Castelli, sulla grazia attacco eversivo al Quirinale
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Dopo almeno tre anni di braccio di ferro Carlo Azeglio Ciampi prende un’iniziativa clamorosa. Vuol tirare dritto sulla decisione annunciata di concedere la grazia a Ovidio Bompressi (e, si può intendere, in seguito anche ad Adriano Sofri). Solleverà, perciò, «conflitto di attribuzione» per la prima volta nella storia della Repubblica davanti alla Corte Costituzionale per rimuovere gli effetti paralizzanti del veto del ministro della Giustizia, il leghista Roberto Castelli. Un «atto dovuto», come la controfirma del Guardasigilli al decreto di grazia, s’è trasformato in un «potere d’interdizione» di cui non c’è traccia nella Carta: all’origine di tutto una telenovela di pasticci, sgambetti, doppi e tripli giochi di Berlusconi, del governo e della maggioranza, volti a lasciare in mano a Ciampi il classico cerino acceso.
La Costituzione assegna al presidente della Repubblica il potere di grazia, ma prevede, per render validi alcuni atti del presidente, una specie di visto del ministro: mai era accaduto ed è qui il punto politico del conflitto che la differenza di opinione tra guardasigilli e presidente sfociasse in uno scontro che mettesse in forse le prerogative del Quirinale. C’è un solo precedente, ma non sfociò in una vera crisi di rapporti tra Colle ed esecutivo: Cossiga e Martelli, l’uno favorevole, l’altro contrario alla grazia al capo delle Br, Renato Curcio, stavano per finire davanti alla Corte costituzionale, ma il ministro, che aveva avviato le procedure per sollevare il “conflitto”, alla fine rinunciò. Stavolta, invece, tutto fa ritenere che alla Consulta passi l’ultima parola.
Ieri un’ora di colloquio al Quirinale a porte chiuse. Presenti il segretario generale Gaetano Gifuni, il consigliere legislativo Salvatore Sechi e il consigliere giuridico Loris D’Ambrosio. Castelli ha detto quel che gli altri si aspettavano. Cioè è rimasto sulle sue posizioni: negherà ha ripetuto la sua firma in calce al decreto di Ciampi. Sul tavolo del presidente rimangono, perciò, solo tre fascicoli definiti, quello che riguarda la concessione della grazia al bandito sardo degli anni Sessanta, Graziano Mesina, (provvedimento che Cossiga sul finire del suo settennato aveva già cercato di avviare senza successo), e quelli di due altri casi “minori”: Luigi Pellè, un carabiniere che uccise un ladro d’auto a Torvajanica, e Aldo Orrù, un gangster milanese, anche lui in galera per omicidio. Entrambi hanno scontato metà pena. Per loro c’è il sì di Castelli, e questi tre decreti del presidente sono stati siglati dal ministro: prossimamente si parla di altre grazie in arrivo, per alcuni detenuti altoatesini in carcere per attentati ai tralicci negli anni Sessanta, e forse anche per alcuni degli appartenenti all’organizzazione paraleghista dei “Serenissimi” che inscenarono il blitz di un blindato «fatto in casa» in piazza san Marco a Venezia.
Sono alcuni dei casi via via entrati nel vortice di un complesso «mercato delle grazie» inscenato in questi anni dalle spinte e controspinte delle varie anime della maggioranza. È indicativo, però, che Ciampi abbia voluto prendere le mosse dalla concessione della grazia a tre personaggi, la cui sorte non risulta fosse stata presa in considerazione nel corso della “trattativa” sotterranea all’interno della maggioranza.
Ancor più significativi i toni e i contenuti del comunicato con cui ieri a ora di pranzo il Quirinale ha reso noto le decisioni. È interessante leggerlo con la lente d’ingrandimento: dopo aver detto delle tre misure di clemenza concesse «si rende noto altresì che l’8 novembre scorso il presidente della Repubblica, dopo attento e accurato esame della documentazione fattagli pervenire, su sua richiesta, dal ministro della Giustizia, aveva comunicato al Guardasigilli di essere pervenuto nella determinazione di concedere la grazia della pena detentiva residua a Ovidio Bompressi e lo aveva invitato a inviargli il relativo decreto ai fini della sua emanazione».
