2009

Don Albino Bizzotto digiuna per noi

Lontano per miglia e sentore da località di villeggiatura dove si pratica il cannibalismo accalcati dinnanzi a copiosi buffet, mi ritrovo immerso in un’umanità che umilmente digiuna, chi per scelta, chi per necessità, chi per obbligo.

Digiunano per scelta un miliardo e mezzo di musulmani nel mondo per onorare il Ramadan,

il sacro mese che svuota di grassi e zuccheri il corpo, per far lievitare gli spiriti.

 

Digiunano per necessità i miserabili del mondo,

stringono la cinghia per contrastare una fame imposta dai loro oppressi,

qui nei campi profughi di Gaza come negli slum di Nairobi,

nei villaggi polverizzati dalla guerra nel nord del Kivu.

 

Digiuna per un ottemperare ad un obbligo imposto da quello in cui più crede,

la pace ancora prima che la fede,

un piccolo grande uomo,

a Vicenza.

 

Don Albino Bizzotto è ormai giunto all’undicesimo giorno di sciopero della fame:

 

http://www.beati.org/

 

 

La sua roulotte è parcheggiata sulla rotatoria dell’incrocio tra Viale Dal Verme e Viale Ferrarin. Andate a porgergli una rosa, o un goccio di acqua fresca, il vostro cuore come ventaglio per allievare le sofferenze del digiuno.

 

Forza Albino,

siamo con te perchè tu sei con noi.

 

Restiamo Umani

 

Vik da Gaza city

 

 

ps.

Il terrorismo israeliano ha mietuto

un’altra innocente vittima:Mohammad Nadi Al-‘Attar pescatore palestinese fatto a pezzi dalla marina israeliana.  

Dopo questo ennesimo omicidio abbiamo deciso di tornare in mare a scortare come scudi umani i pescatori dinnazi alle navi da guerra israeliane.

 

Non stancatevi di tifare per i diritti umani.

Don Albino Bizzotto digiuna per noi Leggi l'articolo »

Ramadan 2009 in Palestina

Il sole che ambra la pelle e arroventa le notti è lo stesso, ma l’ingiustizia di due estati a confronto è palpabile anche per una mente superficiale.

Restiamo Umani.

L’ESTATE ISRAELIANA:

L’ingiustizia dell’occupazione non costa nulla agli Israeliani

Francamente, non è superfluo tutto ciò? Che il presidente degli Stati Uniti consacri buona parte del suo tempo prezioso e della sua buona volontà per tentar di convincere della necessità di por fine al conflitto arabo-israeliano. Che gli europei si tengano pronti ad entrare in azione e che metà del pianeta sia in attesa. Ma siamo sinceri: perché tutta questa agitazione attorno a noi? I coloni potrebbero lanciare grida e bloccare le strade. Le Forze di Difesa Israeliane potrebbero perdere d’importanza e le informazioni potrebbero anche diventare noiose. Il vigneto nelle alture del Golan potrebbe chiudere, come la boutique dei vini nella colonia di Ofra.
Il fatto è che la vita in Israele è gradevole.

Perciò chi potrebbe davvero aver voglia di riflettere sulla pace, sui negoziati, sui ritiri, sul “prezzo” da pagare e su tutto questo inutile scompiglio? I caffè sono pieni e i ristoranti sono gremiti. La gente è in vacanza. I mercati sono in rialzo. La televisione ci anestetizza, le autostrade sono imbottigliate e i festival segnalano il tutto esaurito.

La Scala ha dato uno spettacolo nel parco e ora si attende Madonna, la spiagge sono nere di turisti, stranieri e locali. L’estate 2009 è meravigliosa. Perciò, perché voler cambiare qualcosa?
L’ingiustizia dell’occupazione non costa nulla agli Israeliani. Qui la vita è incomparabilmente migliore che nella maggior parte dei paesi.
Israele è stato meno colpito degli altri dalla crisi finanziaria globale. Ci sono dei poveri, ma non come nel terzo mondo e i ricchi e le
classi medie sono stati relativamente risparmiati.
Anche la sicurezza è buona. Niente attacchi terroristici. Niente Arabi. E quando il terrorismo è in declino, come è il nostro caso da qualche anno, chi si ricorda ancora del “problema palestinese”? L’esercito e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu possono ancora farci paura con la minaccia di attacchi terroristici ma intanto, non ce ne sono. Allo stesso modo della minaccia nucleare iraniana, che non è ancora altro che una vaga eventualità. Attualmente, ci si sente in sicurezza, in Israele.
E’ vero che si assiste talvolta ad esplosioni di violenza, ma queste si verificano in generale alle frontiere del paese e non interessano gli
abitanti del centro. Lanci di razzi Qassam su Sderot o di Katyusha su Kiryat Shmona? E allora? Sono seguiti sempre da un periodo di calma, come in questo momento. Il muro di divisione, i media, il sistema educativo e la propaganda politica fanno un buon lavoro per creare un’illusione e far dimenticare ciò che deve essere dimenticato e nascondere ciò che conviene nascondere.

Loro, sono laggiù e noi, noi siamo qui e la vita qui è stupenda, anche se non è il paradiso. Come la Svizzera? No, ancor meglio.
Abbiamo sempre saputo dare una certa importanza al piacere di vivere.
Pratichiamo il culto della sicurezza, nostra vera religione, e commemoriamo l’Olocausto. Qui, voi potete allo stesso tempo divertirvi e
giocare il ruolo di vittime, far festa e lamentarvi. Conoscete forse un altro posto al mondo come questo?
Siccome l’ingiustizia dell’occupazione non costa nulla agli Israeliani,  l’occupazione non finisce mai. Non cesserà finché gli Israeliani non stabiliranno un legame tra l’occupazione e un costo che verrà loro imposto. Non vi metteranno mai fine di propria iniziativa, e perché dovrebbero farlo?
Nemmeno l’attacco terroristico più crudele che abbia colpito il paese ha fatto germogliare tra gli Israeliani l’idea che potrebbe esserci una relazione di causa ed effetto tra occupazione e terrorismo. Grazie ai media e ai politici – i due agenti più efficaci per anestetizzare ed
accecare la società israeliana – ci viene spiegato che gli Arabi son nati per uccidere, che il mondo intero è contro di noi, che il
trattamento che ci viene riservato è l’antisemitismo, e che non c’è alcun legame tra i nostri atti e il prezzo da pagare.
Per nostra maggior fortuna, non è previsto all’orizzonte alcun blocco internazionale o bagno di sangue.

Allora, perché preoccuparsi? Certo, il mondo intero comincia ad aggrottare le sopracciglia. E allora? Gli Israeliani sono convinti che, in ogni modo, il mondo intero ci detesta.
Finché non saremo privati dei piaceri della vita, non abbiamo alcuna ragione di preoccuparci. Chiedete agli Israeliani le ragioni di questo ostracismo e sentirete subito delle rimostranze verso la terra intera piuttosto che la minima autocritica, che Dio ce ne guardi. Gli
Israeliani non si accontentano di darsi alla bella vita. Hanno anche un alto concetto di sé, della propria moralità, quella del loro esercito e del loro paese.
Tutto ciò sarebbe veramente stupendo se non fosse per il nostro pericoloso accecamento e la prevedibile fine, veramente non felice, di
tutta questa storia.
E’ ancora un’estate magnifica a Tel Aviv – come a Gaza e a Jenin – ma una parte del mondo sta per esplodere contro di noi.

In quel momento reciteremo la parte della povera vittima stupita, un ruolo al quale siamo particolarmente affezionati.

Gideon Levy

(la traduzione italiana è stata curata da Maria Chiara Tropea)

L’ESTATE PALESTINESE:

Ramadan 2009 in Palestina Leggi l'articolo »

Angeli chiusi in gabbia e neonazismi travestiti da siti di informazione

Da settimana scorsa i cuccioli d’uomo di Gaza city sono primatisti mondiali nel Guinness Dei Primati,
e quindi assurti agli onori dell’attenzione mediatica,

 

non perché durante 3 giorni di bombardamenti 430 di loro sono stati uccisi e 1.855 sono rimasti feriti.

Non per la più alta densità di bambini intrappolati in una minuscola Striscia di terra.

Non per gli elevatissimi tassi di malnutrizione (a Gaza, un bambino su 10 è affetto da deperimento)
di anemia,  (uno su 2 è affetto da anemia,1 su 3 da ritardi della crescita e il 75% dei bambini sotto i 5 anni soffre di carenze di vitamina A).

Primatisti a Gaza non perchè la maggioranza dei bambini muore nel primo mese di vita poiché nati prematuramente o con peso insufficiente alla nascita, a causa della mancanza di medicinali, attrezzature e assistenza appropriata (TUTTI DATI UNICEF),

come risultato della criminale poltiche di assedio e occupazione israeliane.

 

Ma primatisti per essere riusciti a far volare contemporaneamente tremila aquiloni oltre il filo spinato e le torri dei cecchini al confine che li osservavano.

 

Un palliativo alla libertà negata.

 

Angeli in gabbia,
come imparare a volare via dall’assedio di Gaza:

Sempre sulla carne innocente dei bambini palestinesi,
c’è che si diletta a marchiare la menzogna della propaganda sionista.

Cosa vedete in questa foto?

 

 

altre foto:
http://almoltaqa.ps/english/showthread.php?p=50007

A due occhi lucidi e coerenti,
appaiono dei giovani sposi accompagnati per mano dalle damigelle sulla via dell’altare.

Spacciando per notizia quella che è in realtà è un’invenzione, una bufala,
alcuni siti e forum hanno denunciato quelle foto come la dimostrazione di atti di pedofilia legalizzata in Palestina.

Che quelle damigelle non sono in realtà damigelle ma le incoscienti spose date in pasto a centinaia di pedofili.

 

Io che stavo a 200 metri da dove si è celebrato il matrimonio collettivo,
sorseggiando un milkshake,
confermo l’autenticità della scena da me sopradescritta.

 

Non sono le spose quelle bambine,
sono solo le damigelle.
Capito miei piccoli  tg4 ambulanti???

 

Invito chi a cuore verità e giustizia a a mobilitarsi ed andare a esprimere un opinione di diniego e disgusto su questi siti spacciatori di immondizia come  fossero notizia :

 

http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/post/2311687.html

 

http://hurricane_53.ilcannocchiale.it/

 

http://www.nntp.it/cultura-storia/2021970-pedofili-organici-di-hamas.html

 

http://forum.gamesvillage.it/showthread.php?t=754317

 

Attorno a questa clamorosa bufola addirittura si riunisco sdegnati gruppi su facebook:

 

http://apps.facebook.com/causes/329391

 

Quelle più fastidiose, fra tutte queste pagine online,
sono quelle che si elevano a difesa dei diritti delle donne,
esclusivamente quando le donne sono discriminate da “islamisti”,
non un fiato di denuncia contro gli stupri dei nostri concittadini da Palermo a Milano a danno di extracomunitarie:

 

http://milleeunadonna.blogspot.com/2009/08/foto.html

 

Nelle stile razzista e ipocrita di milleeunadonna,
come le trattano gli “ebrei” le donne nei paesi musulmani?
Leggiamo un passo da un passato rapporto di Amnesty:

 

“Le restrizioni imposte dalle autorità israeliane hanno determinato tassi record di povertà, disoccupazione e problemi sanitari per l’intera popolazione dei Territori Occupati. Le limitazioni di movimento, il rifiuto o il divieto di passaggio ai checkpoint, i blocchi e i coprifuoco causano complicazioni a catena alle donne che hanno bisogno di cure mediche, con esiti in diversi casi mortali.

 

Decine di donne sono state costrette a partorire ai posti di blocco o in strada, perdendo in diversi casi i loro neonati a causa del divieto di passaggio imposto dai militari israeliani. La paura di non essere in grado di raggiungere un ospedale in tempo per partorire è diventata una delle principali ragioni di ansia per le donne palestinesi.

 

Come potenza occupante, ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra, Israele ha l’obbligo di garantire adeguate cure mediche alla popolazione palestinese di Gaza e della Cisgiordania, specialmente alle donne in gravidanza. Tuttavia, Israele ignora sistematicamente quest’obbligo e spesso l’esercito impedisce l’accesso ai servizi sanitari alle donne, ai bambini e agli uomini”

 

E come le trattano i “cristiani” le donne musulmane?
Estrapolo da un gran pezzo giornalistico di Fulvio Grimaldi:


“Oggi l’Iraq è un paese con due milioni di vedove di guerra, 5 milioni di orfani, 2 milioni di sfollati e 4 milioni di rifugiati all’estero che sopravvivono nell’indigenza più assoluta, in minima parte tenuti dall’UNHCR con la bocca sopra la linea di galleggiamento. Un altro milione e mezzo è stato spazzato via da 13 anni di sanzioni. In totale tra morti ammazzati e espulsi dal circuito della cittadinanza, dal futuro, quasi vent’anni di guerra imperialista all’Iraq hanno sottratto dieci milioni di persone su 25: il 40% di una nazione. Forse soltanto Re Leopoldo del Belgio, con i suoi 20 milioni di congolesi trucidati, era riuscito a far meglio. L’80% degli iracheni, secondo la riduttiva statistica ONU, ha subito ferimenti, sequestri, morte. Non c’è famiglia irachena che non abbia vissuto la scomparsa, l’incarceramento, o la soppressione dopo tortura di uno dei suoi membri. Jewad, il cui pallone finì in un fosso su un cadavere, quando aveva nove anni, non riesce più a guardare un pallone. L’incombenza dei rastrellamenti e degli arresti arbitrari da parte di milizie o guardie, dopo quelli dei 60mila incarcerati senza processo e senza avvocati dagli Usa, è costante per qualsiasi cittadino che si muova oltre le muraglie “israeliane” erette dai pulitori confessionali attorno al suo quartiere o villaggio. Tra i profughi all’estero, tenuti al margine di società, lavoro, scuola, sanità, si è inevitabilmente sviluppato la “prostituzione di sopravvivenza”. Le irachene vengono chiamate tout court “profughe puttane”. Il loro mestiere è agevolato dal fatto che nel loro paese “liberato”, in carcere o per strada, avevano già subito stupri. C’è qualche ginocrate del femminismo anti-velo che si inalberi? “

 

Successe così ai tempi del nazismo.
In sordina, gli ebrei venivano dipinti come dei mostri,
tanto valeva metterli nei forni.

 

Succede oggi in tempi di islamofobia,
se i palestinesi sono tutti pedofili vale la pena tiragli addosso una bomba atomica,
oltre il fosforo bianco che ancora respiriamo da gennaio.

approfondimenti:

 

http://blogs.news.sky.com/foreignmatters/Post:dcc9d723-8046-4857-b618-5c1135ba6417

 

 

Restiamo Umani
 

Angeli chiusi in gabbia e neonazismi travestiti da siti di informazione Leggi l'articolo »

Gaza:Farming under fire

A Gaza il piombo non è più fuso ma continua a piombarci addosso a intervalli regolari.
 
Dei semplici contadini che come ai tempi del neolitico raccolgono nei campi a mani nude
 perchè in una Gaza sotto assedio è difficile persino dotarsi di una falce, se non quella della morte per implicito,
continuano a essere gli obbiettivi principali contro cui i cecchini israeliani combattano la noia della leva obbligatoria,
un ulteriore videoesempio:

al nostro blog comunitario:  http://farmingunderfire.blogspot.com/
 
Il post più commentato dell’intera esistenza di questo blog s’intitola:
Gaza: massacro o nani e pummarole?
 
In questo articolo mi accanivo contro i giornalisti embedded,
cioè con coloro che dalle prime pagine delle più importanti testate mondiali,
o sulle prime emittenti nazionali (riferitemi fra i commenti, Pagliara cosa vi racconta di Gaza?, gli farai contare i punti di sutura sull’anima, prima ancora di quelli sulla pelle, entrambe forgiati made in Israel), non fanno altro che spacciare per reportage i comunicati  diramati dai vertici militari per i quali si stracciano le vesti. Senza pudore per la dignità umana.
 
Giornalisti intruppati come Lorenzo Cremonesi,
il quale sebbene fosse altrove, dalle colonne del Corriere della Sera farfugliava di guerriglieri palestinesi che si facevano scudo di civili sulle ambulanze e negli ospedali.
Così, molto candidamente, a voler giustificare il sistematico bombardamento di obiettivi civili da parte dell’esercito israeliano.
 
A queste calunnie, a questi veri proprio oltraggi sulle ossa dei morti ammazzati dai killer israeliani, avevo risposto senza remore facendo narrare l’orrore di ciò che i miei sensi di testimone oculare si erano riempiti fino a scoppiare di lacrime di dolore.
 
