2009

L’assedio di Gaza continua: L’ultima volta che mi hanno ucciso

Un cuore,
due mani,
un cuore pulsante e una mente ancora funzionante.
 
Due occhi abbastanza profondi per mettere a fuoco l’ingiustizia a portata di mira dei cecchini.
Due mani ancora funzionali per accarezzare cuccioli d’uomo figli spersi di un allah minore,
e un cuore aritmico che pompa sangue per una mente poco incline all’indifferenza dinnanzi alla tragedia.
 
Sono vivo, ma questo potrebbe essere tranquillamente il video della mia uccisione:

Quando un proitettile (anche di rimbalzo) vi sfiora una tempia,
vi assicuro è come riceve una sberla a mano aperta da un peso massimo,
qualcosa in grado di mettervi al tappeto.
 
Così due giorni fa, a Khozaa, accompagnando agricoltori palestinesi (noi e loro visibilmente tutti civili disarmati) a lavorare nelle loro legittime terre,
ad una distanza di circa 600 metri dal confine snipers israeliani hanno cercato di ammazzarmi.
I proiettili hanno colpito a meno di mezzo metro da dove mi trovavo. Uno di questi a meno di centimetri dal mio viso.
 
Qualche giorno prima, nonostante la presenza di internazionali,
gli stessi snipers avevano ferito Mohammad al-Buraim, un contadino sordomuto:

Vi prego di prendere visione di questi video e di diffonderli sulla rete.

Parlano chiaro di cosa sia l’assedio israeliano agli occhi di chi non a orecchie per sentire le grida di dolore di questi innocenti quotidianamente macellati
“dall’unica democrazia del medioriente”.
A chi non a naso per non sentire il tanfo di fascismo dietro le maschere di vittime di chi a Tel Aviv muove questi killer vestiti da soldati verso il massacro di gente indifesa,
via terra:
http://www.youtube.com/watch?v=9nkcYaqhpng
 
come via mare:
 
http://www.youtube.com/watch?v=tu8lGTPaMzk
 
http://www.youtube.com/watch?v=87NrkNV_owM
 

 http://www.youtube.com/watch?v=yTUYivihoTE

 
Torneremo presto di nuovo ad accompagnare i contadini palestinesi sui loro campi,
coscienti che morire se per alcuni è questione di sopravvivenza,
per altri un tiro a segno come per puro svago.
 
restiamo umani.
Vik
 
ps.
ringrazio tutti coloro,
i molti che hanno versato anche un poco per contrubuire al nostro attivismo in difesa dei diritti umani violati sopra queste lande mortificate.
Le testimonianze di sostegno e vicinanza sono il nostro stimolo ad andare avanti, nonostante i timori e le minacce di chi ci vorrebbe eliminare.

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Israele arruola brigate di trolls all’assalto dei blog-verita’

Se è vero che la verità è la prima vittima di ogni guerra,
per Israele è priorità assoluta assassinarla. Prima durante e dopo ogni conflitto.
Sotterrarla insieme alle nefandezze dei suoi crimini contro l’umanità.
 
Se giornalisti di caratura internazionale vengono “embedded”
(che suona meglio di “prezzolati”)
sui blog come questo che si sostituiscono alla cronaca ufficiosamente defunta,
vengono inviate le truppe di trolls a infarciti di commenti utili al confronto tipo
“I support Isreal!” o dediti all’insulto più gratuito.
 
 
Segnalo un interessante articolo di Itamar Eichner per il sito israeliano YnetNews.com.
 
Restiamo umani.
 
Vittorio Arrigoni in Gaza
Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/
Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com
telefono: 00972(0)59 8378945
siti della missione: http://www.freegaza.org/ e www.palsolidarity.org
 
I Bloggers si arruolano per la guerra mediatica
Sono all’incirca un migliaio gli ebrei, sia residenti in Israele sia residenti all’estero e di lingua straniera, che hanno aderito come volontari alla chiamata dell’Esercito dei Bloggers creato dal Ministero per l’Integrazione e dal Ministero degli Esteri israeliani con l’obiettivo di inondare la rete di blogs che diffondano opinioni filo-Israele.
Arye Sharuz-Shalicar, trentunenne i cui genitori emigrarono dall’Iran in Germania, è un vero e proprio genio delle pubbliche relazioni. Parla il persiano, il tedesco, il francese e lo spagnolo e se la cava piuttosto bene anche con il russo, il turco, l’arabo e l’italiano.
Sharuz-Shalicar è uno dei soldati in prima linea nel nuovo esercito di bloggers che il Ministero per l’Integrazione, in collaborazione con il Dipartimento di Pubbliche Relazioni del Ministero degli Esteri, ha deciso di istituire subito dopo la conclusione dell’Operazione Piombo Fuso nella Striscia di Gaza.
Il Ministero per l’Integrazione sta reclutando volontari sia tra gli ebrei recentemente immigrati in Israele sia tra quelli che vivono all’estero, che abbiano la possibilità di accedere ad un computer e che parlino almeno una lingua straniera; a questi volontari viene richiesto di dare un contributo per migliorare le relazioni pubbliche di Israele su Internet. Questa campagna è stata ufficialmente lanciata la scorsa settimana.
Nel mirino di questo particolare esercito ci saranno i blogs considerati problematici, commenti e repliche, social networks e sondaggi d’opinione online, i video su Youtube e molto altro.
Il ministro si è detto davvero meravigliato di fronte all’enorme adesione suscitata da questa iniziativa. Più di mille candidati hanno inviato una richiesta di partecipazione, 350 di loro parlano russo, 250 inglese, 150 spagnolo, 100 francese e 50 tedesco. Ma non sono solo queste le lingue padroneggiate dai volontari, che conoscono anche: portoghese, svedese, olandese, italiano, rumeno, ungherese, polacco, greco, bulgaro e danese. Ed hanno offerto il loro aiuto anche ebrei con padronanza del persiano, del turco e dell’arabo. Il ministro ha perfino ricevuto una candidatura da un volontario con conoscenze di cinese.
Il 60% dei candidati è rappresentato da ebrei residenti in Israele, alcuni da molto tempo, altri trasferitisi solo di recente. Nel restante 40% troviamo ebrei che vivono nella Diaspora, israeliani che vivono all’estero e perfino non ebrei che sostengono Israele e che desiderano darsi da fare.
Il Ministero per l’Integrazione ha condiviso tutti i dettagli delle candidature con il Ministero degli Esteri, che ha inviato loro via mail tutte le istruzioni necessarie, compresi alcuni video che potrebbero essere d’aiuto per questa attività.
Il Ministero per l’Integrazione avrà, perciò, la responsabilità del reclutamento, mentre il Ministero degli Esteri quella della gestione dei volontari online. Ogni volta che il Ministero identificherà segnali di tendenze anti-israeliane in un blog in lingua straniera, in un sito di informazione o in qualunque altro tipo di sito web, lo segnalerà immediatamente ai volontari in modo che possano inondarlo di opinioni filo israeliane.
Il Direttore Generale del Ministero per l’Integrazione Erez Halfon ha commentato, “Questa è una straordinaria opportunità per i nuovi ebrei immigrati in Israele, che hanno sempre rappresentato un nucleo sionista molto forte, per sentirsi davvero parte attiva nel dare un contributo al miglioramento dell’immagine di Israele nel mondo. Gli ebrei immigrati di lingua straniera rappresentano una vera e propria risorsa ed è importante che la si utilizzi al meglio. Dal nostro punto di vista è stato come se un’emergenza avesse fatto sentire il suo richiamo e devo dire che sono davvero eccitato di fronte ad una risposta di simili proporzioni”.
Noam Katz, direttore del Dipartimento di Pubbliche Relazioni del Ministero degli Esteri, ha detto, “Stiamo ora riflettendo su come poter utilizzare questi volontari, non solo durante situazioni di conflitto, ma anche in periodi di tregua e regolarità.”
 
DA: YnetNews.com
——–
 
Gaza liberaaa:
 

 
Il Gaza Hacker Team ha colpito gli assassini Livni e Olmert,
andata a dare un occhio al sito del loro partito,
KADIMA, fresco vincitore delle elezioni israeliane:
 
http://www.kadima.co.il:80/
 
 
Restiamo umani,
(e anche un pò Hacker a fin di bene)
Vik

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Il risultato delle elezioni in Israele: un significativo passo verso il fascimo

Mi chiedono dall’Italia con ansia cosa pensano i palestinesi del risultato elettorale in Israele.

A loro poco importa, mutano i governi ma continua la tragedia di un popolo costretto a più di sessant’anni di efferata occupazione.

 

A me, italiano, antifascista e di sinistra,

certo fa specie constatare che i primi tre partiti israeliani che governano il paese appartengono all’estrema destra,

fanatica e fascista. Mi auguro faccia specie anche a voi.

 

Restiamo umani.

 

Vik

-Omar Barghouti scrive:

Da Haaretz, di seguito troverete un’analisi dettagliata dei risultati elettorali di tutti i partiti, raccolti in gruppi in base alle loro posizioni nei confronti delle leggi internazionali e del rispetto dei più basilari diritti umani. Perché crediamo che solamente questi criteri universali dovrebbero essere utilizzati, in Israele come nel resto del mondo, per stabilire chi si possa definire di ‘destra’, di ‘sinistra’, di ‘estrema destra’ ecc. Le modalità usate comunemente in Israele per definire la “sinistra”, la “destra” e il “centro” e il loro utilizzo per descrivere rispettivamente Labor, Likud e Kadima, sono totalmente inesatte e volutamente fuorvianti dal momento che non si basano su alcun criterio oggettivo per definire cosa si intenda per “destra” e per “sinistra”. Purtroppo, però, queste etichette tipicamente israeliane senza alcun vero significato vengono ancora scimmiottiate, parola per parola, dai cronisti, compresi quelli più progressisti, senza che venga mai fatta alcuna riflessione sulla loro esattezza o pertinenza.

 

Su qualunque parametro oggettivo si scelga di basarsi, i risultati elettorali israeliani non possono che portare a mostrare le seguenti categorie:

 

Estrema Destra: (partiti che adottano apertamente piattaforme politiche razziste o fasciste basate sull’espulsione forzata o sulla pulizia etnica dei cittadini palestinesi in Israele, in base alle più svariate condizioni che dipendono dal partito specifico in questione; che giustificano e/o commettono crimini di guerra e gravi violazioni delle leggi internazionali; che non riconoscono le risoluzioni ONU e le leggi internazionali come LE basi per il raggiungimento di una giusta pace; che non riconoscono i tre principali diritti sanciti per i Palestinesi dalle leggi internazionali: (1) diritto alla fine dell’occupazione e al ritiro degli israeliani ai confini stabiliti nel 1967, come da UNSC Res. 242, ivi compreso il ritiro da Gerusalemme Est occupata; (2) diritto riconosciuto ai profughi dall’ONU ad un risarcimento e a poter ritornare alle proprie abitazioni originarie; (3) diritto di completa eguaglianza all’interno di Israele e fine del razzismo istituzionale esercitato nei confronti di tutti i cittadini “non ebrei”):

 

  Yisrael Beitenu: 15 seggi della Knesset (Parlamento)

  National Union: 4

  Shas: 11

  Jewish Home: 3

  Likud: 27

  Kadima: 28

———— ——— ——

  TOTALE (Estrema Destra): 88 seggi   (73% del numero totale dei seggi della Knesset oppure 80% del numero dei seggi ebraici della Knesset)

 

Destra: (partiti totalmente in linea con i principi su cui si basa l’Estrema Destra con l’unica differenza di non rifarsi apertamente alla pulizia etnica come piattaforma politica. Ci sono delle eccezioni, naturalmente, in base a cui parecchi importanti leader dei Labor hanno a volte fatto riferimento alla pulizia etnica, ma mai come vera e propria parte del proprio programma politico, a differenza dei partiti dell’estrema destra):

  

  Labor: 13

  United Torah Judaism: 5

  Meretz: 3

  ———— ——— ——-

  TOTALE (Destra): 21 seggi    (16% del totale oppure 19% dei seggi ebraici)

 

Centro: (partiti che sostengono il completo ritiro dai territori occupati nel 1967, ma si oppongono al diritto di uguaglianza per tutti i cittadini dello stato e al diritto al ritorno. Può sembrare generoso definirli di “centro”, ma…):

 

NESSUN SEGGIO

 

Sinistra: (partiti che sostengono il completo ritiro dai territori occupati nel 1967, il diritto di uguaglianza per tutti i cittadini dello stato e il diritto al ritorno. Si impegnano per una soluzione basata sulla creazione di due stati in pace tra loro, in accordo con le leggi internazionali e i principi dei diritti universali dell’uomo):

 

  United Arab List: 4  (partito completamente palestinese – politicamente di sinistra, ma con politiche sociali di destra)

  Hadash (comunisti) : 4  (da notare che meno dell’1% degli ebrei israeliani ha votato per loro e può essere, perciò, statisticamente considerato come un partito palestinese)

  Balad (democratici nazionali): 3 (partito completamente palestinese)

  ———— ——— ——–

  TOTALE (Sinistra): 11 seggi   (9% del totale)

 

E’ molto importante notare che, in base alle prime informazioni fornite dai media, metà della popolazione palestinese in Israele sembra abbia boicottato le elezioni e che si sia trattato del più grande boicottaggio della storia. Se questo fosse vero, significherebbe che i partiti palestinesi sopra citati rappresenterebbero meno della metà dei palestinesi aventi diritto al voto in Israele!

 

Conclusioni principali:

 

 

(1) La stragrande maggioranza della popolazione ebraica israeliana ha votato per l’estrema destra (considerando anche un notevole aumento del sostegno alla destra fascista)

 

(2) La sinistra israeliana (sionista) non esiste, come prevedibile, come forza politica in Israele

 

(3) Gli UNICI partiti di sinistra in Israele sono partiti completamente palestinesi

 

(4) In Israele c’è un forte consenso ebraico (le uniche eccezioni sono rappresentate da alcuni singoli coraggiosi e moralmente integri e da minuscoli gruppi anti-sionisti) che si muove CONTRO ogni basilare requisito necessario per il raggiungimento di una pace giusta, così come esposto nelle risoluzioni dell’ONU e sostenuto dalla maggior parte dei governi del mondo.

 

 (5) Per la prima volta nella storia delle elezioni parlamentari in Israele, gli elettori palestinesi hanno rifiutato di votare per i partiti sionisti come mai era successo in passato, scegliendo invece di votare per i partiti palestinesi.

 

Cosa si può fare?

E’ fondamentale, in questo momento più che mai, abbandonare la soluzione del doppio stato, morta, immorale e ormai impossibile, per abbracciare quella di un unico stato. Solo col rifiuto di ogni forma di razzismo, di apartheid, di etnocentrismo, di fondamentalismo religioso e di colonialismo e accettando pienamente l’uguaglianza totale e la democrazia, compreso il diritto al ritorno dei profughi, potremo dare vita ad una pace giusta e sostenibile.

La richiesta di una soluzione basata sul doppio stato è diventata ormai una vera cortina di fumo usata per coprire e legittimare la continua occupazione e l’apartheid sionista.