In questo capoverso Ciampi anzitutto rivendica l’insistenza con cui già nell’aprile scorso aveva strigliato Castelli per i troppi cincischiamenti che da via Arenula erano stati frapposti all’invio della documentazione sui due leader di Lotta Continua condannati per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. La documentazione fu, dunque, fatta pervenire dal guardasigilli «su richiesta» dello stesso Ciampi. E si tratta di una formulazione eufemistica, se solo si voglia ricordare la sgarbata reazione dello stesso ministro e del suo capo di gabinetto alla pubblicità data a questo sollecito dal Colle. E il fastidio con cui venne accolto il richiamo di Ciampi all’articolo 681 del Codice di Procedura Penale, che prevede, appunto, il potere autonomo di grazia e la clemenza anche in assenza di «proposta» del Guardasigilli. Perché le cose siano chiare nella stessa frase del comunicato di ieri si mette anche nero su bianco la «determinazione» già allora presa dal presidente, di concedere la grazia a Bompressi. Se la richiesta di Ciampi è dell’8 novembre, come mai Castelli ha lasciato passare ben sedici giorni prima di salire al Quirinale? «È stata la prima data utile», in serata sarà la sgarbata spiegazione del ministro.
La nota del Quirinale prosegue, del resto, con una glaciale, simmetrica contrapposizione: «Nel corso della udienza il ministro Castelli ha fatto presente di essere contrario alla concessione della grazia Bompressi e che, conseguentemente, non è in grado di inviare al capo dello Stato il relativo decreto. Il presidente della Repubblica ha preso atto di tale comunicazione e si è riservato di assumere le proprie decisioni». La formula del «si riserva» si spiega semplicemente con i tempi tecnici: le decisioni «in itinere» riguardano, per l’appunto, proprio l’avvio delle procedure del conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta. Il Quirinale non ne ha parlato esplicitamente perché si tratta ancora di redigere un vero e proprio «atto di citazione», e si prevede che l’annuncio ufficiale del «conflitto di attribuzione» verrà dato a metà dicembre, dopo il ritorno di Ciampi dalla Cina. Ancora, perché la Corte Costituzionale dica la sua è prevedibile che passino ancora alcuni mesi.
Nella matrioska di questo conflitto istituzionale, è contenuto, com’è ovvio, il caso Sofri. La pratica relativa all’ex leader di Lotta Continua è stata lasciata a dormire da Castelli per ancor più tempo rispetto al caso Bompressi. Un paio di mesi sono stati impiegati dagli uffici del Quirinale per sviscerare la vicenda di quest’ultimo. Il fascicolo relativo a Sofri è giunto, invece, da poche settimane sul Colle. Ed è per questa ragione che formalmente ieri non se n’è parlato. Ma le convinzioni maturate da Ciampi sono abbastanza note; e un via libera della Corte sul caso Bompressi accenderebbe quasi automaticamente anche il disco verde per la libertà a Sofri. Già si vedono salire, però, altre scintille: anche ieri per An, il ministro Gasparri ha ripetuto un’aggressivo avvertimento a Ciampi paventando una violazione della Costituzione nel caso che la grazia venga estesa a Sofri, con l’argomento (privo di appigli giuridici) che quest’ultimo, a differenza di Bompressi, non avrebbe chiesto la grazia.
Come fermare il conflitto? In teoria, ma solo in teoria, la strada alternativa potrebbe consistere in un intervento di Berlusconi, che in coerenza con la sua posizione a favore di Sofri, potrebbe imporre a Castelli una retromarcia, con una decisione plenaria del Consiglio dei ministri, controfirmando personalmente il decreto, o persino assumendo un «interim» per la Giustizia ristretto alla materia. Ma i canali di comunicazione del Quirinale con palazzo Chigi sono da tempo intasati, e una simile strada (basata sulle buone intenzioni del premier e sulla sua capacità di controllare la sua maggioranza) è stata già invano praticata, in tempi in cui ancora la maionese del centrodestra non era completamente impazzita: confidando, infatti, negli impegni di palazzo Chigi, di fronte allo stallo causato dalla «melina» del ministro leghista, a dicembre dell’anno scorso, Ciampi dichiarò di puntare all’approvazione della proposta di legge presentata da Marco Boato, che si proponeva di «chiarire» che il potere di grazia del capo dello Stato non è sottoposto al «concerto» con il Guardasigilli. La soluzione sembrava a portata di mano, ma il 17 marzo la norma naufragò alla Camera con i voti di An e della Lega, cui si associò gran parte del gruppo di Forza Italia. E Giuliano Ferrara scrisse sul “Foglio” berlusconiano che la Destra era «cialtrona».