L’opzione salvador
Scott Ritter
Secondo qualunque standard di giudizio, l’attuale occupazione americana in Iraq risulta essere un disastro. L’ampiamente decantata macchina militare statunitense, apprezzata ed elogiata per la storica marcia compiuta su Baghdad nel Marzo e nell’Aprile del 2003, si trova oggi ad essere un’armata in rotta, con un attegiamento di difesa in un territorio che può parzialmente occupare ma che non riesce a controllare.
L’attacco a tutto campo messo in atto per eliminare la resistenza a Falluja è fallito, lasciando una città devastata dal fuoco americano, e ancora molto nelle mani dei combattenti anti-americani.
Si può dire lo stesso di Mosul, Samarra, o qualunque altro luogo dove i militari americani abbiano deciso di intraprendere azioni “decisive” contro i combattenti, solo per scoprire che, nel giro di giorni, gli scontri si sono ripresentati, più accesi che mai.
E nonostante ciò, sembra che adesso gli Stati Uniti, nello sforzo di attaccare la resistenza in Iraq, si preparassero ad aggravare gli errori commessi con una nuova serie di azioni legate a parte del più oscuro e imbarazzante periodo della storia americana moderna.
Secondo alcune rivelazioni della stampa, il Pentagono sta considerando l’ipotesi di organizzare, preparare e rifonire le cosidette “squadre della morte”: gruppi di assassini iracheni che dovrebbero essere utilizzati come infiltrati per eliminare la leadership della resistenza irachena.
Battezzato Opzione Salvador, in riferimento ad analoghe squadre della morte sponsorizzate dagli USA che negli anni ’80 terrorizzavano la popolazione del Salvador, il piano proposto attualmente affonda le sue radici nel programma di assisinio Phoenix intrapreso durante la guerra in Vietnam. In questo progetto, dei killer guidati da alcuni americani uccisero migliaia di collaboratori dei Vietcong (presunti o accertati).
Forse è un segno della disperazione interna al Pentagono, oppure una sottolineatura della perversione ideologica di coloro che sono al potere, il fatto che l’esercito americano si appigli ai fallimentari programmi del passato per risolvere insolubili problemi del presente.
L’Opzione Salvador comunque non sarebbe, in Iraq, il primo esempio di utilizzo americano dell’omicidio come mezzo di occupazione.
Nei mesi seguenti all’insediamento di Paul Bremer come CPA (Coalition Provisional Authority), nel Giugno 2003, le strade di Baghdad erano gremite di squadre della morte.
Tra le più brutali ed efficienti unità vi erano i membri della Brigata Badr, la milizia armata del partito politico sciita conosciuto come Consiglio Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq, o SCIRI.
Anche se non è riconosciuto pubblicamente, il ruolo giocato dalle varie milizie anti-Saddam nella guerra contro gli elementi restanti del precedente partito Bath al potere (il partito di Saddam) ha offerto un scorcio di quanto è successo e deve ancora succedere: la politica americana rispetto alla de-bathificazione prevede (in modo non manifesto) che gli iracheni facciano il lavoro sporco.
Lo sforzo dello SCIRI per sterminare i fedeli al partito Baath ancora fedeli a Saddam Hussein, o coloro che presumibilmente abbiano commesso crimini contro lo SCIRI stesso e i suoi simpatizzanti, ha attirato l’attenzione del lato “oscuro” del CPA: si tratta di operazioni clandestine guidate dalla CIA e da unità d’elite delle Operazioni Speciali dell’esercito americano.
Tra tutti i vari attori coinvolti in questo spettacolo mortale, la Milizia Badr si è distinta come la più volenterosa ed abile a combattere contro i restanti baathisti. Protette dagli agenti delle operazioni clandestine del CPA, le squadre della morte hanno ucciso dozzine di baathisti dentro e intorno a Baghdad.
Ma l’omicidio di queste persone non ha portato alla pacificazione dell’Iraq. L’attuale resistenza all’occupazione americana dell’Iraq non è stata fondata sulla formale struttura del partito Baath, ma piuttosto su un complesso intreccio di motivazioni tribali e religiose che, dal 1995, si erano fuse nella cellula segreta del partito Baath. Mentre gli americani e i loro alleati SCIRI sono impegnati a spedire all’inferno i baathisti, la resistenza si è tramutata in un genuino movimento popolare di liberazione nazionale in cui la pianificazione strategica generale può benissimo essere il prodotto di ex-baathisti, ma la tattica quotidiana da adottare viene decisa da Shaki tribali o da religiosi locali. Il crescente successo della resistenza è stato attribuito parzialmente al fallimento della politica di de-baathificazione del CPA.
Nello sforzo di ribaltare questa tendenza Bremer ha bloccato questo programma e ha ordinato alle squadre della morte Badr di fermarsi.