 

Omar

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Il prezzo del prezzemolo

No Arabi No Terrorismo”
“Non c’è pace di fianco agli Arabi”
“La Nazione si fa con il trasferimento (di 1 milione di arabi fuori da Israele)”
“Hebron sempre e per sempre”
“Sradicare le colonie divide la nazione”
 
Questi alcuni slogan che giravano prima delle elezioni “nell’unica democrazia del medioriente”…
Con questi slogan, per lo più razzisti e fascisti, il gruppo israeliano the Hadag Nahash ci ha fatto una canzone:

Il mio pezzo per “Rinascita” di questa settimana:

I palestinesi di Gaza vivono subendo la loro autobiografia senza mai farsi addomesticare. La penna intinta di sangue che traccia i destini delle loro vite è impugnata un nemico acerrimo e distante, che decide la tempistica della nostra agonia in base all’oscillazione di share di un elettorato assetato di sangue. Martedì 10 febbraio ci saranno le elezioni in Israele, e ciò fa qui presagire nuove operazione militari poco prima che si aprano le urne. L’ultimo massacro, qui lo sanno anche i bambini, è stata una carneficina promossa in funzione elettorale dall’attuale governo di Tel Aviv. Più di 1300 morti, il 90% dei quali civili, hanno fatto impennare verso l’alto i consensi di Olmert e Livni, forse non abbastanza per permettere loro di spuntarla su Benjamin Netanyahu, un uomo con la testa a forma di cannone e che al posto dei piedi ha dei cingoli di carro armato. Il programma elettorale di Netanyahu è chiaro e dichiarato: estensione delle colonie in Cisgiordania, guerra aperta e infinita contro Hamas. Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu (“Israele è la nostra patria)” nel caso in cui diventasse effettivamente la terza forza politica alla Knesset, il parlamento israeliano, ha progetti ancora più drastici, ovvero sia lanciare una bomba atomica su Gaza: “Dobbiamo proseguire la guerra fino alla sua distruzione. Dobbiamo fare esattamente ciò che fecero gli Stati Uniti d’America con il Giappone durante la Seconda guerra mondiale, così non ci sarà bisogno di occupare Gaza”. Insomma, siamo messi bene. Olmert, Livni, Barak, Netanyahu, Lieberman, con questi personaggi tranquillamente incriminabili in qualsiasi tribunale per i diritti umani i governali occidentali  imbastiscono cordiali relazioni diplomatiche, mentre con Hamas invece non solo non si parla, ma lo si embarga, e insieme all’unico governo liberamente eletto in Palestina si puniscono collettivamente un milione e mezzo di palestinesi. In questi giorni con i miei compagni dell’International Solidariety Movement abbiamo ripreso le nostre azioni  di interposizione civile non violenta, in sostegno ad una popolazione civile strangolata da un assedio criminale. Israele racconta al mondo di una tregua che non esiste. I contadini non sono autorizzati a coltivare i loro campi, (due gli assassinati dall’esercito israeliano negli ultimi dieci giorni), i pescatori non riescono a pescare nel loro spazio di mare legittimo (diversi i feriti dalla marina di Tel Aviv, l’ultimo quest’oggi, venerdì 6). Martedì ci siamo recati ad Al Faraheen, a est di Kahn Yunis, perchè chiamati da alcuni contadini locali. Ci hanno chiamato perchè non riescono a lavorare nei loro campi: sono costantemente presi di mira dai soldati israeliani. A bombardamenti finiti Israele ha dichiarato 1 chilometro dai suoi confini dentro il territorio palestinese zona militare inaccessibile. Un limite arbitrario e assolutamente illegale, immaginatevi cosa vuol dire a chi dentro quel chilometro ci vive, o ci coltiva la terra per vivere.

Ci siamo recati sul posto con alcuni giornalisti di Peacereporter e una troupe di Rai Tre. Come prassi consolidata dell’ISM, il giorno prima avevamo avvisato i media e l’esercito israeliano sulle nostre intenzioni, e una volta sopraggiunti nell’aera, ci siamo premuniti di vestirci con corpetti catarifrangenti. Nonostante questo, dopo solo un paio di ore di lavoro, soldati israeliani a bordo di quatto jeep si sono posizionati appena oltre il confine e hanno iniziato a bersagliarci di colpi.

Un impressionante numero di proiettile a pochi centimetri dalle nostre teste, civili disarmati chiaramente riconoscibili: attivisti, contadini, e giornalisti. Inutile cercare un contatto via megafono, abbiamo dovuto evacuare l’aera con il fuoco dei cecchini che si faceva più intenso via via che ci allontanavamo.

Martedì eravamo riusciti a caricare solo due carretti di prezzemolo raccolto, ieri, tornati nella zona, è andata meglio, un camion stracolmo, ma ancora una volta abbiamo dovuto lasciare i campi perché presi di mira dai soldati. Per puro caso non ci sono stati feriti, o peggio, nella mia lunga esperienza di attivista per i diritti umani non mi è mai capito di avvertire i proiettili sfrecciare così vicini alle mie orecchie come in questi due giorni. Il vice-console Francesco Santilli, informato dall’Ansa, ci ha contattati poco dopo l’attacco, e ha promesso una protesta ufficiale presso le autorità israeliane, staremo a vedere. Manolo e gli altri amici giornalisti hanno fatto un ottimo servizio, seguite le prossime puntate di “Presa diretta” su Rai Tre per prendere coscienza di quello che si rischia da queste parti nel tentativo di sopravvivere. Che prezzo ha il prezzemolo? Qui a Gaza ha prezzi elevatissimi, non in termini economici, ma di vite umane. Questi lavoratori mettono a repentaglio le loro vite per raggranellare la misera somma di 20 shekels ( 5 dollari) al giorno. Come Anwar Il Ibrim,  27 anni, padre di due figli che dieci giorni fa proprio ad Al Faraheen è stato ucciso, colpito alla testa mentre era impegnato nella raccolta sui campi di prezzemolo. Dopo questo omicidio la maggior parte dei contadini non provano più ad andare a coltivare nei pressi del confine senza la presenza di internazionali come scudi umani a proteggerli. Altri lo fanno ancora, esattamente come quei pescatori che si disinteressano dei pericoli e si arrischiano a pescare in mare sulle loro fragili barchette, più sofferenti nel vedere i ventri smagriti dalla fame dei loro figli che dalle ferite provocate dai proiettili.

Impedire la coltivazione, la pesca, trivellare di colpi i pescherecci, distruggere i sistemi di irrigazione dei campi, sradicare piante e distruggere decine  e decine di ettari ci colture, cecchinare e uccidere pescatori e agricoltori,  fa parte della sistematica oppressione israeliana ai danni dei palestinesi. Una oppressione costante che ha strangolato l’economia, impoverendo la popolazione sino a costringerla a vivere di aiuti umanitari. A volte qualche giovane si stanca di venire ammazzato mentre pacificamente lavora per il mantenimento suo e della sua famiglia. Magari i soldati israeliani gli ammazzano dinnanzi nei campi o in un mare il padre, o un fratello, allora lui si arruola in qualche brigata, spara qualche razzo artigianale verso Israele giusto per dimostrare quanto è vivo e combattivo il popolo, forse più a stesso che al nemico. Per l’assedio genocida a cui costretta Gaza nessun governo occidentale muove protesta, ma per questi “razzi” sparati a caso senza danno dall’Europa all’America si è pronti a legittimare di fatto un massacro come l’ultimo appena subito a Gaza. Sappiamo benissimo, come lo sanno anche a Tel Aviv, che se a contadini e pescatori palestinesi fosse consentito di vivere e lavorare esattamente come i loro colleghi israeliani, non ci sarebbero praticamente nessuno disposto a sparare qassam contro Sderot e Ashkelon. Ma i biografi in divisa militare sotto la stella di David hanno deciso che il prezzo del prezzemolo di Gaza dovrà restare elevatissimo: vite umane e assedio a Gaza, insicurezza dentro i confini israeliani.

Restiamo Umani.

Vik

Solidarietà e un abbraccio di conforto alla sorellina Theresa, rapita dalla marina israeliana mentre in acque palestinesi cercava di trarre in porto la sua missione umanitaria.

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Peacereporter e Presa Diretta con noi a Gaza

Amici reporters di Peacereporter e “Presa Diretta”,
giornalisti che restano umani,
ci hanno accompagnato in una delle nostre azioni di interposizione non violenta a difesa della popolazione civile di Gaza, e si sono presi i proiettili israeliani con noi:
 

Campo di battaglia

Contadini, giornalisti e pacifisti internazionali bersagliati dal fuoco dei cecchini israeliani. La gente di Gaza non ha il diritto neanche di raccogliere il prezzemolo

dal nostro inviato

Oggi i soldati israealiani hanno sparato contro giornalisti italiani, membri del gruppo pacifista International Solidarity Movement (Ism) e contadini palestinesi. La sparatoria e’ avvenuta nella zona agricola a ridosso del villaggio di El Farai’n, a nord di Khan Younis, nel mezzo della Striscia di Gaza, a duecento metri dal confine israeliano.

Il perché i cecchini di Tsahal abbiano preso di mira un gruppo di civili disarmati si potrebbe spiegare pensando a un’azione intimidatoria. Ma non e’ cosi’. Da sempre gli agricoltori e gli allevatori palestinesi che lavorano nei campi al confine sono oggetto del fuoco dei soldati israeliani. Nei giorni scorsi, nella zona dove ci trovavamo, un contadino e’ stato ucciso. Per questo, le colture giacciono incolte nei campi e la popolazione e’ di fatto privata della loro principale fonte di sostentamento. Questa mattina abbiamo accompagnato i membri dell’Ism, un movimento composto da cittadini di numerose nazionalità, tra cui anche l’italiano Vittorio Arrigoni, nei campi di prezzemolo di El Farai’n. La giornata prevedeva un’azione cosiddetta ‘di interposizione non violenta’, una pratica consueta per i movimenti pacifisti che operano nei Territori Occupati: ci si frappone tra l’esercito e i civili palestinesi per consentire alla popolazione di svolgere le loro attivita’, altrimenti limitate dal tiro al bersaglio, alle volte fatale, da parte dei soldati israeliani.

I contadini hanno lavorato indisturbati per circa due ore, mentre una dozzina di pacifisti dell’Ism, alcuni muniti di megafono e casacche catarifrangenti, osservavano eventuali presenze di soldati al di là del reticolato che segna il confine. Intorno a mezzogiorno, due jeep e un veicolo blindato si sono avvicinati alla rete. Alcuni soldati sono scesi e hanno preso posizione nelle postazioni di tiro. Uno, o più probabilmente due di loro, sono saliti sul tetto di uno dei mezzi e hanno cominciato a fare fuoco. I proiettili hanno colpito terra ad alcuni metri da noi, mentre i contadini, che senza la presenza di ‘internazionali’ avrebbero sicuramente corso rischi enormi per la loro vita, si buttavano a terra. Paradossalmente, il luogo piu’ sicuro dove rifugiarsi erano proprio i profondi solchi sul terreno lasciati dai tank e dai bulldozer israeliani, che tutto intorno hanno tagliato i campi e devastato decine di abitazioni. La zona è stata infatti il punto di penetrazione dei mezzi israeliani che hanno diviso in due la Striscia durante l’operazione ‘Piombo Fuso’. Tutto intorno agli appezzamenti le abitazioni contadini portano i segni dell’offensiva. Case frantumate, o perforate da missili, o crivellate dall’artiglieria.

La gragnuola di colpi é durata a lungo. I cecchini continuavano a sparare nella nostra direzione, mentre dal megafono gli attivisti li esortavano, senza successo, a cessare il fuoco: “Nessuno e’ armato. Siamo tutti civili. Non sparate”. A intervalli di qualche minuto, raffiche di decine di proiettili hanno sibilato accanto a noi. Dalle zolle del terreno si levavano nuvole di polvere a meno di due-tre metri. La presenza di pacifisti e giornalisti, tra i quali anche due documentaristi di Rai Tre, Manolo Luppichini e Jacopo Mariani, e’ servita da deterrente per evitare che i contadini venissero feriti o uccisi. Tuttavia, durante una di queste iniziative, negli anni scorsi un attivista britannico e’ morto dopo essere rimasto in coma per sei mesi a seguito del tiro di un cecchino mentre stava accompagnando dei bambini a Rafah. Rachel Corrie, un’altra pacifista britannica é rimasta schiacciata nel 2003 da un bulldozer israeliano. Il vice-console Francesco Santilli, informato dall’Ansa, ci ha contattati poco dopo l’incidente. Gli abbiamo riferito nei dettagli la dinamica dei fatti, sollecitando un intervento, sotto forma di protesta ufficiale, presso le autorità israeliane.

Luca Galassi
Restiamo umani, Vik

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Gaza: massacro o nani e pummarole? Una risposta a Lorenzo Cremonesi

Riceviamo e pubblichiamo da Massimo, (grazie):

Il gia’ grave reportage del Corriere della Sera a firma di Lorenzo Cremonesi,

diffamatorio nei confronti dei Palestinesi

e adulatorio nei confronti di Israele e della sua politica,

 

al momento di essere messo negli ARCHIVI online,

ha subito un INCREDIBILE manomissione,

mutilandolo di quell’unico sprazzo informativo che lo pervadeva :

 

PRIMA DELLA CENSURA :

http://www.corriere.it/esteri/09_gennaio_21/denuncia_hamas_cremonesi_ac41c6f4-e802-11dd-833f-00144f02aabc.shtml

 

 

DOPO LA CENSURA :

http://archiviostorico.corriere.it/2009/gennaio/22/Noi_usati_come_scudi__co_8_090122002.shtml

 

 

I PRINCIPALI RIMANEGGIAMENTI SONO :

 

– il titolo da “…i ragazzini di Hamas…” 

diventa un ben piu’ minaccioso “…i guerriglieri di Hamas…” 

 

– è sparita la frase “…Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile.…”

 

– e infine LA COSA PIU’ GRAVE, è completamente sparita questa testimonianza:

“… spiega Masoda Al Samoun di 24 anni. E aggiunge un dettaglio interessante: «A confondere le acque ci si erano messe anche le squadre speciali israeliane. I loro uomini erano travestiti da guerriglieri di Hamas, con tanto di bandana verde legata in fronte con la scritta consueta: non c’è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo Profeta. Si intrufolavano nei vicoli per creare caos. A noi è capitato di gridare loro di andarsene, temevamo le rappresaglie. Più tardi abbiamo capito che erano israeliani».”

 

 

ciao

Massimo Contini

 

Il mio articolo (integrale) pubblicato ieri da Il Manifesto:

“Il sangue che imbrattava il pavimento del pronto soccorso, in realtà non era sangue. Ma pummarola. A’ pummarola napuletana”, ci dice un pizzicagnolo travestito da medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
“Le vittime negli obitori? non sono corpi umani, sono manichini. Andate a controllare nei negozi del centro. Hamas li ha saccheggiati di manichini e ci ha riempito i cimiteri”  Ci dice commosso un commesso che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. 
“i corpi dei bambini morti? Non erano bambini. Erano dei nani. Degli aguerrittissimi nani da combattimento reclutati dalle brigate Al Qassam” ci dice un beccamorto che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
“Le donne trovate cadaveri sotto le macerie non erano donne, ma mujeaddin di Hamas che avendo saputo preventivamente dell’attacco erano corsi dal barbiere eppoi a farsi un’operazione a Casablanca”  ci dice un visagista che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita.
“Il fosforo bianco in realtà non era fosforo, odorava di eucalipto e veniva buono per farci delle inalazioni. A me ha curato il raffreddore”  ci dice un farmarcista che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. 
 
Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, ha molto da insegnare alle nuove leve del giornalismo,col suo articolo pubblicato il 21 gennaio, pure troppo.
Io che non ho mandanti se non una morbosa ricerca della verità, io che non sono un giornalista prefessionista, non scriverò mai per il corrierone, poco male, mi evito di intrattenere relazioni con redazioni che mi imboccano il pezzo, specie quando il boccone è così indigesto.
Per la casacca che indossato durante tutto il massacro, con ricamata non la scritta PRESS ma
bensì l’emblema della mezza luna rossa, dico a Cremonesi che le bugie hanno le gambe corte, in questo caso peggio, ce le hanno amputate.
Anche io posso benissimo trovare persone disposte a dirmi che è stato hamas e non l’esercito israeliano ha sterminare più di mille palestinesi, e vi assicuro che ve ne sono, specie fra coloro che mangiavano nel piatto ricco  dai corrotti di Fatah e ora sono a dieta. Sta ad un serio ricercatore distinguere una fonte attendibile da un attentato all’informazione.
Nessuna ambulanza durante questi 3 settimane di tragedia è stata utilizzata da ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. Ne sono assolutamente certo, perchè sulle ambulanze c’eravamo io e i miei compagni dell’ISM.
Su quella ambulanze abbiamo rischiato la pelle, e un nostro amico paramedico, Arafa, ci è rimasto. 14 paramedici sono stati uccisi. I soldati israeliani sparavano alle ambulanze certi di quello che facevano, ovvero uccidere civili. Non abbiamo mai concesso ad un solo membro dell’almukawama, la resistenza palestinese, di salire a bordo di uno dei nostri mezzi. Quelli che ci provavano, venivavano spintonati giù, anche quando (ed è accaduto ) il guerrigliero era il marito di una donna che portavamo di corsa in una clinica a partorire.  All’ospedale Al Quds sono tutti di Fatah. lo sanno pure i muri (le pareti infatti sono tapezzate di Arafat. Neanche una icona di Ahmed Yassin), così come allo Shifa. Al Awada di Jabilia invece parteggiano quasi tutti per il Fronte Popolare. E’ una impresa trovare personale medico pro-hamas  lungo tutta la Striscia, prova è che quando Fatah chiamò allo sciopero generale, incrociarono le braccia l’80% dei dottori. Se la resistenza avesse utilizzato gli ospedali come postazioni per combattere i medici li avrebbero fatti evaucare subito, rifiutandosi immediatamente di curare i feriti. Un atteggiamento come quello descritto da Cremonesi nel suo pezzo equivarrebbe ad un suicidio politico per Hamas, e Hamas non vuole suicidarsi, non ha fretta di andare in paradiso, è un movimento ben radicato sulla terra, che desidera ampliare i suoi consensi, quantomeno non disperderli. Scudi umani? A Tal el Hawa durante il massacro io c’ero, e nella zona abita il mio migliore amico, Abu Nader. Suo padre e i suoi amici in effetti sono stati usati come scudi umani, ma non da hamas, bensì dai soldati israeliani che giravano casa per casa a caccia di combattenti (lo hanno già fatto in passato, è una prassi: http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1524 ).
Il conto delle vittime è possibe dimunisca di qualche decina di unità, come è possibile che invece aumenti. Nel raccogliere i dati che puoi riportavo nelle mie corrispondenze da questo inferno non aspettavo certo l’imboccata di hamas, come non accetterai mai l’imboccata di un giornale quando impone che si scriva contro il movimento radicale islamista per porre in secondo piano l’aberrante massacro appena accaduto. Le mie fonti erano le stesse utilizzate dai giornalisti palestinesi e dagli attivisti per i diritti umani locali: fonti ospedaliere indipendenti. Se poi i morti saranno anche cento in meno, non mi metterò a stappare bottiglie di champagne ne derubricherò questo massacro come meno efferato. Al momento ci pensa l’esercito israeliano a smentire Lorenzo Cremonesi: un suo portavoce ha infatti dichiarato al Jerusalem Post che le vittime palestinesi dell’offensiva “Piombo Fuso” su Gaza sono circa 1.300.
 
5 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante i bombardamenti, diversi i feriti.
Distrutta la sede della televisione Al Aqsa, il palazzo al centro di Gaza City che ospita Reuters CNN e Al Jazeera più volte attaccato.
 
Si dice che la verità è la prima a morire durante una guerra.
C’è qualcuno in via Solferino che si cimenta nella profanazione del suo cadavere.
Restiamo umani.
 
Vik

Gaza: massacro o nani e pummarole? Una risposta a Lorenzo Cremonesi Leggi l'articolo »

Corrispondenze umane: a Giulietto Chiesa

Una corrispondenza fra me e Giulietto Chiesa.

Caro Giulietto,

ti sono grato per l’ inquietudine, equivalenza di un empatia rara in questi tempi, per essere rimasto umano.

Dici bene, la guerra non è terminata. Solo i morti ne hanno visto la fine, per i vivi non c’è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza.

Le reiterate e costanti minacce di morte rivolte a me e ai miei compagni dell’International Solidarity Movement se non destassero reale preoccupazione, le avremmo considerate trofei. Evidentemente a chi olia gli ingranaggi della macchina della morte israeliana  dà estremamente fastidio chi da questa parte si impegna così estenuamente per la pace e i diritti umani. Il nostro non sarà un sacrificio invano se consentirà uno stato di allerta verso questo di lembo di terra martoriata e il suo milione e mezzo di abitanti. Una popolazione palestinese che non chiede altro se non di poter godere degli stessi diritti degli israeliani, dei diritti di qualsiasi altro popolo del pianeta. Mi auguro che Frattini, da te sollecitato, distolga un attimo lo sguardo da Sderot e rivolgendolo verso di me si accorga dell’ammasso informe di macerie a cui è ridotta Gaza, e delle lunghe file di minuscole bare bianche contenenti le spoglia di centinaia di bimbi uccisi. Al ministro chiedo che venga concentrata maggiore attenzione e stima verso le migliaia di operatori umanitari distribuiti nei luoghi più caldi del pianeta, magari la stessa cura e ammirazione espressa dal governo ai soldati italiani ipotetici esportatori di democrazia in Afghanistan oggi come in Iraq ieri. Non esigiamo una medaglia, chiediamo solo più protezione. Sulla mia schiena bruciano ancora i dieci punti di sutura necessari a ricucire una ferita riportata a settembre, in seguito ad un assalto dei marins israeliani (link: http://guerrillaradio.iobloggo.com/archive.php?eid=1738&y=2008&m=09). Ero semplicemente al largo del porto di Gaza con degli amici pescatori. A Novembre, sempre in acque palestinese, soldati israeliani mi hanno sparato, rapito, quindi rinchiuso in una pidocchiosa prigione a venti chilometri da Tel Aviv. Dietro le sbarre, il consolato mi fece avere un paio di vestiti di ricambio. Ho ancora la ricevuta, un mese di tempo per ripagarli. Sul mio ferimento e successivo rapimento, nulla, non un fiato dal suo governo, Ministro Frattini. Alla Farnesina non si è mossa un foglia. Ora vogliono uccidermi, le assicuro che prestando i soccorsi sulle ambulanze in questo ultimo mese mi sono reso conto quanto siano essi puntigliosi e puntuali nel sopprimere vite umane. Con il consenso del suo presidente Berlusconi che non ha mancato più volte di tifare per le bombe. Lei lo sa che spesso fra macerie trovavamo i corpi ridotti in poltiglia? i frammenti di ossa più grandi potevano stare in un cucchiaino, lo riferisca al suo presidente. Pensateci, magari la prossima volta che rigirate lo zucchero sorseggiando un caffè assieme. Vogliono ucciderci, ministro Frattini, veda un pò lei se è il caso di trovare cinque minuti di tempo per me sulla sua agenda fitta di incontri diplomatici.

Giulietto, un abbraccio.

Restiamo umani.

Vik

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Lacrime che hanno visto

Il mio articolo per Il Manifesto di sabato:

Ho varcato la soglia di casa, ad Almina, dinnanzi al porto di Gaza city, dopo parecchi giorni. Tutto è rimasto come l’avevo lasciato, la bombola del gas continua a soffrire di anoressia, e rimpinguarla costa troppo, la corrente elettrica resta tagliata da una cesoia straniera.E’ mutato il panorama godibile dalla mie finestre, non riconcilia più il morale affranto dalla miseria di una vita sotto assedio, ma rigira il coltello nella piaga di un trauma irremovibile: la testimonianza di un massacro. Laddove c’era la stazione dei pompieri, a venti metri dal mio uscio, c’è un enorme cratere in cui dei bimbi bighellano come per esorcizzare il terrore dei genitori. Il richiamo alla preghiera del pomeriggio non ha più il conforto del salmodiare del muezzin a cui ero abituato. Chissà dove è finito, se è riuscito a sopravvivere nella sommità di uno dei pochi minareti rimasti in piedi. L’ultima volta che lo avevo ascoltato, questo muezzin anonimo era stato costretto a interrompere la liturgia solenne del suo canto per una tosse catarrosa. Una tosse che conosco bene anche io, i gas delle bombe a Gaza non hanno risparmiato nessuno. Sotto una porta-finestra che da dà su un piccolo balcone ho trovato un messaggio come fosse stato infilato da una mano amica. Di questi stessi volantini il giardino e la strada erano ricoperti. Lasciati cadere dagli aerei israeliani intimano la popolazione palestinese a rimanere allerta ,a prendere coscienza dei muri che hanno occhi e orecchi. “Al minimo atto offensivo contro Israele torneremo a invadere la Striscia di Gaza, quello che avete vissuto in questi giorni non è nulla a confronto di ciò che vi aspetta”. Per strada alcuni ragazzi avevano raccolto questi volantini e ripiegati in modo da farne aeroplanini di carta, cercavano di rimandare il messaggio al mittente. Ahmed al telefono invece mi ha raccontato di un altro gioco degli ragazzi di Gaza, fino a qualche giorno fa si divertivano a riattizzare incendi semplicemente calciando i frammenti delle bombe al
fosforo bianco, di cui tutta la Striscia è stata disseminata. I
residui di questi ordigni ad alto potenziale chimico pare abbiano facoltà incendiarie imperiture: raccolti dopo diversi giorni dalla loro detonazione e agitati, riescono ancora a infiammarsi. I paramedici dell’ospedale Al Quds raccontano come hanno rinunciato subito a cercare di spegnere gli incendi provocati da queste bombe illegali, le fiamme parevano alimentarsi al contatto con l’acqua. ” Il frutto di tutta la merda che ci hanno tirato addosso in queste tre settimane, lo raccoglieremo nel prossimo futuro in tumori e neonati
deformati”, mi ha detto Munir, medico dell’ospedale Al Shifa. Anche il vicinato di Gaza pare preoccuparsi del massiccio impiego di queste armi vietate da tutte le convenzioni internazionali. A Sderot come ad Ashkelon, i cittadini israeliani hanno formalmente richiesto al loro governo delucidazioni  circa le armi utilizzate per massacrarci: è evidente che l’uranio impoverito e il fosforo bianco sparso in maniera criminale sul fazzoletto di terra di Gaza non farà distinzione nel causare malattie genetiche fra ebrei e musulmani. Dovremmo essere in
piena tregua in corso, fatto sta che oggi nel mio letto mi ha destato dal sonno il boato sordo del cannoneggiare di navi da guerra, esattamente come qualche giorno fa. Alcuni temerari pescatori palestinesi stavano provando a lasciare il porto muniti di reti sopra di barchette minuscole. La marina israeliana li ha respinti indietro. Ormai l’unico pesce di cui ci si può cibare a Gaza sono le scatolette di tonno egiziano passate per i tunnel più di un mese fa. Ieri ancora due “danni collaterali”  alle bombe israeliane. Ad est di Gaza city due
bambini sono saltati in aria giocando con un ordigno inesploso.
Testimoni che abbiamo raggiunto parlano di mine posizionate dinnanzi alle macerie delle case di Tal el Hawa. Alcuni artificieri inviati da Hamas le hanno disinnescate e dalla cura con cui ho visto le caricavano sul loro fuoristrada credo che presto anche le brigate di al qassam cercano di restituire quei messaggi di morte al loro legittimo proprietario. Sul tetto della casa di Naema il confine israele palestinese è mai stato così rimarcato. Da una parte le colline verdeggianti costantemente irrigate dei Kibbutz israeliani, dall’altra l’arsura di una terra saccheggiata di sorgenti e pascoli. Naema mi ha
voluto raccontare dei suoi ultimi giorni, una testimonianza olfattiva, tattile e uditiva del massacro, non oculare perché Naema è non vedente. I soldati hanno intimato l’evacuazione del suo villaggio solo una manciata di minuti prima dell’incursione. Gli uomini si sono caricati
sulle spalle i bambini piccoli e con le donne sono fuggiti via. Noema ha scelto di restare per non rallentare la loro fuga, si è rifugiata nella sua casa credendosi al sicuro, ed ha accolto con sè i suoi vicini di casa che non sapevano dove rifugiare: tre donne, un’anziana, e un vecchio paralitico. Tank e bulldozer hanno sconfinato e iniziato a seminare morte, divorandosi ettaro per ettaro, sino ad arrestarsi dinnanzi all’abitazione di Noema. L’edificio in cui vive è il più alto del villaggio perché posto sopra una collinetta, i soldati di Tshal ritenendolo strategicamente posizionato sono entrati e lo hanno occupato per due settimane. “Sono entrati e puntandoci le armi addosso ci hanno spinto in una piccola stanza, dove ci hanno tenuti rinchiusi  a chiave per undici giorni.” Noema continua il racconto: “Durante tutto questo tempo solo due volte ci hanno portato da bere, e il cibo era rappresentato dall’avanzo del rancio dei soldati. Non ci hanno mai consentito di andare in bagno e abbiamo dovuto fare i nostri bisogni in un angolo della stanza. Non ci consentivano di parlare, e venivano a malmenarci quando la notte in cerchio cercavamo di pregare per darci coraggio. A volte venivano a minacciarci facendoci sentire sul corpo le fredde canne delle loro armi, ci intimavano a confessare la nostra alleanza ad hamas altrimenti ci avrebbero ucciso. Ho dato loro il mio telefono cellulare, affinché potessero controllare la mia agenda e le telefonate effettuate. Anche questo gesto non ha arrestato la loro collera.” Al termine dell’undicesimo giorno di prigionia la croce rossa internazionale è finalmente riuscita ad arrivare sul luogo e a trarre in libertà i sei palestinesi dai loro carcerieri. “Non ci hanno permesso di raccogliere niente, a me neanche gli occhiali da sole”, conclude il suo racconto Noema, aggiungendo che una volta tornati a riprendere possesso della loro abitazione, si sono resi conto del furto dei soldati: si sono portati via tutto il loro oro e i soldi nascosti, dopo avere distrutto i loro pochi beni, due di televisori, una radio, un frigorifero, i pannelli solari sul tetto. Ho visto lacrimare gli occhi di quella donna nascosti sotto i suoi nuovi occhiali scuri e mi sono parsi i più vividi che abbia mai veduto. In realtà Noema ha scorto coi suoi spenti molte più cose che una giovane della sua età avrà mai l’occasione di vedere, se non ha la cattiva sorte di nascere sopra questa terra martoriata. Restiamo umani. Vik

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I morti e i vivi di Gaza

il mio articolo per Il Manifesto di oggi:

 

 A Gaza solo i morti hanno visto la fine della guerra. Per i vivi non c’è tregua che tenga alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza. Senza più acqua, senza più gas, senza più corrente elettrica, senza più pane e latte per nutrire i propri figli. Migliaia di persone hanno perduto la casa. Dai valichi entrano aiuti umanitari col contagocce, e si ha come la sensazione che la benevolenza dei complici di chi ha ucciso sia solo momentanea. Domani il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon verrà a visitare Gaza, siamo certi che John Ging, a capo dell’agenzia per i profughi palestinesi, ne avrà da raccontargliene; dopo che Israele ha bombardato due scuole delle Nazioni Unite, ha assassinato 4 suoi dipendenti, ha colpito e distrutto il centro dell’UNRWA di Gaza city, riducendo in cenere tonnellate di medicinali e beni alimentari destinati alla popolazione civile.  Le macerie di Gaza continuano a vomitare morti in superficie. Ieri fra Jabalia, Tal el Hawa a Gaza City  e  Zaitun,  paramedici della mezza luna rossa con l’aiuto di alcuni volontari dell’ISM hanno estratto dalla rovine 95 cadaveri, molti dei quali in avanzato stato di decomposizione. Camminando per le strade della città di Gaza senza più il costante terrore di un bombardamento chirugicamente mirato alla mia decapitazione, tremo ancora  alla vista di cani randaci raccolti in circolo, a ciò che mi si protrebbe parare dinnanzi agli occhi essere il loro pasto. Gli uomini  tirano un sospiro di sollievo e tornano a frequentare moschee e cafè,  facilmente smascherabile  è il loro atteggiarsi alla normalità, per i molti che hanno perso un familiare e per i moltissimi che non hanno più dove abitare. Fingono un ritorno alla routine per incoraggiare le mogli e i figli: in qualche modo bisogna oltrepassare anche a questa catastrofe. Con alcune ambulanze questa mattina ci siamo recati nei quartieri più colpiti della città, Tal el Hawa e  Zaitun, muniti di questionario porta a porta abbiamo stilato l’entità dei danni agli edifici, e le primissime urgenze per le famiglie: medicinali per gli anziani e i malati, e riso, olio e farina, il minimo per alimentarsi. Tutto quello che abbiamo potuto consegnare al momento sono metri e metri di nylon, da apporre alle finestre laddove prima c’erano i vetri a difendere dal freddo. Compagni dell’ISM a Rafah mi hanno informato che la municipilità ha distribuito alcune migliaia di dollari, poca cosa, a quelle  famiglie che hanno visto la loro casa rasa al suolo da bombe che secondo Israle erano destinate alla distruzione dei tunnels.  Al termine del conflitto in Libano, gli Hezbollah staccarano milioni di dollari in assegni per ripagare i civili libanesi rimasti senzatetto. In una Gaza sotto assedio ed ambargo, ciò che Hamas potrà versare come risarcimento alla popolazione “basterà a mala pena a rimettere su un capanno per il bestiame”, mi fa sapere Khaled, contandino di Rafah.

