Della gente di Palestina,
ho sempre apprezzato l’eterogeneità,
la genuinità del tessuto sociale.
Per questo mi capitava di trovarmi a sedere
in un caffè fumoso di arghile,
allo stesso tavolo fra un ex-fedayn fedelissimo del compianto Arafat,
il figlio di un imam con il corano sottobraccio,
un vecchio libraio comunista che vende i pensieri di Gramsci (giuro) sottobanco,
addirittura un giovane sarto che sognava di andare a fare lo stilista d’alta moda a Milano.
Così è altrettanto possibile per dei giovani palestinesi
in quell’enorme prigione a cielo aperto che è Gaza
fare dell’hip hop una nuova intifida musicale
contro l’occupazione militare israeliana.
Tramite la musica riuscire finalemente a dissolvere
le enormi mura in cui Israele si illude di rinchiudere
le anime oltre che i corpi emaciati dalla miseria.
Sinchè quelle mura non cadano davvero
rovinando fragorosamente sull’ipocrisia del mondo.
Vik alias
guerrillaradio