In particolar modo,
fra i vari  indiscrimanti crimini di guerra,  mi soffermavo sul fatto che erano i soldati di Tel Aviv a utilizzare civili come scudi umani, e non la resistenza palestinesi nell’atto di difendersi.
 
Ora,
è lecito,
uno può anche non credere al primo Vittorio Arrigoni arrivato e nemmeno a tutte le più rispettabili organizzazioni per i diritti umani del mondo,
ma diviene sempre più ardimentoso sposare le tesi dei giornalisti embedded dopo che sono gli stessi soldati israeliani a fare outcoming e confessare i più efferati crimini.
 
Era successo a Marzo:
http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/esteri/medio-oriente-51/gaza-civili/gaza-civili.html
 
e più recentemente tramite  la  denuncia di “breaking the silence”, organizzazione di veterani  israeliani:
“sparavamo senza pensare ai civili”
 
Il mio modesto “Gaza Restiamo Umani” si fa ogni giorno di più documento storico che semplice cronaca di un inferno,
continua la nostra tournee: queste le prossime date: 

 

20 luglio- Lecco- Festa di Liberazione della Brianza- Daniele Biella intervista Vittorio Arrigoni, ore 21. Link:  http://www.rifondazionelecco.it/ 


23 Luglio – Madonna del Colletto (Valdieri – CN) – Campo di Libera – collegamento con Vittorio Arrigoni ore 22 di Gaza – www.campeggioresistente.org

 

 

Gaza:Farming under fire Leggi l'articolo »

Palestina libera: l’arcipelago dell’occupazione

Con le catene dell’assedio alle caviglie di Gaza, non distogliamo gli occhi dall’arcipelago dell’occupazione in West Bank.

 
Un ottimo post dal blog Palestina Libera dell’amico Vichi:

Il muro dell’illegalità e della vergogna:
 
Esattamente cinque anni fa, il nove luglio del 2004, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (ICJ) rilasciava il proprio parere consultivo (successivamente fatto proprio da un voto dell’Assemblea generale dell’Onu) sulle “Conseguenze legali della Costruzione di un Muro nel Territorio Palestinese Occupato”.

Il pronunciamento dell’Icj, in particolare, si articolava in cinque punti salienti:

1) la costruzione del muro da parte di Israele all’interno dei Territori occupati (e cioè non seguendo la linea armistiziale del 1949, la cd. green line) – ivi inclusa Gerusalemme est – e il regime amministrativo associato a detto muro sono da considerarsi contrari al diritto internazionale;

2) Israele conseguentemente ha l’obbligo di porre fine a tali violazioni, cessando immediatamente la costruzione del muro all’interno dei Territori occupati (e di Gerusalemme est) e smantellando le porzioni di muro già costruite che oltrepassano la green line, nonché abrogando o rendendo ineffettivi tutti gli atti legislativi e amministrativi connessi;

3) Israele ha l’obbligo, inoltre, di risarcire i Palestinesi rimasti danneggiati dalla costruzione del muro nei Territori Occupati;

4) tutti gli Stati sono obbligati a non riconoscere la situazione di illegalità venutasi a creare con la costruzione del muro e di non fornire in alcun modo aiuto o assistenza ad Israele nel mantenere in essere detta situazione; gli Stati firmatari della IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 hanno, altresì, l’ulteriore obbligo di far sì che Israele si conformi alle norme di diritto umanitario internazionale contenute nella IV Convenzione;

5) le Nazioni Unite, e in special modo l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza, dovrebbero considerare quali azioni intraprendere per porre fine alla situazione di illegalità determinata dalla costruzione del muro e dal regime ad esso associato.

Cinque anni sono passati da questa importante pronuncia dell’Icj, eppure nulla è cambiato, Israele continua a costruire il muro dell’apartheid in aperta violazione della legalità internazionale, e gli Stati parti contraenti della IV Convenzione di Ginevra permangono in uno stato di incredibile e ingiustificata inerzia, omettendo di adempiere al preciso obbligo loro imposto di non riconoscere il tracciato illegale del muro e di far rispettare il diritto internazionale umanitario e i diritti umani dei Palestinesi.

Israele si è sempre giustificato asserendo la temporaneità dei confini delineati dal muro, e la necessità della sua costruzione per motivi di sicurezza, ma la ICJ ha correttamente rilevato che lo specifico percorso scelto da Israele per la costruzione del muro non era affatto necessitato dai pretesi “motivi di sicurezza”.

La stragrande maggioranza del percorso del muro – esattamente l’86% del totale – è situata, infatti, all’interno della West Bank e non lungo la green line; ciò mostra, di tutta evidenza, come il percorso del muro sia stato ideato e pianificato con il fine preciso di includere al suo interno la gran parte degli insediamenti colonici costruiti in Cisgiordania, insediamenti che sono da considerarsi illegali alla luce del diritto internazionale.

Ad oggi, il percorso del muro è stato completato per circa 413 km. (58,3% del totale), mentre risultano in corso di costruzione ulteriori 73 km. del tracciato (cfr. OCHA, West Bank Barrier Route Projections, luglio 2009); quando il muro sarà stato completato, esso servirà ad annettere ad Israele un ulteriore 9,5% della Cisgiordania, ovvero quelle porzioni di territorio comprese tra la green line ed il muro stesso.

Il numero totale dei Palestinesi che resterà confinato tra il muro e la green line è pari a circa 267.000; di questi, 125.000 saranno circondati dal muro da tre lati (28 comunità, tra cui le aree di Biddya, Biddu e la città di Qalqilya), mentre 28.000 si troveranno a dover vivere in enclavi circondate dal muro da quattro lari (8 comunità, tra cui Az Zawiya e Bir Nabala).

Ma il caso più eclatante della violazione dei diritti umani dei Palestinesi operata dal muro è probabilmente quello relativo a Gerusalemme est.

L’accesso a Gerusalemme est è di primaria importanza per gli abitanti dell’intera Cisgiordania, vuoi per motivi religiosi, per la necessità di cure mediche, per il lavoro, l’istruzione, i rapporti familiari, etc. Eppure, per la maggior parte dei Palestinesi, questo accesso è proibito, a meno che non si possieda uno speciale permesso, molto difficile da ottenere, rilasciato dalle autorità israeliane. Da quando il muro è stato completato in quest’area, i possessori di permessi possono entrare a Gerusalemme solo da 4 dei 16 check point esistenti, e solo a piedi! Questo senza considerare che i permessi perdono validità in caso di chiusura generale, usualmente in occasione delle festività ebraiche o di allarmi per la sicurezza.

Ma il muro è soltanto uno degli elementi di un più esteso sistema di restrizioni della libertà di movimento dei Palestinesi che vivono in Cisgiordania. Accanto ad esso, infatti, convivono ben 613 check point ed ostacoli vari situati lungo le principali strade ed accessi, a cui vanno aggiunti gli ulteriori 84 ostacoli presenti nella zona di Hebron controllata da Israele (cfr. OCHA, West Bank Movement and Access Update, giugno 2009).

In aggiunta, il sistema delle strade è sempre più caratterizzato dalla segregazione e dalla discriminazione su base razziale: centinaia di chilometri delle strade della West Bank (le migliori…) sono ristrette o del tutto vietate ai Palestinesi, mentre gli Israeliani possono percorrerle liberamente. Si calcola che circa un terzo dell’intera Cisgiordania – inclusa Gerusalemme est – sia vietata ai Palestinesi sprovvisti di speciale permesso rilasciato dalle autorità militari israeliane.

Queste inaudite restrizioni, che non a caso per molti configurano un vero e proprio regime di apartheid, non violano soltanto la libertà di movimento dei Palestinesi, ma impediscono loro di esercitare pienamente tutta un’ampia gamma di diritti umani fondamentali quali il diritto al lavoro, alla salute, all’educazione, ad un adeguato standard di vita.

Nonostante la decisione dell’ICJ, dunque, la costruzione del muro dell’illegalità continua, e Israele continua ad annettersi terra palestinese e a vessare in ogni modo la vita dei residenti della West Bank. Ma questo muro è anche il muro della vergogna, quella rappresentata dalla inaudita e complice inerzia della comunità internazionale di fronte ai crimini e ai misfatti posti in essere da Israele.

Nonostante l’art.1 della IV Convenzione di Ginevra imponga agli Stati che l’hanno sottoscritta l’impegno a farne rispettare le previsioni, Israele non solo non viene chiamata a rispondere delle sue sistematiche e spudorate violazioni del diritto umanitario, ma gli aiuti internazionali continuano ad affluire, come se niente fosse, nelle casse dello Stato ebraico.

Così, per esempio, gli Stati Uniti continuano a fornire ingenti aiuti economici e militari allo Stato di Israele, senza condizionarli in alcun modo al rispetto dei diritti umani; così, ad esempio, l’Unione Europea ancor oggi non ha la voglia o il coraggio di far valere quella clausola del rispetto dei diritti umani, all’interno e all’esterno di Israele, contenuta all’art.2 dell’accordo di associazione Eu-Israele.

E il permanere del sostegno internazionale ad Israele non solo significa venir meno all’obbligo degli Stati di assicurare il rispetto del diritto internazionale, ma rappresenta una vera e propria complicità nei crimini commessi a danno del popolo palestinese, contribuendo a creare un clima di sostanziale impunità per lo Stato (che si autodifinisce) ebraico.

Finché permarrà questo discutibile atteggiamento della comunità internazionale e finché verrà adottato il solito doppio standard di giudizio, consentendo se non giustificando ogni crimine, per quanto efferato, se commesso da Israele, la pace in medio oriente sarà soltanto un traguardo irraggiungibile.

E non è detto che a pagarne il prezzo saranno sempre e solo i Palestinesi.
Continua il Restiamo Umani Gaza Tour, queste le prossime date:

11 Luglio – Roma – “La campagna BDS in Italia e nel mondo” – Sala Hotel Massimo d’Azeglio Via Cavour 18 (in allegato il prgramma) – collegamento con Vik ore 14.15 di Gaza link: http://www.forumpalestina.org/news/2009/Luglio09/11-07-09SeminarioCampagnaBDS.htm

12 Luglio – Pisa – Presentazione del libro Gaza Restiamo Umani all’interno della locale festa di Rifondazione
ore circa le 21:30

 
18 Luglio – La Spezia – Festa di Emergency – collegamento con Vittorio Arrigoni ore 20.30-21.00. Link: pace e diritti

20 luglio- Lecco- Festa di Liberazione della Brianza- Daniele Biella intervista Vittorio Arrigoni, ore 21. Link:  http://www.rifondazionelecco.it/


23 Luglio – Madonna del Colletto (Valdieri – CN) – Campo di Libera – collegamento con Vittorio Arrigoni ore 22 di Gaza – www.campeggioresistente.org

 

 

Palestina libera: l’arcipelago dell’occupazione Leggi l'articolo »

Free Gaza Movement

Continui black out a Gaza mi consentono di postare in ritardo di qualche giorno il mio pezzo per INFOPAL

 
Il ministero degli Esteri israeliano ha sempre minimizzato l’utilità delle missioni del Free Gaza Movement, che per 5 volte è riuscito a far approdare al porto di Gaza city le prorie imbarcazioni cariche di aiuti umanitari, attivisti, giornalisti, parlamentari e Premi Nobel per la pace. Facendo breccia in una occupazione, che via mare, dura sin dal 1967.   Se siamo così insignificanti non si capisce allora perché Israele impieghi il meglio della sua marina militare per assaltare una barchetta innocua per la sua sicurezza interna (per inciso, poco prima di venire assaltata, la Spirit of Humanity è stata circondata da ben 8, ripeto 8 navi da guerra israeliane).   Probabilmente perché ogni missione del FGM ricorda all’opinione pubblica mondiale che a Gaza vige un assedio. Che Israele si macchia di crimini contro l’umanità trasgredendo la Quarta Convenzione di Ginevra (come potenza occupante Israele ha la piena responsabilità del benessere e della sicurezza umana della popolazione di Gaza, e deve risponderne davanti alla Comunità Internazionale alla Comunità Internazionale). Che a Gaza per volontà israeliana ci si trovi dinnanzi ad un 88% della popolazione civile che vive prettamente di aiuti umanitari (dati UNICEF). Che la disocuppazione ormai ha sorpassato il 70% e il 96% delle industrie ha dovuto chiudere. Che Gaza secondo la  Croce Rossa Internazionale è ridotta come “l’epicentro di un terremoto”.   Lunedì ad  Ash-Sha’ath, a est di Gaza,
è crollata una casa, seppellendo sotto una famiglia intera. Migliaia sono gli edifici danneggiati dai bombardamenti di gennaio tutt’ora abitati e non è possibile ripararne le fondamenta perché Israele con la complicità egiziana vieta l’ingresso nella Striscia di materiali come cemento, acciaio, vetro. Alcuni di questi materiali erano a bordo della Spirit, e avrebbe permesso la riparazione di almeno una ventina di abitazioni. Oltre a giocattoli, destinati a qualcuno di  quei 708.400 bambini, su di un totale di 793.000 minorenni presenti nella Striscia, che necessitano di aiuti umanitari per sopravvivere.   Sebbene i maggiori media al solito si siano fatti omertosi circa i crimini israeliani, lo sdegno che all’impazzata ha iniziato a circolare in rete è arrivato sino in cielo. Sino alle Nazioni Uniti e presso quei governi non ancora piegati a sudditanze israelo-statunitensi.   Il ministro Irlandese Micheál Martinha chiesto a gran voce il rilascio degli attivisti rapiti e la contemporanea restituzione degli aiuti umanitari da distribuire alla popolazione di Gaza.   Richard Falk, relatore speciale dell’Onu sui diritti umani nei territori palestinesi occupati ha definito il sequestro della Spirit da parte della marina israeliana “illegale” e l’assedio di Gaza “un continuo crimine contro l’umanità”.   Il re del Bahrein ha messo a disposizione uno dei suoi jet privati per riportare a casa, come eroi, i due suoi connazionali attivisti attualmente incarcerati.   Il capitano e mio vecchio amico Derreck mi ha fatto sapere da dietro le sbarre che rifiuterà qualsiasi espulsione fino a quando l’esercito israeliano non restituirà la strumentazione che ha smontato e rubato dalla Spirit: radar e gps.  

Se desiderate sostenerlo moralmente, potere provare direttamente a contattarlo al 00357 99262741   

Restiamo Umani,  

Vittorio Arrigoni blog dall’assedio di Gaza: http://guerrillaradio.iobloggo.com/
 

PS. nel frattempo i miei compagni del Free Gaza Movement sono stati liberati, pronti a riprovare a rompere l’assedio criminale che imprigiona Gaza (vedi primo commento).