La tregua è unilaterale, quindi Israele unilateralmente decide di non rispettarla. Ieri a Khan Yunis, un ragazzo palestinese ucciso e un altro ferito. A est di Gaza city  elicotteri  innaffiavano di bombe al fosforo bianco un quartiere residenziale. Stessa cosa si è verificata a Jabalia. Oggi, sempre a Khann Younis navi da guerra hanno cannonneggiato su uno spazio aperto, fortunatmanete senza fare feriti e mentre scrivo, arriva la notizia di un incursione di carri armati. Non ci risultano lanci di razzi palestinesi nelle ultime 24 ore.  Giornalisti internazionali sciamano affamati di notizie lungo tutta la Striscia, sono riusciuti a raggiungerci solo oggi. Israele ha concesso loro il lasciapassare a mattanza finita. Quelli arrivati ancora a bombardamenti in corso, hanno seriamente rischiato di rimetterci la pelle, come mi ha raccontato Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere: soldati israeliani  hanno bersagliato di proiettili l’automobile su cui viaggiava. Dinnanzi allo scheletro annerito di ciò che resta dell’ospedale Al Quds di Gaza city, un interdetto reporter della BBC mi ha chiesto come è stato possibile per l’esercito scambiare l’edificio per un covo di terroristi. “Per lo stesso motivo per cui dei bambini in fuga da un palazzo in fiamme, sono entrati nei mirini dei cecchini posti sui tetti dello stesso quartiere in cui siamo ora, cecchini che non hanno esistato a ucciderli spandendo la loro materia cerebrale sull’asfalto”. Ho risposto al giornalista inglese, ancora più accigliato. E’ evidente l’abisso fra noi che siamo testimoni e vittime di questo massacro, e chi ne viene a conoscienza tramite i racconti dei sopravvissuti. Da Roma mi informano che l’Unione Europea avrebbe congelato i fondi per la riscostruzione fino a quando Gaza sarà governata da Hamas.  Lo ha lasciato intendere il Commissario europeo per le Relazioni estere, Benita Ferrero-Waldner.  “Gli aiuti per la ricostruzione della Striscia”, ha detto la diplomatica europea, “potranno arrivare solo se il presidente palestinese Abu Mazen riuscirà ad imporre nuovamente la sua autorità sul territorio” . Per i palestinesi di Gaza questo è un chiaro invito dall’esterno alla guerra civile, ad un colpo di stato. Come un legittimare il massacro di 410 bambini che sono morti perchè i loro genitori hanno scelto la democrazia ed eletto liberamente Hamas. “L’unione Europea ricalca alla perfezione la criminale politica di punizione collettiva imposta da Israele. Perchè non affidano i fondi all’ONU? O a qualche organizzazione governativa?” .”Gli Stati Uniti sono liberi di eleggere un guerrafondaio come Bush, Israele di scegliere leaders con le mani sporche di sangue come Sharon e Nettanyau, e noi popolazione di Gaza non siamo liberi di scegliere Hamas…”, mi suggerisce Mohamed,  attivista per i diritti umani che non ha votato per il movimento islamico; non ho argomenti per contraddirlo. I palestinesi vivi imparano dai morti, imparano a vivere morendo, sin dalla più tenera età. Tregua dopo tregua, la percezione  è quella di una macabra parentesi per contare i cadaveri fra una mattanza e l’altra, verso una pace che non è mai così stata distante.  Perlustrando Gaza city a bordo di un ambulanza, per una volta con la sirena muta, la guerra resta presente impressa nelle rovine di una città saccheggiata di sorrisi  e popolata da sguardi spauriti, occhi che insistono a scrutare il cielo verso aerei ancora incessantemente in volo. All’interno di una casa che coi paramedici abbiamo visitato, sul pavimento ho notato dei disegni in pastello, chiaramente una mano infantile li aveva abbandonati evacuando in fretta e furia. Ne ho raccolto uno, carrarmati, elicotteri e corpi ridotti in pezzi. In mezzo al foglio un bambino ritratto con una pietra riusciava a raggiungere l’altezza del sole e danneggiare una delle macchine della morte volanti. Si dice che il significato del sole in un disegno infantile è  il desiderio di essere, di apparire. Quel sole che ho visto piangeva in pastello rosso, lacrime di sangue. Per lenire questi traumi, una tregua unilaterale basta?  Restiamo umani.  ViK
 

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A Gaza fare l’amore sotto le bombe

Fare l’amore sotto le bombe. Ricordo un amico di Nablous che mi spiegava quanto fosse difficile ritagliarsi un momento di intimità con la propria moglie durante l’occupazione. Una sera mentre se ne stavano teneramente abbracciati un proiettile si era conficcato sulla testiera del letto, ad un palmo dalle loro teste. Di amoreggiare sotto le bombe a Gaza in questi giorni non se parla proprio, e anche il futuro coniugale per le giovani coppie palestinesi si presuppone alquanto difficile, essendo in moltissimi ad avere perso la casa e ora a vivere costretti ammassati nelle scuole dell’UNRWA o stipati con altre 20 persone in un minuscolo appartamento. “Oggi è sabato, stasera a Tel Aviv le giovani coppie vanno a divertirsi nelle discoteche o in spiaggia mentre qui noi non riusciamo neanche a fare l’amore nei nostri letti”, mi dice Wissam, che si è sposato a novembre. “Le luce stroboscopiche però ce le abbiamo anche noi” e mi indica una serie di lampi a Sud, segno di bombardamenti in corso. Ragazzi come Wissam, diciannovenne, diventano padri molto precocemente e già arrivati alla mezza età sono nonni, consci che questa è l’unica immortalità per la Palestina. Mentre dall’esterno si vocifera di una tregua, accettata da Hamas e ancora una volta rispedita al mittente da Israele, gli ultimi due giorni hanno evidenziato una impennata di bombardamenti e conseguenti vittime civili, ieri più di 60 uccisi, una decina fuori da una moschea nell’ora della preghiera. Ciò che preoccupa maggiormente i palestinesi è un cessate il fuoco senza una contemporanea riapertura dei valichi di frontiera. Prima ancora per far filtrare i materiali per la ricostruzione servono alimenti, e far fuoriuscire i feriti gravi. Gli ospedali sono al collasso, lungo tutta la Striscia hanno una capienza massima di circa 1500 posti letto, i feriti al momento in cui scrivo sono 5320. Desta inoltre sfiducia nell’opinione pubblica palestinese l’aver affidato il ruolo d’intermediario all’Egitto, leadership notoriamente servile ai voleri d’Israele. “Perché non si è chiesta l’intermediazione di un paese europeo? Per la risoluzione del conflitto fra Israele e Hezbollah fu fondamentale il ruolo della Germania, paese veramente neutrale”, mi dice sconsolato Hamza, professore universitario. Questa mattina ancora una volta centrata dai tanks israeliani una scuola dell’ONU, a Beit Lahiya, nord della Striscia di Gaza. 14 feriti e due fratellini di 5 e 7 anni ammazzati, Bilal e Mohammed  Al-Ashqar; la loro mamma è sopravvissuta ma ha perso entrambe le gambe. Insieme ad altre migliaia di persone (42mila) si erano rifugiate nella scuole dopo che Israele aveva intimato l’evacuazione dalle loro case. Ritenevano di essere al sicuro, esattamente come i  43 profughi sterminati Il 6 gennaio scorso nel massacro della scuola dell’UNRWA a Jabilia. “Questi due bambini erano innocenti, senza dubbio, così come non c’è dubbio che siano morti”, ha dichiarato il capo dell’ONU a Gaza, John Ging, che da giorni instancabilmente continua a denunciare i crimini di guerra compiuti dai soldati israeliani, invano. I generali israeliani si apprestano a dichiarare al mondo “missione compiuta”. Sono tornato sulle macerie di Tal el Hawa , la parte ancora in piedi dell’ospedale dato alle fiamme dai soldati ha ripreso a funzionare come pronto soccorso e base logistica per le ambulanze. Dai palazzi seriamente danneggiati continuano a trarre fuori feriti da giorni imprigionati fra le rovine. All’ospedale Shifa è ricoverato un bambino di nome Suhaib Suliman, unico superstite di una famiglia di 25 sterminata. Una ragazzina, Hadil Samony, di familiari ne ha persi 11, quando verrà dimessa, non avrà più nessuno che potrà occuparsi di lei. Scusate, qualcuno è in grado di spiegarmi di che missione si trattava? Dalla punizione collettiva alla strage di massa. Un arabo frustrato di nome Raja Chemayel sul suo blog la definisce così: “Prendete un pezzo di terra, lungo 40 chilometri e largo all’incirca…solamente 5 chilometri. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e quattrocentomila abitanti. Dopo di che circondatelo con il mare ad ovest, l’Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e ad est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiaratele guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di lancio per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate e 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo ‘Israele che si difende’. Adesso fermatevi per un momento e dichiarate che “eviterete di colpire la popolazione civile” e definitevi l’unica Democrazia in azione. Sarà un miracolo, da qualunque punto di vista, evitare di colpire quei civili oppure sarà semplicemente una menzogna dal momento che nessuno potrebbe evitare di colpirli a meno che non sia un bugiardo!! Chiamate tutto questo, di nuovo, “Israele che si difende”. E ora arriva la mia domanda: Che cosa succederebbe se questo invasore si rivelasse un bugiardo?? Che cosa accadrebbe a quei civili disarmati?? Come potrebbe perfino Madre Teresa, o addirittura Topolino, con una tale potenza di fuoco, riuscire ad evitare di colpire quei civili in presenza di una tale equazione/situazione/scenario? Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di quelle persone disarmate perché è stato proprio Israele a metterle lì!! E allora chiamatelo genocidio! E’ più credibile”. A parte una paio di leaders brutalmente assassinati, Hamas non ha risentito di questa offensiva, non ha certo perso certo in consensi, semmai ne ha guadagnati. Ogni tanto qualcuno dovrebbe ricordarsi che Hamas non è un gruppuscolo di terroristi, e neanche un partito politico, ma un movimento, e in quanto tale non certo neutralizzabile con una pioggia di bombe a grappolo. Quando domando ai palestinesi un loro parere sulle intenzioni reali di questo brutale massacro, molti rispondono essere in funzione delle elezioni israeliani a febbraio. “Fanno propaganda sulle nostre teste, è sempre stato così alla vigilia di ogni elezione”. One Head one vote. Netanyahu che solo un mese fa pareva essere il vincitore certo, nei pronostici ora è dato per perdente dinnanzi  agli occhi iniettati di sangue di Olmert e Livni. Avigdor Lieberman è leader di Yisrael Beitenu, al momento la quinta forza politica del paese, ma i sondaggi lo danno in forte crescita specie dopo una dichiarazione come questa: Gaza dovrebbe essere cancellata dalle mappe con una bomba nucleare, come hanno fatto gli Americani con Hiroshima e Nagasaki. Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato ieri su Haaretz : “uccidiamo i loro bambini oggi per salvarne tanti domani!”. Temo che il suo “Viaggio alla fine del millennio” sia terminato a bordo di un carro armato parcheggiato dinnanzi ad un ospedale in fiamme. Voltaire invitata a rispettare qualsiasi opinione, io invito a smetterla di gettare i semi dell’odio, che qui innaffiati di sangue alimentano il germe di un risentimento insanabile. Restiamo umani.
Vik

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Le geografie stravolte di Gaza

