«Io, senza braccia, dipingo per fare del bene al mio Iraq»
Ali, il bambino senza braccia, stringe la mano al visitatore. La sua mano è piccola, morbida, nasconde una forza d’acciaio nel guanto di velluto. Stringe ancora di più, Alì, e sorride. Ora la pressione è insopportabile, lo scherzo dura troppo: prima che le ossa doloranti comincino a scricchiolare, conviene strapparsi alla morsa. Allora Ali ride senza ritegno. Il gioco, che deve avere provato più volte, lo diverte perché lo fa sentire fortissimo. Così, soddisfatto, lascia cadere l’arto artificiale, la protesi che finisce con una mano ad alimentazione elettrica, e torna in piedi: «Ti è piaciuto?».
Spiegazione: Ali Ismaeel Abbas, 14 anni, il ragazzino che perse l’intera famiglia in un bombardamento sull’Iraq e si risvegliò senza braccia in un letto d’ospedale, sta mostrando l’arto che dovrà restituirgli una parvenza di normalità. Spiegazione ulteriore: Alì usa il braccio finto, che finisce con la mano dalla forza sovrumana, solo a scuola. Quand’è a casa, come adesso, se lo toglie e lo butta in fondo al letto. Ma si diverte a mostrarlo ai nuovi venuti: con i piedi lo prende, lo mette in moto, tira i fili dei comandi. Tragico paradosso: per far vedere la mano nuova, usa i piedi. Perché ormai ha imparato a fare tutto con i piedi, Ali: gioca alla playstation, compone i numeri del telefono, scrive, dipinge.
Anzi, questa è la notizia: Ali Abbas è diventato pittore.
Come stai, Ali? «Sto bene, sono contento, qui». Parla inglese ormai («tre quarti d’inglese», precisa), ma pensa in arabo: alla tv satellitare danno una vecchia partita di calcio Arabia Saudita-Kuwait, e lui non stacca gli occhi. Parla inglese e ascolta la cronaca araba. Occhi velocissimi, piedi prensili per necessità, voglia di scherzare, agilità: «Io non parlo italiano, Totti parla italiano. Conosci Totti?». Ahmed, il suo compagno di sventura, il ragazzino che sotto le bombe ha perso una sorellina e un braccio, e che con lui condivide questa stagione londinese, ride anche quando non capisce. Mohammed, il padre di Ahmed, non ascolta nemmeno: viene dalla cucina, si toglie le ciabatte al bordo del tappeto, serve il tè. E’ Ali il centro dell’attenzione. Lui lo sa: è la sua vita, questa.
Ali, sembri un po’ ingrassato, recentemente. «Io? Nemmeno per sogno», dice, e intanto gonfia le ganasce: «Non scriverlo, se no le ragazze non mi guardano più». Quali ragazze, le compagne di scuola? «Quelle sono come sorelle. Piuttosto, preferisco la torta al formaggio, la cheese pie ». Come? Ti piace la cucina inglese? «Sì, ma a scuola Ahmed e io mangiamo la roba che ci porta Mohammed, cibo halal ». E con un piede mostra che cos’è la carne macellata secondo i dettami del Corano: prende una matita tra l’alluce e il secondo dito, disegna una pecora («Quella che fa be-e-ee»), le stacca la testa, la ridisegna decollata. Poi scrive il suo nome, in lettere latine e in arabo. E ride orgoglioso di tali acrobazie, fisiche e mentali.
Possibile che sia davvero felice? Che passerà nella mente di Ali, sotto i ricci neri e dietro il sorriso contagioso? Fino alla mezzanotte del 30 marzo 2003 era un normale bambino di Zafaraniya, che viveva in una normale famiglia nell’anormale dittatura di Saddam. Poi in un attimo, per una bomba stupida che doveva colpire una fabbrica due chilometri più in là, Alì perse padre, madre, fratelli e parenti tutti, 16 persone, e si trovò orfano e amputato. Scovato in un ospedale del Kuwait, divenne il simbolo delle vittime innocenti: bello, invalido, solo, la sua foto fece il giro del mondo. La coscienza sporca di chi scatenò la guerra gli aprì le porte del Regno Unito: scuola a Wimbledon, cure ospedaliere, protesi d’avanguardia, una casa a Kingston, vicino al parco di Richmond, con Ahmed. Ora Ali è protetto da un’associazione di mutilati, la Limbless Association di Londra, e ne è alfiere. Un libro, due siti web ( www.aliabbas.net e www.limbless-association.org ), interviste, articoli: sradicato, questo adolescente è una celebrità.
E come ti sei scoperto pittore? «Per fare un po’ di bene: dipingo cartoline, che poi vendo. Ne ho venduta una serie in Kuwait, e col ricavato ho comprato sedie a rotelle da mandare in Iraq». Parla da businessman, Ali, ma mostra disegni che sono testimonianza struggente d’una nostalgia infantile: il mondo che ha lasciato, una moschea di Bagdad, una barca a remi sul Tigri, e quello che ha trovato, una chiesetta di Wimbledon e una lepre nel parco di Richmond. Forse è questa scissione schizofrenica tra due vite inconciliabili, opposte, che lo fa sembrare allo stesso tempo adulto e bambino: «Da grande voglio fare il medico, anche senza le mie mani: posso aiutare gente che ha bisogno, fare beneficenza». Concreto e sognatore: «Tra un po’ è Natale. Noi festeggiamo l’Eid, che s’è tenuto un mese fa. La neve l’ho vista una volta sola, qui a Londra: andavo fuori a bocca aperta, per mangiarla, e invece mi finiva tutta negli occhi». Serio e beffardo: «Hai due figlie? Peccato che siano grandi: avrei voluto sposarne una».
Non ha madre, non ha padre, solo Ahmed e Mohammed, e uno zio che fa la spola con Bagdad. Racconta la sua giornata tipo: «Sveglia presto, Ahmed mi aiuta a lavarmi e vestirmi. Passa il preside a prenderci, in auto. Scuola: mi piacciono matematica e geografia. Hai notato che l’Italia ha la forma di una scarpa da jogging? Studiamo, mangiamo, giochiamo a calcio: io tengo al Manchester United. Poi, alle 5, quand’è già buio, a casa: in questi giorni non vedo mai il sole, dev’essere in vacanza. Leggo, gioco con la playstation, mangio l’agnello kebab che ci fa Mohammed. Mi piace la carne, la vorrei sempre. Poi a letto alle 9. Ma al weekend faccio tardi, anche fino all’una. Guardo le partite, guardo la televisione irachena, sul satellite: fanno dei bei film, da ridere… E la settimana ricomincia».
Parla, salta, scherza. E intanto giocherella con la penna, fa uno scarabocchio, scrive: coi piedi, naturalmente. Li usa così bene che sembrano mani. Solo quando gli prude il naso e se lo strofina sul ginocchio capisci la sua pena. Ma Ali ride: gli manca tutto, eppure pare che non abbia bisogno di niente.
Alessio Altichieri
(da www.corriere.it)