“Padre nostro dei deboli e dei diseredati, nato, morto e mai risorto,
questa notte si banchetterà ancora una volta nel tuo nome. Calici e
bollicine in offerta speciale si alzeranno verso il tuo cielo, tra cattive
digestioni e beata incoscienza.
Dio delle ferite ingiuste e della siccità dell’anima, quanto freddo in
questi giorni bui, quanto gelo sulle mani e il naso scrostato di Said che
si guarda intorno sbigottito, dalla sua panchina-faro, e mi dice
sorridendo ‘non mi abituerò mai’.
Non mi abituerò mai nemmeno io, piccolo ‘terrorista’; e ogni volta che ti
chiamo così la tua risata sdentata mi scalda il cuore.
Dio delle pance gonfie di bambini dolci dagli occhi di pece, questa notte
il tuo nome sarà pronunciato invano mille e mille volte, tra zucchero a
velo e pance piene.
Padre nostro che sei nei cieli, strappami gli occhi questa notte e
addormenta i miei timpani, o non ti lascerò scampo.
Ti invoco senza fede, sai bene quanto poco crediamo l’uno all’altra, mon
dieu. Un accordo sereno tra noi.
Ma oggi ti invoco per tutte le voci del mondo che non potranno farlo,
perché senza forza, perché su un letto di agonia con ferite infette a
marcire con l’eco lontano dei nostri starnuti curati con polveri d’oro;
voci ammutolite dalla paura, rifugiate tra macerie ed esplosioni mortali,
pianti strozzati nelle gole di bambini che non conoscono la tua pietà.
Voglio che tu le senta forti e chiare le grida di chi non ha più fiato.
Voglio che tu apra bene le orecchie in questa notte di celebrazioni.
Voglio che tu le ascolti con attenzione, sono voci lontane, che nessuno
quaggiù ha più voglia di sentire.
Questa notte chiuderò gli occhi e stringerò forte i pugni e il cielo si
squarcerà a metà esatta della clessidra.
Una ferita nella volta celeste, silenzio gelido e poi il tuono assordante
di milioni di rabbie dolorose investirà tutti noi. Dovrai ascoltarli, non
potrai sottrarti, pulseranno violenti fino all’alba.
Questa notte non avrai scampo.
Ascoltali.
Padre nostro,
siamo tanti, siamo stati in silenzio e ti abbiamo rispettato. Ma siamo
stanchi, banchetteremo a morte e lacrime per celebrare la tua venuta
questa notte.
Padre nostro, non abbiamo nemmeno i sogni da sognare, ce li siamo
mangiati. Ce li siamo bevuti.
Padre nostro, le notti e le nostre case sono vuote, i nostri bambini già
vecchi prima di nascere. Guardali, padre.
Dacci il nostro pane quotidiano,
l’acqua, una risata.
Dammi una garza candida per coprire il male che puzza di morte sulla gamba
della mia bambina. Ha sei anni, guardala.
Dammi un giorno nuovo, solo un giorno, da passare col mio amore che è
dovuto partire e che non so più dov’è. E’ partito per me, è andato a
combattere per la nostra terra, per i nostri figli. Ma quando li faremo
questi figli, padre mio? Fallo tornare per una notte, solo una notte, gli
farò appoggiare le armi nell’angolo della mia stanza e faremo l’amore come
pazzi, senza pensare a niente, come in paradiso, come sogno quando ho
paura e allora penso a lui.
Dammi una tomba per il mio vecchio, che sta morendo e non so nemmeno come
coprirlo, trema e invoca una sepoltura nella sua terra, gli ho mentito,
non ci tornerà più nella nostra bella terra. E nemmeno noi, quando sarà la
nostra ora.
Dammi la vita per questi miei figli spaventati, con i piedi sporchi e i
denti piccoli, prenditi la mia, ma portali lontano; mi hanno detto di
paesi colorati dove il pane cresce sugli alberi, prenditi la mia vita e
dagli un’altra madre sotto un albero di pane.
Dammi una chiave per uscire da qui, due metri per tre da non so quanto
tempo. Ero un ragazzo quando mi hanno preso, non ricordo nemmeno più
perché. Ora sono solo carne sporca, occhi chiusi e pesti, mi fanno male le
ossa, voglio uscire, voglio mia madre, voglio uscire, voglio morire.
Torneranno tra poco e sarà di nuovo male, dicono che dopo un po’ non lo
senti più, ma non è vero, mio dio, lo senti, io non so svenire, dammi la
chiave, dio pietoso. Ero solo un ragazzo.
Dammi la pace, padre. Ci sarà l’inferno per me in quell’altra vita, lo so,
ma in questa concedimi la pace almeno per un giorno. Ho strappato molte
vite, padre mio, molte giovani vite come erano giovani i fratelli che
quelli mi hanno strappato e la madre che quelli mi hanno violato; ho
voluto vendetta, non me ne pento. Fulminami, padre, non me ne pento.
Dovevo farlo, non puoi capirlo, ma dovevo farlo. Non me ne pento. Ora però
sono stanco, stanco di sangue, stanco di veglie eterne e di paura. Stanco
di morte.
Dammi un pallone, un pallone vero, di cuoio, da prendere a calci come si
deve, come i giocatori della tv, qualcuno arriva da qui, sai padre grande
del cielo? Dalla favela, dalle baracche, erano bravi come me, anche loro,
e ora sono in tv; ma avevano un pallone vero, il mio è fatto di stracci e
cartone e quando piove sparisce e devo ricominciare tutto da capo. Dammi
il mio pallone quotidiano e domani sarò in tv anch’io.
Dammi un bilgietto e un treno per tornare a casa, natale è così bello a
casa, ma mia madre non vuole più vedermi, ho provato a telefonare una
volta, mi ha chiamato puttana, mi ha detto che non ha più una figlia.
Dammi la mia giovinezza, i miei diciassette anni scivolati su questa
strada di uomini grigi che mi prendono senza nemmeno guardarmi in faccia;
e mentre mi scopano penso a mio padre, ognuno di loro è mio padre. Padre
mio, dammi mia madre e la mia sorellina che piangeva quando sono partita,
dammi i miei diciassette anni e il mio passaporto questa notte.
Padre nostro, ascoltaci, senti il nostro odore di terra e sangue e
violazioni e sudore e fame e sete e orrore e terrore, sentici, guardaci
questa notte e la nostra preghiera ci salverà.
Veglierò, li ascolterai e non avrai scampo.
Amen”
la strega tanto amica di guerrilla