Si racconta di un anziano signore che uscito di casa per procurarsi del cibo durante una delle rare tregue mattutine, non sia stato più in grado di trovare la via del ritorno. I bombardamenti hanno modificato radicalmente la geografia di Gaza, alterandone insieme il tessuto sociale. Centinaia di famiglie che per anni hanno vissuto una accanto all’altra, costrette a evacuare verso punti cardinali differenti lungo tutta la Striscia, non hanno più alcun contatto fra loro. Raggiungere il quartiere Tal el Hawa, sud est di Gaza city, equivale ad atterrare sopra ad un ambiente lunare. Crateri e collinnette di macerie, i carri armati israeliani si sono ritirati questa mattina dopo 48 ore di assedio lasciando dietro di sè un paeseggio di desolazione, insalubre l’inconfondibile odore della morte. Arrancando fra ciò che resta di interi palazzi e case e le carcasse bruciate di automobili e ambulanze, mi sono messo alla ricerca della casa di Ahmed. Proprio a causa di questo mutamento di interi quartieri messi a ferro e fuoco dai soldati, non è stata impresa facile; ricordavo Ahmed abitare al termine di una strada sterrata, ora mi trovavo a incescepicare su di un fondo terroso di detriti masticati e risputati fuori dai cingoli dei tanks israeliani. Qualora alla fine di questa massiccia offensiva genocida si effettuasse una fotografia satellitare di Gaza city, credo sarebbe arduo convincere qualcuno che si tratta della stessa città fotografata venti giorni prima. Ahmed l’ho riabbracciato è per entrambi è stato come rivedersi dopo tanti anni, al termine di un lungo viaggio, di ritorno da un paese lontano. Purtroppo invece il nostro viaggio al termine della notte non prevede ancora albe che non siano detonate dall’odio di chi ha mobilitato generali e truppe per il nostro sterminio. Il mio amico mi ha mostrato dove è rimasto piazzato il carro armato israeliano per due giorni, proprio dinnanzi a casa sua. Per tutto questo di lasso di tempo la sua famiglia ha vissuto costretta in un sottoscala, con il livido terrore che un colpo di obice seppellisse per sempre le loro esistenze. Solo ieri notte, contraddicendo gli ordine dell’apprensivo padre, Ahmed striciando sul pavimento si è avventurato dinnanzi ad finestra per dare uno sguardo all’inferno circostante. Ha visto il carro armato  muoversi a 30 mentri da lui ed andare a sbattere contro la sacinesca di un supermercato, aprirne una breccia e di seguito smontare dal mezzo corazzato alcuni sodati. Li ha visti recarsi festosi a “fare la spesa”. “Hanno riempito il blindato a tal punto che favecano fatica e rientrarci dentro”. Dopodichè mi ha descritto le risa, i canti di scherno, che per tutta la notte hanno intercalato le esplosioni “Alì, Mohammed, this is a message to your Allah Akbar!”. La resistenza che per alcuni giorni era riuscita stoicamente a limitare l’avanza dei mortiferi mezzi blindati israeliani, si è come eclissata nelle ultime ore. Lo scontro è impari, i Kalashnikov fanno il solletico alle corazze dei tanks, al contraio i colpi di obice riescono a perforare le case da una parte all’altra. Il quartiere residenziale di Abraj Towers, popolato per lo più dalle famiglie dei professori che insegnano alle università di Al Aqsa, notoriamente vicino a Fatah, non ospitano “terroristi di Hamas”. Come ne sono a conoscenza io, è ovvio che ne sono informati anche a Tel Aviv. Non importa loro, il quartiere è stato ridotto un cumulo di decandenti macerie. A fianco dei palazzi colpiti, l’ospedale Al Quds, dato alle fiamme nella giornata di ieri. I miei compagni, volontari dell’ISM, hanno assistito il personale medico nell’avacuare i 300 feriti ricoverati nell’altro ospedale di Gaza city, il principale, lo Shifa. Ci hanno impiegato diverse ore, specie perchè per il trasposto di alcuni pazienti gravissimi sarebbe stato necessario avvelarsi di ambulanza specializzate, che i palestinesi non hanno a disposizione. Con il dottor Dagfinn Bjorklind dell’ong novergese Norwac abbiamo atteso gli ultimi evacuati e posto alcune domande agli infermieri scampati all’incendio dell’ Al Quds. Resoconti agghiaccianti, confermati anche dai miei compagni testimoni oculari. A duecento metri dall’ospedale stavano riversi in strada circa una trentina di corpi, molte donne e bambini, alcuni dei quali ancora in grado di produrre minimi movimenti. Non hanno potuto raggiungerli, cecchini posti sui tetti delle case sparavano a qualsiasi cosa si muovesse. Quei corpi sangunanti per strada, erano civili in fuga dalle loro case colpite e incendiate dalle bombe. Gli snypers israeliani non hanno esisato un secondo a stendirli un volta alla volta, appena inquadrati nell centro dell’occhio del loro mirino, bambini compresi. Vi confido che il mio restatimo umani ha vacillato spesso in questi ultimi giorni, ma resiste. Resiste come l’orgoglio, l’attaccamento alla terra natia intesa come identità e diritto alla autodeterminazione della  popolazione di Gaza, dai professori universitari alla gente incontrata per strada, i medici e gli infermieri, i reporters , i pescatori, gli agricoltori, uomini e donne e adoloscenti,  quelli che hanno perso tutto e quelli che non avevano già più nulla da perdere, fino all’ultimo fiato in gola mi esprimono l’inshallah di una vittoria vicina, il sincero convincimento che le loro radici raggiungono profondità tali da non permetterne la recisione a nessun bulldozer nemico. Mentre scrivo uno schermo televisivo vicino riporta immagini all’interno dell’ospedale Al Shifa, uomini in lacrime si battono le mani sul viso come per arginare lo sfociare di lacrime di disperazione. A Shija’ya, est di Gaza city, un colpo sparato da un carro armato ha mietuto 7 vittime, e 25 feriti. Stavano tutti riuniti in veglia funebre per un lutto che aveva colpito la loro famiglia il giorno precedente. Ieri il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak si è scusato con col segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, per i colpi di artiglieri caduti ieri sulla sede dell’Agenzia Onu per rifugiati palestinesi a Gaza City (fra l’altro costruita con i soldi del governo italiano). “Si è trattato di un grave errore”, queste le sue parole. Non una richiesta di perdono per la famiglie dei 357 bambini palestinesi uccisi sino ad oggi. Evidentemente non si è trattato di un errore. Da un paramedico della croce rossa ho ascoltato il resoconto del loro arrivo sulla scena del massacro di Zaitun. Un bambino, visibilmente denutrito stava accucciato dinnanzi al corpo della madre in avanzato stato di decomposizione. Per quattro giorni si era preso cura di quel corpo come se fosse ancora vivo; l’aveva asciugata dal sangue sulla fronte e strisciando fra le macerie della loro casa si era procupato acqua, pane e dei pomodori, e li aveva messi di fianco al viso della madre morta. Pensava stesse semplicemente dormendo. I soccorsi della croce rossa sono riusciti a raggiungere il luogo del massacro solo parecchi giorni dopo,  perchè impediti dai cecchini israeliani. Credo che basterebbe solo questo di episodio pe far sì che domani, durante la manifestazione di Roma e la marcia di Assisi siano ben visibili cartelli e striscioni che ricordano il 729. Il numero che tutti dovremmo tenere impresso per riconoscere e boicottare i prodotti Made in Israel. Abbiamo l’opportunità di cambiare le cose senza appaltare il nostro desiderio di rimanere umani. Restiamo umani.

Vik

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I gironi danteschi di Gaza

Il mio articolo per Il Manifesto di oggi:

Dante non avrebbe saputo immaginare gironi così infernali come le corsie dei dannati negli ospedali di Jabalia. La legge del contrappasso qui è applicata al rovescio. Tanto più innocente è la vittima tanto meno viene risparmiata dal martirio delle bombe. Al Kamal Odwan, all’ Al Auda, le piastrelle in ceramica dei pronti soccorsi sono sempre belle lustre, gli inservienti hanno sempre un gran da fare a ripulirle dal sangue che gronda dall’incessante via vai di barelle cariche di corpi massacrati. Iyad Mutawwaq stava camminando per strada quando una bomba ha aperto uno squarcio in un edificio poco distante. Insieme ad altri passanti si era precipitato per prestare i soccorsi, mentre una secondo ordigno colpiva il palazzo, uccidendo un padre di 9 figli, due fratelli, e un altro passante che al pari di Iyad era corso sul posto per aiutare i feriti. La solita storia ripetuta, dieci, cento volte. La tecnica preferita di ogni terrorismo ricalcata alla perfezione dall’ esercito di Tsahal. Si lancia un bomba, si attendo i soccorsi, si ribombardano feriti e soccorsi. Per Iyad queste sono bombe americane ma portano l’autografo anche di Mubarack, il dittatore egiziano che qui Gaza fa concorrenza ad Olmert in capacità di catalizzare livore. Dietro il letto di Iyad, un anziano con le braccia ingessate sta disteso con gli occhi fissi al soffitto, non proferisce più parola, mi dicono abbia perso tutto, famiglia e casa. Fissa le crepe di un intonaco che cade a pezzi come per cercare una risposta alla disfatta della sua esistenza. Khaled ha lavorato 25 anni in Israele, prima dell’ultima intifada. Come gratifica Tel Aviv non gli ha concesso una pensione, ma una serie di missili aria-terra sulla sua abitazione; presenta ferite su tutto il corpo da schegge di esplosivo. Gli chiedo dove andrà a vivere una volta dimesso dall’ospedale. Mi risponde dove sta ora la sua famiglia: per strada. Come la sua, numerose famiglie non sanno più dove rifugiarsi. I più fortunati hanno trovato ospitalità da parenti e conoscenti, come abbiamo verificato, ma si può definire vita lo stipare un centinaio di persone in due appartamenti di 3 stanze ciascuno? Due bombe sull’abitazione di Ahmed Jaber hanno messo in fuga la sua famiglia, ma troppo tardi. Una terza esplosione ha sepolto sotto le macerie 7 suoi familiari, e anche due bambini di 8 e 9 anni suoi vicini di casa. Dice “ci hanno fatto fare un salto all’indietro nel 1948. Questo è il supplizio per il nostro attaccamento alla patria. Possono staccarmi le braccia e la gambe dal tronco, ma non mi lasceranno mai abbandonare la mia terra”. Un dottore mi prende in disparte e mi confida che la figlia di 7 anni di Ahmed è arrivata in pezzi, stava contenuta in una minuscola scatola di cartone. Non hanno avuto il coraggio di riferirglielo per non deteriorare le sue già precarie condizioni di salute. In serata anche a Iyad hanno portato via il telefono per non fargli pervenire cattive notizie. Un tank ha centrato la casa della sorella, decapitandola. Alla fine la nostra imbarcazione del Free Gaza Movement non è giunta al porto di Gaza. A 100 miglia dalla meta designata, in acque internazionali, sono stati intercettati da 4 navi da guerra israeliane, disposte a far fuoco e ammazzare il nostro carico di dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani. Nessuno deve osare ostacolare la mattanza di civili che continua ininterrottamente da 3 settimane. A est di Jabilia, dinnanzi al confine, testimoni oculari parlano di decine di corpi in putrefazione per le strade, le loro carni putrescenti sono divorate dai cani. Ci sono anche centinaia di persone impossibilitate a muoversi, diverse ferite; le ambulanze non possono sopraggiungere nell’aera perchè ovunque ci sono cecchini che sparano. I palestinesi sono esausti di schiattare nell’indifferenza generale, e diversi accusano anche croce rossa internazionale e Onu di non fare abbastanza. Di non ottemperare in pieno al loro dovere, di non rischiare la loro vita per salvarne centinaia di altre. Andremo noi dell’ ISM, a piedi, con delle barelle, laddove l’umanità ha oltrepassato i suoi confini e si è eclissata. I soloni coi culi di pietra poggiati nei salotti buoni della politica discettano di strategie belliche e di guerra contro hamas, mentre qua ci stanno letteralmente massacrando. Bombardano gli ospedali, e c’è chi ancora si pronuncia sul diritto di Israele all’autodifesa. In qualsiasi stato che si definisce minimante civile, l’autodifesa è proporzionale all’offesa. In questi 20 giorni abbiamo contato 1075 vittime palestinesi, l’85% civili, più di 5000 feriti, dei quali più della metà sono minori di 18 anni. 303 i bambini orrendamente trucidati. Fortunatamente solo 4 vittime civili israeliane. Come a dire che per Israele il giusto bagno di sangue per vendicare ognuno dei suoi civili ammazzati, è quello di sterminarne almeno 250 della parte avversa. Ditemi se vuoi che se questa sproporzione fra difesa e offesa non vi riporta agli eccidi compiuti come rappresaglia nelle pagine più nere della storia moderna europea. Ma veniamo al punto, di legittima difesa si tratta? Ai Marco Travaglio,  ai Piero Ostellino, ai Pierluigi Battista e agli Angelo Panebianco, che insistono con la loro solfa imputando ad Hamas la responsabilità di questo genocidio in quanto trasgressore della tregua fra Israele e Palestina, vorrei ricordare la posizione delle Nazioni Unite. Il professor Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso idee chiare in proposito: Israele ha di fatto rotto la tregua in novembre sterminando bellamente 17 palestinesi. Nel mese di novembre si erano registrate zero vittime israeliane, zero vittime come in ottobre, come nel mese precedente e quello precedente ancora. Lo ha ricordato recentemente anche il premio Nobel ed ex presidente USA Jimmy Carter. Dispiace, che giornalisti come Travaglio, su cui riponevamo la nostra stima perchè estremo baluardo di una informazione libera e quanto più possibile veritiera, si siano infiltati l’elmetto dell’IDF e intrattengo le masse dinnanzi al tubo catodico dilettandosi nello sport più di moda da queste parti, il tiro a segno sugli infanti. Batto i tasti in un ufficio dell’agenzia di stampa Ramattan, attorno i reporters palestinesi vestono giubbotti antiproiettili ed elmetti. Non tornano ne stanno per recarsi dinnanzi ai carri armati, siedono semplicemente davanti ai loro computer. Due piano più sopra gli uffici della Reuters sono stati appena colpiti da un razzo, due feriti gravi. Quasi tutti i piani dello stabile sono vuoti al momento, sono rimasti i giornalisti più eroici, questo inferno in qualche modo deve continuare a essere raccontato. Poco prima l’esercito israeliano aveva rassicurato la Reuters di non evacuare, di restare negli uffici perchè sicuri. Stamane bombardato e distrutto anche l’edificio delle Nazioni Unite, stabile messo in piedi anche coi soldi del governo italiano. Berlusconi, esisti? Diversi i morti e feriti. John Ging, capo dell’UNRWA, agenzia dell’ONu per i profughi palestinesi, testimone oculare, parla chiaramente di bombe al fosforo bianco. Nel quartiere Tal el Hawa di Gaza city, un’ala ospedale Al Quds è in fiamme, imprigionata dentro insieme ad una quarantina fra medici e infermieri e un centinaio di pazienti anche Leila, nostra compagna dell’ISM. Ci ha raccontato per telefono le loro ultime drammatiche ore. Un carro armato è dinnanzi all’ospedale e cecchini sono ovunque, sparano a qualsiasi cosa si muova. Tutt’attorno la distruzione, nella notte hanno osservato dalle loro finestre un edificio colpito dalle bombe incendiarsi, e udito le urla di terrore di intere famiglie, di bimbi, implorare aiuto. Non hanno potuto muoversi e impotenti, hanno osservato quei corpi arsi dal fuoco riversarsi in strada e ridursi in cenere. L’inferno si è rivoltato e al suo centro nel cuore di Gaza, noi siamo i dannati di un odio inumano. Restiamo umani. 

Vik

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Vittorio Arrigoni: 729

Il mio articolo per Il Manifesto di ieri:

I figli di un Allah minore, che il rifugio nell’abbraccio delle madri e dei padri una folgore dal cielo ha per sempre spezzato, continuano a espiare l’eredità di un odio tramandato di generazione in generazione per una colpa che non hanno mai commesso. I soldati della Stella di David si calano alla perfezione nel ruolo di tanti Erode contemporanei, già 253 i bimbi palestinesi massacrati. Un orrore senza fine, per il quale nessun soldato, nessun ufficiale dell’esercito israeliano, nessun governo israeliano è mai stato messo dinnanzi alle sue responsabilità di criminale di guerra.  Se per qualche ora queste vittime innocenti vengono graziate, non è così per i luoghi che ospitano i loro giochi, i sogni e le ambizioni di diventare adulti, quei padri e quelle madri che a loro sono stati strappati. Gli orfanotrofi sono diventate il nido preferito per gli uccelli meccanici israeliani, negli orfanotroci i caccia vanno a deporre le loro bombe. I compagni dell’ISM da Rafah mi scrivono: “Domenica 11 gennaio, approssimativamente alle 0300 am, caccia F16 hanno bombardato il centro per orfani dell’associazione Dar al-Fadila, che includeva una scuola, un college, un centro informatico e una moschea in Taha Hussein Street, nel quartiere Kherbat al-‘Adas a nord esr di Rafah. Parte degli edifici sono andati completamente distrutti e quelli ancora in piedi sono seriamente danneggiati. La scuola assisteva circa 500 bambini senza più genitori”. La personalissima Jihad israeliana contro i luoghi sacri dell’islam lungo la  Striscia continua, contando la moschea di Kherbat al-‘Adas,  sono  20 le moschee rase al suolo.Fortunamente nessu “razzo” qassam ha ancora sfiorato le pareti di una sinagoga. Siamo certi che altrimenti avremmo giustamente avvertito levarsi al cielo grida di sdegno da ogni angolo del mondo, mentre non ci meravigliamo più se nessuno protesta contro questa massiccia campagna antislamica. Dio deve pagare il dazio di ricevere preghiere dai palestinesi. Quasi 950 vittime, l’85 per cento sono civili. L’infernale macchina di distruzione israeliana continua lentamente ad avanzare ed avvolgere tutta Gaza, abbattendo case, scuole, università, ospedali, senza nessun tangibile segnale ne volontà di sabotaggio da parte della comunità internazionale. Sabotare l’avanzata della morte travestita da thank e caccia per savaguardare la vita. E’ giunto allora il nostro turno, noi, semplici cittadini senza cittadinanza se non quella di ritenerci appartenenti ad una sola unica famiglia, la famiglia umana, è ora che infiliamo un bastone in questo ingranaggio infernale. Ho incontrato il dottor Haidar Eid, professor dell’univesità Al Quds di Gaza city. Un intellettuale di sinistra, coriaeceo e insieme ilare, passionale, generoso, come in Italia non se ne vedono più, estinti o deposti in qualche scantinato della memoria perchè non riciclabili con la linea bipartisan che fa sfilare a braccetto postfascisti e postcomunisti, uniti in comune litania a giustificare Israele per ogni suo massacro.  Haidar dinnanzi a me si fa portavoce del PACBI (The Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel, sito: http://www.pacbi.org/ )  e del BDS (The Boycott, Divestment & Sanctions Campaign National Committee, sito: http://bdsmovement.net/ ) e con lui ho discusso di boicottaggio. La storia insegna ma non ha alunni. E Mandela e il Mahatma Gandhi sono al momento impossibilitati a concedere ripetizioni. Ma c’è la storia specifica del SudAfrica a indicarci la strada per costringere Israele razzista e colonialista e giungere ad un compromesso. Non boicottare allora quel regime di apartheid fu considerato un pò come esserne complici, cosa cambia oggi? Come me, la stragrande maggioranza dei palestinesi, non crede che la miglior risposta all’occupazione israeliana e a questo massacro in corso siano gli attentati, i “kamikaze” e i “razzi”i su Sderot. Il boicottaggio è pacifista, non violento, la migliore risposta umanamente accettabile, all’imbarbarimento di un conflitto che rende disumano ogni gesto. La migliora arma nell’arsenale della non violenza, come ci ha ricordato Naomi Klein  in un recente editoriale su il Guardian. Heidan riesce a trarre qualcosa di positivo dalla pozza di sangue in cui stiamo affondando. Come fu dopo il massacro di Sharpeville, 21 marzo 1960,  quando 78 neri furono fatti a pezzi per volontà di un regime barbaro in Sudafrica, e il mondo si sentì in dovere di dire BASTA!, l’incomparabile massacro di mille civili palestinesi potrebbe dare il via ad una altrettanta  forte campagna di mobilitazione per punire i crimini israeliani. Haidar è anche uno dei fautori di Israele e Palestina uniti in un unico stato, secolare, democratico e interreligioso, per lui unica e pragamatica via di uscita da un conflitto che non vede altri risoluzioni. Più intimamente mi parla della Nakba, che lui ha scampato per pochi hanni, ma intensamente rivissuto nei racconti tramandati per via orale dai suoi familiari. Mi parla a chiare lettere, lui figlio del post-catastrofe, di come la Nakba è stata la tramandazione di un incubo, che ha alimentato l’inconscio collettivo di migliaia di palestinesi. L’incubo si è rifatto vivo, ha bussato sui tetti delle case il 27 dicembre, e da allora non smette di mietere notti insonni. Haidar mi invita a divulgare, e io registro sul mio taccuino lacero, il suo appello per tutti gli italiani a non comprare più alcun prodotto Made in Israel. I prodotti israeliani si riconosco sugli scaffali, imbrattati di sangue, hanno un codice a barre che li contraddistinue: 729 le cifre iniziali. Per ricavare la lista completa dei prodotti è possibile accedere al sito http://www.boycottisraeligoods.org/modules11748.php . Stampatevi la lista, appicciatela sulla porta del frigo o infilatelo nella borsa di vostra madre o vostra moglie quando si recano al mercato con la lista della spesa. “Se compri anche un solo bicchiere d’acqua proveniente da Israele, di fatto compri un anche un proiettile che prima o poi andrà a conficcarsi nel cuore di uno dei nostri figli”. Il movimento di boicattoggio che ha visto la luce nel 2005 in Palestina, sta facendo passi da gigante e si diffonde fra milioni di consumatori nel mondo. Il presidente venezuelano Chavez che ha espluso l’ambasciatore israliano e cessato ogni rapporto con lo Stato che ci sta strangolando è un esempio da incarnare per tutti i politici nostrani.
I leaders sudafricani dell’allora lotta contro il regime d’apartheid , Mandela, Ronnie Kasrils e Desmond Tutu affermano che l’oppressione israeliana contro i palestinesi è di gran lunga peggiore di quella del Sud Africa, voci un tantino più autorevoli di Frattini e Fassino. Diversi ebrei isrealiani si sono uniti alla campagna di boicottaggio, circa 500 finora, fra i quali Ilan Pappe e Neta Golan, sopravvisuti all’Olocausto che gridano “mai più”.  Il poeta israeliano Aharon Shabtai ci istiga ad agire : “Io spero nell’aiuto degli europei, che i discendenti di Voltaire e Rousseau aiutino Israele, perché Israele non finirà l’occupazione fin quando l’Europa non gli dirà “basta”. Solo una pressione da parte dei paesi civili e democratici può cambiare la situazione e riportarci la felicità. La situazione attuale – in cui a dettar legge è l’esercito – non può essere cambiata dall’interno. Per i valori di cui è portatrice, l’Europa non può continuare a collaborare con Israele.”. 729 deve diventare la nostra shoah: mai più!  Restiamo umani.
Vik

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Vittorio Arrigoni a Gaza: avvoltoi e cacciatori di taglie

Il mio pezzo per Il Manifesto di oggi:

Dal mare non più i suoi generosi frutti, nulla dell’amore per i suoi flutti che rispecchiano il cielo, solo la morte portata in dote da navi da guerra che arano il suo spettro liquido. Del mare proviamo a fare ancora corridoio salvifico, una breccia su questa terra martoriata, confiscata e imprigionata, stuprata in ogni suo palmo, ridotta ad un cimitero per salme che non trovano riposo. Da qualche giorno anche i funerali sono diventati target di attacchi dell’aereonautica israliana, come se i palestinesi uccisi meritassero un’ulteriore punizione anche da morti. Se un corridoio umanitario stenta a schiudersi per venire in soccorso ad una popolazione ridotta allo stremo delle forze, ci penserà la “spirit of humanity,” una delle nostre barche targata Free Gaza Movement. Salpata oggi da Larnaca, Cipro, cercherà di condurre sino al porto di Gaza oltre a tonnellate di medicinali una quarantina fra dottori, infermieri, giornalisti, parlamentari europei, attivisti per i diritti umani, rappresentanti 17 diverse nazioni. Esseri veramenti umani, come me, come i tanti in Italia che mi testimoniano la loro indignazione, disposti a rischiare la vita piuttosto che continuare a restare seduti e ignavi nel salotto buono di casa, dinnanzi ad un televisore che rimanda solo una minima parte del massacro che ci sta affliggendo. 

Il 27 dicembre i miei amici ci provarono con la “Dignity”, furono attaccati dalla marina israeliana che tentò di affondarli, lanciato l’ SOS dovettero rifugiare in Libano coi motori in avaria e una falla nello scafo. Per puro caso non ci furono feriti gravi in quell’occasione, ci auguriamo che domani siano rispettate le loro vite e i diritti umani. Ci sono terribili catastrofi naturali a questo mondo, come terremoti e uragani, inevitabili. A Gaza è in corso una catastrofe umanitaria innaturale perpetrata da Israele ai danni di un popolo che vorrebbe ridotto alla più completa miseria, sottomissione. Una popolazione disperata che non trova più il pane e il latte per nutrire i suoi figli. Che non piange neanche più i suoi lutti perchè anche agli occhi è stata imposta una ferrea dieta. Il mondo intero non può ignorare questa tragedia, e se lo fa, non includeteci in questo mondo.  Ogni giorno invochiamo forze che governano sopra di noi affinche fermino questo genocidio in corso, per domani mattina chiediamo solo che la nostra piccola imbarcazione approdi a Gaza con il suo carico di compassione, pace, amore, empatia, che a tutti i palestinesi siano concessi gli stessi diritti di cui godono gli israeliani, e qualsiasi altro popolo del pianeta. Il mare come ancora di speranza, il mare come meta di distruzione. Secondo l’agenzia di stampa Ma’an, e la Reuters conferma, gli Stati Uniti stanno per rifornire di 300 tonnellate di armi Israele, tramite due navi cargo in partenza dalla Grecia. Armi e una grande quantità di esplosivo e detonatori, tutto il necessario per spianare la Striscia da migliaia delle sue abitazioni. Sono già 120 mila gli sfollati da Gaza a Jabalia, ma i più, compresi diversi miei amici non si sono mossi, non sanno dove rifugiarsi. Giornalisti, dottori e becchini. Sono le professioni che lavorano di più qui a Gaza, senza sosta ormai da 16 giorni. Gli avvoltoi, oltre i caccia bombardieri preoccupano e fomentano disprezzo, specie quelli che fino a ieri sedevano sulla stessa sedia del compianto Arafat, e ora anelano a venire a riprendersi il trono sulle ceneri di quel che di Gaza sarà. Siamo giunti a 923 vittime, 4150 i feriti, 255 i bambini palestinesi orribilmente trucidati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Gira voce che Olmert avrebbe fatto sapere ai suoi che il raggiungimento di 1000 vittime civili è il termine ultimo per arrestare questa brutale offensiva infanticida. Un pò come succede alla Vucciria di Palermo, dove i quarti di manzo goccialano sangue all’aperto, e si contratta la carne un tanto al chilo. Le apparizioni di Ismail Haniyeh sullo schermo sono seguitissime dai palestinesi della Striscia. Non si può parlare di tregua senza contemporaneamente prefissare una fine dell’assedio. Continuare ad assediare una Gaza ridotta in macerie, non permettere il confluire di viveri e medicinali, impedire la fuoriuscita di malati e di feriti, significa condannarla ad una più lunga agonia. Questo il sunto delle parole del leader di Hamas, pronunciate stasera da un bunker chissa dove sottoterra, che fanno breccia nell’opionione pubblica gazawi. Il discorso di un leader che avrebbe potuto fuggire a ripararsi altrove, e invece è rimasto qui a prendersi le bombe in testa come chiunque altro. Questo miei prose odierne sono state trocate sul nascere, dalla solita telefonata intimidatoria che ordina l’evocuazione prima di un bombardamento. Mi trovo nel palazzo dove risiedono i principali media internazionali, fra gli altri, Al Jazeera, Ramattan e Reuters. Abbiamo dovuto staccate i pc dalle pareti, precipitarci giù per le scale e riversarci in strada, dove con gli occhi incollati al cielo cerchiamo di scorgere da dove giungerà il fulmine distruttivo. Questa notte non ci saranno telecamere e reporters a documentare il massacro di civili, aleggia il fondato sospetto che le vittime innocenti saranno più del solito. Ancora per strada fisso Alberto e gli strizzo un’occhio, si avvicina e gli sussurrò in un orecchio se ritiene plausibile che le telefonata intimidatoria sia stato un segnale per noi due soli, dopo la scoperta di un sito statunitense di estrema destra che ci ha messo una taglia sulla testa: “ALLERTARE I MILITARI DELL’IDF PER COLPIRE L’ISM 
Numero da chiamare se localizzate i covi di Hamas con i membri dell’ISM. Dall’America chiamate 011-972-2-5839749. Da altri paesi non digitare lo 011. Aiutateci a neutralizzare l’ISM, che è ormai parte integrante di Hamas sin dall’inizio della guerra. BERSAGLIO ISM #1 PER LE FORZE AEREE ISRAELIANE E TRUPPE DI TERRA DELL’IDF: INVITO ALL’OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI (FOTO SOTTO) CHE ATTUALMENTE ASSISTE HAMAS A GAZA.”. Dal sito “stoptheism.com”. Non prendetevi la briga di visitarlo ne tantomeno di linkarlo ai vostri siti. E una testimonianza sociologica da tramandare ai posteri. Analizzando questi tempi, il futuro pronuncerà la sua sentenza inappellabile, di come l’odio fosse il sentimento più puro, e il livore verso il diverso muovesse eserciti e fosse il collante di intere masse di uomini,. Non è necessario che i miei detrattori e chi mi vorrebbe martire compongano quel numero, l’esercito israeliano sa benissimo dove trovarmi anche stanotte, sto sopra le ambulanze dell’ospedale Al Quds in Gaza city. Restiamo umani.

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Sterminio di Gaza: lavori in corso

Il mio articolo per Il Manifesto di oggi:

Alcune famiglie di palestinesi ci hanno consegnato dei volantini, piovuti dal cielo nei giorni scorsi, lasciati cadere dall’aereonautica israeliana in alternativa alle bombe. Volantino n.1, tradotto dall’arabo:  “A tutte le persone residenti in quest’area. A causa delle azioni terroristiche con cui i terroristi presenti nella vostra area stanno aggredendo Israele, le Forze di Difesa Israeliane sono state costrette a reagire immediatamente e ad agire in questo modo nelle vostre zone. Vi esortiamo, per la vostra sicurezza, ad evacuare immediatamente quest’area. Forze di Difesa Israeliane”. In pratica l’esercito israeliano sta passando di casa in case appiccicando sugli usci un avviso di  “lavori in corso”, prima di radere al suolo interi quartieri, affossare per sempre speranze di vita presente e futura. Seppellire sotto tonnellate di macerie chi non ha un posto dove evacuare. Poco fa ci hanno comunicato il lancio di nuovi volantini, avvisano che «la terza fase della guerra al terrorismo sta per iniziare”.  Sono cortesi i vertici militari israeliani, chiedono collaborazione alla popolazione di Gaza, prima di schiacciarli come insetti. Se i volantini non sono abbastanza persuasivi, ci pensa l’aereonautica a bussare dolcemente sui tetti delle case di Gaza. E’ una nuova prassi degli ultimi giorni, piovono bombe un pochino più leggere, abbastanza per scoperchiare i tetti delle abitazioni e invitare gli abitanti all’evacuazione. Dopo due o tre minuti l’aviazione ripassa e non rimane più niente dell’edificio. Evacuare, ma evacuare dove? Non ci sono posti al sicuro lungo su tutta la Striscia, io personalmente temo di più per la mia vita sopra un’ambulanza, o passando di fianco ad una moschea o una scuola,  che dinnanzi ad uno dei palazzi governativa ancora in piedi. Ieri notte a 20 metri da casa mia, i caccia israeliani hanno tirato giù la stazione dei pompieri. Sulla strada parallela al porto ho scoperto stamane dei crateri profondi diversi metri come se fossero piovuti meteoriti in un film di fantascienza. La differenza è che qui gli effetti speciali fanno parecchio male. Girando per i corridoi dell’ospedale Al Shifa, affollati di feriti in attesa di cure, è possibile imbattersi in un dottore dai tratti somatici non propriamente arabi, è  Mads Gilbert, medico norvegese dell’organizzazione non governativa Norwac. Gilbert, anestesista, conferma il sospetto di armi proibite utilizzate da Israele sui civili di Gaza: “molti feriti arrivano con amputazioni estreme, con entrambe le gambe spappolate, che io sospetto siano provate da armi Dime”. Questo mentre Navi Pillay, Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, denuncia “gravissime violazioni che possono costituire crimini di guerra”.  L’ultimo di questi crimini poche ore fa, a Est di Jabalia, una famiglia che si apprestava a evacuare, si stava rifornendo di scorte alimentari in uno dei piccoli negozi ancora aperti, bombardato. 8 vittime, tutte appartenenti alla stessa famiglia, quella di Abed Rabbu, 10 feriti gravi. Fra le persone che incontro per strada l’impressione è quella che Israele abbia deciso di prendersela con calma, le bombe cadono costantemente e le forze di terra avanzano lentamente. I soldati non hanno problemi nel procacciarsi razioni k, le razioni alimentari militari, a differenza  della gente di Gaza che non trova più il pane. I panettieri,  esaurite le scorte di farina, hanno iniziato a mescolarla con quella animale per sfornare le pagnotte. Oppure ci si ciba di quello che qui chiamano pane-penicillina. E’ pane ammuffito, avanzi di produzioni vecchie di settimane, verde di muffa. Lo si mette su un piccolo fuoco ricavato da un paio di ceppi di legno, vi assicuro che non è proprio una prelibatezza. Israele continua a diffondere, specie via internet, immagini riprese dal cielo che dimostrerebbero come i suoi attacchi sono precisi e mirati a “terroristi” o ipotetici magazzini di scorte di armi ed esplosivo. L’altissimo conto di vittime civili, bastano da sole a smentire questi video. Mi chiedo come Israele  possa definirsi civile e democratico, se per  stanare e uccidere un suo nemico nascosto in un edificio popolato, il suo esercito non esitano un attimo ad abbatterlo seppellendoci sotto decine di innocenti. Rifletteteci un attimo, sarebbe come se l’esercito italiano per catturare un pericoloso boss mafioso, iniziasse a bombardare pesantemente il centro di Palermo. Sono 821 i morti palestinesi nel momento in cui scrivo, 93 le donne ammazzate, 235 i bambini. 12 i paramedici uccisi nell’adempimento del loro dovere, 3 i giornalisti morti con la macchina fotografica appesa al collo. Ben 3350 i feriti,  più della metà sono minori di diciotto anni. Secondo il centro Mezan per i diritti umani, noto per la sua attendibilità,sono l’85% delle vittime totali i civili palestinesi massacrati  in due settimane.  Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Se Le Nazioni Unite non riescono a proteggere la popolazione civile palestinese dalle massicce violazioni di Israele agli obblighi umanitari internazionali, ci proveranno i miei amici del Free Gaza Movement, pronti a sbarcare a Gaza fra un paio di giorni. Sono dottori, infermieri e attivisti per i diritti umani, che ritengono loro preciso dovere morale fare quello è possibile per fornire qualche misura di protezione. Ci avevano già provato ad arrivare martedì 31 dicembre sulla Dignity. La marina israeliana aveva speronato la nostra barca, in acque internazionali, tentando di affondarla, successivamente aveva parlato di “incidente”. Attenderò i miei amici con il loro carico di aiuti umanitari fra le macerie di quel che resta del porto, e voglio sperare che non si ripetano altri “incidenti” in alto mare. Il secondo volantino piovuto dal cielo che abbiamo tradotto è una vera chicca (è possibile trovare le foto di entrambi i volantini sul sito http://guerrillaradio.iobloggo.com/): “Ai cittadini di Gaza. Prendetevi la responsabilità del vostro destino! A Gaza i terroristi e coloro che lanciano i razzi contro Israele rappresentano una minaccia per le vostre vite e per quelle delle vostre famiglie. Se desiderate aiutare la vostra famiglia e i vostri fratelli che si trovano a Gaza, tutto quello che dovete fare è chiamare il numero indicato di seguito e darci informazioni riguardo alle posizioni in cui si trovano i responsabili dei lanci dei razzi e le milizie terroriste che fanno di voi le prime vittime delle loro azioni. Evitare che vengano commesse atrocità è ora vostra responsabilità! Non esitate!.. E’ garantita la più totale discrezione. Potete contattarci al seguente numero: 02-5839749.Oppure scriverci a questo indirizzo di posta elettronica per comunicarci qualunque informazione abbiate riguardo a qualsiasi attività terroristica: helpgaza2008@gmail.com “. Molti mi scrivete dall’Italia avvinti dalla frustrazione di non potere fare nulla dinnanzi a questo genocidio in corso. Vi invito a continuare a manifestare la vostra indignazione e a tifare per i diritti umani. Se poi avete 5 minuti  di tempo e un gettone telefonico da spendere, i riferimenti contenuti nell’ultimo velatino potrebbero tornarvi utili per comunicare il vostro pensiero a chi per via area, marina, terrestre, decide cinicamente sul destino di un milione e mezzo di persone. Mai gettone fu speso meglio, quei 235 bambini massacrati ve lo chiedono. Restiamo umani.

