All’ospedale San Raffaele di Milano
settimo piano, reparto otorinolaringoiatra, alla stanza n.720.
Sono andato a trovare il martirio della Palestina.
Avrei voluto portare in dono
visitando Khaled, dei fiori rossi, uno dei colori della sua bandiera
ma non ho potuto.
Allora ho pensato ad un libro che narrasse nella nostra lingua della sua bella terra,
ma mi è stato impedito.
Infine, ho optato per della musica cantautorale nostrana (de andre non dista troppo da ahmed kaabour)
ma non mi è stato possibile.
Non ho potuto portare dei fiori,
a Khaled,
perchè Khaled ha perso il naso,
quel maledetto giorno a Tulkarem, strappato da un proiettile israeliano,
e senza naso come avrebbe potuto annusare il profumo delle mie rose?
Niente più libri per Khaled, cui piaceva leggere,
e pregare leggendo il suo corano.
Un occhio è ridotto male,
quell’altro è proprio andato,
dovranno mettergli una biglia al suo posto,
come si fa con le bambole rotte.
De Andrè rimarrà muto all’udito di Khaled,
perchè l’orecchio destro è stato spento dall’esplosione,
quel maledetto giorno a Tulkarem.
(Sono attonito,
Khaled pare più preoccupato
così ridotto,
di non poter trovar più moglie,
che delle sue ancora precarie condizioni.)
Quello stramaledetto giorno,
a Tulkarem, Khaled 21 anni,
guidava la sua macchina verso il centro città
di fianco sedeva Rami, 19 anni , dietro stava Ahmed.
Tutti ignari che in quel momento era scattato il coprifuoco,
vale a dire, truppe di israeliani erano entrati in città.
Avevano occupato edifici e case palestinesi in posizioni strategiche
e posizionati dei tiratori scelti
pronti a fare cecchinaggio a chiunque si trovasse a tiro dei loro fucili.
Quando la loro macchina ha iniziato a riempirsi di piombo,
Ahmed, seduto dietro, è stato il più lesto di tutti.
Aperta la portiera, e si è gettato fuori con l’auto ancora in movimento.
E’ riuscito a mettersi in salvo.
Rami invece è stato preso in pieno petto, più volte
è deceduto all’istante.
Khaled no, nonostante il proiettile esplosivo l’ha preso in pieno volto,
il suo cuore batteva ancora,
di speranza, di persistente orgoglio.
Proiettile esplosivo
che in quanto esplosivo
ha fatto il suo dovere, dilaniando il suo viso
non così il cecchino israeliano
che in quanto assassino
e non avendo ucciso
ma solo ferito
non avrà ottenuto la promozione
(sharon scuote il suo obeso corpo in segno di dissenso)
Alcune schegge
si sono fermate a pochi millimetri dal cervello di Kahled,
e lì rimmaranno
come minacce permanenti,
come ricordi di orrori irremovibili.
Entro qualche giorno Khaled
sprovvisto di visto
sarà costretto a lasciare milano e
così com’è
tutto bendato e sopra una carrozella
tentare
di tornare in palestina
procedendo verso quel valico,
dalla giordania,
che a me è stato violentemente ostruito,
a lui che ha come unica colpa
l’aver avuto amici simpatizzanti di un gruppo di resistenza
cosa riserverà l’ accoglienza democratica di Israele???
settimo piano, reparto otorinolaringoiatra, alla stanza n.720.
Andate a trovare il martirio della Palestina.
Per tutti quelli come lui
per quelli vivi,
per i martiri morti.
questa è la sua storia:
(Vik Nasser)
Vengo dal campo rifugiati di Tulkarem
nella Cisgiordania della Palestina e sono cresciuto sotto l’occupazione illegale
israeliana. Sono nato il dieci agosto 1984. Ho frequentato la scuola elementare sotto
l’amministrazione militare di Israele. Hanno ostruito la mia educazione
e questo ha contribuito al fatto che io abbia lasciato la scuola presto, anche
per aiutare mio padre a supportare la nostra famiglia in Palestina che stava
affrontando serie difficoltà. In quegli anni lavoravo con mio padre in una fattoria di proprietà di altri.
Noi abbiamo perso la nostra terra nel 1948 durante la creazione dello Stato di Israele.
Quello che guadagnavamo lavorando la terra dei nostri vicini era appena
sufficiente alla nostra sopravvivenza. In quel periodo ho aperto gli occhi sul conflitto fra
Israele e Palestina.
L’occupazione interferiva con ogni aspetto della nostra vita. La vita legata
alla Intifada era molto provante, lavoravo giorno e notte per sostenere la mia famiglia.
Mi ricordo che i soldati israeliani durante l’ultima
Intifada picchiavano persone e sparavano per le strade.
