Suona al Live 8.
Ti sentirai più buono
di Gianni Lucini
«Un giorno Dio voleva trovare una soluzione al problema della carestia in Africa e, probabilmente per sbaglio, ha bussato alla porta di Bob Geldof. Quando questo irlandese trasandato ha aperto la porta, dopo qualche perplessità deve aver pensato: Oh, al diavolo, andrà bene anche lui!». Così nel 1985 la rivista “Life” esprimeva il proprio ammirato stupore nei confronti del successo economico e d’immagine del “Live Aid”, il più grande concerto benefico della storia della musica rock.
A vent’anni dall’evento il buon Bob ci riprova il prossimo 2 luglio moltiplicando palchi e artisti. Se nel 1985 erano due, uno a Londra e l’altro a Filadelfia, questa volta sono otto: Londra, Filadelfia, Roma, Parigi, Berlino, Johannesburg, Toronto e Tokio. La kermesse romana sarà al Circo Massimo. L’obiettivo dichiarato è quello di sensibilizzare le coscienze «perché i popoli obblighino i signori del G8 che si terrà il 6 luglio in Scozia, a cancellare il debito dei paesi poveri, per opporsi al distacco più inaccettabile del mondo, quello fra chi ha tutto e chi non ha niente». Fin qui le dichiarazioni, condite da un lungo elenco di personaggi ed eventi nell’evento, dalla riunificazione dei Pink Floyd all’esibizione di Paul McCartney insieme agli U2. Anche sul palco italiano saliranno tanti artisti. Tutto bene, dunque? No, perché i giornali in questi giorni hanno parlato dei primi dubbi e delle prime defezioni. I Rolling Stones hanno già fatto sapere che non ci saranno, senza aggiunte, mentre Damon Albarn dei Blur si è spinto un po’ più in là. Commentando l’installazione a Londra di un’area vip davanti al palco, cui si potrà accedere soltanto pagando 600 euro per un pacchetto che comprende concerto e pernottamento in alberghi esclusivi ha sbottato: «Non voglio prendere parte a un concerto così esclusivo. E’ davvero il modo di aiutare l’Africa?». In più si è scoperto che i soldi incassati dalla vendita dei biglietti londinesi serviranno per le spese d’allestimento del palco e per la diretta televisiva, mica per altro. Il numero di sponsor interessati a partecipare all’evento mondiale è altissimo e comprende aziende di tutti i tipi tanto da far scrivere al “Times” che il giro d’affari è tale da sfuggire al controllo degli organizzatori. Qui da noi Vasco Rossi ha già fatto sapere che non ci sarà, così come Mina, Celentano, Ramazzotti e la Mannoia, tutti interpellati e dati in qualche modo per presenti hanno declinato l’invito con tanti auguri. L’elenco dei perplessi si sta allungando con Jovanotti, De Gregori, Subsonica e altri che chiedono qualche spiegazione in più mentre dopo qualche titubanza Ligabue ha annunciato la sua adesione, così come Baglioni.
Quel che accade in Italia sta avvenendo anche in altre parti del mondo, soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Se in qualche caso si tratta di semplice disinteresse, non può essere casuale che in varie parti del pianeta un numero consistente di gruppi e artisti attivi nel movimento contro la guerra eviti l’evento. Sui palchi in mondovisione ci saranno quasi tutti i divi dello show business, ma la componente più antagonista si terrà fuori.
Che cosa sta succedendo? Succede che Bob Geldof ha smesso da tempo di essere “santo”. E’ stato tiepido sulla guerra in Irak e, insieme al suo amico Bono, si è dimostrato ambiguo su Bush nella recente competizione elettorale americana. Mentre nelle piazze centinaia d’artisti erano impegnati nei tour “Rock Against Bush” e “Vote For Change” entrambi hanno esaltato l’impegno preso dal Presidente per la riduzione del debito. Oggi negli ambienti più impegnati del rock e del pop viene percepito e disegnato più come una sorta di dama di carità che come un combattente impegnato a cambiare lo stato di cose presenti. Non son mancate neppure le critiche nel merito del programma alle quali il nostro ha risposto peggiorando la situazione. A chi gli domandava perché sui palchi dell’evento ci fossero così pochi artisti africani l’ingenuo Bob ha risposto «Ho girato quattordici paesi africani e dovunque amano la stessa musica. In Africa ho ascoltato Eminem e Will Smith…». Come dire che la colonizzazione culturale è un problema secondario e, nel nome della concretezza degli aiuti, si può anche far finta di non vedere che l’evento rischia di essere una straordinaria operazione mediatica delle major globali.
Niente paura, comunque, chi c’è c’è e chi non c’è s’arrangi. Tanto il 2 luglio, quando si accenderanno i riflettori milioni di spettatori nelle loro tranquille case d’Occidente assisteranno ai concerti sentendosi finalmente più buoni. Sono questi i miracoli di Santo Bob.