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Mossad, sempre a “servizio”

Finanziava le lotte di liberazione e addestrava i movimenti ribelli, che vedevano in Tel Aviv una sponda contro le potenze europee. Il legame speciale con il Sudafrica e l’Etiopia. Ora gli interessi nell’area sono tutelati da uomini d’affari allettati da diamanti, petrolio e uranio.
 

Israele è presente in Africa fin dagli anni ’50, quando le colonie europee si stavano preparando all’indipendenza. Di fronte alla rivalità ideologica dei due blocchi, «Israele scoprì i vantaggi di presentarsi come modello non ideologico di sviluppo», afferma Vittorio Dan Segre, nel suo libro Il Bottone di Molotov.

Secondo l’autore, già diplomatico israeliano in Madagascar e responsabile dei rapporti con i paesi africani al ministero degli esteri di Tel Aviv, si trattava comunque di «un’ipotesi errata, perché le istituzioni economiche e sociali sviluppate dal movimento sionista non erano esportabili fuori dal contesto israeliano». Comunque, una generazione di cooperanti israeliani, animati dalle migliori intenzioni, diede vita a una serie di progetti di sviluppo, per lo più agricolo, in diversi paesi dell’Africa nera.

Segre li descrive come giovani entusiasti che, «con il loro esempio personale, con la semplicità del loro comportamento, diedero vita a una specie di missionariato laico e tecnico che – dal Ghana alla Costa d’Avorio, dal Ciad al Kenya, dalla Tanzania al Congo – promosse l’immagine di “bianchi non coloniali”».

Questi “missionari laici”, in modo forse inconsapevole, prepararono il terreno a ben altro tipo di rapporti. I vertici di Israele si rendevano conto, infatti, che i nuovi stati africani potevano essere il bersaglio dell’azione diplomatica e propagandistica dei paesi arabi. L’esclusione di Israele dalla Conferenza di Bandung del 1955, a causa delle pressioni arabe, era un segnale che rafforzava le preoccupazioni di Israele di trovarsi isolata nei confronti dei futuri stati indipendenti dell’Africa e dell’Asia.

 

Il Mossad, cioè la Cia

Per questo motivo, la dirigenza laburista dell’epoca, che condivideva la stessa ideologia di diversi movimenti di liberazione africani, decise di appoggiare la causa della lotta anticolonialista. La partecipazione dell’establishment laburista israeliano all’Internazionale socialista favoriva, d’altronde, i contatti con i futuri dirigenti africani.

Nei primi anni ’60, per esempio, l’ufficio di Accra (Ghana) del Fronte nazionale della Rhodesia del sud, di Robert Mugabe, fu finanziato dalla locale ambasciata israeliana. A dirigere l’ufficio vi era Sally, una ragazza ghaneana che, in seguito, sposò Mugabe  e divenne la first lady dello Zimbabwe.

A Dar-es-Salaam, il Mossad creò una scuola d’intelligence, che formò i membri di diversi movimenti dell’Africa centrale e meridionale. Gli agenti israeliani si mettevano, così, in concorrenza con quelli di Egitto, Cina, Jugoslavia e dei paesi dell’est Europa, che appoggiavano gli stessi movimenti.

In questa fase, erano tre le istituzioni israeliane che curavano le relazioni con l’Africa nera: il sindacato Histadrut, che manteneva i rapporti con attivisti e organizzazioni sindacali in Africa; il Mashav, l’ufficio per la cooperazione e lo sviluppo del ministero degli esteri; il Mossad. Quest’ultimo passò ben presto dall’aiutare i movimenti di liberazione a forgiare i servizi di sicurezza e di intelligence dei regimi nati con la decolonizzazione.

Israele godeva ancora dello status di “nazione non coloniale” e, quindi, molti stati di recente indipendenza preferivano rivolgersi ai servizi israeliani per addestrare i propri agenti, invece di chiedere l’assistenza delle ex potenze coloniali.

I dirigenti del Mossad crearono stretti legami personali con i capi di stato africani. È il caso del ghaneano Kwame Nkrumah che, pur essendosi impegnato in un’alleanza formale con l’Egitto, riceveva dal direttore del Mossad per l’Africa informazioni sulla politica di Nasser, del quale diffidava.