(Come attivisti per i diritti umani dell’ISM non percepiamo alcuno stipendio, resistiamo a Gaza grazie alla generosità di chi ci sostiene e ritiene determinante la nostra presenza in queste lande insanguinate. Se potete, anche poco, donate: GUERRILLAINGAZA@GMAIL.COM

Free Gaza Movement Leggi l'articolo »

Free Gaza Movement: Pirati Israeliani a Sud del Mediterraneo

Il mio articolo per Il Manifesto di ieri:

 

C’è un pericolo incombente per i naviganti nel sud del Mediterraneo, se vogliamo una minaccia più subdola dei corsari somali che assaltano i mercantili nel Corno D’africa.
Al largo di Gaza, la marina militare israeliana si è macchiata ancora una volta di pirateria, assaltando la “Spirit of Humanity”, una minuscola imbarcazione di legno carica di aiuti umanitari e attivisti diretta in soccorso all’estenuata popolazione palestinese.
Erano salpati da Cipro lunedì notte, i miei compagni del Free Gaza Movement, 21 fra giornalisti e attivisti per i diritti umani, rappresentati di 11 differenti paesi,  fra di loro anche un premio nobel per la pace, Mairead Maguire, e Cynthia McKinney, candidata per i Verdi alle ultime presidenziali USA.
A Circa 70 miglia dalla loro meta designata, la Spirit è stata intercettata da due navi da guerra israeliane, che ne hanno sabotato la strumentazione satellitare minacciando di aprire il fuoco per dissuadere i miei amici dal continuare la navigazione verso Gaza.
Allora Derreck, irlandese memore dei suoi avi abili navigatori celtici, ha tirato fuori dal cassetto bussola, mappe e compasso, e hanno continuato a navigare all’antica.
A 23 miglia da Gaza, ancora in piene acque internazionale, commandos, corpi speciali della marina israeliana hanno assaltato la Spirit saltando a bordo, impossessandosi del timone, di fatto sequestrando la barca e rapendo passeggeri ed equipaggio per condurli fuori dalla loro rotta verso Ashdod, un porto israeliano.
In palese oltraggio ad ogni legge internazionale e marittima, è la terza volta che la marina israeliana attacca una imbarcazione del Free Gaza Movement in acque internazionali mentre sono reiterati gli assalti ai pescherecci palestinesi colpevoli di voler pescare nel loro legittimo mare. Il 29 dicembre la “Dignity” fu speronata più volte, e dovette attraccare a Tiro, in Libano, seriamente danneggiata.
Come accaduto per ogni altra missione, anche la “Spirit of Humanity” era stata accuratamente ispezionata dall’autorità portuale cipriota, che aveva certificato l’assenza di armi a bordo. Trasportavano infatti solo aiuti umanitari: tonnellate di medicinali, giocattoli, alberi d’ulivo e materiali per la ricostruzione. Di ricostruzione se ne parlo parecchio a Gaza, da mesi, ma i progetti sono rimasti tali, sulla carta. Israele con la complicità egiziana non permette l’entrata nella Striscia di cemento, ferro e vetro, quei materiali necessari per iniziare a rimettere in piedi parte dei 21 mila edifici distrutti e seriamente danneggiati dall’offensiva “Piombo Fuso”.  Mi immagino la scena dell’assalto della Spirit da parte dei commandos israeliani: armati di tutto punto e abituati a fronteggiare feroci guerriglieri si sono trovati dinnanzi delle arzille vecchiette che stringevano fra le braccia pastelli e giocattoli destinati a dei bambini infelici.
Mi chiedo quale timore nutra Israele verso una barca in navigazione umanitaria verso una popolazione  che a sei mesi di distanza dalla fine dei bombardamenti è ancora vittima della crescente povertà, senza riuscire a ricostruirsi una vita.  Un milione e mezzo di palestinesi che secondo la Croce Rossa Internazionale “stanno scivolando nella più profonda disperazione”: 
I pirati somali assaltano per avidità, per i soldi, la marina israeliana aggredisce e trasgredisce ogni legge internazionale in chiave di punizione collettiva per un popolo colpevole di aver scelto il suo governo tramite elezioni libere e democratiche.
Mi faccio portavoce dei miei compagni tutt’ora imprigionati in un carcere a Tel Aviv,
promettendo ai palestinesi di Gaza di non abdicare nel tentativo di spezzare l’assedio che strangola Gaza.
Per permettere a chi ha visto la propria casa distrutta la speranza di potersela ricostruire,
e per quei cuccioli d’uomo che oggi non possono godere l’innocenza dell’infanzia come qualsiasi altro bambino del mondo.
 
Restiamo Umani
 
Vittorio Arrigoni.

 
blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/ 

 

(Come attivisti per i diritti umani dell’ISM non percepiamo alcuno stipendio, resistiamo a Gaza grazie alla generosità di chi ci sostiene e ritiene determinante la nostra presenza in queste lande insanguinate. Se potete, anche poco, donate: GUERRILLAINGAZA@GMAIL.COM )
 

 

 
 

Free Gaza Movement: Pirati Israeliani a Sud del Mediterraneo Leggi l'articolo »

Spirit of Humanity in Gaza (Free Gaza Movement)

In trepidante attesa di uno nuovo sbarco dei miei compagni del Free Gaza Movement, propongo un nuovo video per ricordarvi CHI UCCIDE I MORTI:

Oggi un edificio danneggiato dai bombardamenti israeliani dello scorso gennaio, è collassato a Est di Gaza, seppellendo sotto 4 persone, una delle quali è morta.
 
Sono 21000 gli edifici distrutti e danneggiati dall’offensiva israeliana “piombo fuso”, e ancora non si vede ombra di ricostruzione.
Questo per volontà criminale d’Israele che non permette il passaggio di materiali fondamentali per la ricostruzione come cemento, ferro e vetro.
 
I miei amici del FGM stanno navigando verso di con alcuni di questi materiali, oltre a molti attivisti per diritti umani, profughi palestinesi, un premio nobel per la Pace e parlamentari. Domani  li aspetteremo alle 14 al porto di Gaza city.
 
Sperando che nella nottata la marina israeliana non si macchi di pirateria, come quotidianamente fa assalendo i rudimentali pescherecci palestinesi e impedendo ai pescatori di sopravvivere nel loro legittimo spazio marino.
 
Tifate per i miei compagni,
per i diritti umani,
per Restare Umani.
Vittorio Arrigoni

blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/  (Come attivisti per i diritti umani dell’ISM non percepiamo alcuno stipendio, resistiamo a Gaza grazie alla generosità di chi ci sostiene e ritiene determinante la nostra presenza in queste lande insanguinate. Se potete, donate : GUERRILLAINGAZA@GMAIL.COM )

Spirit of Humanity in Gaza (Free Gaza Movement) Leggi l'articolo »

Chi uccide i morti?

il mio pezzo di oggi per Infopal:

Chi uccide i morti? 

Domenica mattina ci siamo recati a Beit Hanoun per cercare il corpo di un giovane pastore beduino, Ahmed Abu Hashih, 19 anni,  scomparso il 21 aprile.  

Gaza è una prigione, non si entra, non si esce, quindi quando qualcuno “scompare” significa che giace cadavere vicino al confine, dove in effetti Ahmed era solito recarsi per pascolare il suo bestiame. Per 54 giorni i familiari del ragazzo, hanno implorato alla Croce Rossa Internazionale di coordinarsi con l’esercito israeliano e accompagnarli alla ricerca del corpo del ragazzo. La Croce Rossa Internazionale, per 54 giorni si è rifiutata di accompagnarli con questa motivazione: troppo pericoloso.  

Perciò il padre di Ahmed ha chiesto a noi.  

Di buon mattino proprio con il padre e il fratello di Ahmed, noi, internazionali dell’ISM insieme a 5 palestinesi dell’ONG “Iniziativa Locale” ci siamo recati vicino al confine e abbiamo iniziato le ricerche. 

Otto jeeps israeliane si sono appostate immediatamente lungo il reticolato, e hanno iniziato a spararci contro. Abbiamo avvertito chiaramente anche l’esplosione di granate. Dopo una mezz’ora che mi è parsa infinitamente lunga, incescispicando in arbusti spinosi ed evitando accuratamente di finire coi piedi su qualche mina, abbiamo trovato il corpo di Ahmed, o meglio, quel che ne è rimasto:

 

 

(by foto by Shadi Al Garra)  

Abbiamo steso il cadavere su un telo e quando lo abbiamo sollevato, gli spari dei soldati israeliani si sono fatti più intensi e più ravvicinati.  Una volta fuori dal tiro dei cecchini, abbiamo caricato il corpo su un carretto trainato da un somaro conducendolo verso un’ambulanza in nostra attesa alla fine di una strada sterrata.  

I familiari di Ahemd alla vista del cadavere si sono sciolti in un dolore indescrivibile, un dolore covato per 54 giorni di vane speranze dilagava come un fiume in piena.

Lunedì ci siamo recati alla veglia funebre. Una famiglia molto povera ma generosa e ospitale, come è tradizione per i beduini. Il padre non cessava un istante di ringraziarci per averli aiutati a dare degna sepoltura a suo figlio, e contemporaneamente pace per il suo cuore eroso dalla disperazione dell’incertezza.  

Ora ripeto a voi, chi uccide i morti?  

Chi non ha alcun rispetto per la vita, non teme di oltraggiare neanche la morte.  

Restiamo Umani    

Vittorio Arrigoni

blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/  (Come attivisti per i diritti umani dell’ISM non percepiamo alcuno stipendio, resistiamo a Gaza grazie alla generosità di chi ci sostiene e ritiene determinante la nostra presenza in queste lande insanguinate. Se potete, donate:      GUERRILLAINGAZA@GMAIL.COM )

 

—————————————

Continua il Restiamo Umani Gaza Tour, queste le prossime date:

 

 

18 giugno – Firenze – csa Next-Emerson via di bellagio 15 (http://www.csaexemerson.it/) 21.30ca presentazione di Restiamo Umani

 

20 giugno – Rimini – Buono come il pesce: http://comunitasociale.ning.com/events/buono-come-il-pesce

 

26 giugno – Genova – 5 giornate dedicate alla Palestina – Sale espositive della Regione – Piazza de Ferrari – collegamento telefonico con Vittorio Arrigoni alle ore 20 circa.

 

 

Chi uccide i morti? Leggi l'articolo »

Consigli elettorali: Lisa Clark per un voto tinto di arcobaleno

Questa sera, mercoledi’ 10 giugno a Como:
10 giugno 2009 – PALESTINA RESTIAMO UMANI
Storie, racconti, immagini da Gaza
Punto Einaudi via Carducci – Como mercoledì, 10 giugno 2009 alle ore 18:30
Programma:

ore 18.30 Maria Elena Delia presenta il libro “Gaza. Restiamo Umani” di Vittorio Arrigoni con il quale di collegheremo telefonicamente da Gaza.

Immagini e testimonianze da Gaza di Filippo Bianchetti e Fiorella Gazzetta della missione Medici per Gaza “mente e guerra”

ore 21.30 proiezione del film di Barbara Cupisti “Vietato sognare” prodotto da RAI Cinema e distribuito da UCCA – Unione Circoli Cinematografici dell’ARCI

Allegato_
 
ARCI provinciale Como in collaborazione con Coordinamento comasco per la Pace

————————————————————
 
Se non fossi sepolto vivo in questa immensa prigione a cielo aperto, e avessi diritto di voto nella circoscrizione Italia Nord Orientale, non avrei nessunissimo dubbio nel segnare il simbolo e indicare la mia preferenza domani nell’urna elettorale.
 
Con Lisa Clark e i Beati Costruttori di Pace abbiamo supportato la popolazione congolese nel Nord del Kivu verso e durante le loro prime storiche elezioni democratiche.
 
In quella distesa di terra insanguinata, ho avuto
modo di conoscere Lisa e apprezzarne la competenza, la sensibilità e la generosa umanità.
 
Per un voto arcobaleno in difesa dei diritti umani,
per restare umani, vi invito a credere in Lisa,
il suo sito:
http://www.lisaclark.eu/

Consigli elettorali: Lisa Clark per un voto tinto di arcobaleno Leggi l'articolo »

Striscia di Gaza: minacce e terrore dal cielo

Lunedì 25 maggio aerei da guerra israeliani hanno fatto cadere sopra Gaza migliaia di questi volanti:

Traduzione:

“Alla popolazione di Gaza,

le Forze di Difesa Isrealiane vi avvertono ancora che è proibito avvicinarsi a meno di trecento metri dal confine, e chiunque cercherà di avvicinarsi porrà se stesso in pericolo. L’esercito israeliano utilizzerà le procedure adatte per farlo allontanare compreso sparare se sarà nesessario.

 

Questa è una promessa,

chi è stato avvertito non trovi scuse!”

 

Una promessa per nuovi omicidi e annessione di territorio.

Premesso che il solo lancio di questi volantini è più criminale del lancio da parte palestinese dei famigerati razzetti artigianali “qassam” (infatti il contenitore dei messaggi  fatto cadere dall’aereonautica ha colpito in testa Nawra Dughmush, un bambino di dodici anni, ricoverato in coma all’ospedale al Shifa), i contadini palestinesi continueranno ad andare a coltivare i loro legittimi campi vicino al confine, come fanno da generazioni, essendo questa l’unica attività di sussistenza per permettere loro di sfamare le famiglie in una Gaza ridotta in miseria da 2 anni di assedio.

Sebbene i maggiori i media abbiano rivolto altrove l’occhio di bue della loro attenzione Gaza continua a essere quotidianamente teatro dei crimini israeliani.

Dal 18 gennaio 3 palestinesi sono stati uccisi vicino al confine,compreso un bambino, e altri 12 sono stati feriti, compresi 3 minori e due donne. Sebbene sia noi che i palestinesi siamo visibilmente tutti civili disarmati. Di norma i cecchini israeliani si appostano, li vediamo a volte ridere e scherzare, poi dopo qualche decina di minuti iniziano a spararci contro.

Sparano anche contro di noi attivisti internazionali, per loro è come se fosse un gioco, per noi e i palestinesi è la vita

E’ opinione comune  dei contadini che queste minacce sarebbero rivolte più verso di noi attivisti dell’ISM che verso di loro (i volantini infatti sono caduti non nei pressi dei villaggi al confine, ma su Gaza city, dove viviamo noi). Come già fu durante il massacro di gennaio, non ci lasicamo intimidire.  Abbiamo indetto 3 giorni fa una conferenza stampa nella quale abbiamo a nostra volta avvisato l’esercito israeliano delle nostre intenzioni: continuare ad accompagnare i contadini al confine e documentare i quotidiani crimini di cui si macchia Israele. Ce lo chiedono le vittime di oggi, come quelli di ieri. Ce lo chiedono in particolare:

Maher Abu-Rajileh, 24 anni,  del villaggio di  Huza’ah, a est Khan Younis,  ucciso dai soldati israeli il 18 gennaio mentre con i suoi genitori era intento al lavoro sui suoi campi a circa 400 metri dalla linea di confine.

 

Waleed Al-Astal (42 anni), del villagio di  Al-Qarara, vicino a Khan Younis, colpito ad una gamba da un proiettilie israeliano il 20 gennaio.

Nabeel Al-Najjar (40 anni), colpita ad una mano da un cecchino mentre lavorava nei suoi campi nel villaggio di  Khuza’a, est di Khan Yunis, il 23 gennaio.

Subhi Qudaih (55 anni), colpito alla schiena sempre a Khuza’a, il 25 gennaio

Anwar Al-Buraim (26 anni), ucciso dall’esercito israliano il 27 gennaio poco fuori di Al-Farahin, sempre a est di Khan Younis. Un soldato gli ha sparato alla testa mentre stava raccogliendo prezzemolo a circa 500 metri dalla linea di confine.

 Hammad Barrak Salem Silmiya,  pastore palestinese di soli 13 anni, ucciso il 14 febbraio  con un colpo alla testa mentre faceva pascolare i suoi animali a est di Jabalia.

 Mohammad Al- Buraim, cugino di Awar Al-Buraim, gambizzato il 18 febbraio da un cecchino israeliano nonostante la presenza come scudi umani di noi attivisti dell’ISM, a circa 500 metri dal confine. Vedi il nostro video.

Wafa al Najar, ragazzina colpita da un proiettile al ginocchio mentre sostava nei pressi della sua casa demolita a circa 800 metri dal confine. Wafa è costretta sulle stampelle e sulle stampelle ci rimarrà tutta la vita, Israele impedisce la fuoriscita dei feriti dalla Striscia che potrebbero essere operati e guarire negli ospedali occidentali più attrezzati.

Muhannad Sehi Abu Mandil, (24 anni) ferito ad un piede dall’esercito israeliano, il 10 marzo a est del campo profughi di al-Maghazi.

Nafith Abu T’eima, contadino di 35 anni ferito il 5 maggio da colpi esplosi da una jeep israeliana

-Randa Shaloufeh, 32 anni, ferita all’addome ed ad una mano mentre lavorava nei suoi campi il 7 maggio.

Oltre a chiedercelo una nostra personale amica,  Leila Abu Dagga, portatrice di handikap, che si è spezzata una gamba il 10 aprile mentre fuggiva disperata dalla sua casa presa di mira dall’artiglieria israeliana.

Oltre agli attacchi diretti ai civili , l’esercito israeliano sovente invade le terre palestinesi e danneggia i campi, incendiandoli, o distruggendo gli impianti di irrigazione.

Quanto vale la vita umana da queste parti? Per un contadino palestinese 4 euri al giorno, che è la misera paga per  lavorare sui campi dinnanzi ai soldati. Per i cecchini israeliani, la vita di un palestinese vale molto meno dei 50 centesimo del costo di un proiettile.

Restiamo Umani.

Ps. È iniziata la campagna di boicottaggio al festival del cinema di Pesaro.

Vittorio Arrigoni in Gaza

Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

contatti e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com

 

 

Striscia di Gaza: minacce e terrore dal cielo Leggi l'articolo »

Mandela contro il razzismo d’Israele e la denuncia di Mario Molinari e Music for the Peace

Fortemente consigliato, questa sera a Torino:

42 anni di occupazione e politiche discriminatorie a Gerusalemme Est

————————————————————————

 

Se qualcuno di vuoi ha a cuore i diritti umani violati in Palestina  e ha prenotato per le vacanze estive un viaggetto in Egitto,

la visione di questo video spero gli faccia cambiare idea.

 

Mario Molinari e gli amici di Music For Peace denunciano il sequestro da parte delle autorità egiziane di 15 mila tonnellate di aiuti umanitari destinati alla Striscia di Gaza:

Buone nuove sul fronte del boicottaggio a Israele genocida e razzista.

