Simona Torretta, Per ora non tornerà in Iraq

Non tornerà in Iraq, ma continuerà a lavorare per il martoriato Paese. L’attivista di Un Ponte per…, rapita a settembre a Baghdad con Simona Pari, parla a ruota libera del suo futuro. Ma, su quei giorni nelle mani dei carcerieri, preferisce non ritornare. 

CHIANCIANO TERME (SIENA) – Per ora non tornerà in Iraq. E nemmeno ad Amman, in Giordania, dove è stata fino a tre giorni fa continuando a lavorare per l’associazione Un ponte per…, ma Simona Torretta, la cooperante rapita a Baghdad nel settembre scorso assieme a Simona Pari, non ha alcuna intenzione di mettersi da parte. Anzi, è ben decisa a proseguire il lavoro in aiuto degli iracheni, non solo attraverso i progetti di cooperazione ma anche andando in giro a testimoniare la crudezza e la complessità della loro situazione.

NE’ EROINA NE’ SVENTATELLA
Quella che Simona Torretta ha fatto ieri sera a Chianciano Terme, nella parrocchia di Santa Maria della Stella, su inziativa di Rosy Bindi, è stata la prima uscita veramente pubblica dopo il frastuono che ha accompagnato la sua liberazione e del ritorno in Italia.

Ha incontrato una platea di oltre un centinaio di persone giunte per ascoltarla, assieme a Rosy Bindi, al vescovo di Chiusi, Montepulciano e Pienza, Monsignor Rodolfo Cetoloni ed al giornalista di Famiglia Cristiana, Alberto Bobbio, sul tema «Diamo una possibilità alla pace». Semplice, attenta a pesare le parole, lontana tanto dal cliché di eroina che qualcuno ha voluto cucirle addosso tanto da quello di ragazza sventatella come altri avevano giudicato lei e la collega nei giorni della liberazione dal sequestro, Simona Torretta ha descritto la situazione in Iraq così come lei l’ ha vissuta per due anni, fino al rapimento, vivendo in prima persona sia i giorni dei bombardamenti, sia quelli dell’ assalto ai negozi e infine quelli dei continui attentati.

DOVERE DI TESTIMONIANZA
«Per ora non tornerò in Iraq, andrò solo ad Amman per due o tre brevi missioni, ma continuerò a lavorare dall’Italia – ha detto Simona Torretta – anche testimoniando quella realtà attraverso la mia esperienza. Mi sento moralmente responsabile e moralmente chiamata – ha aggiunto – a questo compito di testimonianza cercherò quindi di partecipare a convegni, incontri come questo per testimoniare e fare attivita’ di sensibilizzazione su ciò che ho avuto la possibilità di vedere, di conoscere in prima persona».

IRAQ DALLA SPERANZA ALL’INCUBO
«Pensa che questo la condurra’ verso un impegno anche politico?». «Non lo so – risponde – può succedere, ma non è ciò che mi interessa; al momento preferisco essere testimone di una realtà complessa, comunicata attraverso una informazione parziale che, utilizzando in gran parte la televisione, si riduce ad un messaggio per forza semplificato». «A ritroso – prosegue – è difficile capire come si possa essere arrivati ad una situazione come quella di oggi; malgrado Saddam prima e la guerra dopo gli iracheni speravano, credevano nell’esistenza dei presupposti per un miglioramento della loro situazione, ma ora hanno perso la speranza. Molti iracheni – aggiunge – dicono che con Saddam non avevano la liberta’ di parola ma avevano quella di sognare, oggi hanno la libertà di parola ma non hanno piu’ sogni». Sono sogni che, secondo Simona Torretta, si sono persi «nel caos del dopoguerra, un caos talmente enorme da far disperare di poterne uscire». Anche la speranza nel ruolo pacificante delle prossime elezioni, secondo Torretta e’ svanita nel timore di dover affrontare un altro periodo difficile, dalla conclusione incerta e scandito da sabotaggi».

SIMONA E SIMONA
Poi parla del suo rientro in Italia assieme a Simona Pari.
«Un rientro non facile per il grande impatto mediatico che abbiamo trovato». «Eravamo abituate, come tanti altri colleghi impegnati in altre tormentate zone del mondo, a lavorare lontano dai riflettori, non e’ stato facile trovarseli d’ improvviso puntati addosso».
Quanto ai motivi ed alle circostanze del rapimento Simona Torretta dice di non avere «alcuna voglia di parlarne». «Non ho una idea sola sulla nostra vicenda – poi aggiunge – ne ho tante e tutte in conflitto fra loro; resta il fatto che a noi e’ accaduto qualcosa che è possibile succeda in un paese in guerra, sta accadendo anche a tanti iracheni, studenti e medici soprattutto, ma ciò passa sotto silenzio».

«Una cosa è certa – aggiunge – dopo il nostro rapimento le Ong hanno abbandonato il territorio iracheno e, subito dopo, c’è stato il pesante attacco a Falluja dove ancora nessuno e’ in grado di contare i morti ed i danni provocati perché nemmeno i membri dell’Onu sono potuti entrare in quella città». «La domanda su chi, come e perché ci abbia rapito – conclude – lascia il tempo che trova, me lo chiedero’ tra qualche anno». (www.ANSA.it ).

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