Ancora più importante fu la relazione con il futuro dittatore zairese Mobutu, iniziata nel 1963, quando quest’ultimo, in veste di capo di stato maggiore, accompagnò 250 soldati congolesi in Israele per essere addestrati nei centri di formazione dell’esercito israeliano. Quando Mobutu prese il potere nel 1965, un agente del Mossad, Meir Meyouhas, divenne uno dei suoi più fidati consiglieri, e istruttori israeliani addestrarono la sua guardia pretoriana e i servizi segreti zairesi.

In questo periodo, alcuni paesi africani erano visti come un retroterra strategico, tant’è vero che, alla fine degli anni ’60, Israele poteva contare su 4 basi in Ciad, utilizzate per appoggiare la guerriglia nel Sud Sudan.

I contatti e la grande capacità operativa e di raccolta di informazioni del Mossad in Africa furono messi a disposizione della Cia attraverso il programma “Kk Mountain”, nome in codice delle operazioni condotte dal Mossad, per conto del servizio americano, nei paesi del terzo mondo.

Negli anni ’60 la Cia pagava al Mossad dai 10 ai 20 milioni di dollari all’anno (una somma consistente, se si pensa che il budget totale della Cia era all’epoca di 650 milioni di dollari) per condurre operazioni clandestine nel terzo mondo. Il Mossad agiva, sempre dietro compenso, anche per conto di alcuni servizi segreti europei, anche se non ricevevano lo stesso livello di informazioni. Il legame Cia-Mossad non si è affatto interrotto e non si può escludere che ancora oggi alcune operazioni israeliane siano condotte per conto di Washington.

 

I “voltafaccia” africani

Nel 1973, subito dopo la guerra dello Yom Kippur, a seguito delle pressioni arabe, tutti gli stati africani ruppero le relazioni diplomatiche con lo stato ebraico, ad eccezione di quattro: Malawi, Lesotho, Swaziland e Maurizio.

Uno degli esempi più eclatanti del “voltafaccia” degli “amici africani” di Israele è rappresentato dal dittatore ugandese Idi Amin Dada, che nel 1976 protesse, di fatto, il commando terroristico che aveva dirottato il volo Tel Aviv-Parigi della Air France. L’esercito israeliano compì un audace raid, che portò alla liberazione della maggior parte degli ostaggi.

I precedenti rapporti con Kampala si rivelarono, comunque, utilissimi per la pianificazione del blitz. Israele conosceva benissimo, infatti, l’aeroporto di Entebbe, perché l’ex pilota personale di Amin era l’israeliano Moshe Bedichi, e una ditta israeliana aveva ristrutturato l’aeroporto.

Il Kenya si rivelò una base logistica fondamentale per l’operazione, grazie anche all’aiuto di Bruce MacKenzie, un agente britannico che aveva connessioni con il Mossad. Pur avendo interrotto le relazioni diplomatiche, il governo israeliano continuava, infatti, a beneficiare dei contatti intessuti dal Mossad e da una serie di imprenditori che avevano interessi in Africa.

Non pochi presidenti africani, tra i quali l’ivoriano Houphouët-Boigny, il senegalese Senghor e i keniani Kenyatta e Daniel arap Moi, mantennero relazioni personali con la dirigenza israeliana. Nigeria, Kenya, Etiopia, Zaire (oggi Rd Congo), Liberia, Ghana, Costa d’Avorio e diversi altri paesi continuano a essere il fulcro dell’attività in Africa sia del Mossad, sia di uomini di affari israeliani.

Negli anni ’70, fino alla fine della guerra fredda, il Mossad sostenne, insieme ad altri servizi occidentali, alcuni movimenti di guerriglia filo-occidentali: dall’Unita angolana all’Spla sudanese, fino ai cosiddetti “contras libici”, un gruppo di soldati libici catturati in Ciad e organizzati da Cia e Mossad in un movimento di guerriglia, per rovesciare Gheddafi.