The Scottish Trades Union Congress (STUC), la più importante unione dei comercianti scozzesi, ha votato in maniera unanime per iniziare a boicottare tutti i prodotti Made in Israel.

 

Per i dubbiosi sulla necesità di boicottare Israele che si macchia di apartheid e crimini contro l’umanità a danno della popolazione civile araba e palestinese, riportiamo una illuminante lettera di Nelson Mandela, datata gennaio 2009:

 

 


Nelson Mandela, primo presidente del Sud Africa

 

 

Restiamo Umani.

 

Vittorio Arrigoni in Gaza

 

Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

 

Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com

 

 

Continua il Restiamo Umani Gaza Tour,

queste le prossime date (cliccateci sopra per maggiori info)

 

 

22 maggio: Rivalta di Torino, ore 21,  Rete Lilliput, Centro incontri “Il mulino”, via Balegno.
 
22 maggio – Roma – libreria Rinascita (Viale Agosta, 36) – ore 18 – “Gaza, restiamo umani” di Vittorio Arrigoni. Intervengono: Vittorio Arrigoni collegamento telefonico da Gaza (ore 19.30), Bassam Saleh del comitato “Palestina nel cuore”. Testimonianze e mostra fotografica di alcuni partecipanti alla carovana di “Sport sotto l’assedio” presente a Gaza nel mese di Aprile
 
24 maggio – Albano laziale – Libreria delle Baruffe – P.zza carducci 20 – con Alfredo Tradardi presentazione del libro “La pulizia etnica della Palestina” di I. Pappe e “Restiamo Umani” di Vittorio Arigoni
 
28 maggio: Torre di Abele – Torino – ore 18.00:


Incontri
Restiamo Umani
| Stampa |
Scritto da Acmos, Libera Piemonte   
Mercoledì 20 Maggio 2009 08:18
28 maggio ore 18.00

Libreria La Torre di Abele, via Pietro Micca 22, Torino

Con:
Davide Mattiello, Presidente di Acmos e Referente Regionale di Libera Piemonte
Paola Canarutto, Responsabile per l’Italia della Rete ECO (Ebrei Contro l’Occupazione)
Sami Hallac, Presidente del Comitato di Solidarietà col Popolo Palestinese di Torino
Vincenzo Lerro, editore del libro fotografico della mostra Occupation (ed. Lineadaria)
Maria Elena Delia, Coordinatrice per l’Italia del Free Gaza Movement
Da Gaza:
Collegamento telefonico con Vittorio Arrigoni
Mostra fotografica tratta dal volume “Occupation – sei fotografi israeliani”

 

Attachments:
MOSTRA OCCUPATION.doc
[ ]
228 Kb
28 maggio.pdf
[ ]
98 Kb

Mandela contro il razzismo d’Israele e la denuncia di Mario Molinari e Music for the Peace Leggi l'articolo »

Nakba palestinese: una catastrofe che continua da 61 anni

“…Invito allora Israele a sganciarci addosso una delle sue tante bombe atomiche che tiene segretamente stivate contro tutti i trattati di non proliferazione nucleare. Ci tiri addosso la bomba risolutiva terminino l’inumana agonia di migliaia di corpi maciullati in agonia nelle corsie sovraffollate degli ospedali che ho visitato. Ho scattato alcune fotografie in bianco e nero ieri, alle carovane di carretti trascinati dai muli, carichi all’inverosimile di bambini sventolanti un drappo bianco rivolto verso il cielo, i volti pallidi, terrorizzati. Riguardano oggi quegli scatti di profughi in fuga, mi sono corsi i brividi lungo la schiena. Se potessero essere sovrapposte a quelle fotografie che testimoniano la Nakba del 1948, la catastrofe palestinese, coinciderebbero perfettamente. Nel vile immobilismo di Stati e governi che si definiscono democratici, c’è una nuova catastrofe in corso da queste parti, una nuova Nakba,  una nuova pulizia etnica che sta colpendo la popolazione palestinese.”

dal libro “Gaza Restiamo Umani”

Palestina,nakba 1948:

 

Gaza, nakba 2009:

 

 

 

 

 

 

Continua il Restiamo Umani Gaza Tour,

queste le prossime date (cliccateci sopra per maggiori info):

 

 

15 maggio

-TORINO:  -ore 20.30  presso sala dell’Antico Macello di Po,  Via Matteo Pescatore

 

19 maggio

-FIRENZE: 21 30,  Libreria La CitèBorgo San Frediano 20rosso
50124 Firenze tel: +39 055 210387

 

 

Vittorio Arrigoni in Gaza

Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com

 

 

Ps.

Questo post è aggregato su PALNEWS.

Ps2, ricordate quando da queste pagine si inviatava a boicottare le olimpiadi di Torino sponsarizzate da Finmeccanica?Giusto per tenerci aggiornati, da peacereporter.

 

 

 

 

Nakba palestinese: una catastrofe che continua da 61 anni Leggi l'articolo »

Vittorio Arrigoni intervistato da Infopal

Una mia recente intervista rilasciata ad INFOPAL:

Vittorio Arrigoni, volontario dell’Ism – International solidarity movement, vive a Gaza da circa un anno, ed è stato testimone diretto e unica voce giornalistica italiana (e non solo) del genocidio perpetrato da Israele nei ventidue giorni (27 dicembre – 18 gennaio) di “Piombo Fuso”.

Vittorio ha pubblicato per il Manifestolibri, “Gaza, restiamo umani”, il diario delle settimane di bombardamenti contro la Striscia.
Gli abbiamo rivolto alcune domande.


L’esercito israeliano si è auto-assolto (L’esercito israeliano si auto-assolve. La condanna delle organizzazioni umanitarie.), dopo aver portato a termine cinque “indagini”. Queste sono le sue conclusioni: “Durante i combattimenti di Gaza, le forze di difesa israeliane hanno operato in accordo con le leggi internazionali”. Le uccisioni di civili inermi sono state definite “incidenti operativi”. Come commenta questi fatti?
  Li commento come ha recentemente fatto Amnesty International, stroncando queste conclusioni per mancanza di credibilità. Secondo Amnesty “è responsabilità di coloro che hanno effettuato bombardamenti, attacchi di artiglieria e di altro tipo, provare che queste aggressioni erano veramente rivolte a obiettivi militari legittimi; non è compito delle vittime provare che non erano coinvolte in attività di combattimento. Ad oggi le informazioni fornite dall’esercito non hanno dimostrato niente. L’indagine dell’esercito israeliano non sostituisce l’inchiesta completa, indipendente e imparziale di cui c’è bisogno”.
Prima di Amnesty International, era stato un rapporto pubblicato dall’ong Human Right Watch (Hrw), a porre l’accento sui crimini di guerra israeliani, per le armi usate e per la condotta adottata dal suo esercito nel corso dell’offensiva di gennaio a Gaza, in particolare sull’uso di ordigni al fosforo bianco.
Se non bastasse, durante il massacro ricordo fu la  Croce Rossa Internazionale a levare la sua voce per denunciare la violazione dei diritti umani di feriti e paremedici palestinesi. Alla fine li hanno ascoltati anche all’interno d’Israele: l’organizzazione umanitaria israeliana “Dottori per i diritti umani” (Phr) ha denunciato che nell’operazione Piombo fuso l’esercito israeliano “ha violato i codici etici…per aver attaccato personale medico; aver danneggiato strutture sanitarie e aver colpito indiscriminatamente civili non coinvolti nelle operazioni”. Tsahal (l’esercito israeliano), prosegue Phr, “non solo non ha consentito l’evacuazione delle famiglie palestinesi assediate e ferite, ma ha anche impedito alle squadre palestinesi di soccorso di raggiungere i feriti”. In particolare 16 membri del personale medico palestinese sono rimasti uccisi durante i combattimenti e altri 25 sono rimasti feriti mentre prestavano i soccorsi alla popolazione. Nonostante il ministro della Difesa Ehud Barak continui a definire l’esercito israeliano come “il più morale del mondo”, Israele ha rifiutato di cooperare con la missione di accertamento dei fatti disposta dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, guidata dal giudice Richard Goldstone, il quale ha chiaramente espresso l’intenzione di indagare sulle violazioni al diritto internazionale commesse da tutte le parti in causa nel conflitto che ha avuto luogo a Gaza e nel sud di Israele. Non mi sorprendo. Una vera democrazia è in grado di processare il suo esercito per crimini di guerra. Israele chiaramente non è una democrazia compiuta.

L’Europa si è già dimenticata del genocidio nella Striscia di Gaza, lo hanno dimostrato le defezioni alla Conferenza contro il Razzismo, a Durban. Che opinione si è fatto di questi avvenimenti e del clamore suscitato?  
Per via che la bozza del testo finale della conferenza Onu sul razzismo, tenutasi poi a Ginevra, conteneva accuse durissime contro Israele, la conferenza è stata boicottata da Stati Uniti, Canada, Italia, Olanda, Polonia, e ultima ad annunciare la defezione, anche la Germania. A quanto pare c’è una parte di Occidente che ritiene giusto continuare a far pagare l’irrisarcibile prezzo dell’Olocausto ai non colpevoli palestinesi. Cosa conteneva di così scandaloso quella bozza? Accusava Israele “per la sua violazione dei diritti umani internazionali, i crimini contro l’umanita’ e una forma contemporanea di apartheid”. Esattamente ciò che ripetono  da anni inascoltati i premi Nobel Nelson Mandela, Desmond Tutu, Jimmy Carter, Wole Soyinka e José Saramago. Mica dei Frattini qualsiasi… Poco importa,  una conferenza più partecipata e una più forte presa di posizione contro Israele di quella finale poi edulcorata dalla Nazioni Unite, non avrebbe cambiato di una virgola la situazione. Dal 1948 sino oggi, Israele ha sempre ignorato radicalmente il diritto internazionale e ha esercitato la sua sovranità in modo assolutamente arbitrario, sostenuta dagli Stati Uniti, che in sede di Consiglio di Sicurezza, hanno sempre coperto i crimini israeliani con il loro diritto di veto. Contando anche su un’ampia complicità di di stati europei, Israele può tranquillamente ignorare il diritto internazionale perché è come gli Stati Uniti, legibus soluta, al di sopra della legge. Per cui un massacro di civili come quello subito a Gaza è puro esercizio della sua routine criminale.  
Il suo libro è una testimonianza forte, un’istantanea dei 22 giorni di massacri israeliani contro la Striscia. Come vive ora? Cosa prova e come sta la gente di Gaza?  
Il piombo non è più fuso ma continua ancora a piombarci addosso a intervalli regolari. L’altro giorno, due minatori palestinesi uccisi dai bombaramenti israeliani su Rafah, e i contadini sono quotidianamente presi di mira dai cecchini mentre lavorano al confine (vedi video). Ogni mattina presto mi svegliano, qui davanti al porto, i colpi di mitragliatrice della marina israeliana che impedisce ai pescherecci palestinesi di andare poche miglie oltre la loro costa. Qui a Gaza è morta la speranza, sembra di vivere nell’intervallo fra una tragedia e l’altra, non si sono ancora dissipati i fantasmi, i traumi dell’ultimo massacro, che nuovi lutti (oltre la sofferenza dell’assedio) si annunciano a breve. A quanto pare l’esercito israeliano si sta esercitando per una nuova carneficina, data per imminente.  
Qual è la sua impressione dei recenti dialoghi interpalestinesi al Cairo? Inoltre, come viene considerata attualmente Hamas tra la popolazione locale?  
I continui rimandi a un accordo fra le varie fazione certo non fanno bene al morale di una popolazione che vorrebbe unità nazionale, innanzitutto. Ma la domanda sorge spontanea, Israele è chiaro che continuerà a non riconoscere un governo palestinese presieduto anche solo in coalizione da Hamas, quale sarà allora la risposta della comunità internazionale? Mi auguro non si continui a boicottare il partito islamico, che ricordo è uscito vincitore da elezioni libere e democratiche.
Per quanto riguarda la popolarità dell’attuale governo, la settimana scorsa Hamas ha perso le elezioni svoltesi all’interno dell’unione dei lavoratori dell’Unrwa (diecimila dipendenti), dopo molti anni in cui usciva vincente. Ciò lascia intravedere un calo dei consensi nella popolazione di Gaza, a mio avviso fisiologico come per qualsiasi altro governo in carica.  
Quando ritornerà in Italia?  
Il mese prossimo proveranno ad attraccare al porto qui di fronte a dove vivo 8 imbarcazioni del Free Gaza Movement, cariche di aiuti umanitari, attivisti e  premi Nobel per la pace. Se la marina israeliana non si macchierà di pirateria come sua abitudine, potrebbero essere per me la possibilità di fuoriuscire da questa immensa prigione a cielo aperto.
Certo non mi è facile lasciare Gaza e i suoi civili in una situazione peggiore di come l’ho incontrata, specie alla vigilia di un possibile nuovo attacco israeliano, possibilmente questa volta senza scomodi testimoni internazionali.

 

Vittorio Arrigoni in Gaza

Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com

 

 

Ps.

Il papa non poggerà le sue prada su Gaza e non accoglierà nemmeno i cristiani a Gerusalemme, speriamo NON DIMENTICHI! almeno:

una lettera da sottoscrivere di Don Nandino Capovilla

 

 

 

 

Continua il Restiamo Umani Gaza Tour,

queste le prossime date (cliccateci sopra per maggiori info):

 

11maggio

-Bologna: ore 19.30 al VAG61 via Paolo Fabbri 110

 

12 maggio

– VARESE: ore 18-20.30. presso MIV Multisala Impero Varese – Sala Urano

 

15 maggio

-TORINO:  -ore 20.30  presso sala dell’Antico Macello di Po,  Via Matteo Pescatore

 

19 maggio

-FIRENZE: 21 30,  Libreria La CitèBorgo San Frediano 20rosso
50124 Firenze tel: +39 055 210387


 

 

Vittorio Arrigoni intervistato da Infopal Leggi l'articolo »

Gaza: primi di maggio che sono tanti venticinque aprile

“Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista,
c’erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’Olocausto;
dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato,
c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta,
se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono.”
Italo Calvino

 

Curioso a Gaza,

festeggiare il primo maggio marciando dal centro città verso un parlamento ridotto in macerie dai bombardamenti, entro la foresta mobile di bandiere rosse dei partiti politici di sinistra palestinesi,

festeggiare i lavoratori su di una terra dove il tasso di disoccupazione a causa dell’assedio israeliano raggiunge il 70% circa.

 

Un primo maggio vissuto con forti connotazioni da 25 aprile.

Vedere per credere:

Qui il lavoro non è infatti inteso solo come sopravvivenza,

ma vera e propria forma di Resistenza.  

Andare a coltivare i loro campi vicino al confine,

per i contadini palestinesi a est di Khan Younis (ultimo ferito dai cecchini israeliani giusto ieri) significa rivendicare la legittima terra, l’identità.Il diritto all’autodeterminazione. In poche parole Restistenza, un 25 aprile che per il popolo palestinese si consuma ogni dannato giorno.

 

Il 25 aprile l’abbiamo onorato così a Gaza, 

a dispetto di chi in Italia vorrebbe depennare questa data dal calendario,

o peggio, se penso al governo attualmente in carica,

farne una festa di tutti (il 25 aprile non è la festa di tutti, ma solo di quegli italiani che si riconoscono fedelmente nei valori della Resistenza e nel sacrificio dei partigiani caduti per la nostra libertà. Non certo la festa di quelli che fino all’altro ieri si facevano vanto di esser fascisti e sputavano sulle tombe dei nostri nonni resistenti morti, e oggi non vedono l’ora di smantellare la Costituzione).

 

Oltre la Restistenza armata malearmata,

ci sono altra varie forme di Resistenza in Palestina,

quelle dei contadini che vengono uccisi per un mazzo di prezzemolo,

dei pescatori continuamente attaccati dalla marina israeliana a poche miglia dalla costa,

dei paramedici colpiti dall’artiglieria sulle loro ambulanze,

dei giornalisti martiri nello svolgimento del loro dovere.

 

Forme di Resistenza civile e non violenta che abbracciamo e sosteniamo noi internazionali qui a Gaza,

io con un occhio in Italia e a quelle tombe di partigiani morti.

Lapidi che mi hanno insegnato a non inginocchiarmi dinnanzi alla tirannia,

fascista o sionista che sia.

 

Restiamo Umani

 

Vik

 

Vittorio Arrigoni in Gaza

Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/

Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com

siti della missione: http://www.freegaza.org/ e www.palsolidarity.org

 

Ps.

Ci provano sempre.