Le nostre case erano molto povere: la mia non aveva tetto. C’erano due stanze
senza tetto che la nostra famiglia ha poi ricoperto con lamiere di zinco e
conteneva nove membri della famiglia. Come risultato della caduta degli
accordi di pace e dell’ascesa di Sharon ci fu una seconda Intifada nel 2000,
quando io avevo 17 anni. Ho visto quello che succedeva e mi feriva vedere così
tanto sangue e umiliazione. Ho perso molti vicini di casa e altre persone della zona. Ricordo di avere visto cadaveri e donne
che piangevano. Esprimevo la mia rabbia e cercavo di capire cosa stava
succedendo e perchè. Mia nonna mi disse che la stessa cosa succedeva da molto tempo.
Cercare di sopravvivere ed aiutare mio padre era difficile: ho cercato a lungo
lavoro. Avevo bisogno di soldi per pagare il mio affitto alla terra della
fattoria. Non fu facile trovare le risorse. Nel 2002 la situazione è peggiorata e i soldati israeliani hanno cominciato a
entrare nelle città e deliberatamente anche nelle case distruggendo ogni
cosa nelle abitazioni del campo rifugiati con l’intento di danneggiarle in
maniera permanente. Nel 2003 sono stato obbligato ad andarmene (senza
scarpe nè vestiti) dal campo in cui ero stato imprigionato tutta la mia vita.
Ho visto i soldati insultare mio padre e mia madre. Loro, quando avevano 14 anni, erano stati obbligati a lasciare le loro case
per riunirsi nell’area della scuola delle Nazioni Unite (la mia ex scuola)
che venne poi distrutta. Ci hanno obbligato a pulire le strade ed altre
umiliazioni del genere. Coloro a cui avevano sparato sono stati obbligati a restare
sotto il sole tutto il giorno con le ferite aperte e sono stati poi
picchiati. La polizia palestinese ha cercato di resistere all’invasione israeliana e il
risultato fu un massacro da parte degli israeliani. Quel giorno sotto
l’invasione 18 persone furono uccise inclusi due autisti di ambulanze. Ho visto la
brutalità dei soldati e la loro capacità di uccidere senza pensare. La morte di diciotto persone di un
solo piccolo posto ha significato un cambiamento
drammatico ed ha causato una devastazione emotiva specialmente per i parenti
stretti di coloro che erano stati uccisi, come nel caso di Tariq Abo Jamoz.
28 giugno 2003
Mio cugino Hani Krawish stava mangiando con altre
quattro persone. Io sono testimone oculare come le forze speciali israeliane
hanno sparato a morte su di loro. A questo ha fatto seguito un aereo che ha
bombardato il gruppo. Mi venne dette che c’era una persona ricercata fra di
loro, in quella casa. Due di loro furono fatti saltare in pezzi e due restarono
seriamente feriti. Mio cugino Hani era uno dei due che vennero uccisi. Le
mani di mio cugino e dell’altra persona furono lasciate come messaggio di
avvertimento, e da quel giorno noi non sappiamo che fine abbiano fatto i loro
corpi. Rimasi profondamente arrabbiato e disturbato. Mi sentii
incapace di fare qualunque cosa, tutta la famiglia piangeva. Cinque mesi più
tardi stavo parlando con il fratello di Hani, Hisham ed in quel momento gli
spararono in testa. L’ho visto cadere, ho visto la sua testa aperta, sanguinante. Mi ricordo lo sparo. Ma non
potevo muovermi e soccorrerlo perchè c’era un cecchino di fronte a me, era
troppo pericoloso cercare di aiutarlo, non ricordo nient’altro. A parte
piangere non capivo cosa stava succedendo ma potevo
ancora sentire gli spari dei fucili tutto intorno. Non posso descrivere questo
sentimento. I miei cugini, gli amici e tutta la famiglia divennero
persone ricercate. Se uno della famiglia viene ferito o arrestato significa
che tutta la famiglia diventa sospetta, da tenere sott’occhio, e riceve
angherie. Occasionalmente quando ci incontravamo con i miei famigliari i soldati
israeliani ingiuriavano il nome della famiglia e i nostri nomi e facevano ci
accusavano di falsità. Ero in una macchina durante un coprifuoco con altri
amici ( i coprifuoco possono a volte durare per settimane e più).
E’ uso comune dei soldati israeliani sparare dagli edifici che stanno
occupando, per imporre il coprifuoco, e per spaventare le persone che lo
infrangono sparano molte centinaia di pallottole. Non ricordo nient’altro, tranne quanto ho appreso
dopo: ci avevano sparato ed hanno ritardato l’ambulanza che arrivò per portare
all’ospedale chi di noi era ferito.Come risultato di questo ritardo il mio amico
Rami, che era seduto a fianco a me, morì. Hanno circondato l’ospedale e hanno
chiesto di vedere il mio corpo. I dottori si sono rifiutati.