 

Sudafrica ed Etiopia, gli amici

I rapporti più intensi erano, tuttavia, con il Sudafrica dell’apartheid e con l’Etiopia di Menghistu. Con il primo, dopo la rottura delle relazioni con la maggior parte dell’Africa nera, Israele creò una vera e propria alleanza strategica nel settore militare, missilistico e nucleare, dell’intelligence e delle operazioni clandestine, estesa non solo all’Africa, ma anche al resto del mondo.

Le relazioni con l’Etiopia erano, invece, iniziate alla fine degli anni ’50, nel quadro di una strategia di alleanza con i paesi che erano alla “periferia” del mondo arabo: Etiopia, Iran, Turchia. Dopo la rivoluzione che sostituì Selassié con Menghistu, Israele continuò ad appoggiare militarmente l’Etiopia, fornendo armi (tra cui bombe a grappolo) e mercenari (compresi piloti per i velivoli di fabbricazione americana), affiancandosi a Unione Sovietica, Cuba e altri paesi dell’Est. Negli anni ’80 e nei primi ’90, Addis Abeba, inoltre, permise l’emigrazione in Israele di gran parte degli ebrei etiopici.

A partire dagli anni ’80, la maggior parte dei paesi africani ha ripreso le relazioni diplomatiche con Israele, ma la “luna di miele” degli anni ’60 è finita. Lo stato ebraico è visto dagli africani come uno dei possibili partner commerciali con il quale allacciare rapporti, ma non è più un modello di riferimento.

Prevalgono, ora, gli interessi economici di uomini d’affari, come il russo israeliano Lev Leviev, che ha rotto il monopolio commerciale della De Beers sudafricana, acquisendo diritti di sfruttamento diamantiferi in Angola e Namibia. Il Sudafrica è in mano agli uomini dell’Anc e, dopo un periodo di gelo, Pretoria e Tel Aviv cercano di creare un nuovo rapporto fondato sui commerci. Esiste, però, un paese che guarda a Israele come a un modello: è il Ruanda del dopo genocidio, che si sente accomunato allo stato ebraico da un destino simile.

Oltre ai diamanti, materie prime strategiche, come l’uranio e il petrolio, sono al centro degli interessi israeliani in Africa. Il Mossad è affiancato da società di mercenari, come la Levdan, che ha operato, per esempio, in Congo Brazzaville. È anche probabile una nuova alleanza israelo-americana in Africa per il controllo della rotte del petrolio.

 

Congo e Grandi Laghi, miniere e diamanti

Il commerciante israeliano Dov Riger ha ottenuto una licenza di prospezione diamantifera nel Congo, al confine con la Repubblica democratica del Congo. In quest’ultimo paese, l’International diamond industries (Idi), di Dan Gertler, aveva ottenuto il monopolio della commercializzazione dei diamanti da parte di Kabila padre, rompendo il monopolio della De Beers. Kabila figlio, succeduto al padre nel gennaio 2001, ha però revocato l’accordo.

Gertler mantiene, comunque, importanti interessi nel paese e ha aiutato la compagnia di stato mineraria congolese Miba ad aprire un ufficio presso la borsa dei diamanti di Tel Aviv. Ruanda e Uganda mantengono legami militari con Israele. La visita del presidente ugandese Museveni in Israele (gennaio 2003), è stata organizzata dal mercante d’armi Amos Golan, che rappresenta le maggiori industrie belliche israeliane in Uganda.

 

In Mauritania i rifiuti nucleari

Dai primi anni ’60 Israele intrattiene una stretta e discreta relazione con il Marocco. Dopo aver favorito l’emigrazione di buona parte della comunità ebraica locale in Israele, re Hassan II concesse al Mossad di aprire una stazione sul suolo marocchino. In cambio, istruttori israeliani formarono e addestrarono i servizi di sicurezza marocchini.

La Mauritania ha stabilito relazioni diplomatiche con Israele nel 1999. Israele fornisce assistenza sanitaria (nel campo oftalmico e della cura del cancro) e agricola. Fonti arabe affermano che il paese ha un accordo con Israele per lo stoccaggio di rifiuti nucleari e per la sperimentazione in Mauritania di missili prodotti dall’industria israeliana.

 

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