Vik

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Vittorio Arrigoni: A Gaza hanno ucciso Ippocrate

Il mio articolo per Il Manifesto di oggi:
 
A Gaza, un plotone di esecuzione ha messo al muro Ippocrate, ha puntato e fatto fuoco.
Le allucinanti dichiarazioni di un portavoce dei servizi segreti israeliani secondo cui l’esercito ha ottenuto via libera a sparare sulle ambulanze perché a bordo presenti presunti membri della resistenza palestinese, danno il quadro di che valore dà alla vita Israele in questi giorni, le vite dei nemici, s’intende. Vale la pena ripassare cosa dichiara il giuramento di Ippocrate, a cui è tenuto ogni medico prima di iniziare a esercitare la professione, in particolare questi passi:  “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: di esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento;  di curare tutti i miei pazienti con eguale scrupolo e impegno indipendentemente dai sentimenti che essi mi ispirano e prescindendo da ogni differenza di razza, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica”. Sono sette fra i dottori e infermieri volontari i camici bianchi uccisi dall’inizio della campagna di bombardamenti, una decina le ambulanze colpite dall’artiglieria israeliana. I sopravvissuti tremano di paura, ma non si tirano indietro. I lampeggianti cremisi delle ambulanze sono gli unici squarci di luce lungo le strade nelle notti oscure di Gaza, esclusi i lampi che precedono le esplosioni. Riguardo a questi crimini, l’ultima denuncia è partita da Pierre Wettach, capo della Croce Rossa a Gaza;  le sue ambulanze sono potute accorrere sul luogo di un massacro, a  Zaiton, est di Gaza city, solo dopo 24 ore dall’attacco israeliano. I soccorritori dichiarano di essersi trovati dinnanzi uno scenario raccapricciante: “quattro bambini piccoli vicini ai corpi senza vita delle loro madri in una delle case. Erano troppo deboli per tenersi in piedi.  E’ stato trovato vivo anche un uomo, anche lui troppo debole per tenersi in piedi. In tutto sui materassi giacevano 12 corpi”. I testimoni di questa ennesima carneficina raccontano come i soldati israeliani, penetrati nel quartiere, hanno radunato le decine di membri della famiglia Al Samouni in un solo edificio e  poi lo hanno ripetutamente bombardato. Con i miei compagni dell’ISM sono giorni che giriamo sulle ambulanze della mezzaluna rossa, abbiamo subito molteplici attacchi e perso un caro amico, Arafa, colpito in pieno da un colpo di obice sparato da un carro armato. Altri tre paramedici nostri amici rimangono ricoverati negli ospedali dove fino a ieri lavoravano. Sulle ambulanze il nostro dovere è raccogliere feriti, non accogliere a bordo guerriglieri. E quando troviamo riverso per strada un uomo ridotto una poltiglia di sangue, non si ha il tempo di controllare i suoi documenti, chiedergli se parteggia per hamas o fatah. Anche perchè quasi sempre i feriti non rispondono, come i morti. Alcuni giorni fa caricando un ferito grave ha cercato contemporaneamente di salire sull’ambulanza anche un altro uomo, ferito in maniera lieve. Lo abbiamo spintonato fuori, proprio perché sia chiaro a chi ci spia dal cielo che non fungiamo da taxi per il trasporto di membri della resistenza, bensì accogliamo sopra le nostre ambulanze solo feriti gravi, il cui rifornimento da parte di Israele non cessa un istante. La notte scorsa è arrivata all’ospedale Al Quds di Gaza City Miriam, 17 anni, in preda alle doglie. Al mattino erano passati nello stesso ospedale suo padre e sua cognata, entrambi cadaveri, vittime di uno dei tanti bombardamenti indiscriminati. Durante la notte Miriam a partorito un bel bimbo, inconsapevole del fatto che mentre lei si trovava in salo parto, un piano più in basso, all’obitorio era giunto anche il giovane marito. Alla fine persino le Nazioni Unite si sono accorte che qui a Gaza siamo come tutti immersi nello stesso catino, bersagli mobili per ogni cecchino. Siamo arrivati a quota 789 vittime, 3300 i feriti, 410 vertono in situazione critica, 230 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Per bocca di John Ging capo dell’Unrwa (Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi), le Nazioni Unite hanno annunciato di sospendere le loro attività umanitarie lungo la Striscia. Ho incrociato Ging negli uffici dell’agenzia di stampa Ramattan, e l’ho visto sdegnato agitare il suo indice accusatorio contro Israele dinnanzi alle telecamere. L’ONU cessa le sua attività a Gaza dopo che due dei suoi operatori sono stati uccisi ieri, beffa vuole durante le tre ore di una tregua che Israele ha annunciato e al suo solito non rispetta. “I civili di Gaza hanno a disposizione 3 ore al giorno per cercare di sopravvivere, i soldati israeliani le restanti 21 per cercare di sterminarli” ho sentito Ging dichiarare a due passi da me. Da Gerusalemme mi scrive Yasmine, moglie di uno dei numerosi giornalisti in fila al valico di Erez, giornalisti ai quali per chissà perchè Israele non concede il lasciapassare per venire qui a filmare e a raccontare l’immane catastrofe innaturale che da tredici giorni ha colpito. Queste le sue parole: “L’altro ieri sono andata a vedere Gaza dal di fuori. I giornalisti del mondo sono tutti ammucchiati su una collinetta di sabbia a un paio di km dal confine. Decine di telecamere che puntano verso di voi. Aeri che ci sorvolano, si sentono ma non si vedono,  sembrano solo illusioni mentali finché non si vede il fumo nero salire all’ orizzonte, Gaza.  La collina e’ diventata anche meta turistica per gli Israeliani di zona. Con grandi binocoli e macchine fotografiche vengono a vedere i bombardamenti dal vivo.” Mentre sto trascrivendo in fretta e furia questa mia corrispondenza una bomba cade nel palazzo a fianco a quello in cui mi trovo. I vetri tremano, le orecchie dolgono, mi affaccio dalla finestre e vedo che hanno colpito l’edificio dove sono raccolti i principali media arabi. E’ uno dei palazzi più alti di tutta Gaza city, l’Al Jaawhara building. Sul tetto tengono fissi una troupe con una telecamera, li vedo ora contorcersi tutti a terra, agitare le braccia invocando aiuto, avvolti da una cappa nera di fumo. Paramedici e giornalisti, le professioni più eroiche in questo spicchio di mondo. All’ospedale Al Shifa ieri sono andato a trovare Tamim, reporter sopravvissuto ad un bombardamento aereo. Mi ha spiegato come secondo lui Israele sta adottando le stesse identiche tecniche terroristiche di Al Al-Qaeda, bombarda un edificio, attende l’arrivo dei giornalisti e dei soccorsi, quindi fa cadere un’altra bomba che fa strage di quest’ultimi. Per questo motivo a suo avviso si sono registrate molte vittime fra i paramedici e i reporters, gli infermieri attorno al suo letto facevano cenni di consenso. Tamim mi ha mostrando sorridendo, i suoi moncherini. Ha perso le gambe, ma è felice d’ essersela cavata, il suo collega  Mohammed è morto con in mano la macchina fotografica, la secondo esplosione lo ha ucciso. Nel frattempo mi sono informato sulla bomba appena caduta nel palazzo qui vicino, sono rimasti feriti due giornalisti, entrambi palestinesi, uno di Libyan tv l’altro di Dubai tv. Giusto un altro sonoro avvertimento da chi esige che questo massacro di vittime civili non venga in alcun modo raccontato. Non mi resta che augurarmi che nel quartier generale dei vertici militari israeliani non si legga Il Manifesto, ne vi siano affezionati visitatori del mio blog.
Restiamo umani.
Vik

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Vittorio Arrigoni: “non lascerò il mio paese!”

Il dentifricio, lo spazzolino, le lamette e la mia schiuma da barba. I vestiti che indosso, lo sciroppo per curarmi una brutta tosse che mi affligge da settimane, le sigarette comprate per Ahmed, il tabacco per il mio arghile. Il mio telefono cellulare, Il computer portatile su cui batto ebefrenico per tramandare una testimonianza dell’inferno circostante. Tutto il necessario per una vita umile e dignitosa a Gaza, proviene dall’Egitto, ed è arrivato sugli scaffali dei negozi del centro passando attraverso i tunnel. Gli stessi tunnel che caccia F16 israeliani hanno continuato a bombardare massicciamente nelle ultime 12 ore, coinvolgendo nelle distruzioni le migliaia di case di Rafah  vicini al confine. Un paio di mesi fa mi sono fatto sistemare tre denti malconci, alla fine dell’intervento ricordo che ho chiesto al mio dentista palestinese dove si procurava tutto il materiale odontotecnico, anestetico, siringhe, corone in ceramica e ferri del mestiere, sornione, il dentista mi aveva fatto un cenno con le mani: da sotto terra. Non vi è alcun dubbio che attraverso i cunicoli sotto Rafah passavano anche esplosivo e armi, le stesse che la resistenza sta impiegando oggi per cercare di arginare le temibile avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ma è poca cosa rispetto alle tonnellate di beni di consumo che confluivano in una Gaza ridotta alla fame da un criminale assedio. Su internet è facile reperire  foto che documentano come anche il bestiame passava per i tunnel al confine con l’Egitto. Capre e bovini addormentati e imbragati venivano fatti calare in un pozzo egiziano per riemergere da quest’altra parte e rifornivano di latte, formaggi e carne. Anche i principali ospedali della Striscia si approvvigionavano clandestinamente al confine. I tunnel erano l’unica risorsa che ha consentito alla popolazione palestinese di sopravvivere all’assedio; un assedio che qui, ben prima dei bombardamenti, causava un tasso di disoccupazione del 60%, e  costringeva l’80% delle famiglie a vivere di aiuti umanitari. I nostri compagni dell’ISM a Rafah ci descrivono l’ennesimo esodo a cui stanno assistendo. Carovane di disperati che su carretti trainati da muli o sopra mezzi di fortuna stanno lasciando le loro case dinnanzi all’Egitto. Copione già visto, i giorni precedenti erano piovuti dal cielo volantini che intimavano l’evacuazione, Israele mantiene sempre le sue minacce, ora stanno piovendo bombe. Gli sfollati di oggi passeranno la notte da parenti, amici e conoscenti a Gaza. Nessuno si fida più ad andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite, dopo il massacro di ieri a Jabalia. Moltissimi però non si sono mossi, non hanno alcuno posto dove riparare. Passeranno la notte pregando un Dio che li scampi alla morte, dato che nessun uomo pare interessarsi alle loro esistenze. A ora sono 768 i morti palestinesi, 3129 i feriti, 219 i bambini ammazzati. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. A Zaytoun, quartiere a Est di Gaza city, le ambulanze delle Croce Rossa hanno potuto accorrere sul luogo di una strage solo dopo diverse ore, dietro coordinamento dei vertici militari israeliani. Quando sono arrivati, hanno raccolto 17 cadaveri, e 10 ferititutti appartenenti alla famiglia Al Samoui. Una esecuzione perfetta, nei corpicini dei  bambini morti, è possibile notare non schegge di esplosivo, ma fori di proiettile.  Le ultime due notti negli ospedali di Gaza city sono state più tranquille del solito, abbiamo soccorso decine di feriti e non centinaia. Evidentemente dopo la strage della scuola di  Al Fakhura l’esercito israeliano ha sfondato il budget quotidiano di morti civili da offrire in pasto ad un governo assetato di sangue in vista delle imminenti elezioni. Abbiamo sentore che già da stanotte torneranno a riempire fino a far scoppiere gli obitori. A sirene spiegate continuiamo a scortare negli ospedali  donne gravide che partoriscono prematuramente. Come se la natura , la conservazione della specie induca queste madri coraggio ad anticipare la messa al mondo di nuove vite per sopperire al crescente numero di morti. Il primo vagito di questi neonati, quando sopravvivono, sovrasta per un attimo il boato delle bombe. Leila, compagna dell’ISM, ha chiesto ai figli dei nostri vicini di casa di scrivere dei pensieri sull’immane tragedia che stiamo vivendo. Questi alcuni stralci dei loro termini, gli orrori della guerra osservati da uno sguardo puro e innocente, quello dei bambini di Gaza: Da Suzanne, 15 anni:“La vita a Gaza è molto difficile. In realtà non si può descrivere tutto. Non possiamo dormire, non possiamo andare a scuola o studiare. Proviamo molte emozioni, a volte abbiamo paura e ci preoccupiamo perché gli aerei e le navi colpiscono 24 ore su 24. A volte ci annoiamo perché durante il giorno non c’è elettricità, e la notte ce l’abbiamo solo per circa quattro ore, e quando c’è, guardiamo il notiziario in TV. E vediamo bambini e donne feriti o morti. Così viviamo l’assedio e la guerra.” Da Fatma, 13 anni: “E’ stata la settimana più difficile della mia vita. Il primo giorno eravamo a scuola, a dare l’esame del primo trimestre, poi sono iniziate le esplosioni e molti studenti sono stati uccisi o feriti, e gli altri sicuramente hanno perso un parente o vicino. Non c’è elettricità, cibo o pane. Che possiamo fare – sono gli israeliani! Tutti nel mondo festeggiano il nuovo anno, anche noi lo festeggiamo ma in modo diverso.” Da Sara, 11 anni : “Gaza vive in un assedio, come in una grande prigione: niente acqua, niente elettricità. La gente ha paura e non dorme la notte, e ogni giorno nuove persone vengono uccise. Fino ad ora, più di 700 sono state uccise e più di 3000 ferite. E gli studenti davano gli esami del primo trimestre, così Israele ha colpito le scuole, il Ministero dell’educazione, e molti ministeri. Ogni giorno la gente chiede quando finirà, e aspettano altre navi di attivisti come Vittorio e Leila.” Da Darween, 8 anni “Sono un bambino palestinese e non lascerò il mio paese così avrò molti vantaggi perché non lascerò il mio paese e sento il rumore di razzi così non lascerò il mio paese!.” Meriam ha quattro anni. I suoi fratellini le hanno chiesto: “Cosa provi quando senti I razzi?” E lei ha detto: “Ho paura!”, e subito è corsa a nascondersi dietro le gambe del papà. Gaza è tristemente avvolta nell’oscurità da dieci giorni, solo negli ospedali ci è concesso ricaricare computer e cellulari, e guardare la televisione con i dottori e i paramedici in attesa di una chiamata di soccorso. Ascoltiamo i boati in lontananza, dopo qualche minuto le reti satellitare arabe riferiscono esattamente dove è avvenuta l’esplosione. Spesso ci riguardiamo sullo schermo trarre fuori dalle macerie corpi, come se non bastasse averli visti in diretta. Ieri sera col telecomando ho scanalato sono una televisione israeliana. Davano un festival di musica tradizionale, con tanto di soubrette in vestiti succinti e fuochi artificiali finali. Siamo tornati al nostro orrore, non sullo schermo, ma sulle ambulanze.  Israele ha tutti i diritti di ridere e cantare anche mentre massacra il suo vicino di casa. I palestinesi chiedono solo di morire di una morte diversa, che so, di vecchiaia. Restiamo umani.

