti e un coordinamento continuo con le altre attività presenti possano garantire la qualità dell’intervento e la buona gestione dei fondi ricevuti dai nostri sostenitori.
www.emergency.it
Sri lanka, l’emergenza chiama, emergency risponde Leggi l'articolo »
Non e’ la guerra né la fame né le malattie il vero dramma di questa epoca: la vera tragedia e’ l’indifferenza, che consente a tanta parte dell’umanità di restare insensibile di fronte alle sofferenze altrui. Nelle immagini, i turisti tornano a divertirsi sulle spiagge ridotte a cimiteri dalla catastrofe che ha colpito il sud-est dell’Asia il 26 dicembre scorso
turismi del cinismo tornano in asia Leggi l'articolo »
di redazione
09 Jan 2005
Il quotidiano saudita “Al Watan”, in un articolo di Fakhriya Ahmade, e il quotidiano iraniano “Jomhouri-ye Islami” [1] rivelano che alcuni rapporti militari segreti accusano l’esercito statunitense di stanza in Iraq di vendere organi umani espiantati dagli insorti iracheni uccisi durante le operazioni anti-guerriglia. Pubblichiamo ampi stralci dei reportages [2] “Rapporti segreti dell’intelligence militare europea mostrano che la missione umanitaria americana in Iraq si è trasformata in un redditizio commercio, sul mercato americano, attraverso l’espianto di organi umani da cadaveri e da feriti, prima che siano messi a morte, per la vendita a centri medici negli Stati Uniti”.
“Un squadra segreta di medici americani segue le truppe durante gli attacchi ad armati iracheni per garantire rapidi interventi per estrarre alcuni organi e trasferirli a sale operatorie private prima che vengano trasportati in America per essere messi in vendita”.
“I rapporti confermano il ritrovamento di decine di cadaveri mutilati o parti mancanti di cadaveri: se ne trovarono alcuni senza testa. Il comando militare americano non ha saputo offrire spiegazioni per lo sconcerto per le parti mancanti, e ha avanzato l’ipotesi che ciò sia dovuto alla penetrazione di proiettili nelle parti mancanti. Scuse insostenibili dal punto di vista medico”.
“I rapporti hanno confermato anche che i corpi venivano deliberatamente bruciati per nascondere il crimine dell’espianto di organi. E inoltre indicano che le squadre mediche americane hanno compiuto passi concreti e sospetti in Iraq per reclutare degli iracheni che li portassero dove c’erano morti e feriti gravi per procedere all’espianto di organi. Queste squadre offrono 40 dollari per ogni rene utilizzabile e 25 dollari per un occhio”.
“I rapporti confermano il ritrovamento di corpi mutilati a Falluja e indicano che i cadaveri vengono resi sterili in furgoni speciali per prevenire il diffondersi della peste fino a che i corpi non vengano seppelliti dai parenti. I rapporti hanno indicato che su un certo numero di prigionieri uccisi ad Abu Ghraib e in altre prigioni vennero eseguiti interventi per estrarne organi. Dopo queste mutilazioni ci si sbarazzava dei corpi che venivano abbandonati lontano dalla prigione per nascondere i fatti”.
“I rapporti hanno rivelato che le forze americane limitavano a forza l’accesso ai mezzi di informazione per impedire loro di avvicinarsi alla scena e di registrare gli eventi. Ma i congiunti degli iracheni li conoscono bene questi fatti”.
“I rapporti hanno anche indicato che le forze militari degli alleati europei hanno notato che mancavano organi nei cadaveri di cui si occupavano gli americani e ne hanno riferito agli alti comandi: questi a loro volta hanno dato loro istruzioni di mantenere il silenzio su questo punto e di evitare di parlarne data la sua gravità, mentre gli alti comandi militari e di intelligence hanno scritto rapporti segreti su quanto veniva rilevato dalle loro forze e li hanno inviati ai ministri europei della difesa per loro informazione”.
Note
[1] Jomhouri-ye Islami (Iran), 19 dicembre 2004. http://wwwjomhourieslami.com/1383/13830929/index.html.
[2] Al Watan (Arabia Saudita), 18 dicembre 2004.
Middle East Media Research Institute (MEMRI)
l’esercito Usa di espianta organi dai prigionieri e da vittime Leggi l'articolo »