IL BEDUINO E IL CAVALIERE
Luciano Ardesi
L’11 ottobre, una decisione del Consiglio europeo dei ministri degli esteri ha archiviato le sanzioni contro la Libia. Una congiuntura internazionale favorevole e il timore italiano per l’immigrazione irregolare hanno consentito a Gheddafi di capitalizzare il proprio cambiamento di rotta in politica estera.
Tra l’estate e l’inizio dell’autunno si è assistito ad una sorta di gara tra gli Stati Uniti e l’Unione europea a chi per primo toglieva le sanzioni. Il presidente americano Bush ha definitivamente cancellato l’embargo commerciale alla Libia, precedendo di un soffio la decisione dell’Ue. Si è ripetuta così la competizione per ottenere dalla Libia il risarcimento per gli attentati degli anni ’80, competizione nella quale la Libia ha decisamente optato per gli Usa.
Impantanato in Iraq, senza più strategia in Medio Oriente e impegnato nella campagna elettorale, Bush ha abbandonato il sogno di un progetto complessivo per il mondo arabo, ma continua la sua politica di penetrazione nei mercati arabi. Con l’entrata a tutto campo delle multinazionali Usa in Libia, il gioco, anche per l’Italia che parte da una posizione privilegiata, si fa più animato. Poco importa, a questo fine, se una parte dell’amministrazione americana non comunica con l’altra. Il dipartimento di stato continua infatti a mantenere la Libia nella lista dei paesi che sostengono il terrorismo: non a caso, è rimasto l’embargo sulle armi.
Forse anche per questo la proposta italiana di togliere l’embargo commerciale, ma non quello delle armi, è stata alla fine superata di fronte alla rapidità della risposta americana e malgrado le reticenze dei paesi scandinavi. L’Ue ha infatti decretato l’annullamento delle misure prese nel 1986 dopo l’attentato in una discoteca di Berlino. Le imprese europee non hanno mai fatto mistero di attendere questo momento per riprendere la vendita di armamenti; del resto hanno già pronto il loro catalogo.
Con il prezzo del petrolio ormai stabilmente al di sopra dei 50 dollari al barile, la Libia è sicuramente un paese solvibile. Gheddafi può quindi acquistare quelle armi che gli consentono di diventare effettivo protagonista nel continente africano, intervenendo nei conflitti regionali con forze di interposizione. In tal modo la svolta in politica estera che lo ha allontanato dal mondo arabo, dal quale ha ricevuto solo delusioni, per inserirlo nel gioco continentale assumerà concretezza e credibilità. A questo puntava il leader della Jamahiriya quando ha rinunciato platealmente a quelle armi di distruzione di massa che non aveva mai posseduto e che non gli sarebbero mai servite per i suoi sogni di grandezza.
È in questo quadro, piuttosto complesso, che si inserisce la politica italiana degli ultimi mesi. È stata questa straordinaria congiuntura a consentirle finalmente di agguantare un successo dopo anni di messa in scena con scarsi esiti. L’ormai ricorrente tragedia degli immigrati irregolari che a ondate arrivano sulle nostre coste ha propiziato gli ultimi accordi. Finora le intese dirette a costringere Tripoli a prendere misure concrete per controllare i migranti che partono dalle sue sponde si erano scontrate con la richiesta libica di mezzi per farvi fronte. Ma i mezzi di trasporto e di sorveglianza, anche se non dotati di armamento, incappavano comunque nell’embargo americano ed europeo, anche dopo la fine delle sanzioni dell’Onu.
Da semplice questione bilaterale, il problema dell’immigrazione ha coinvolto l’insieme dei rapporti tra la Libia e il mondo occidentale
Alla base di tutta l’operazione rimane l’idea che l’immigrazione sia un problema di polizia. La storia, sia recente che antica, smentisce questo presupposto, ma è opportuno che qualcosa di nuovo e di diverso venga fatto. È chiaro che è indispensabile accogliere con umanità e dignità coloro che sono comunque approdati sulle nostre coste. Quello che abbiamo intravisto a Lampedusa – dai centri di… (come definirli? pochi hanno avuto modo di entrarci) alle manette, a coloro che sono imbarcati sugli aerei militari – non è degno di un paese democratico.
Ma è altrettanto chiaro che non basta accogliere i “fortunati” che riescono ad arrivare sulle nostre coste: bisogna soprattutto fermare coloro che organizzano questo commercio, bisogna impedire che il canale di Sicilia diventi la tomba di migliaia di persone gettate a mare. L’Italia pensa di cavarsela obbligando la Libia a non far partire le imbarcazioni che partono dalle sue coste; la Libia, a sua volta, chiede all’Italia di aiutarla, dotandola di mezzi adeguati, a pattugliare le proprie frontiere.
