Iraq: propaganda a senso unico
di alessia lai
Esclusivamente ad appannaggio di Allawi in Iraq
Manovrata dalla NDA nel resto del mondo
La data delle elezioni irachene è sempre più vicina, e quelli che separano gli aspiranti elettori dalle urne sono giorni di propaganda a tappeto. Ma non in Iraq. Mentre i media internazionali -ad uso e consumo delle coscienze annichilite sparse per il globo- da mesi descrivono le prossime consultazioni come la svolta epocale per il Paese, sul territorio interessato regna un’assoluta mancanza d’informazione.
Nessun dibattito pubblico, nessun opuscolo elettorale per aiutare a scegliere tra i 7.471 candidati nelle 111 liste presentate. L’Assemblea nazionale che dovrà
scrivere la nuova Costituzione del Paese verrà eletta alla cieca. La giustificazione di questa mancanza di indicazioni è che i nomi dei candidati vengono tenuti nascosti per il timore di assassinii mirati.
Le sedi dei partiti sono blindate, la campagna elettorale è ‘sotterranea’. Nessun discorso, nessun programma elettorale, qualche slogan in tv e strade
invase da manifesti oscuri quanto colorati. Il centro di Baghdad è tappezzato da manifesti che puntano a evocare le speranze di un Paese ancora in guerra. “Sicurezza” e “Pace” si affiancano quindi a un più pragmatico “Elettricità”. Il tutto affiancato da versetti coranici e foto di leader religiosi in abito da cerimonia, da generali o da discendenti della famiglia reale che sognano di ripristinare la monarchia.
Oltre a questi pochi richiami murali nulla aiuta gli iracheni che decideranno di assecondare la politica voluta dalla Casa Bianca per il loro Paese. In questo deserto informativo il primo ministro interinale Ayad Allawi e gli sciiti sono gli unici a far sentire la propria presenza.
Alleanza irachena unita, la lista principale sciita ha basato la sua campagna elettorale sulla sola immagine del grande Ayatollah Ali al Sistani, l’autorevole leader che – pur non concorrendo – ha ‘benedetto’ i candidati sciiti e mobilitato le moschee. La pratica di affiancare simboli religiosi ai candidati è stata però condannata da molti esponenti della comunità sunnita e dal partito dell’Accordo Nazionale Iracheno, quello del premier Ayad Allawi. L’uomo di
Washington è prevedibilmente il favorito, e forte della sua posizione politica la sta sfruttando per intensificare le apparizioni televisive e la pubblicità sui giornali allineati, gli unici in questo Iraq ‘liberato’. Una
pratica, anche questa, denunciata dai candidati dei partiti minori, che protestano contro l’utilizzo dei media da parte dei membri del governo transitorio quando lo stesso spazio non è garantito ai gruppi politici minori.
Nell’Italietta democratica ci si scanna per la ‘par condicio’, si calcolano le frazioni di secondo in più o in meno che un candidato ha a disposizione in tv. Nell’Iraq post-tirannia si è superato il problema: la propaganda la fanno solo i graditi agli atlantici. Anche se ciò non fosse, comunque, l’esito di questa consultazione è scontato come era scontato quello afgano. Baghdad avrà il suo Karzai, e sarà l’attuale premier allevato negli States a pane e Cia.
La vera propaganda elettorale è quella che i media occidentali fanno nel resto del mondo, imbeccati ad arte dalle fabbriche di consenso. Secondo un sondaggio diramato dalle agenzie di stampa più importanti, la stragrande maggioranza degli iracheni, addirittura l’80 %, dice che si recherà probabilmente a votare il 30 gennaio, “malgrado le violenze”. Il 64%
del campione ha afferma che voterà ”molto probabilmente”, con un calo di sette punti rispetto ad un analogo rilevamento a novembre. Sono saliti
invece di cinque punti coloro che intendono ”probabilmente votare”.
Il rilevamento, realizzato a cavallo fra dicembre e gennaio, è stato curato dall’International Republican Institute (Iri), un’organizzazione satellite del National endowment for democracy. Della NED quindi, organizzazione finanziata dal Congresso e dal Dipartimento di Stato Usa. Una struttura che in sintesi continua le azioni segrete della CIA con altri mezzi: precisamente con 6.000 organizzazioni politiche e sociali sparse in tutto il mondo. ‘Solidarnosc’ in Polonia e ‘Otpor’ in Serbia, i movimenti artefici del ‘passaggio alla democrazia’ dei due Paesi; ‘Pora’ il movimento liberal che ha provocato la recentissima ‘rivoluzione arancione’ filoatlantica in
Ucraina, un vero e proprio colpo di Stato ‘politicamente corretto’. Le strutture, come l’Iri, affiliate al National endowment for democracy si
qualificano “unicamente per offrire assistenza tecnica agli aspiranti alla democrazia nel mondo” . E’ così che questo autorevole istituto di sondaggi diffonde per il globo la notizia che gli iracheni sarebbero ansiosi di
esprimere il loro anelito di libertà recandosi in massa alle urne.
Gli aspiranti alla democrazia irachena, che non stanno certo in Iraq, hanno un alleato in più.
Rinascita, 22 gennaio 2005