Ogni qualvolta in Italia la destra arriva al governo torna alla carica cercando di far passare una legge che equipari i partigiani della Resistenza e miliziani della Repubblica di Salò. Ricordando quale era il giuramento delle SS repubblichine:

 

“Davanti a Dio presto questo giuramento: che nella lotta per la mia Patria italiana contro i suoi nemici, saro’ in maniera assoluta obbediente ad Adolf Hitler, comandante dell’Esercito Tedesco e quale valoroso soldato saro’ pronto in ogni momento a dare la vita per questo giuramento”

Inviatiamo a firmare la sottoscrizione di Art. 21:

http://www.articolo21.info/14/appello/no-allequiparazione-tra-partigiani-della.html

 

 

Continua il Restiamo Umani Gaza Tour,

queste le prossime date: 

 

7 maggio – Rimini – Libreria interno 4 info:

http://comunitasociale.ning.com/events/presentazione-del-libro

 

10 Maggio – Brindisi – Teatro Impero info : http://www.iltaccodibacco.it/puglia/eventi/19123.htmlt

 

 

-Clicca per ordinare online i libri-

 

Alcuni Link di amici impegnati e Resistenti incontrati qui a Gaza:

 

http://www.creatividellanottemusicforpeace.org/

(i fratelli creativi liguri che hanno resistito 50 giorni al confine per  portare dentro la Striscia di Gaza le 40 tonnellate di cibo raccolte in Italia. Denunciando lo scandalo di 15.000 tonnellate di aiuti fermi in territorio egiziano.)

 

http://www.usg2009.blogspot.com/

(Marcello Sordo, infermiere volontario all’ospedale AL AWDA di Jabalia)

 

www.epicentrosolidale.org

 (Epicentro Solidale, Manolo Luppichini, con noi sui campi insanguinati di prezzemolo)

 

http://certestorie.blogspot.com

(Anna, penna libera di raccontare l’inenarrato)

 

http://www.fabioproverbio.com/GAZA-AGRI-PESCA/

(Fabio Proverbio ha immortalato Gaza)

 

http://www.aldosoligno.com/

(…pure Aldo)

 

http://www.andresbergamini.it

(un amico monaco incontrato nella parrocchia di Gaza)

Gaza: primi di maggio che sono tanti venticinque aprile Leggi l'articolo »

Solidarietà da Gaza e per Gaza: continua il Restiamo Umani Tour

La mia solidarietà a Vauro e alla Gabanelli,
recentemente intimiditi dai nuovi sgherri di un Berlusconi vecchio, assuefatto all’uso della censura.
 
Sopra i miasmi del fosforo bianco e della putrefazione ancora avvertibili intorno alle macerie di Gaza,
il tanfo di regime che si respira di questi tempi in Italia è giunto fino a noi.
 
Solidarietà e tanta alle vittime de l’Aquila,
mi hanno espresso molti palestinesi di Gaza rimasti scioccati dalle immagini del terremoto trasmesse da Al Jazeera.
 
Gaza e l’Aquila.
Per chi è recentemente è stato in entrambi i luoghi
(come il fratello Manolo telecamera in spalla)
lo scenario di distruzione deve essere apparso molto simile,
con una fondamentale differenza:
qui siamo stati colpiti da una catastrofe innaturale.
 
Innaturale perché a differenza de l’Aquila i terremoti che hanno fatto crollare migliaia di edifici seppellendo sotto centinaia di civili non sono stati causati da una forza ineluttabile della natura,
bensì dai bombardamenti di un esercito mosso da un governo, quello israeliano, nel momento in cui ha deciso di compiere deliberatamente e cinicamente una strage di massa.
 
Silvio Berlusconi, di uno squallido sciacallaggio nel fare della tragedia abruzzese il palcoscenico per la sua propaganda populista, ha accetta gli aiuti da Israele con questa motivazione:
 “Per la loro preparazione nella protezione dei civili”.
 
Dubito che i 425 bambini palestinesi rimasti sotto le macerie delle loro case crollate per via dei “terremoti israeliani”,
possano essere d’accordo con lui.
 
Restiamo umani.
 
Vik
 
Vittorio Arrigoni in Gaza
Blog: http://guerrillaradio.iobloggo.com/
Contatto e donazioni: guerrillaingaza@gmail.com
telefono: 00972(0)59 8378945
siti della missione: http://www.freegaza.org/ e www.palsolidarity.org
 

 
 
Continua il Restiamo Umani Gaza Tour,

queste le prossime date (cliccateci sopra per maggiori info):

 
23 aprile:
-REGGIO EMILIA: ore 21.00 il Comitato per la popolazione civile di Gaza presenta: “GAZA RESTIAMO UMANI – dicembre 2008 gennaio 2009” di Vittorio Arrigoni. Presso LAB.AQ16 – via F.lli Manfredi 14 – ex Foro Boario – RE
 
– ROMA: L’Associazione Ya Basta Moltitudia Onlus:  Dalle periferie del mondo al cuore della Terra! Giovedì 23  ore 18, Roma – Horus Liberato 2.0 – P.zza Sempione -Presentazione del libro “Restiamo umani” di Vittorio Arrigoni (in collegamento da Gaza
 
24 aprile:
-ROMA: ore 18 Presentazione del libro “Gaza – Restiamo umani” di Vittorio Arrigoni. Presso Libreria Odradek Via Dei Banchi Vecchi 57 Roma (RM)  Tel: 066833451
 
25 aprile:
-BRINDISI: Pino Marella introduce e presenta Restiamo Umani di Vittorio Arrigoni
(in collegamento telefonico se non gli sparano in questi giorni) ore 19.30, Goldoni, Piazza Dante, Brindisi.

 
guerrilla radio dixit – permalink
115 commenti – TrackBack (0)
 CONDIVIDI


Restiamo Umani Gaza Tour: Milano, Brindisi, Casatenovo, Roma
15/04/2009
 

 

 

 

Continua il Restiamo Umani Gaza Tour,

queste le prossime date (cliccateci sopra per maggiori info):

 

16 aprile:“RESTIAMO UMANI”Cronache da Gaza:

                 giovedì 16 aprile,  “Sala guicciardini” MILANO – ore 20 30.

          
 

17 aprile: Pino Marella introduce e presenta Restiamo Umani di Vittorio Arrigoni

(in collegamento telefonico se non gli sparano in questi giorni) ore 1830, Goldoni, Piazza Dante, Brindisi.


18 aprile: ¡NO MÁS! 365 giorni di informazione libera: presentazione del libro “Restiamo Umani” di Vittorio Arrigoni, ore 20 30, Casatenovo (Lecco)
 
23 aprile: L’Associazione Ya Basta Moltitudia Onlus:  Dalle periferie del mondo al cuore della Terra! Giovedì 23  ore 18, Roma – Horus Liberato 2.0 – P.zza Sempione -Presentazione del libro “Restiamo umani” di Vittorio Arrigoni (in collegamento da Gaza)

Solidarietà da Gaza e per Gaza: continua il Restiamo Umani Tour Leggi l'articolo »

Restiamo Umani Gaza Tour: Milano, Brindisi, Casatenovo, Roma

Continua il Restiamo Umani Gaza Tour,

queste le prossime date (cliccateci sopra per maggiori info):

 

16 aprile:“RESTIAMO UMANI”Cronache da Gaza:

                 giovedì 16 aprile,  “Sala guicciardini” MILANO – ore 20 30.

          
 

17 aprile: Pino Marella introduce e presenta Restiamo Umani di Vittorio Arrigoni

(in collegamento telefonico se non gli sparano in questi giorni) ore 1830, Goldoni, Piazza Dante, Brindisi.


18 aprile: ¡NO MÁS! 365 giorni di informazione libera: presentazione del libro “Restiamo Umani” di Vittorio Arrigoni, ore 20 30, Casatenovo (Lecco)
 
23 aprile: L’Associazione Ya Basta Moltitudia Onlus:  Dalle periferie del mondo al cuore della Terra! Giovedì 23  ore 18, Roma – Horus Liberato 2.0 – P.zza Sempione -Presentazione del libro “Restiamo umani” di Vittorio Arrigoni (in collegamento da Gaza)

Restiamo Umani Gaza Tour: Milano, Brindisi, Casatenovo, Roma Leggi l'articolo »

Restiamo Umani Gaza Tour oggi a Roma

Per ordinare online i libri:http://www.manifestolibri.it/vedi_autori.php?autor=Vittorio%20Arrigoni#
 
Il Restiamo Umana Gaza Tour continua:
Roma, giovedi 2 aprile
RESTIAMO UMANI:
Il Forum Palestina presenta il libro di Vittorio Arrigoni

Casa della Pace, Giovedì 2 Aprile, ore 18.30 Via Monte Testaccio, 22

Fabio Amato, Responsabile esteri di Rifondazione Comunista
Alfredo Tradardi Ism Italia
Michelangelo Cocco, giornalista de Il Manifesto
Maurizio Musolino, giornalista di Rinascita della sinistra

discutono del libro di Vittorio Arrigoni “Restiamo Umani”, preziosa raccolta delle cronache scritte dal più famoso pacifista italiano del momento. Una occasione per ripensare a sinistra i termini della causa palestinese.

Mila Pernice, redattrice di Radio Città Aperta, intervisterà Vittorio Arrigoni in collegamento da Gaza.

Coordina :
Germano Monti ( Forum Palestina)

Intanto vi informo che la compagna di boicottaggio all’ Israele razzista e criminale di guerra  (sito di riferimento: bdsmovement.net ) sta andando a gonfie vele.

Secondo il Jerusalem post  infatti in aggiunta ai problemi e alle difficoltà dati dalla crisi economica mondiale, il 21% dei esportatori locali dichiara di avere problemi nel vendere prodotti israeliani a causa del boicottaggio anti-Israele, specie nel Regno Unito e nei paesi scandinavi.

Quei lochi di Casa Loca, difendono i diritti umani e diffondo il boicottaggio in giro  per i supermercati e i centri commerciali di Milano e dintorni così:

Alla via così brothers, ho mostrato il vostro filmato ai portavoce del BDS qui a Gaza e si sono detti tutti entusiasti.

restiamo umani

Vik

Restiamo Umani Gaza Tour oggi a Roma Leggi l'articolo »

Restiamo Umani di Vittorio Arrigoni

Cari Hermanos,
il nostro adagio “RESTIAMO UMANI” ,
diventa un libro.

E all’interno del libro il racconto di tre settimane di massacro,
scritto al meglio delle mie possibilità,
in situazioni di assoluta precarietà,
spesso trascrivendo l’inferno circostante su un taccuino sgualcito
piegato sopra un’ambulanza in corsa a sirene spiegate,
o battendo ebefrenico i tasti su di un computer di fortuna
all’interno di palazzi scossi come pendoli impazziti da esplosioni tutt’attorno.

Vi avverto che solo sfogliare questo libro potrebbe risultare pericoloso,
sono infatti pagine nocive, imbrattate di sangue,
impregnate di fosforo bianco,
taglienti di schegge d’esplosivo.

Se letto nella quiete delle vostre camere da letto rimbomberanno i muri
delle nostre urla di terrore,
e mi preoccupo per le pareti dei vostri cuori
che conosco come non ancora insonorizzate dal dolore.

Mettete quel volume al sicuro,
vicino alla portata dei bambini,
di modo che possano sapere sin da subito di un mondo a loro poco distante, dove l’indifferenza e il razzismo fanno a pezzi loro coetanei come fossero bambole di pezza.
In modo tale che possano vaccinarsi già in età precoce
contro questa epidemia di violenza verso il diverso e ignavia dinnanzi all’ingiustizia.
Per un domani poter restare umani.

I proventi dell’autore,
vale dire Vittorio Arrigoni,
me medesimo,
andranno INTERAMENTE alla causa dei bambini di Gaza sopravvissuti all’orrenda strage,
affinché le loro ferite possano rimarginarsi presto (devolverò i miei utili e parte di quelli de Il Manifesto al Palestinian Center for Democracy and Conflict Resolution, sito web: http://www.pcdcr.org/eng/ , per finanziare una
serie di progetti ludico-socio-assistenziali rivolti ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati ).

Nonostante offerte allettanti come una tournee in giro per l’Italia con Noam Chomsky, ho deciso di rimanere all’inferno, qui a Gaza.
Non esclusivamente perché comunque mi è molto difficile evacuare da questa prigione a cielo aperto (un portavoce del governo israeliano ha affermato :”e’ arrivato via mare, dovrà uscire dalla Striscia via mare”), ma soprattutto perché qui ancora c’è da fare, e molto, in difesa dei diritti umani violati su queste lande spesso dimenticate.

Non avremo certo gli stessi spazi promozionali di un libro su Cogne di Bruno Vespa o una collezione di lodi al padrone di Emilio Fede,
da qui nasce la mia scommessa,
sperando si riveli vincente.

Promuovere il mio libro da qui, con il supporto di tutti coloro che mi hanno
dimostrato amicizia, fratellanza, vicinanza, empatia.
Vi chiedo di comprare alcuni volumi e cercare di rivenderli se non porta a porta quasi, ad amici e conoscenti, colleghi di lavoro, compagni di università, compagni di
volontariato, di vita, di sbronza.
E più in là ancora, proporlo a biblioteche,
agguerrite librerie interessate ad un progetto di verità e solidarietà.
Andarlo a presentare ai centri sociali e alle associazioni culturali vicino a dove state.

Si potrebbero organizzare dei readings nelle varie città, (io potrei intervenire telefonicamente, gli eventi sarebbero pubblicizzati su Il Manifesto, sui nostri blog e aggiro per internet)
e questo potrebbe essere anche una interessante occasione per contarsi, conoscersi,
legarsi.
Non siamo pochi, siamo tanti,
e possiamo davvero contare,
credetemi.

Il libro lo trovate fin d’oggi nelle edicole con Il Manifesto,
e fra due settimane nelle librerie.Confido in voi,
che confidate in me,
non per i morti
ma per i feriti a morte di questa orrenda strage.
Un abbraccio grande come il Mediterraneo che separandoci, ci unisce.

Restiamo umani.

vostro mai domo

Vik

Restiamo Umani di Vittorio Arrigoni Leggi l'articolo »

Ricordo di Rachel Corrie: sesto anniversario.

Ieri ci siamo recati a Rafah,
a pochi metri dal filo spinato che separa l’Egitto con il campo di concetramento di Gaza.
 
Abbiamo ricordato il brutale assassionio di Rachel Corrie,
uccisa mentre stava impedendo la demolizione della casa di un medico palestinese ad opera dell’esercito israeliano.
 
Un ricordo commosso, non mesto.
Abbiamo comprato degli aquiloni e li abbiamo distribuiti a un gruppo di bimbi,
come per ridonare loro un’ idea di spensieratezza e libertà sopra una prigione ridotta in macerie.
 
Anche i soldati israeliani hanno commemorato Rachel,
giorni fa,a Ni ‘lin, sparando in testa a Tristan Andreson , nostro compagno dell’ISM.
Un soldato gli ha sparato in faccia durante una manifestazione non violenta in supporto alla popolazione locale contro l’illegale (e criminale) muro dell’apartheid che Israele sta costruendo espropriando ettari ed ettari di territorio palestinese.
Espropriando terra, confiscando vite:

 Nel buco del culo del mondo,
Gaza, a volte inaspettatamente si ha la fortuna di incontrare forestieri familiarmente umani,
oltre serial killer vestiti da soldati, giornalisti prezzolati e turisti della guerra.
 
Dopo l’hermano Manolo,
è la volta del para-babbo Fulvio,
a cui passo con  piacere la parola:

Di ritorno da Gaza, ANGELI E DEMONI IN PALESTINA.

Di Fulvio Grimaldi.


Un arabo frustrato di nome Raja Shemayel sul suo blog la definisce così: “Prendete un pezzo di terra lungo 40 km e largo all’incirca 5. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e 400mila abitanti. Dopodichè circondatelo con il mare a ovest, l’Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e a est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiarate guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di decollo per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, navi da guerra, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate, 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo “Israele che si difende”. Adesso fermatevi un momento e dichiarate che “evitate di colpire la popolazione civile” e definitevi l’unica democrazia in atto… Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di persone disarmate  (l’85% dei 1.455 ammazzati nel massacro delle tre settimane erano civili, il 30% bambini. N. d. A) perché è stato proprio Israele a metterle lì (due terzi della popolazione di Gaza sono profughi del 1948 e loro discendenti. N.d.A.). E’ allora chiamatelo genocidio, è più credibile… Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato ieri al giornale “Haaretz”: “Uccidiamo i loro bambini oggi, per salvarne tanti domani”.

Restiamo umani.

