Il vertice-farsa di Annapolis (firma l’appello per GAZA VIVRA’)

La rappresentazione teatrale in scena ad Annapolis calerà il sipario domani.
L’esito è scontato, nulla di fatto, a parte il rituale di foto e strette di mano che non lasciano presagire nulla di nuovo, o di buono in medioriente.
Esito scontato perchè le premesse erano corrotte all’origine,
ogni singolo rappresentante di stato si è infatti seduto al tavolo delle trattative per promuovere un proprio tornaconto personale,
non certo perchè veramente impegnato per i destini della Palestina.
annapolis omert abu mazen hand
 
Olmert come Bush, ai minimi storici di popolarità nei loro paesi, cercano un riscatto d’immagine prima di passare la mano.
Abu Mazen, marionetta assai gradita alla comunità internazionale,
non rappresenta che una esigua minoranza dei palestinesi,
e i suoi oppositori non sono solo i supporters di hamas, ma la gran parte della società civile.
La Siria si fa notare intorno ad un tavolo diplomatico per scongiurare quell’isolazionismo imposto che è l’anticamera di un attacco armato.
La presenza dell’Arabia Saudita  è da leggersi invece per incentivare un altro isolazionismo imposto,
quello dell’Iran convitato di pietra ( a questo punto se abitassi a Teheran inizierei a scavare un bunker sotto casa).
 
La pace può risultare solo dal dialogo di leader forti.
La pace fra Israele e la Palestina era forse alla portata,
quando Rabin e Arafat si strinsero la mano a Washington.
Poi quel fatidico 4 novembre 1995 a piazza dei Re di Tel Aviv un colono ebreo estremista uccise il leader israeliano, (Yigal Amir, per molti ora è un eroe nazionale)
gettando la politica di Tel Aviv nelle mani dei sionisti un fascista dopo l’altro.
Arafat, il premio nobel per la pace, era sempre lì, in attesa di un interlocutore valevole come Rabin per un accordo giusto, (ovvio, non Camp David).
Ma nè vertici militari ne sionisti un accordo bilanciato coi palestinesi l’hanno mai voluto, e coi carriarmati made in USA Arafat è stato dapprima segregato fra le rovine della moqata,
poi assassinato.
 
Insomma, quando c’era il leader, l’interlocutore vero rappresentante di tutta la Palestina,
Usa e Israele hanno rifiutato qualunque accordo equo.
Ora che c’è n’è uno di cartapesta come Abu Mazen si monta tutta questa messa in scena.
Mentre i Palestinesi continuano a morire,
e a Gaza si consuma nel silenzio dei media la più grande ingiustizia di questi tempi.
 
Cosa si potrebbe fare?
Innanzi tutto rompere l’assedio a Gaza,
costringere la comunità europea (cioè noi) a interrompere l’embargo che sta causando una vera catastrofe umanitaria
e poi trattare con Hamas.
Perchè come diceva proprio Rabin “non ci si concilia col proprio amico, ma col proprio nemico”.
 
Noi intanto andiamo in massa a firmare l’appello per Gaza Vivrà.
(per sottoscrivere l’appello scrivere a info@gazavive.com.
Oltre a nome e cognome è importante comunicare la città e la qualifica di ogni firmatario)
 

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