Gino Strada: La guerra umanitaria è una bestemmia

«Voteremo chi dice no alla guerra» 

 

REGGIO. Paladino della pace a tutti i costi, si richiama ad Einstein per dire che «è l’unica scelta morale», ma conosce bene il peso politico che oggi ha. Lui, pacifista convinto, sa usare la pace come arma politica. Chirurgo di guerra e leader dell’associazione umanitaria Emergency, Gino Strada aspetta al varco la nuova Grande alleanza democratica: «Noi voteremo a favore solo se il programma includerà il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq». Strada sarà domani sera a Reggio nel Palazzetto dello sport per discutere di «Non violenza e giustizia sociale» in un incontro organizzato dalla Cgil e dal centro studi R60. Con lui ci saranno Pietro Ingrao, don Luigi Ciotti e Gianni Rinaldini. Introdurrà i lavori, con inizio alle 21, il segretario provinciale della Cgil Mirto Bassoli.

Strada, lei è il chirurgo fondatore di un’associazione umanitaria, ma è diventato anche uno dei simboli del pacifismo e dei movimenti, con un ruolo politico. Non crede che le due attività siano in contrasto?
«Il nostro lavoro ha molto a che fare con la politica, intesa come insieme di scelte e regole che condizionano il nostro vivere associato, e nulla, invece, con il potere. Questo specie perché le posizioni assunte negli ultimi anni dai partiti non rispecchiano affatto le opinioni dei cittadini. Oggi l’80 per cento degli italiani si dice contrario alla guerra, ma il 92 dei parlamentari ha votato a favore. E’ per questo che in Italia non si può più parlare di democrazia. Emergency ha un impatto sulla politica per il chiaro messaggio di pace che trasmette».

Ispirandosi al suo operato, qualcuno ha coniato la definizione di «pacifismo alla Strada». Ma per lei che cos’è il pacifismo?
«La penso come Einstein, secondo cui la pace era una scelta obbligata e l’unica morale. Ma la storia dell’ultimo secolo è sempre andata in direzione contraria: ci sono stati infatti milioni di morti a causa dei conflitti. C’è chi parla di ricorrervi come l’ultima scelta, dovuta a una dolorosa necessità: ma finché resta uno strumento, sarà sempre la prima opzione».

I suoi rapporti con una parte della sinistra sono tutt’altro che facili.
«In effetti ho ricevuto parecchi attacchi da quella che qualcuno definisce sinistra, le cui differenze con la destra sono sempre più sottili».

Il pacifismo «senza se e senza ma» si scontra con l’esigenza di dare una risposta forte al terrorismo o alle violazioni internazionali. D’Alema presentò la missione in Kosovo come una guerra umanitaria. Cosa che ha fatto anche Fassino per l’Iraq. E’ una mediazione accettabile?
«La guerra umanitaria è una bestemmia e premessa a quella preventiva. Se si ammette che è lecito uccidere qualcuno per i diritti umani, è meglio farlo subito, perché aspettare? Tantomeno regge il parere di chi, come il leader della cosiddetta opposizione, dice che la guerra in Afghanistan abbia liberato le donne. Non c’è stato un conflitto che abbia azzerato gli altri. La seconda guerra mondiale ha forse eliminato il fascismo, il militarismo, l’imperialismo e il razzismo?».

No, ma bisognerebbe fare qualche distinzione. Un mancato intervento degli Usa ci avrebbe lasciato un’Europa diversa, non crede? E rimane il problema della legittima difesa.
«La mia risposta è che i problemi non sono spariti».

Il pacifismo di una certa sinistra ha una precisa valenza politica, poiché è soprattutto filopalestinese e antiamericano.
«E’ una strumentalizzazione inaccettabile. Penso infatti che Bush sia un terrorista come Putin e Bin Laden. Sono poi i momenti storici a decidere chi dei tre è il peggiore: se l’11 settembre lo era Bin Laden, il giorno dopo lo è stato Bush. Il fatto è che noi siamo impregnati di razzismo: cosa rende diversi i tremila morti delle Twin Towers dai tanti altri massacri che si sono verificati in tutto il mondo? Crediamo che esistano cittadini di serie A e altri di serie B: un sentore che appartiene anche a chi si dice di sinistra».

Ma perché scende in piazza soltanto per i conflitti che coinvolgevano direttamente gli Usa e non, ad esempio, per le guerre fratricide che hanno insaguinato l’Africa? Il terrorismo islamico non equivale alle rappresaglie di Sharon?
«La pace non è un valore di sinistra, è una questione etica. I due casi vanno considerati sullo stesso piano, ma il problema è che il terrorismo ora indossa solo il turbante. Tra le azioni di un capo di stato come Sharon e chi manda dei kamikaze a Tel Aviv non ci sono grosse differenze: è un problema politico, ma gli effetti sono gli stessi».

I detrattori del «pacifismo alla Strada» sostengono che sventolare un arcobaleno in piazza non basta.
«Emergency ha curato un milione e 200mila vittime di guerra in dieci anni. In Iraq o in Afghanistan io posso circolare tranquillamente, mentre un ministro ci lascerebbe la pelle. Il pacifismo, dunque, paga o non paga?»

Ma le due Simone sono state rapite anche in virtù del loro operato benefico.
«Il loro ruolo non mi sembra così definito. Comunque quando si va in un paese per dare una mano, curare dei feriti o costruire un ospedale, si fa una pratica di pace».

Che cosa pensa del fronte comune della Gad, Grande alleanza democratica?
«E’ una nuova democrazia cristiana che non crediamo potrà battere la destra. Vedremo se si potrà instaurare un dialogo. Prima delle scorse Europee con Alex Zanotelli e don Luigi Ciotti firmammo un documento in cui dicemmo che non avremmo più votato chi non si oppone alla guerra. Lo ribadiamo anche ora: non sosterremo alcuna coalizione che non includa nel proprio programma l’uscita dell’Italia dal conflitto. La pace chiede alternativa, non alternanza. Basta con i Prodi, i Fini, i D’Alema… Se la democrazia in Italia deve essere quella americana, ne faccio a meno. Se deve ridursi a un Grande fratello, ridatemi una dittatura illuminata come quella di Federico II».

Pensa davvero che dire soltanto «no alla guerra» possa bastare?
«Cosa può offrire ora la classe politica in alternativa? Si potrebbe fare molto: ad esempio per la guerra in Iraq sono stati spesi 150 milioni di dollari ed è stato calcolato che per eliminare la fame nel mondo ne basterebbero 15».

Non crede che sia un pensiero un po’ massimalista?
«Il nostro è un lavoro umanitario che difende la vita umana quando non c’è più alcun rispetto dei diritti. Sul fronte delle alternative non vedo grandi distinzioni tra destra e sinistra: stiamo sprofondando nel baratro

www.emergency.it

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