Vittorio Arrigoni, volontario in Palestina, chiudeva così quei pezzi da Gaza che, sul solo “manifesto”, davano voce ai  senzavoce di Gaza nel corso dell’aggressione 27 dicembe 2008 – 18 gennaio 2009 e seguenti. Gli italiani perbene e da lui disintossicati gli hanno già fatto un monumento nel loro cuore. Era tornato a Gaza qualche giorno prima dell’assalto sui battelli del “Free Gaza Movement”. Uscito su pescherecci nel mare proibito ai pescatori di Gaza, era stato intercettato e sequestrato dalle motovedette israeliane. Sbattuto in una fetida prigione, aveva imposto il suo rilascio con uno sciopero della fame. Non ci ha pensato su due volte a riprendere la nave di Cipro e tornare tra i “suoi”. Gli hanno sparato e risparato, anche dopo la “tregua”, un sito sionista ha invitato a ucciderlo, ha visto sventrare le ambulanze e cadere gli infermieri con cui correva in soccorso ai feriti, le rare volte che le belve con la Stella di Davide lo consentivano. Ha disintegrato la panna montata delle menzogne politiche e mediatiche con cui un’armata di ascari dei due Stati Canaglia, Usa e Israele, soffocava lucidi neuroni e impediva giusti moti del cuore. Due mesi dopo una “tregua” che è costata altri undici morti ammazzati, bombardamenti quasi giornalieri, il terrorismo dei tiri al bersaglio a contadini senza più campi e pescatori senza più mare, Vittorio è sempre lì. Non è andato a casa, a tirarsi fuori dall’inferno, a ritemprarsi dai suoi, dalla ragazza. E’ ancora lì, tra quei contadini, quei pescatori, quei resistenti, quei mutilati e quei bimbetti ai quali gli scherzi con Vittorio sanano ferite e recuperano la risata. Ho incontrato Vittorio Arrigoni a Gaza, siamo diventati amici. Un italiano che ti riconcilia con ‘sto paese sbrindellato e malfamato. Diceva Fabrizio De André: “Dalla melma nascono i fiori”.    


Siamo seduti accanto, Zenab ed io, su una branda nell’edificio mezzo sventrato e riempito di graffiti dispregiativi dai militari invasori, tipo “Ammazza gli arabi”, “Torneremo”, “Israele è stato qui”, “Vi uccideremo tutti se non vi togliete dalle palle”.


Poi ci sono le decorazioni: una serie infinita di stelle di Davide, merda spalmata sulle pareti, tutto quello che c’era in casa scagliato dalle finestre a schiacciare sotto una confusione di colori ormai stinti – panni, quadri, libri, pentole, coperte, materassi, mobilia – quello che era un giardino. Siamo a Zeitun, quartiere della periferia est di Gaza City disintegrato dalla colonna di tank israeliana che qui è stata fermata dalla guerriglia. Quando i prodi soldati di Tsahal, polverizzate con i cannoni, gli F16, gli Apache, le costruzioni che si trovavano davanti, perlopiù con tutta la gente dentro, venivano affrontati nel corpo a corpo dalla Resistenza, l’avanzata finiva. Nel combattimento casa per casa, di cui sono testimonianza le migliaia di fori sulle case subito dietro l’area spianata da bombe e proiettili, questi eroi dell’ “autodifesa”, abituati da anni a infierire sui ragazzi e sulle donne delle pietre e delle manifestazioni, poi duramente bastonati dagli Hezbollah in Libano, se la facevano sotto e invocavano la mamma. Lo conferma una confessione scritta sulle pareti tra le ingiurie alle vittime: “Mamma, fammi tornare a casa”. 

Zenab ha tredici anni, bionda, occhi bruni chiari, le mani serrate in grembo. Sorride solo quando una turba di bimbetti dai due ai cinque anni, fratelli, cugini, salta sul materasso come fosse un piano elastico, facendo ballare la mia telecamera. Fuori dalla finestra, chiusa da teli di plastica, si dilata a perdita d’occhio un mare di macerie fino ai campi che coprono le poche centinaia di metri prima delle torrette di guardia israeliane. Quelle dalle quali, sparandogli addosso, i cecchini si divertono a far saltare le cervella ai contadini affamati che si peritano di affacciarsi sulle loro colture in rovina. Si chiama “tregua” ed è costata la vita a 13 civili già nelle prime due settimane dopo il 18 gennaio, data dalla quale l’onesta informazione italiana fa partire il cessate il fuoco israeliano. Nello stesso periodo qualche decina di minirazzi si sono persi tra gli sterpi oltre confine. Di quelli si parla, senza peraltro citare le ripetute dichiarazioni di Hamas che ne smentiscono la paternità. Gli israeliani sono i migliori al mondo nelle provocazioni. Bisogna pur offrire ai media voraci di vittimismo israeliano un alibi per i quotidiani bombardamenti da “tregua” su Rafah e su quel protocollo salvavita che sono i tunnel verso l’Egitto.

Quella distesa di rovine, tra le quali spunta, spaccata a metà, la cupola d’oro della moschea, una delle trenta rase al suolo, erano le case della grande famiglia Samudi. Zenab è una Samudi. Le sono stati ammazzati 29 parenti, tra cui la mamma, il papà, tre sorelline, una cuginetta. Di questi ha vissuto la fine. E me la racconta. La mamma e le bambine erano state bersagliate dai proiettili dei carri mentre se ne stavano rintanate in quella che gli era sembrata la stanza più sicura. All’avvicinarsi notturno dell’aggressore avevano voluto fuggire verso il centro città, ma gli israeliani li avevano costretti a rinchiudersi in quella casa. Poi avevano aperto il fuoco. Così in tante altre occasioni, ovunque, a Jabalia, Abed Rabbo, Khan Yunis, Rafah… Un loro capo di Stato maggiore non aveva prefigurato i palestinesi come “scarafaggi impazziti in fuga da una bottiglia”?  Con la differenza che qui, agli scarafaggi, era anche stata tappata la bottiglia.

La mamma era piena di schegge, ma aveva gli occhi aperti e respirava, respirava. Io la chiamavo lei mi guardava fissa, poi non respirava più. La chiamavamo, la chiamavamo. Anche alcune delle mie sorelle non si muovevano più. Guardando in giù, vedevamo i nostri piedi strisciare nel sangue. Mio padre, allora, ci ha detto meglio morire insieme alle nostre case là fuori, andiamo. Prendemmo degli stracci bianchi e ci affacciammo. C’erano tutt’intorno le sagome dei carri con i cannoni puntati su di noi. Nessuno ci disse niente e noi, col papà avanti, ci avviammo. Eravamo una lunga fila, tutti con gli stracci bianchi”. Poi Zenab passa inconsapevolmente al presente: “Facciamo il giro della casa, camminiamo tra calcinacci e spuntoni di ferro, quando parte un colpo, poi altri, sibili dopo sibili e schegge che schizzano dai muri. Papà cade per primo, poi altri, nel buio non capisco chi.

Da dietro arriva d’improvviso la sirena di un’ambulanza, ma gli spari aumentano e vanno anche in quella direzione. Si sente come una grossa martellata sul metallo, uno schianto come quando si scontrano due automobili. E la sirena non suona più. Ci mettiamo a correre, sempre con le pezze bianche in alto. Ancora spari…


Zenab è salva. Oggi parla come una donna adulta. Mi guarda con il viso immobile. Solo le labbra si muovono. E’ una grazia che intorno le razzolino tutti quei fantolini vispissimi, impegnati a spintonarsi davanti all’obiettivo – “sura! sura!, foto! foto! – o a giocare alla guerra con dei legnetti. La guerra vera a uno di loro, scarsi due anni, ha maciullato una mano: mancano quattro dita, mezzo palmo, resta un mozzicone di pollice. Me la mostra, quella manina massacrata, e me ne cerca l’effetto negli occhi. O una spiegazione, chissà.  Non c’è migliore infanticida di Israele. Di Zenab, della sua cuginetta di dieci anni, Duna, con gli occhi neri tagliati obliqui, la coda castana sulla nuca e sulla faccia il miracolo della gravità mescolata alla gentilezza, ce ne sono tante quanti sono i fratelli e le sorelle dei 400 bambini scannati in tre settimane. Un centinaio subito il primo giorno, quando le orde volanti israeliane arrivarono intorno alle 11.30, a colpire nel mucchio scolaretti e studenti che a quell’ora sciamavano per le strade nel cambi di turno. Non si fa forse così un genocidio, ai termini della definizione datane dall’ONU? Chissà se a tutti questi sarà di beneficio quello che il gruppo di generosi medici liguri, al quale mi sono accompagnato nel viaggio d’andata, riporterà in Italia, tra un’opinione pubblica rinserrata nella menzogna mediatica, ma forse ancora aperta alle lacrime e alla mano da offrire ai più dannati dei dannati bambini della Terra.

Ci avevano bloccati al valico egiziano di Rafah, noi, volontari solidali da mezzo mondo. italiani del Forum Palestina con le somme raccolte per l’ospedale “Al Awda” di Jabalia, statunitensi, francesi, inglesi, irlandesi, tedeschi… Una turba un po’ stracciona che si accalcava sui cancelli presidiati da poliziotti in nero, gentili, inflessibili: non si passa.  Si erano accampati sul pavimento di cemento della bottega di Mohammed, a fianco dei cancelli. Avevano resistito tre giorni e due notti, con conciliaboli tra “capogita” e funzionari doganali, ossessive telefonate alle rispettive ambasciate a invocare quel pezzo di carta che, secondo i guardiani del confine, ancora mancava, i chai caldi, tè, e i cahua, caffè turco, con merendine, del giovialone dai sorrisi sdentati Mohammed, sempre guardati a vista da poliziotti, che invano avevano tentato di spintonarli via, a volte assordati dalle bombe che gli energumeni sugli F16 lanciavano a ridosso del confine, sui tunnel. Magari anche sull’apprensività degli “internazionali”, che si spaventassero e rinunciassero a sostenere gli “scarafaggi” riportando al mondo l’evidenza che Israele è uno Stato fuorilegge, primatista mondiale di razzismo (come sentenzia il documento ONU per la convenzione “Durban 2”), criminale. D’improvviso, al tramonto, i cancelli si socchiudono. Proprio quando ormai si stava diffondendo il timore che non si sarebbe mai passati e che ci saremmo dovuti rassegnare a raccontare a casa quanto infame fosse la subalternità del despota gerontocrate Mubarak allo Stato sionista e quanto cinica la sua collaborazione nel tirare il cappio intorno a un popolo di insanguinati e affamati che, con le belve alle calcagne, premevano disperati su quei cancelli e su quella muraglia che l’Egitto ha copiato dal muro di Sharon.

Il blocco israelo-egiziano (non c’è foglia che si muova al Cairo che Israele non voglia) s’infrange al terzo giorno. Di colpo, senza spiegazioni. E passiamo col cuore in gola, anzi col cervello nel cuore che ha messo la quarta. Non è che si sia compiuta un’impresa epocale, come alcuni avrebbero subito strombettato. Prima di noi qualcuno aveva già disfatto la tela della collusione israelo-egiziana. Ce l’avevano fatta Angela Lano di Infopal, un’altra grande voce per la Palestina, quelli semigovernativi di Crocevia, la troupe Rai di Jacona… Noi avevamo semplicemente contribuito a svelare la strategia israelo-italo-egiziana di rendere il blocco impenetrabile o, almeno, eccessivamente faticoso da superare. Ma dopo di noi la crepa diventa subito voragine, in fondo al quale il regime del satrapo si nasconde davanti allo scandalo internazionale e tra le proprie masse della sua miserabile correità. Appeso ai muri della monumentale porta resta lo striscione “Palestina Libera”. Ci segue la carovana delle 60 infuriatissime donne Usa dell’associazione “Code Pink” , Codice Rosa,  tra le quali scorgo le facce sorridenti e tenere dei genitori di Rachel Corrie, la martire della brigata internazionale di resistenti passivi, schiacciata a Gaza da una ruspa israeliana, davanti alla casa che voleva preservare dall’annientamento. Mi diranno che la morte di Rachel ha dato nuova vita a loro e a tantissimi negli Stati Uniti, una vita che da allora si mescola con quella che scorre nelle vene di coloro che stanno tornando per l’ennesima volta ad abbracciare. Due giorni dopo entra anche l’incredibile colonna del deputato britannico George Galloway, segretario del partito “Respect” . Lui e la sua gente è come se confermassero la sentenza capitale per ignavia ai partiti di sinistra italiani. Sono 150 tra camion zeppi di rifornimenti vitali, ambulanze nuove di pacca, pescherecci, furgoni. Impossibile sia per i macellai di Tel Aviv, sia per il loro magazziniere egiziano stoppare quel convoglio, anche perché viene dal Regno Unito e Galloway è, dopotutto, un parlamentare di Sua Maestà. Lo zimbello successore dei faraoni si consola bloccando nello stadio di El Arish, a due passi dal confine, qualche centinaio di tonnellate di generi di prima necessità portate da organizzazioni umanitarie varie, roba ormai da macero. Per passare, un centinaio di robusti figli di Albione hanno dovuto fare a botte con una specie di Celere egiziana. I cardini dei portali di Rafah sono dunque stati mossi anche dell’imbarazzo spurgato da giornali che urlavano “scontri tra volontari britannici e polizia egiziana comandata a impedire l’arrivo di cibo a farmaci a Gaza”.

Le terre, i centri abitati che risalgo verso Gaza City, dopo averli frequentati sotto lo stivale dell’occupante, allora impegnato nelle distruzioni selettive e  negli assassini in serie mirati con corredo di civili trucidati dall’effetto collaterale, danno corpo alla cifre accertate dalle agenzie ONU, dalla Croce Rossa e da altre organizzazioni  come “Amnesty International” o la rivista medica “Lancet”. Cifre che rivelano quanto bravo sia Israele a polverizzare case, devastare ambienti, colture, infrastrutture, punire collettivamente sterminando inermi, preferibilmente di genere femminile (procreano!) e di precoce età (crescono!), sperimentare per la seconda volta, dopo il Libano, le armi antipersona che feriscono e uccidono tra spasimi prolungati, mutilano per sempre, avvelenano per generazioni. Tutte cose che, secondo il diritto internazionale e la Quarta Convenzione di Ginevra fanno di un occupante, di un regime, l’imputato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ma, intanto, imputato è Omar el Bashir, presidente di un paese che non si piega ai ricatti e alle minacce sioniste ed imperialiste e contro la cui sovranità e indipendenza quelle forze hanno scatenato una sanguinosa secessione in Darfur. Al riottoso Sudan, un paese sul quale il colonialismo britannico ha infierito nel solito modo barbarico e che alla Corona ha inflitto sconfitte memorabili, deve essere insegnato che a comportarsi così si finisce come l’Iraq, l’Afghanistan, la Palestina, la Jugoslavia, si finisce preda dei cannibali. Ha il torto di stare con i palestinesi e i liberi iracheni, El Bashir, di privilegiare per opere e petrolio una Cina assai più equa nei rapporti degli avvoltoi occidentali, di aver respinto tutti i tentativi di destabilizzazione orditi da Usa, UE, Israele, Vaticano, fin dai tempi in cui il Sudan veniva azzannato da Sud. Apprendiamo dalla tv di Hamas a Gaza che il presidente sudanese è stato incriminato dal Tribunale Penale dell’Aja e che ne è stato chiesto l’arresto. All’Aja hanno processato e fatto morire il difensore della Jugoslavia unita e socialista, Slobodan Milosevic. I giudici dell’Aja, non si sognano di incriminare Olmert, o Bush, o il fantoccio iracheno Al Maliki, trapanatore di crani, o l’Uribe colombiano delle stragi di Stato di contadini e sindacalisti, o il comatoso Sharon, o il serial killer kosovaro Hashim Thaci, oggi premier di un narcostato Nato. Ma Omar El Bashir è un arabo e gli arabi vanno dispersi, è un musulmano e serve allo “scontro di civiltà” e, come questi qua di Gaza, tiene la schiena dritta.

I terreni squarciati dai cingoli dei tank e dalle ruspe, gli uliveti, frutteti, campi di carciofi, fragole, cavoli, melanzane, grano, sradicati e sconvolti, un rosario di costruzioni abbattute, le acque stagnanti e putride attorno alle centrali elettriche colpite e ai pozzi sfondati, le moschee violate e disintegrate, le scuole e gli ospedali tolti di mezzo per impedire la vita della mente e del corpo.