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Vittorio Arrigoni: fionde contro bombe al fosforo bianco

“Prendi dei gattini, dei teneri micetti e mettili dentro una scatola” mi dice Jamal, chirurgo dell’ospedale Al Shifa, il principale di Gaza, mentre un infermiere pone per terra dinnanzi a noi proprio un paio di scatoloni di cartone, coperti di chiazze di sangue. “Sigilla la scatola, quindi con tutto il tuo peso e la tua forza saltaci sopra sino a quando senti scricchiolare gli ossicini, e l’ultimo miagolio soffocato.” Fisso gli scatoloni attonito, il dottore continua “Cerca ora di immaginare cosa accadrebbe subito dopo la diffusione di una scena del genere, la reazione giustamente sdegnata dell’opinione pubblica mondiale, le denunce delle organizzazioni animaliste…” il dottore continua il suo racconto e io non riesco a spostare un attimo gli occhi da quelle scatole poggiate dinnanzi ai miei piedi. “Israele ha rinchiuso centinaia di civili in una scuola come in una scatola, decine di bambini, e poi la schiacciata con tutto il peso delle sue bombe. E quale sono state le reazioni nel mondo? Quasi nulla. Tanto valeva nascere animali, piuttosto che palestinesi, saremmo stati più tutelati.”
A questo punto il dottore si china verso una scatola, e me la scoperchia dinnanzi. Dentro ci sono contenuti gli arti mutilati, braccia e gambe, dal ginocchio in giù o interi femori, amputati ai feriti provenienti dalla scuola delle Nazioni Unite Al Fakhura di Jabalia,  più di cinquanta finora le vittime. Fingo una telefonata urgente, mi congedo da Jamal, in realtà mi dirigo verso i servizi igienici, mi piego in due e vomito. Poco prima mi ero intrattenuto in una discussione con il dottor Abdel, oftalmologo, circa i rumors, le voci incontrollate che da giorni circolano lungo tutta la Striscia secondo le quali l’esercito israeliano ci starebbe tirando addosso una pioggia di armi non convenzionali, vietate dalla Convenzione di Ginevra. Cluster bombs e bombe al fosforo bianco. Esattamente le stesse che l’esercito di Tsahal utilizzò nell’ultima guerra in Libano, e l’aviazione USA a Falluja, in violazione delle le norme internazionali. Dinnanzi all’ospedale Al Auda siamo stati testimoni e abbiamo filmato dell’utilizzo di bombe al fosforo bianco, a circa cinquecento metri da dove ci trovavamo, troppo lontano per essere certi che sotto gli Apache israeliani ci fossero dei civili, ma troppo tremendamente vicino a noi. Il Trattato di Ginevra del 1980 prevede che il fosforo bianco non debba essere usato direttamente come arma di guerra nelle aree civili, ma solo come fumogeno o per l’illuminazione. Non c’è dubbio che utilizzare quest’arma sopra Gaza, una striscia di terra dove si concentra la più alta densità abitativa del mondo, è già un crimine a priori. Il dottor Abdel mi ha riferito che all’ospedale Al Shifa non hanno la competenza militare e medica, per comprendere se alcune ferite di cadaveri che hanno esaminato siano state prodotte effettivamente da proiettili al fosforo bianco. A detta sua però, in venti anni di mestiere, non ha mai visto casi di decessi come quelli portati all’ospedale nelle ultime ore. Mi ha spiegato di traumi al cranio, con fratture a  vomere, mandibola, osso zigomatico, osso lacrimale, osso nasale e osso palatino che indicherebbero l’impatto di una forza immensa con il volto della vittima. Quello che ha detta sua è totalmente inspiegabile, è la totale assenza di globi oculari, che anche in presenza di traumi di tale entità dovrebbe rimanere al loro posto, almeno in tracce, all’interno del cranio. Invece stanno arrivando negli ospedali palestinesi cadaveri senza più occhi, come se qualcuno li avesse rimossi chirurgicamente prima di consegnarli al coroner. Israele ci ha fatto sapere che da oggi ci è generosamente concessa una tregua ai suoi bombardamenti di 3 ore quotidiane, dalle 13 alle 16. Queste dichiarazioni dei vertici militari israeliani vengono apprese dalla popolazione di Gaza, con la stessa attendibilità dei leaders di Hamas quando dichiarano di aver fatto strage di soldati nemici. Sia chiaro, il peggior nemico dei soldati di Tel Aviv sono gli stessi combattenti sotto la stella di Davide. Ieri una nave da guerra al largo del porto di Gaza, ha individuato un nutrito gruppo di guerriglieri della resistenza palestinese muoversi compatto intorno a Jabalia e ha cannoneggiato. Erano invece dei loro commilitoni, risultato: 3 soldati israeliani uccisi, una ventina i feriti. Alle tregue sventolate da Israele qui non ci crede ormai nessuno, e infatti alle 14 di oggi Rafah era sotto l’attacco degli elicotteri israeliani, e a Jabalia l’ennesima strage di bambini: tre sorelline di 2, 4, e 6 della famiglia Abed Rabbu. Una mezz’ora prima sempre a Jabilia ancora una volta le ambulanze della mezzaluna rossa sotto attacco.Eva e Alberto, miei compagni dell’ISM, erano sull’ambulanza, e hanno videodocumentato l’accaduto, passando poi i video e le foto ai maggiori media. Hanno gambizzato Hassan, fresco di lutto per la morte del suo amico Araf, paramedico ucciso due giorni fa mentre soccorreva dei feriti  a Gaza city. Si erano fermati a raccogliere il corpo di un moribondo agonizzante in mezza alla strada, sono stati bersagliati da una decina di colpi sparati da un cecchino israeliano. Un proiettile ha colpito alla gamba Hassan, e ridotto un colabrodo l’ambulanza. Siamo arrivati a quota 688 vittime, 3070 i feriti, 158 i bambini uccisi, decine e decine i dispersi. Solo nella giornata di ieri si sono contati 83 morti, 80 dei quali civili. Il computo delle vittime civile israeliane, fortunatamente, è fermo a quota 4. Recandomi verso l’ospedale di Al Quds dove sarò di servizio sulle ambulanze tutta la notte, correndo su uno dei pochi taxi temerari che zigzagando ancora sfidano il tiro a segno delle bombe, ho visto fermi ad una angola di una strada un gruppo di ragazzini sporchi, coi vestiti rattoppati, tali e quali i nostri sciuscià del dopoguerra italiano, che con delle fionde lanciavano pietre verso il cielo, in direzione di un nemico lontanissimo e inavvicinabile che si fa gioco delle loro vite. La metafora impazzita che fotografa l’assurdità di questa di tempi e di questi luoghi.
Restiamo umani.
Vik
 

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Vittorio Arrigoni: La Nakba del 2009

Sfilano timorosi con gli occhi rivolti in alto, arresi ad un cielo che piove su di loro terrore e morte, timorosi della terra che continua a tremare sotto ogni passo, che crea crateri dove prima c’erano le case, le scuole, le università, i mercati, gli ospedali, seppellendo per sempre le loro vite.
Ho visto carovane di palestinesi disperati sfollare da Jabilia, Beit Hanoun e da tutti i campi profughi di Gaza,  ed andare ad affollare le scuole delle Nazioni Unite come terremotati, come vittime di uno tsunami che giorno per giorno sta inghiottendo la Striscia di Gaza e la sua popolazione civile, senza pietà, senza alcuna minima osservanza dei diritti umani e delle convenzioni di Ginevra. Soprattutto senza che nessun governo occidentale muova un solo dito per fermare questi massacri, per inviare qui personale medico, per arrestare il genocidio di cui si sta macchiando Israele in queste ore.
Continuano gli attacchi indiscriminati a ospedali e a personale medico. Ieri dopo aver lasciato l’ospedale di Al Auda di Jabilia ho ricevuto una telefonata da Alberto, compagno spagnolo dell’ISM, una bomba è caduta sull’ospedale. Abu Mohammed, infermiere, è rimasto seriamente ferito al capo. Giusto poco prima, con Abu Mohammed, comunista, davanti ad un caffè ascoltavo le eroiche gesta dei leaders del Fonte Popolare, i suoi miti: George Habbash, Abu Ali Mustafa,  Ahmad Al Sadat. Gli si erano illuminati gli occhi al sapere che le prime nozioni di cosa fosse la Palestina e della sua immensa tragedia mi erano stati impartiti dai miei genitori, comunisti convinti. Da mia madre “raissa”, sindaco di un paese nel nord Italia. Mi aveva chiesto quali erano i leader di sinistra italiani veramente rivoluzionari, del passato, e gli avevo risposto Antonio Gramsci, e quelli di oggi, mi ero preso tempo,  gli avrei risposto oggi. Abu Mohammed  giace ora in coma, nello stesso ospedale dove lavorava, si è risparmiato la mia deludente risposta. Verso mezzanotte ho ricevuto un’altra chiamata, questa volta da Eva, l’edificio in cui si trovava era sotto attacco. Conosco bene anche quel palazzo, al centro di Gaza city, ci ho passato una notte con alcuni amici fotoreporters palestinesi,è la sede dei principali media che stanno cercando di raccontare con immagini e parole la catastrofe innaturale che ci ha colpito da dieci giorni. Reuters, Fox news, Russia today, e decine di altre agenzie locali e non, sotto il fuoco di sette razzi partiti da un elicottero israeliano. Sono riusciti a evacuare tutti in tempo prima di rimanere seriamente feriti, i cameramen, i fotografi, i reporters, tutti palestinesi dal momento in cui Israele non permette a giornalisti internazionali di mettere piede a Gaza. Non ci sono obbiettivi “strategici” attorno a quel palazzo, ne resistenza che combatte l’avanzata dei mortiferi blindati israeliani, ben più a nord. Chiaramente qualcuno a Tel Aviv non riesce a digerire le immagine dei massacri di civili che si sovrappongono a quelle dei briefingdei colonnelli israliani, con rinfresco offerto per i giornalisti prezzolati. Tramite queste conferenze stampa stanno dichiarando al mondo che gli obbiettivi delle bombe sono solo terroristi di Hamas, e non quei bambini orrendamente mutilati che tiriamo fuori ogni giorno dalle macerie. A Zetun, una decina di chilometri da Jabalia, un edificio bombardato è crollato sopra una famiglia, una decina le vittime, le ambulanze hanno atteso diverse ore prima di poter correre sul posto, i militari continuano a spararci a contro. Sparano alle ambulanze, bombardano gli ospedali. Pochi giorni fa collegato durante un microfono aperto di una nota emittente radiofonica milanese, una “pacifista” israeliana mi avevo detto a chiare lettere che questa è una guerra dove le due parti contrapposte utilizzano tutte le loro armi a disposizione. Invito allora Israele a sganciarci addosso una delle sue tante bombe atomiche che tiene segretamente stivate contro tutti i trattati di non proliferazione nucleare. Ci tiri addosso la bomba risolutiva terminino l’inumana agonia di migliaia di corpi maciullati in agonia nelle corsie sovraffollate degli ospedali che ho visitato. Ho scattato alcune fotografie in bianco e nero ieri, alle carovane di carretti trascinati dai muli, carichi all’inverosimile di bambini sventolanti un drappo bianco rivolto verso il cielo, i volti pallidi, terrorizzati. Riguardano oggi quegli scatti di profughi in fuga, mi sono corsi i brividi lungo la schiena. Se potessero essere sovrapposte a quelle fotografie che testimoniano la Nakba del 1948, la catastrofe palestinese, coinciderebbero perfettamente. Nel vile immobilismo di Stati e governi che si definiscono democratici, c’è una nuova catastrofe in corso da queste parti, una nuova Nakba,  una nuova pulizia etnica che sta colpendo la popolazione palestinese.Fino a qualche istante si contava 650 morti, 153 bambini uccisi, più di 3000 i feriti, decine e decine i dispersi. Il computo delle morti civili in Israele, fortunatamente, rimane fermo a quota 4. Dopo questo pomeriggio il bilancio sul versante palestinese va drammaticamente aggiornato, l’esercito israeliano a iniziato a bombardare le scuole delle Nazioni Unite. Le stesse che stavano raccogliendo i migliaia di sfollati evacuati dietro minaccia di un imminente attacco. Li hanno scacciati dai campi profughi, dai  villaggi, solo per raccoglierli tutti in posto unico, un bersaglio più comodo. Sono tre le scuole bombardate oggi, l’ultima, quella di Al Fakhura, a Jabilia, è stata centrata in pieno. Più di 50 morti. In pochi istanti se ne sono andati uomini, anziani, donne, bambini che si credevano al sicuro dietro le mura dipinte in blu con i loghi dell’ONU. Le altre 20 scuole delle Nazioni Unite tremano. Non c’è via di scampo nella Striscia di Gaza, non siamo in Libano, dove i civili dei villaggi del Sud sotto le bombe israeliane evacuarono al nord, o in Siria e in Giordania. La Striscia di Gaza da enorme prigione a cielo aperto, si è tramutata in una trappola mortale. Ci si guarda sconvolti e ci si chiede se il consiglio di sicurezza dell’ Onu riuscirà questa volta a pronunciare un’unanime condanna, dopo che anche le sue scuole sono prese di mira. Qualcuno fuori di qui ha deciso davvero di fare un deserto, e poi chiamarlo pace. Ci aspetta una lunga nottata sulle ambulanze, anche se l’alba da queste parti è ormai una chimera. I ripetitori dei cellulari lungo tutta la Striscia sono stati distrutti, abbiamo rinunciato a contarci. Spero di riuscire a rivedere un giorno tutti gli amici che non posso più contattare, ma non mi illudo. Qui a Gaza siamo tutti bersagli ambulanti, nessuno escluso. Mi ha appena contattato il consolato Italiano, dicono che domani evacueranno l’ultima nostra concittadina. Una anziana suorina che da ventanni anni abitava nei pressi della chiesa cattolica di Gaza,ormai adottata dai palestinesi della Striscia. I console mi ha gentilmente pregato di cogliere quest’ultima opportunità, aggregarmi alla suora e scampare da questo inferno. L’ho ringraziato per la sua offerta, da qui non mi muovo, non ce la faccio. Per i lutti che abbiamo vissuto, prima ancora di italiani, spagnoli, inglesi, australiani, in questo momento siamo tutti palestinesi. Se solo per un minuto al giorno lo fossimo tutti, come molti siamo stati ebrei durante l’olocausto, credo che tutto questo massacro ci verrebbe risparmiato. 
Restiamo umani.
Vik

Vittorio Arrigoni: La Nakba del 2009 Leggi l'articolo »

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