S’invoca poi la cooperazione allo sviluppo. Ma con i tempi che corrono, con “i tagli” alla finanziaria (speriamo che il Miniculpop berlusconiano ci dica con quale parola dobbiamo rimpiazzare “cooperazione”, che sembra essere ormai proibita), è pura fantasia che l’Italia possa avere un ruolo significativo da svolgere su questo versante. Nel gioco tra l’Italia e la Libia saranno comunque gli immigrati a perdere. A parte il commercio, armi incluse, l’Europa sta a guardare, o meglio restringe ancora di più il diritto d’asilo. Chissà se qualcuno spiegherà ai tanti respinti nel mucchio, ai tanti a cui viene negata la possibilità di costruirsi una vita dignitosa, che queste sono le nostre radici… cristiane?!
All’Italia interessa anche la partita di altri immigrati, quelli italiani arrivati in Libia con la conquista coloniale: quei 20mila espulsi nel 1970, da un giorno all’altro, e che ora avranno il visto per rivedere i luoghi dove sono nati e dove hanno vissuto. Il giorno scelto da Berlusconi per aprire il rubinetto del gas, il 7 ottobre, il giorno che il regime di Gheddafi aveva chiamato “il giorno della vendetta”, dell’espulsione insomma, non poteva essere meglio scelto per voltare la pagina della storia.
Intanto si è aperto anche il capitolo degli ebrei libici costretti a fuggire dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, al tempo di re Idriss. Dovremo ora misurare il tempo tra le parole e i fatti, anche perché il contenzioso economico è ancora aperto: ci sono di mezzo le riparazioni di guerra, ci sono i debiti con le imprese italiane, ci sono i beni confiscati agli italiani e ci sono soprattutto i nuovi affari.
Quando ci sono di mezzo i soldi e due giocatori, non si può fare a meno di pensare a chi ha vinto e a chi ha perso. Chi ci guadagna: Gheddafi o Berlusconi? Gheddafi o l’Occidente? Ecco una bella storia da raccontare in un romanzo ambientato nel deserto, sotto una tenda. Lo “sceicco” Gheddafi è già pronto. Chi sarà la fanciulla rapita? L’Italia? Chi sarà il coraggioso che la libererà? Lui, il valoroso Cavaliere!
Nel frattempo, i nostri “orientalisti” dei tempi moderni, in attesa della trama, si sono sbizzarriti a descrivere il personaggio: beduino, visto che osa vivere ancora sotto una tenda; astuto, perché si è fatto riabilitare dopo aver rinunciato ad armi che non aveva; tempista, perché ha utilizzato il panico americano in Iraq. Attendiamo una produzione letteraria per aggiornare la nostra lista di romanzi sahariani (vedi il dossier di questo numero).
Greenstream
Il gasdotto, inaugurato il 7 ottobre da Berlusconi e Gheddafi, porterà all’Italia, entro la fine del 2005 quando sarà a pieno regime, 8 miliardi di metricubi di gas naturale all’anno. Il nostro paese ne consuma circa 77 miliardi l’anno: dunque dalla Libia arriverà un decimo del nostro fabbisogno di gas naturale. Greenstream (Corrente verde), così è stato chiamato, si sviluppa per 520 km sott’acqua ed è il più lungo gasdotto sottomarino del Mediterraneo.
Il gas libico è estratto da due giacimenti, quello di Wafa sul confine algerino a 520 km dalla costa, e quello di Bahr Essalam in mare aperto a 120 km dal litorale. Il gas viene mandato all’impianto di trattamento di Mellitah, a ovest di Tripoli, e da qui prende la via di Gela in Sicilia. Il progetto, varato nel 1999, è stato realizzato dall’Eni in collaborazione con l’ente petrolifero di stato libico (Noc). L’Eni non ha mai interrotto la propria presenza nel paese dal 1959, ben prima dell’avvento di Gheddafi.
Greenstream è il secondo gasdotto che collega l’Italia al Nord Africa, e affianca il Transmed, il gasdotto proveniente dall’Algeria, via Tunisia, che è stato recentemente potenziato. L’impianto italo-libico sembra aver fatto accantonare, almeno per il momento, il progetto attualmente allo studio di un secondo gasdotto dall’Algeria all’Italia, via Sardegna, progetto al quale gli algerini tengono particolarmente.
L’Eni per gli idrocarburi e l’Italia per il commercio sono i principali partner della Libia. La fine delle sanzioni americane e dell’Ue rimette in gioco una concorrenza che si annuncia molto agguerrita. (l.a.)
www.nigrizia.it
. Ora la Libia aspetta ciò che le è stato promesso e forse qualcosa di più, visto che non è più uno “stato canaglia”, secondo la definizione Usa. Come le esperienze precedenti lasciano intuire, tutto si svolgerà con tempi non facilmente prevedibili.