Il milione e mezzo di tonnellate di esplosivo, cinque bombe di Hiroshima, scagliate, dopo decenni di  ammazzamenti e angherie e tre mesi di embargo strangolatore (285 assassinati, 800 feriti), da quel Mazinga feroce e imbelle su un milione e mezzo di brave persone civili raggrumate nel formicaio dei 360 km quadrati, oltre ai 1.455 morti, con altri che continuano a cedere alle loro ferite e intossicazioni, e ai 5.500 feriti, perlopiù irrimediabili, hanno guadagnato a Israele il seguente bottino: 600mila tonnellate di detriti da 14mila case, per centomila sfollati ridotti in tende, tuguri, caverne sotto i lastroni delle macerie e da 68 strutture di governo e amministrazione, 48 centri sanitari, 179 scuole pubbliche, 153 moschee tra distrutte e danneggiate, 11 milioni e centomila metri quadrati di terre coltivate, 141mila ulivi, 137mila alberi di agrumi, 10mila palme, animali da allevamento per 20 milioni di dollari, 115 ettari di serre, 75 km di strade agricole cancellate, 48 km di acquedotti, 415 pozzi e stagni di raccolta sfondati, il 93% delle strutture commerciali e industriali, per un danno complessivo di due miliardi e 734 milioni di dollari, e una perdita del 48% di un PIL espresso dall’80% di disoccupati e dal 70% di indigenti da embargo sotto il livello di povertà.

Al passivo del bilancio, Hamas in piedi e in ascesa verticale di consensi. Due mesi dopo il massacro un sondaggio in tutti i territori occupati dà al primo ministro Haniyeh, di Hamas, il 47% delle preferenza per presidente della Palestina, contro il 44% del titolare in proroga, il rinnegato Abu Mazen. Tre mesi prima l’ominicchio che si protegge dalla rabbia popolare con le truppe occupanti e i pretoriani armati e addestrati da generali Usa in Giordania, stava al 47%. Ma poi aveva dichiarato che l’olocausto di Gaza era colpa dei razzi Kassam di Hamas. Nell’attivo dell’umanità, poi, va registrata la resistenza vincente di un popolo che, percosso e stremato, ha sollevato ancora più in alto le bandiera della libertà e della dignità: “Restiamo umani “, invocava dal mare di sangue Vittorio Arrigoni. Quelli di Gaza lo hanno ascoltato. Invece va nettamente collocato nella colonna del passivo umano quel 96% di cittadini israeliani che, gasati dalle atrocità dei propri miliziani, ha sostenuto il massacro, il 61% che vuole cacciare i palestinesi cittadini di Israele (il 24% nel 1991), l’80% che non accetta arabi nel quadro dello Stato (nel 2000 era il 67%). A costoro la voce di Arrigoni non è arrivata.

La sedicente “comunità internazionale”, che compatta aveva sostenuto l’ignominia dell’ “autodifesa” al fosforo e all’uranio di Israele, riunita a Sharm El Sheik a marzo, ha stanziato circa 4 miliardi di dollari per ricostruire quanto l’assalitore aveva demolito. C’era da far guadagnare le proprie ditte e far guadagnare un Abu Mazen rimesso in sella. Ma a Gaza non si ricostruisce un bel nulla, mentre ruba dai fiumi e dalle cave di Cisgordania, per la superfetazione delle sue colonie illegali, il materiale edile che non possiede, Israele mantiene su cemento, mattoni, ferro e tutto il resto il blocco più assoluto. Se non sono scappati dalle bombe,  se ne andranno pure per non vivere in eterno sotto cartoni e nelle tende. O, quanto meno, vi si estingueranno. Dimenticano, i pulitori etnici sionisti, che quel popolo nelle tende ha vissuto e resistito, chiavi di casa in mano, per decenni.

Uscito dalla casa che ora accoglie i sopravvissuti della famiglia Al Samuni, tra dune di calcinacci e ferraglie, vedo baracchette di plastica dai due, tre metri quadrati. In una trovo una famiglia di padre, madre e sette bambini a negare l’impenetrabilità dei corpi. Con i teli schiaffeggiati dal vento gelido, quei ricoveri paiono vele in un mare dove la spuma delle onde sono le polveri dei mattoni disfatti. I ragazzi più grandi rovistano tra i frantumi alla ricerca della coperta, del tegame, del quaderno. La madre, vedendomi arrivare, si precipita all’interno a rassettare le quattro miserie recuperate. Nell’angolo c’è un fornellino improvvisato con due mattoni e una griglia. Sopra, due pannocchie di granturco e sei pomodori. E’ il pranzo. Dopo, andranno ai tendoni dell’Unicef e dell’Unrwa a ritirare il pacco settimanale: riso, zucchero, sapone, fave. Coloro che stanno meglio si sono riuniti, in affollamenti disumani, a congiunti e amici in città. Chi sta peggio sono quelli come Mahmud, sepolto nell’oceano di macerie dell’area periferica Abed Rabbo. Lo trovo sotto la minaccia incombente del primo piano della sua casa che, spaccato in tre pezzi, si è in parte piegato a fare da tettoia al pianoterra. Tra i ferri del calcestruzzo si intravvede il cielo e si percepisce il fischio del vento. Mahmud ha cinquant’anni e quella casa l’aveva costruita per una famiglia di 26. Sei sono stati annullati dai serial killer  della Grande Israele, gli altri sono sparsi per ogni dove lungo la Striscia, due in ospedale a continuare farsi divorare dal fosforo, uno in Egitto dopo che amputazioni successive, determinate dalla necrosi inarrestabile indotta dalle armi proibite, ne avevano ridotto la dimensione di un terzo, una figlia all’ospedale Shifa di Gaza, il più grande, gestito da Hamas. Quando lo abbiamo visitato i medici non capivano perché la giovane donna sia intatta fuori e tutta devastata negli organi. Uno di quei sanitari che per 22 giorni hanno lavorato giorno e notte, senza posa, ad accogliere fino a 400 feriti al giorno, mi indica un poster alla parete. C’è un ragazzo, forse ventenne, sprizzante allegria, “Era il mio collega di ambulanza, lo hanno ucciso mentre stava raccogliendo un groviglio di feriti a Jabalia. Gli volevo molto bene”, dice battendo la mano destra sul cuore. Mi sorride e piange. Lo ritroveremo nel mio filmato.

Mahmud ha cinquant’anni, è grande e grosso e fuma sigarette da ammazzarsi, come tutti gli arabi che scontano la propria tensione facendo fare ricchi conti agli avvelenatori della Big Tobacco statunitense  che qui smerciano quelle sigarette al fulmicotone che nell’Occidente ipocritamente salutista sono addomesticate. Ha costruito la sua grande casa per dieci anni e ora sta sdraiato su una stuoia sotto quel soffitto pericolante. Gli tengono compagnia una montagna di stracci colorati, arredi frantumati, blocchi di calcestruzzo, un amico e, fuori, un somaro col carretto. Non so se in psichiatria esiste la categoria degli incazzati sereni e affettuosi. Semmai Mahmud l’ha inventata. Anche lui ha un fornellino di massi e la teiera del chai.  Me ne offre un bicchiere rovente. “Ci ho messo una vita a costruire la mia casa. Allunga lo sguardo oltre i cumuli di rottami, punteggiati da altre baracchette e solcati da asinelli con carretti che portano anziane donne in nero con le loro fascine di legna raccolta tra le macerie, legno che era mobilio, porte, infissi, quadri dei cari, spesso dei martiri. Lo allunga oltre, Mahmud, fino al vicinissimo orizzonte dove finisce la sua terra martoriata, ma libera e inizia la sua terra predata e occupata: “Se quelli tornano mi troveranno ancora qua. Questo posto è mio, oggi e fra cent’anni ”. Pare che parli della Palestina. Pochi metri più in là, oltre un impianto di potabilizzazione distrutto, rimpiazzato da quattro bidoni  di Medicins Sans Frontieres, si eleva una strana pergola, fatta di un telo blù in alto che sbatte nella tramontana, già strappato in parte dai quattro stecchi che lo sorreggono. Sotto c’è un tavolino e una bambina fissa su fogli di carta. La “pergoletta” glie l’ha costruita il papà che ora si sta adoperando con altri uomini intorno a tubi tipo Innocenti, tutti contorti e da raddrizzare, innalzare, infilare gli uni negli altri. Una ricostruzione “dal basso”, di iniziativa diretta, in attesa che la famigerata “comunità internazionale” imponga alla manica di sadici assedianti di far passare materiali edili. Chiedo cosa stanno mettendo in piedi. “Un centro culturale giovanile” , rispondono. Quando si dice le priorità. A fianco un bell’uomo anziano, barbuto, cotto dal sole, con i figlioli che gli portano avanzi di distruzioni, tira su una casetta. I pezzi di risulta li incolla con terra e acqua, fango, come duemila anni fa. “No cement, grida, Israel no cement” . E la bambina sotto la “pergola” che pare da prima media? Mi avvicino e vedo che studia. C’è un libro dalle pagine sfrangiate, ci sono due quaderni laceri, bianchi di povere, pieni di sinuosi caratteri arabi tracciati con una biro smozzicata (non fanno entrare matite e penne, “potrebbero servire ad armare Hamas”). Alza lo sguardo sullo sconosciuto che le punta un tubo di metallo e vetro e subito sorride, come tutti qua. Qua e dal Marocco all’Iraq, quando si tratta di popolo arabo, non delle sua fetida borghesia occidentalizzata. Studi da che cosa?  “Da insegnante di arabo, perché è la lingua di tanto tempo fa e di tanti bei libri… o forse da professoressa di matematica, la scienza è importante per noi…”.

Le grandi periferie dei campi profughi viste dall’alto sembrano una fungaia di champignon. Dalle distese di macerie spuntano tendopoli, piccole tende di vecchio modello in cui le famiglie stanno compresse come gambe nella calza. E’ gente che viene dal ’48, dalla Nakba, la catastrofe dei villaggi bruciati spesso con gli abitanti dentro e delle espulsioni di massa. Quelli e i loro figli e nipoti. Hanno triplicato la popolazione di Gaza, un po’ per volta sono usciti dalle tende  che un’ONU bastarda, sancitrice della spartizione iniqua imposta dai colonialisti di ritorno, si sono accasati raccattando mattoni e mettendolì su con la lentezza di chi si doveva dividere tra l’intifada e il lavoro sui campi o nelle botteghe. Oggi si ritrovano sotto una tenda e da una tenda più grande aspettano il pasto che non si possono più permettere: “Quel cumulo di detriti era casa mia, tenevo qualche risparmio sotto il materasso, per ogni evenienza. Il materasso è bruciato, forse sotto quei muri rotti c’è ancora qualche soldo”, mi dice una signora che districa rametti per il fuoco.

Dallo striminzito entroterra al mare è una successione di montagne o distese di sacchi della spazzatura, dilagano come macchie d’olio. Hanno bombardato anche le caserme e i mezzi dei vigili del fuoco, in modo che la gente ardesse meglio, e i depositi dei mezzi per il trasporto e il trattamento dei rifiuti solidi. E’ così che si semina Il rischio sanitario, complemento  alla denutrizione. All’ospedale Al Shifa, il più grande ed efficiente di Gaza City, sono ricoverati bambini con problemi di respirazione determinati dal fetore e dai roghi di immondizia. Proliferano insetti e ratti, roba tossica si infila nel suolo e nelle falde.

Lo sconforto impotente del visitatore si placa all’attraversamento del centro città. Qui rifulge una capacità addirittura eroica di mantenere in piedi la normalità. Merito indubbiamente della natura di questa popolazione, provata e mai domata da ininterrotte apocalissi, ma merito anche di questi governanti di Hamas, cui nessuno riesce a disconoscere onestà – quale abisso rispetto ai trafficoni e traffichini Fatah della Cisgiordania – della loro efficienza nell’allestire reti di sostegno ai bisognosi, nel non far venire mai a mancare l’organizzazione della vita sociale, sanitaria, educativa. Ci sono i sapientoni della correttezza politica che lamentano “la mancanza di un progetto socialista” di questi politici religiosi. Esternino la loro supponenza alla gente comune di Gaza, quella che ha avuto subito un primo indennizzo per sopravvivere, quella i cui bambini non hanno perso un giorno di scuola, neanche quando Israele ne ammazzava cinquanta al giorno, quella che non ha mai mancato di trovare l’impiegato dietro allo sportello della pensione, della registrazione anagrafica, della contesa giudiziaria, del banchetto di internet.

Nei negozi c’è di tutto, osservatori disinvolti e veloci si sono detti “ma quale blocco !”. No si sono accorti che mancano i clienti, Ci sono fondi di magazzino accuratamente  gestiti e, soprattutto, i prodotti di quell’industria dei miracoli che sono i tunnel tra Rafah e l’Egitto. Ci passa di tutto e, dal loro lato, gli egiziani chiudono un occhio perché quel traffico è una flebo all’economia nazionale dissanguata e la gente è già abbastanza incazzata col regime. Lo scenario è fantastico. Dove qualche anno fa avevo visto case, per quanto squarciate e sforacchiate dai continui bombardamenti, ora c’è una distesa desertica, con tanto di dune. I palazzi di Rafah sono stati polverizzati da Israele, puro genocidio nascosto dietro l’accusa che da lì sparavano i cecchini dell’Intifada. Contro chi avrebbero sparato se dall’altro lato del muro c’era l’Egitto? Un chilometro quadrato di case non c’è più, ma le dune sono montagnole di terriccio di risulta, tirato fuori da una megalopoli di talpe. Tra duna e duna, a perdita d’occhio, si ergono tettoie di tela blù, piccoli cieli che coprono buchi ben foderati da sostegni, muniti di carrucole e scale verso lo sprofondo, con uno in cima che radioparla con quello là sotto, a trenta e più metri, all’imbocco di un percorso viscerale di chilometri. I ragazzi che scavano rischiano ogni secondo del giorno e della notte la vita, un giorno su due gli F16 si accaniscono, a volte il soffitto crolla solo per le vibrazioni. Nei pochi giorni della nostra presenza ne sono stati sepolti vivi otto mentre tentavano di procurare da mangiare alla loro gente. Erano 1.400, si mormora e i killer impuniti ne avrebbero sfasciato 700, subito riscavati e moltiplicati. Alcuni sono gestiti da Hamas e per quelli passano i generi di prima necessità, quelli della sopravvivenza accessibile a tutti. Gli altri sono di occhiuti imprenditori che con gli “spalloni” ricavano profitti non indifferenti. Sono per il passaggio di beni durevoli, elettrodomestici, vestiario, computer, telefonini, mobili, carburante, il ben di dio che straripa dai negozi, ma che nei negozi perlopiù rimane perché i soldi non ci sono. Il premier Haniyeh, fatto un giro per le capitali arabe e musulmane, dal senso di colpa di sceicchi, emiri e despoti aveva saputo spremere un paio di milioni di dollari. Gli egiziani a Rafah glieli hanno sequestrati e congelati nelle loro banche.

La sicurezza viene sopraffatta dall’orgoglio per quell’impresa prometeica e una talpa mi invita a entrare sotto il telone e ammirare il buco col compagno in fondo rivelato dalla torcia e che mi grida “Welcome, chefelhal”, come stai? Ma subito interviene un capo-vigilanza di Hamas e mi intima qualcosa. Per fortuna c’è Majid, giovanissimo giornalista che, grazie a Arrigoni ho conosciuto e che è stato il mio intelligente, affettuoso e competente Virgilio nel percorso lungo i gironi dell’inferno Gaza. Spiega all’ufficiale che ci si può fidare, che sto dalla loro parte e tutto si risolve in un  abbraccio. Del resto non c’è nulla che io abbia visto che non possano vedere gli strumenti su quel dirigibile israeliano che troneggia nel cielo su tutta Gaza. A una cinquantina di metri dalla lunghissima barriera di cemento che, lungo  sette chilometri, separa il mondo concentrazionario di Gaza dal resto del mondo, occhieggiano binocoli egiziani.

Gaza è sdraiata sulla costa di un Mediterraneo che al popolo carcerato dovrebbe offrire qualche ora d’aria. Ne ricaverebbero un dieci per cento della loro dieta. Niente ora d’aria. Gli accordi truffaldini della famigerata Oslo avevano assicurato ai pescatori di Gaza venti miglia nautiche. Israele le aveva subito ristretto a 12, poi a 6, ora a tre. Fondali impervi ai pescherecci più grandi, micragnosi di minuta raccolta per le barche minori. Giriamo il porto tra moli scaraventati per aria e nel mare dalle bombe e naviglio stracciato dai proiettili del mare. Uscendo in mare con i pescatori, lo stesso Arrigoni s’è visto sparare e poi catturare. Decine i pescatori feriti. Nel 2000 c’erano 10mila pescatori, oggi sono entrati nell’80% di senzalavoro. Ne restano 3.500, ma pochi scendono fin qui a contemplare le reti lacerate e il naviglio spaccato in due. Del resto, dov’è la nafta per far andare i motori? Qualcuno ha provato con l’olio vegetale, dopo un po’ i motori si sono fermati, prima che gli sparassero addosso. Non arriva pesce e la proteina da pollame o ovini l’abbiamo vista maciullata negli allevamenti disintegrati. Gaza abbisogna di 20mila tonnellate di pesce che si ottengono da un’ottantina di uscite al mese. Nel 2008, col blocco appena attenuato, le uscite, a rischio di fucilazione, si erano ridotte a dieci e il pescato a 3.000 tonnellate. In compenso le acque territoriali di Gaza vengono invase e saccheggiate da pescherecci israeliani ed egiziani. Si calcola in 10 milioni di dollari il danno inflitto dall’aggressione al’industria della pesca. Mettiamoci un 20% dei terreni agricoli  distrutto, il 18% degli orti e delle serre, è arriviamo a una carenza di alimenti del 30% e passa. La morte per fame ha cominciato a mordere.

