L’orrore delle torture israeliane sui prigionieri palestinesi

L’orrore delle torture israeliane sui prigionieri palestinesi

di Alessandra Garusi 

“Bisogna porre subito fine alle torture di prigionieri palestinesi nel carcere Sharon”. Lo ha chiesto all’Alta Corte d’Israele l’organizzazione Physicians for Human Rights-Israel

 

“La maggioranza degli oltre 7mila palestinesi, ancor oggi detenuti nelle prigioni israeliane, hanno subito torture”. Lo afferma Maher Talhami, un avvocato arabo israeliano che lavora per Physicians for Human Rights-Israel. Questa organizzazione non profit e apartitica, che dal 1988 si batte per la tutela del diritto alla salute, lo scorso 8 giugno ha presentato una petizione all’Alta Corte contro il Sistema carcerario israeliano (Ips) chiedendo che si ponga immediatamente fine agli abusi sistematici commessi ai danni dei prigionieri nel carcere “Sharon”.
“Si trova nel centro del Paese, a circa mezz’ora di macchina da Tel Aviv”, spiega Ella Yedaya, coordinatrice del progetto. “È un vecchio istituto detentivo, aperto nel 1953. Oggi l’ala femminile è stata spostata; mentre quella maschile è sempre più grande, tanto che sono stati costruiti anche nuovi locali. Gli abusi da noi denunciati avvengono comunque, in prevalenza, nella parte vecchia”.
Privazione del sonno, prolungate attese in piedi al freddo o sotto il sole cocente, incappucciamenti con stracci imbevuti di vomito o di urina, rumori assordanti, sono purtroppo considerati routine. E poi c’è la cosiddetta “posizione banana”, che consiste nel lasciare un prigioniero sulla pancia con le mani legate alle caviglie. “Provate a chiedere ai palestinesi che cos’è lo ‘shabah’. Quasi tutti tristemente hanno sperimentato questa posizione seduta su uno sgabellino basso con ceppi alle mani e talvolta anche ai piedi”, prosegue l’avvocato Talhami. Ma quel che è peggio, è che i detenuti non ricevono alcun tipo di assistenza medica. Un problema grave, viste le percosse, le ferite e le contusioni riportate durante gli interrogatori.
Di tutto ciò, purtroppo, non esistono immagini. È questa la fondamentale differenza rispetto al caso Iraq. “Le foto delle torture commesse da soldati americani ad Abu Ghraib sono ‘compatibili’ con molte carceri israeliane”, sono pronti a giurare gli avvocati di Physicians for Human Rights-Israel.
Una conferma arriva dall’ultimo rapporto del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele (Pcati) – un’organizzazione di diritti umani indipendente fondata nel 1990 dall’attivista Hannah Friedman e dal giurista Stanley Cohen. Esso copre il periodo settembre 2001-aprile 2003 e si basa su 80 deposizioni scritte e giurate, e altrettanti casi giudiziari. Una tale quantità di prove che porta a concludere: “La tortura in Israele è di nuovo una routine, portata a termine in modo metodico e istituzionalizzato”. Malgrado tutto questo, “nemmeno un investigatore dello Shabak o Shin Bet è stato processato”.

Lo Stato di Israele e la tortura
È una vecchia storia, quella che lega lo Stato di Israele alla pratica della tortura. Dal 1967, ovvero dall’inizio dell’occupazione, è sempre stata praticata, sebbene Tel Aviv abbia sempre negato l’evidenza.
Fu nel 1987 che, dopo un lungo dibattito in sede legale e della sicurezza, il Comitato ministeriale Landau stabilì alcune linee guida segrete da seguire durante gli interrogatori. Disse che poteva essere usata “una pressione fisica e psicologica moderata” nei confronti dei detenuti. Si calcola che, da allora, almeno 850 palestinesi siano stati torturati ogni anno.
Proprio nell’87 era scoppiata la prima Intifada e, agli occhi dell’opinione pubblica israeliana, qualsiasi mezzo pareva lecito per far fronte agli attacchi dei palestinesi. Un sondaggio commissionato dall’associazione per i diritti umani B’tselem, nel 1996, confermava che il 73 per cento degli israeliani appoggiava l’uso della forza.
Il dibattito si riapre cinque anni fa. Nel settembre 1999, in seguito a una petizione del Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele, l’Alta Corte mise fuori legge questo genere di abusi definendoli delle “pratiche inaccettabili”. Gli agenti dello Shin Bet dissero allora di essere stati privati degli strumenti per combattere il terrorismo. A quel punto, un parlamentare dell’opposizione fece passare un emendamento, che consentiva agli inquirenti di utilizzare la forza nei casi di “bombe ad orologeria”, minorenni compresi. Così molte vie di fuga diventavano di nuovo possibili.
Dopo lo scoppio della seconda Intifada – seguito alla “passeggiata” di Ariel Sharon sulla spianata delle Moschee il 28 settembre 2000 – e soprattutto dopo una serie di attentati suicidi sugli autobus, nei caffè e nelle discoteche israeliane, lo Shabak è tornato alla coercizione fisica come pratica standard. Ne sono assolutamente convinti gli avvocati dei diritti umani, sia da parte palestinese che israeliana.

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