GIULIANA SGRANA, ALTRO ARTICOLO

L’Italia resta in Irak. Prorogata la missione
 

L’Iraq sarà il nuovo paradiso dei terroristi. La funesta previsione della Cia non ha indotto Bush a nuove riflessioni, ma nemmeno l’Italia che ieri ha rinnovato (con un decreto) fino al 30 giugno la propria missione in Iraq. (di Giuliana Sgrena)

L’Iraq ha già sostituito l’Afghanistan come campo di addestramento per la prossima generazione di terroristi «professionisti», secondo il rapporto sulle previsioni future («Mapping the global future») elaborato dal National intelligence council, il think tank della Cia. L’Iraq fornisce «un campo di addestramento, un terreno di reclutamento e l’opportunità per migliorare le capacità tecniche», ha spiegato David B. Low, esperto di minacce transnazionali del National intelligence council (Nic). «Vi è persino, nello scenario migliore, la possibilità che alcuni dei jihadisti, che non vengono uccisi, con il tempo faranno ritorno ai loro paesi d’origine, quindi disperdendosi in diversi altri paesi», ha detto l’esperto della Cia illustrando il rapporto ai giornalisti. La storia si ripete, proprio come dopo il jihad contro l’Unione sovietica in Afghanistan, quando gli «afghani» dei vari paesi arabo-islamici addestrati dagli uomini della Cia (Osama bin Laden) tornando a casa aveva creato gruppi di jihadisti (Egitto, Algeria, etc.) per continuare la loro guerra santa in casa. Non solo, i mostri creati dagli Stati uniti alla fine si erano rivoltati contro l’occidente (ancora bin Laden, per citare solo il più noto). Non è bastato, gli Usa hanno ricominciato il gioco con effetto boomerang.

Poco dopo aver archiviato il dossier armi di distruzioni di massa, non trovate in Iraq perché non c’erano ma intanto la guerra in loro nome era già stata consumata, si scopre che il terrorismo – altra causa invocata da Bush per fare la guerra – che non c’era ai tempi di Saddam in Iraq, ora c’è. Non solo, come ammette il rapporto della Cia, il conflitto ha aiutato i terroristi creando un paradiso per loro nel caos della guerra. Dopo la caduta di Saddam centinaia di terroristi sono arrivati in Iraq attraverso le frontiere incustodite. «Al momento, sostiene Robert L. Hutchings, presidente del Nic, l’Iraq «è una calamita per l’attività terroristica internazionale». Non c’è che dire un buon risultato! E l’ammissione fatta mentre la situazione irachena sta precipitando alla vigilia delle elezioni, che gli Usa si ostinano a voler mantenere per fine mese, non fa che aumentare le preoccupazioni persino degli americani che cominciano a chiedere, come ha fatto nei giorni scorsi il New York times, di rinviare la scadenza elettorale.

A denunciare la grave situazione è anche la decisione di non inviare osservatori stranieri al voto e di chiedere ai giornalisti – lo ha fatto Chirac, ma anche la Farnesina – di non andare a Baghdad. Che elezioni saranno senza testimoni? A chiedere di inviare osservatori europei erano stati diversi eurodeputati – Chiesa, Gruber, Morgantini, Santoro, Di Pietro, Duff, Beer e De Keyser. Ma la risposta del presidente Borrel era stata negativa: «non sussistono i requisiti minimi di sicurezza per l’invio di osservatori internazionali». E in queste condizioni si potranno considerare valide le elezioni? «Quest’ammissione formale (di Borrel, ndr) – ha detto Chiesa – non fa che rendere ancora più valida da tesi della necessità di rinviare le elezioni in Iraq, in considerazione dell’impossibilità di esercitare un diritto democratico fondamentale in una situazione di occupazione militare».

Ieri la palla europea è rimbalzata in casa nostra. Gli europarlamentari hanno chiesto di attivare alla camera e al senato un’iniziativa parlamentare affinché il governo chieda il rinvio delle elezioni in Iraq, vista la mancanza di quelle condizioni politiche, di legalità e sicurezza, senza le quali il voto sarebbe svuotato di ogni legittimità e contribuirebbe ad aggravare la situazione». I deputati di Samarcanda hanno annunciato iniziative per chiedere un calendario per il ritiro delle truppe dall’Iraq, come richiesto dai leader sunniti. A cominciare dall’Italia che, ha sostenuto Achille Occhetto, «dovrà impegnarsi in tutte le sedi per dimostrare il suo impegno in tal senso». Ma sulle intenzioni del governo non ci sono dubbi. La risposta è stata immediata e senza mezzi termini, mentre altri contingenti si stanno ritirando, ieri con un decreto legge il governo ha deciso la prosecuzione fino al 30 giugno delle missioni «umanitarie» internazionali cui l’Italia partecipa con contingenti militari e civili, Iraq in testa.

Ieri, giornata di preghiera in Iraq, il tema delle elezioni è entrato nei sermoni degli imam. «Impossibile votare se una comunità viene ignorata», ha detto l’imam sunnita Mahmud al Soumaydai, chiedendo che la consultazione venga ridefinita per motivi di sicurezza. Al contrario, nella città santa sciita di Najaf, sheikh Sadreddin al Kubbanji ha chiesto che la data del voto venga mantenuta. Mentre il leader radicale sciita Muqtada al Sadr, nel sermone letto dal suo rappresentante Nasser al Saadi nella moschea al Mohsen di Sadr city, ha chiesto a Bush, ai paesi vicini e non vicini, che fanno parte delle forze di occupazione o altro, «a non interferire negli affari interni dell’Iraq e in particolare nelle elezioni».

Sul voto iracheno è intervenuto ieri anche il segretario generale dell’Onu Kofi Annan chiedendo alle autorità di fare di più per incoraggiare i sunniti a votare, anche se le elezioni «sono lungi dall’essere ideali». «Ho sempre sostenuto che le elezioni devono essere il più inclusive possibili , se come spero, devono contribuire positivamente alla transizione politica in Iraq». 
(il manifesto, 15.1.05

Torna in alto