 Il dott. Ahmed dell’ospedale Al Shifa, zeppo di madri in nero, mogli, sorelle, figlie che frusciano per corridoi e corsie ad assistere i divorati dai licantropi del fosforo e delle “Dime”, mi conferma quanto già aveva rivelato la rivista medica “Lancet”: “Dopo una laparotomia primaria per ferite che parevano relativamente piccole e poco contaminate, un secondo  intervento ha rivelato aree crescenti di necrosi dopo un periodo di tre giorni. Poi la salute si deteriora e entro dieci giorni necessita un terzo intervento che mette in luce una massiccia necrosi del fegato o di altri organi. Il fenomeno è accompagnato da emorragie diffuse, collasso renale, infarto e morte”.  Ho potuto vedere, tra ospedali della Mezzaluna rossa palestinese al Cairo, Al Shifa e l’ospedale Al Awda di Gaza gestito dal Fronte Popolare, vittime delle bombe al fosforo, delle bombe ad altissimo potenziale, bombe a implosione che bruciano l’aria e carbonizzano i polmoni, bombe a grappolo per bambini, bombe a freccette per destinatari da trafiggere. Ho visto corpi che parevano i quarti di bue un tempo appesi alle nostre macellerie. Ho visto la pallida Dima di tre anni, bianchissima, con gli occhi chiusi e metà calotta cranica rubata da un israeliano. Alla seconda speranzosa visita, il giorno dopo, era finita tra i nomi mai scritti nel sacrario inesistente dei milioni dell’olocausto arabo.

Sono con Majid, uno che di Gaza conosce tutti gli orrori, dolori, onori, a casa del Dr. Ezzedine Abu Laish. Ezzedine stava al telefono con la televisione israeliana, perché raccontasse ciò che gli veniva sbranato attorno.  Sono stati proprio gli israeliani a chiedergli una diretta. Ma quel racconto non doveva passare. Probabilmente era una trappola: la misura della mostruosità. Un missile gli si è infilato in casa e ha squarciato, sotto i suoi occhi e nel mezzo della trasmissione, tre figlie, bambinette tra i due e i sette anni. Mi fa visitare la stanza il fratello Risik, cui nello stesso momento avevano ammazzato la quarta bambina. Materia cerebrale e macchie di sangue di Bisan, Majar, Eia e Nur sono finite sui pavimenti e sulle pareti, traffite anche da cento buchi da mitraglia: l’infanticidio, pratica corrente di Israele, doveva essere assicurato: “Il mondo, Israele vorrebbero che gli dicessimo “grazie” per aver sterminato la nostra famiglia, che chiedessimo scusa per essere ancora qui, su un pezzo della nostra terra. Ma, se mai avessi pensato in passato di scappare da qui, ora che questa terra accoglie le mie sorelle, non me ne andrò mai, a costo di finire accanto a loro”. Così parlò Rafah, la figlia maggiore di Ezzedine.

Mentre sto per affrontare il ritorno dall’inferno e dall’orgoglio, dalla gentilezza e dal “restiamo umani” sparato da Vittorio in faccia ai disumani, giunge la notizia che al Cairo le formazioni rivali, Fatah e Hamas, stanno discutendo una riconciliazione nazionale e un governo di unità. Lo impone il ricatto di quella criminalità organizzata che si fregia del titolo di “comunità internazionale”. I miliardi donati andranno solo al quisling Abu Mazen e Hamas e gli altri potranno partecipare se si piegano all’egemonia dei collaborazionisti vendipatria. La vedo difficile, demoni e acqua santa.

Ma il portavoce del governo Hamas, Taher An-Nunu, negli uffici del ministero dell’informazione, si mostra fiducioso. E’ un omino sottile e affabile, dal naso puntuto e con una barbetta risparmiosa. Parla un inglese da Foreign Office:  “Il popolo vuole questa riconciliazione, ce lo chiedono le masse, e nessuno s’illuda, noi abbiamo vinto e gli altri hanno perso, oggi più che nel 2006 quando stravincemmo le elezioni in tutti i territori occupati. Ci chiedono di riconoscere Israele? Israele ha mai riconosciuto uno Stato a coloro cui hanno rubato tutto, violando ogni singola norma del diritto? Il processo di pace per Israele non è mai cominciato, come può proporcelo ora il gruppo dirigente dell’ANP mentre a Gerusalemme e in Cisgiordania si moltiplicano gli espropri, le espulsioni e gli insediamenti dei coloni? L’unità si potrà fare nei termini come lo ha sempre voluto il nostro popolo, un popolo che ci ha premiato perché resistiamo e perchè la resistenza è l’anima stessa della nostra gente. Ricostruiremo questa terra, ma alle condizioni di chi non si è mai arreso. C’è un intero mondo arabo e islamico, tutto il sud del mondo, là fuori, che sta con noi nei sentimenti e negli obiettivi”.  Non menziona l’Iran, Anunu, forse consapevole che l’appoggio, più che altro diplomatico, di Tehran è a tempo, fin quando agli ayatollah converrà giocare anche su questo tavolo. Forse Hamas ha intuito che di un sostenitore che in Iraq si adopera in connubio con gli occupanti a impadronirsi di un popolo c’è poco da fidarsi strategicamente. Forse intravvede quella tenaglia che Iran, Israele ed Egitto, stanno stringendo intorno alla nazione araba e che è sulle masse di quella nazione che conviene contare. Incombe il pericolo che l’Iran, accomodatosi una volta di più con gli Usa di Obama, dopo l’Iraq anche per l’Afghanistan, abbandoni i suoi amici in Libano e Palestina al loro destino. Ma si può essere sicuri che questo non minerà la determinazione di Hamas e del popolo che le formazioni islamiche e i loro alleati laici hanno guidato alla resistenza. Abu Mazen è un morto politico che cammina, come i fantocci Karzai e Al Maliki, mentre all’orizzonte lumeggia una rabbia araba che custodisce ancora in seno il seme della grande lotta vittoriosa di decolonizzazione, la consapevolezza e la volontà di un destino dettato dalla storia e dalla giustizia.

Uscendo dall’ufficio del portavoce Hamas m’imbatto in un bizzarro e saggio personaggio, tutto avvolto in bandiere multicolori, quelle delle varie fazioni che, dalla nascita della Resistenza in poi, dagli anni ’60, esprimono il creativo pluralismo culturale, sociale, ideologico della società palestinese, ma anche una rivalità spesso astiosa e violenta che non ha per niente avanzato la causa della liberazione. E’ attorniato da una folla di persone che lo applaudono, il suo nome è Yasser Meheissen, ma lo chiamano “Sceicco dell’unità nazionale”. Ha raccolto in una settimana nella sola Gaza ben 270mila firme sotto un appello che chiede, esige, dalle forze politiche  una riconciliazione, una grande unità di movimento per la liberazione. Ovviamente senza la cricca dei manutengoli di Israele a Ramallah. E’ la punta di un iceberg, questo “sceicco”.  Ci sono gruppi politici italiani che, per deformazione ideologica, snobbano Hamas e in Palestina si rivolgono rigorosamente solo alle formazioni considerate affini. Dovrebbero ascoltare Abu Ala, un tempo combattente di Fatah e ora, a sostituire uno stipendio che è svaporato, l’autista che, instancabile, mi accompagna da un capo all’altro di Gaza. La cricca dei collaborazionisti corrotti che in Cisgiordania fanno il lavoro sporco di Israele gli fa schifo, non la considererà mai più la sua dirigenza. Ma mi assicura che la base di Fatah la pensa come lui e come lui ha partecipato alla resistenza contro il nemico insieme a Hamas, alla Jihad, ai Comitati Popolari, al Fronte Popolare e al Fronte Democratico. E’ certo che il redde rationem verrà per Abu Mazen come per Israele. I realizzatori dell’unità saranno tutti gli Abu Ala di Palestina. Le sinistre palestinesi devono contemplare il proprio fallimento, non dissimile da quello in Italia, la spossatezza di chi e rimasto troppo a lungo sotto l’ombrello lacero dell’ANP. E a Gaza ne sono consapevoli più che in Cisgiordania, dove si vive sotto la ferula del Grande Venduto. Se si realizza la speranza del rilascio dai suoi sei ergastoli di Marwan Barghuti, leader della seconda Intifada per Fatah, duro critico delle degenerazioni in alto della sua organizzazione  e autore dal carcere della piattaforma per l’unità, la strada per il coordinamento operativo e politico si accorcerà di molto. Con effetti dirompenti anche sulle motivazioni delle masse arabe, in rivolta ai tempi del massacro. Sono perciò sgradevoli gli incontri con chi, in Egitto, pretende di rappresentare, con risentimento e spirito di rivalsa, quelle forze di sinistra, magari nel nome della laicità e del marxismo. Lenin ha insegnato cose diverse quando si tratta della lotta di un popolo per la sua di liberazione, tanto più se è vero, come è vero, che Hamas è il proletariato e il  sottoproletariato in Palestina, Fatah di Abu Mazen è tenuta in piedi dalla borghesia compradora e asservita, parte dell’intellettualità si rifugia nelle sinistre.  E quando questi interlocutori, al Cairo o a El Arish, ci hanno tempestato di insulti e calunnie virulenti e sospette contro Hamas, spesso di pretto stampo israeliano, se ne può comprendere la frustrazione, ma se ne deve respingere lo squallido solipsismo. E’ nel contesto della lotta araba, di tutto il sud del pianeta, che vanno inserite Gaza e la Palestina, non nelle sterili e autoreferenziali affinità ideologiche. Lo sapeva bene George Habbash, fondatore e segretario del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. C’è poi la crisi dell’intero mondo capitalista e imperialista e non sarà facile per gli Usa, scossi da una popolazione che deve rinunciare a casa, cure e beni per finanziare la voracità predatoria della sua elite, mantenere quella munificenza nei confronti di Israele senza la quale quel paese non reggerebbe un giorno.

Gaza ha segnato l’inizio della fine per Israele. Respinto e umiliato dalla resistenza in Libano, ci ha provato con la sua quarta potenza militare mondiale a spazzare via la striscia di terra più popolata del mondo, con la scusa di fermare quattro razzi alimentati da fertilizzanti, di incerta mira sulla terra rubata ai palestinesi. Non sono riusciti nel’intento, hanno rafforzato un avversario che non è che l’articolazione della rivolta universale degli oppressi e perseguitati. Le orrende nefandezze compiute hanno colmato la misura, fatto cadere la maschera del grottesco vittimismo, rivelato l’oscena nudità del re. E con la frantumazione dell’icona Israele se ne va anche il Grande Inganno di Oslo, la oslozzazione delle prospettive palestinesi e delle coscienze che quelle prospettive formulavano, sia in Palestina che tra i suoi sostenitori all’estero. Gaza ha vinto anche perché ha spazzato via la nebbia obnubilante di questa oslozzazione ideologica, la gigantesca truffa dei “due Stati per due popoli”, uno slogan sotto al quale veniva occultata una pulizia etnica storica e la costante strategia israeliana di creare fatti irreversibili sul terreno cianciando ai gonzi di “Stato palestinese accanto a quello ebraico”, a conferma che ai “due Stati per due popoli” i sionisti della “Grande Israele” non hanno creduto mai. Le sinistre, i democratici, i progressisti nel mondo vi si cono accucciati a copertura della propria impotenza e ignavia, come se il fallimento dei bantustan in Sudafrica non avesse insegnato nulla. I segni della svolta sono infiniti e si moltiplicano, dal  comune sentire di un’opinione pubblica non più integralmente manipolabile, alla rivolta dei correligionari in tanti paesi contro lo Stato sionista, dalla condanna di istituzioni universali come l’Assemblea generale dell’ONU, o la Commissione ONU per i diritti umani, ai tanti tribunali che si aprono sui crimini dello Stato Canaglia, all’ incondizionata solidarietà di tutti i Sud del mondo. Oggi si parla di “liberazione”, non più di Stato nei territori occupati, o quanto ne resta dopo le ultime abbuffate israeliane. L’esito non può che essere lo Stato Unico di chi ci vuole vivere. 9 milioni di palestinesi di sicuro.

Mentre mi avvio, con un po’ di morte e un po’ di nuova forza nel cuore e con un paio di curiosi ed entusiastici compagni di un centro sociale romano al Prenestino, a riaffrontare l’ottusità scaltra della dogana egiziana (ma il solito Majid li ingarbuglierà di chiacchiere ancora più scaltre e ci farà passare a razzo), incrociamo il lunghissimo serpente della colonna di George Galloway. E’ come l’ingresso di Cesare a Roma, di ritorno dalle Gallie. O, piuttosto, come il corteo dei partigiani del CLN, guidati da Cadorna, Longo e Parri, per le vie di Milano liberata. Attorno alla carovana del coraggioso deputato britannico si affolla una mare di gente festante, tumultuante, barbuta e non barbuta, senza distinzione di fazione, l’autentica, unitaria massa resistente palestinese. La hubris israeliana, l’ignoranza dei limiti da psicopatico impunito, si metamorfizza in nemesi. Dopo il fallimento dell’invasione genocida che doveva farla finita con Hamas e ne ha invece imposto il riconoscimento anche a gran parte del mondo ufficiale, lo spappolamento del blocco genocida. Una fine dell’embargo per ora solo politica, ma è quella più importante perché non può non preludere alla fine dello strangolamento economico. Su un grande piazzale al centro di Gaza City, Galloway e i suoi rompighiaccio umani sono festeggiati dai dirigenti del legittimo governo palestinese. La sensazione di non essere più soli e vituperati, al massimo compianti, ha l’effetto di una tracannata di champagne. Anche su di noi, che palestinesi cerchiamo di essere. Nella Camera dei Comuni a Londra alcune dozzine di deputati formano una coalizione contro l’assedio e per la Palestina. Il treno della pulizia etnica mascherata da “processo di pace” è arrivato al capolinea. Signori si cambia.

I palestinesi, gli arabi, i popoli del sud  restano umani. L’odio, la prevaricazione non fanno parte del loro bagaglio etico e politico. Il nemico lo combattono, diversamente da lui capaci di morire nel nome della comunità. A tutti gli altri sorridono. Il sorriso, compreso quello dei nerovestiti e barbuti militanti di Hamas che si fanno fotografare a te abbracciati agli angoli delle strade, ti circonda come l’aria nella Gaza delle rovine, dei forni crematori al fosforo, delle camere a gas al tungsteno e all’uranio, delle famiglie dimezzate, delle talpe della vita. Welcome ti gridano gli scolaretti in ansia di foto che ne confermi l’esistenza, welcome, benvenuto, ti arriva a pioggia dai frequentatori dell’Internet Point alla ricerca di comunicazione con il mondo precluso e dall’addetto alla gestione  che ti fa bere dalla sua tazza di caffè, dal pescatore che ricuce per la millesima volta la rete strappatagli dalle cannonate, dal mutilato senza gambe di Al Shifa, dalla signora velata che raccatta rametti nella foschia della polvere che le sue mani suscitano dalle macerie. Ma anche dal poliziotto egiziano a Rafah che, al tuo ritorno, si compiace con te per essere riuscito a raggiungere i fratelli che il suo tiranno gli nega. Che altro possiamo rispondere se non welcome Gaza, welcome Palestina, welcome  arabi, da Baghdad a Gerusalemme. La  lotta dei palestinesi è la lotta dell’essere umano per la dignità, per la continuità della specie su questo pianeta, per la civiltà contro le barbarie, per l’uomo come lo concepiva il Che Guevara.

I cananiti, primi abitanti di Gaza e antenati dei palestinesi, hanno dato a questa terra di congiunzione tra Africa e Asia, fucina e ponte di culture nei millenni, un nome che significa “forza”. I persiani la chiamavano Hazatote, che vuol dire “tesoro”. Il simbolo di Gaza è la fenice che risorge dalle sue ceneri. A Gaza abbiamo capito perché.

www.fulviogrimaldicontroblog.info

Ricordo di Rachel Corrie: sesto anniversario. Leggi l'articolo »

Torna in alto