Mi hanno sequestrato ugualmente e mi hanno portato in un centro militare dove
sono restato circa un mese. Hanno stilato un bollettino medico dove si
dichiarava che io ero “clinicamente morto” e si aspettavano che io morissi del
tutto in pochi. Mi hanno rinchiuso a Gerico per altri 15 giorni. Dopo ciò sono
stato spostato nell’ospedale di Nablus in Cisgiordania. Un mese dopo sono
uscito dal coma e ho cominciato a ricordare, a riconoscere le persone ma non
riuscivo a sentire niente. Non potevo parlare e non mi potevo muovere, non sapevo cosa stava succedendo e neppure che il mio
amico Rami era morto e che altre 17 persone in strada erano state colpite e
seriamente ferite. Dopo ciò ho cominciato a sentire dolore in tutto il corpo, non
sapevo perchè fossi stato preso come bersaglio, forse risultavo tra le
persone ricercate. E’ difficile vivere senza comunicare con la propria
comunità, al tempo non ero cosciente che mi stavano ancora cercando. I miei
parenti volevano venirmi a prendere e portarmi via velocemente dall’ospedale.
Successivamente ho realizzato che gli israeliani mi stavano cercando. La
mia famiglia aveva paura che fossi arrestato e che non potessi ricevere cure
mediche in prigione. Il mio corpo soffriva moltissimo e non sapevo perchè ero
completamente bendato.
Poi mia madre e altri parenti mi dissero cosa era successo. Ero molto triste
di aver perso metà della mia faccia, il mio naso e il mio occhio. Non potevo
camminare. Sentivo come coltelli in tutto il corpo. Mi sentivo vivo in un
corpo morto.
Stavo lentamente morendo.
Non riesco a descrivere la sofferenza di quei
sentimenti.
La mia vita è diventata lacrime, sofferenza e ricordi.
Mi resi conto che non potevo più muovermi ma decisi di
provare a rimettermi.
Cercai di espatriare per ottenere trattamenti medici,
dato che in Palestina era impossibile trovare strutture mediche adatte. Gli
israeliani mi rifiutarono il permesso di uscire.
Dopo cinque mesi, quando Yasser Arafat morì e Mahamoud
Abbas andò al potere decisero di rilasciare alcuni prigionieri e autorizzare circa 100 feriti a
lasciare il Paese per farsi curare. Io ero uno di quelli
Con l’aiuto dell’ISBO, un’organizzazione umanitaria italiana e con il supporto
del Kinisat organizzazione arabo-israeliana, ho ottenuto il permesso di
recarmi a Milano, in Italia, per la terapia e di sottopormi ad un intervento
di chirurgia plastica. Sono arrivato un mese fa. Per questo motivo mi trovo a Milano, ora. Mi hanno
ricostruito il naso e sto ora aspettando che le ferite guariscano da questa
recente operazione per poi potere applicare un occhio artificiale. A seguito di questo dovrò cominciare
un percorso a lungo termine di fisioterapia e massaggi necessari a riabilitare
il movimento delle mie mani e delle mie gambe.
Sono determinato ad affrontare tutto questo. Da quando sono qui mi hanno avvisato che i soldati
israeliani stanno chiedendo dove sono, che cosa sto facendo e quando tornerò.
Questo mi preoccupa moltissimo. Potrebbero essere ancora interessati a me.
Sono molto preoccupato che io possa essere ferito nuovamente o imprigionato o
che si vanifichi la possibilità di qualunque trattamento fisioterapico.
Considerando che c’è voluto molto tempo per avere il
permesso e l’autorizzazione a partire per curarmi, che hanno
fatto il mio nome ai mass media, che per lungo tempo non mi hanno autorizzato ad
ottenere trattamenti medici, tutto ciò potrebbe significare che hanno
intenzione di far ritardare la mia guarigione e questo significherebbe seri danni
al processo di riabilitazione.
Per questo motivo rimarco la mia preoccupazione in
merito al ritornare in Cisgiordania, poichè non c’è nessuna garanzia riguardo
al trattamento israeliano, dato anche dal fatto che il conflitto
continuo rende tutta la zona instabile.
Sono stato molto riservato nel parlare dell’interesse
degli israeliani nei miei confronti fino ad oggi, perchè temevo che questo
avesse potuto interferire con le mie cure e che l’argomento avesse
potuto mettere in pericolo la mia famiglia a casa.
Il primo gennaio del 2005 nella stessa parte del campo
dove fui colpito io, cinque giovani sono stati uccisi e la situazione ad
oggi è ancora altamente rischiosa.
L’esercito israeliano continua a pattugliare ed a
imporre il coprifuoco giorno
e notte, a parte per l’approvvigionamento quotidiano.
Infine, vorrei dichiare che la mia priorità ora è di
tornare il prima possibile ad una vita normale, nonostante mi manchi
metà del mio corpo. Non ho perso fiducia di poter condurre una vita normale
nonostante queste difficoltà e di poter migliorare la mia situazione.
Desidero creare una famiglia stabile a cui relazionarsi e che lo supporti,
come qualunque altro essere umano.
. thanx to ahmad and osama and jebreal and maryt. and vanessa