Questo cambio politico non può comunque modificare la realtà sul campo. La resistenza, principalmente formata da sunniti, presa di mira dagli assassini del Badr, si è vendicata. In una campagna di omicidi mirati con autobombe e imboscate, la resistenza ha ingaggiato la sua personale politica di terrore contro gli sciiti, visti dai combattenti sunniti come poco più che semplici collaboratori dell’occupazione americana. Avendo iniziato il gioco dell’omicidio politico, gli Stati Uniti si sono trovati una volta di più bloccati da forze interne all’Iraq che non riescono a comprendere e che non saranno mai capaci di battere.
L’Opzione Salvador non funziona a più livelli: il primo e più importante è quello etico e morale.
Mentre è difficile comprendere e capire, figuriamoci giustificare, la tattica utilizzata dalla resistenza irachena, la storia ha dimostrato che la tattica delle imboscate, invece di una lotta diretta, è sempre stata usata dai combattenti per la libertà quando dovevano fronteggiare un illegittimo occupante straniero che deteneva una schiacciante superiorità militare.
Allo stesso modo, la storia celebra la resistenza dei francesi e dei russi contro l’occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale, la resistenza cinese contro l’occupazione giapponese nello stesso periodo, o anche il decennale movimento di liberazione in Vietnam che ha battuto non solo i francesi e gli americani ma anche i governi fantoccio che questi due occupanti avevano tentato di instaurare nel Vientam del Sud.
La storia, d’altro canto, tratta duramente la potenza occupante che usa il terrore per sottomettere la popolazione occupata. Così, mentre è giusto far saltare un treno di militari tedeschi, non è accettabile che i tedeschi per rappresaglia brucino un vilaggio francese.
La storia potrà eventualmente dipingere tutto ciò come lo sforzo legittimo della resistenza irachena di destabilizzare e abbattere le forze di occupazione americana e il governo di collaborazionisti imposto in Iraq.
E la storia condannerà l’immoralità dell’occupazione americana, che ha defraudato i valori e gli ideali del popolo americano legittimando la tortura, la violenza e l’omicidio come mezzo per prolungare un’illegale guerra di aggressione.
Etica a parte, l’Opzione Salvador fallirà semplicemente perchè non può avere successo. Nello sforzo di fronteggiare la resistenza a base sunnita, il Pentagono ha proposto che i membri delle squadre della morte venissero reclutati dalle fila dei movimenti di opposizione kurdi e sciiti.
In 30 anni di dittatura di Saddam, il governo baathista e i suoi organi di sicurezza sono stati molto abili nell’infiltrare agenti nei movimenti di opposizione kurdi e sciiti.
Gli sciiti e i kurdi, d’altro canto, non hanno mai dimostrato storicamente di essere capaci di fare altrettanto con i sunniti. Se qualcosa è diventato chiaro nell’incomprensibile realtà del dopo invasione è che la resistenza irachena conosce infinitamente meglio l’Iraq di quanto non lo conosca l’occupante americano.
Se messa in pratica, l’Opzione Salvador servirà a far crescere la furia di una guerra civile. Così come gli omicidi mirati sponsorizzati dagli americani hanno provocato il rafforzamento e la riorganizzazione della resistenza sunnita, analogamente il tentativo statunitense di creare gruppi kurdi e sciiti spazzerà via ogni ostacolo e permetterà lo scoppio di una guerra civile etnica e religiosa in Iraq.
E’ difficile per un americano accettare il fallimento delle operazioni militari americane in Iraq. Un fallimento che porterà con sè morti e feriti statutinitensi, e ancor più iracheni.
Come americano, ho sperato che ci fosse un modo per l’America di uscire vittoriosa in Iraq, con il nostro onore e la nostra sicurezza nazionale intatti, e l’Iraq stesso una nazione migliore di quella che avevamo “liberato”. Ma è troppo tardi perchè ciò accada. Non abbiamo semplicemente invaso l’Iraq con una scusa, ma abbiamo stravolto il concetto di liberazione rimuovendo Saddam e i suoi scagnozzi dai palazzi del potere e mettendoci occupanti americani. E questi ultimi non solo hanno tenuto aperte le più infami prigioni di Saddam, ma hanno anche messo in atto torture, violenze e abusi che, teoricamente, avremmo dovuto far cessare.
Messi di fronte alla nostra incapacità di gestire una resistenza ben radicata nella popolazione che è cresciuta esponenzialmente nell’ultimo anno, i migliori pianificatori politici americani non sono stati capaci di fare altro che mettere in pratica il proprio programma terroristico: sostenere squadre della morte che non possiamo controllare, che eroderanno ulteriormente il fondamento morale della nostra nazione e che massacreranno ancor più iracheni.
Come americano, spero e prego che il senso comune e la semplice morale prevalgano a Wasghinton D.C., ponendo fine all’Opzione Salvador prima che venga attuata. Se così non fosse, spero che il programma di squadre della morte sponsorizzate dagli americani venga sconfitto. Questo è il massimo del sentimento pro-americano che posso esprimere in questo momento, data la situazione.
Scott Ritter è stato un ispettore senior delle Nazioni Unite in Iraq tra il 1991 e il 1998. Adesso è un consulente indipendente