Mario Boccia: le due simona . Sono due persone speciali, rare,

intervista a Mario Boccia

Dopo il sequestro a Baghdad di Margaret Hassan, la responsabile britannica dell’organizzazione umanitaria “Care International”, si riapre il dibattito sul ruolo e sui rischi per la cooperazione nelle zone di conflitto

di Fabio Dessì

«Sei scomodo per chiunque voglia uno scontro tra civiltà, gli opposti estremismi vedono di cattivo occhio qualunque cosa si muova al di fuori di questa logica. Chi si intromette muore. È questo l’avvertimento che viene dall’Iraq». Mario Boccia è un free lance di 49 anni che non smette di girare il mondo per raccontare attraverso le sue immagini la guerra. È stato a Baghdad tre volte: durante la prima Guerra del Golfo, negli anni dell’embargo e dal 23 agosto al 4 settembre scorsi, quando è stato ospite della “Casa degli italiani”, l’edificio di due piani in cui si trova la sede di Un ponte per, Ics e Intersos. Era lì quando un missile, per errore o per avvertimento, ha sfiorato la sede delle organizzazioni umanitarie. Per due settimane ha vissuto con Simona Pari e Simona Torretta, realizzando le immagini che pubblichiamo in queste pagine. Ha conosciuto Raad Alì Abdulaziz e Manhaz Bassam, gli altri due ostaggi iracheni rapiti il 7 settembre. Nei giorni precedenti al rapimento Mario Boccia era l’unico fotografo italiano nella capitale irachena. E nell’intervista che ci ha concesso (realizzata, come il resto del servizio, quando ancora non giungono notizie sulla loro sorte) descrive una città profondamente diversa da quella che conosceva. «Nel ’91 – racconta – il giorno in cui catturano i piloti italiani Bellini e Cocciolone mi trovavo nel rifugio dell’Hotel Rashid, pieno di iracheni. Quando la tv mostrò i prigionieri americani e inglesi tutti li insultavano. Poi apparvero i nostri connazionali: ero terrorizzato, ma in molti si avvicinarono per tranquillizzarmi…».

Allora è vero che agli italiani da quelle parti gli vogliono bene…
È quello che continuano a ripetere Emilio Fede e Bruno Vespa, ma non è più così. Oggi italiano significa occupante. Un esempio? Dovevo fotografare un centro per ragazzi di strada di Terres des hommes (organizzazione umanitaria svizzera, ndr) in un quartiere del centro di Baghdad. Con il mio accompagnatore – un muktar, una sorta di autorità locale – avevamo concordato un giro di 15 minuti. Dopo avermi chiesto la nazionalità è letteralmente impallidito, il giro è diventato di cinque minuti. Aveva paura, sudava, accendeva una sigaretta dietro l’altra. Io dovevo seguire ogni suo ordine: adesso no, scatta ora, basta, cammina, fermati…

È possibile lavorare in queste condizioni?
No, fare giornalismo non può prescindere dal contatto con le persone, da una confidenza con le storie che cerchi e poi racconti. A Baghdad non puoi girare tranquillamente, devi travestirti, cercare di assomigliare il più possibile a un qualunque iracheno, usare automobili scassate e mettere in conto che le persone che ti accompagnano rischiano quanto te. Provate a immaginare che cosa significa per un fotografo girare con la macchina fotografica e un solo obiettivo nascosti in una busta di plastica. Ti senti una spia, non incroci sorrisi nelle facce che incontri…

Ti sentivi in pericolo?
Ti senti in pericolo ancora prima di atterrare. Per raggiungere Baghdad bisogna prendere un volo da Amman con la compagnia americana Air Serv. È un piccolo aereo da 18 posti che per evitare di essere colpito fa un atterraggio “a vite”, arriva altissimo sopra l’aeroporto e scende a terra disegnando dei cerchi sempre più stretti. Poi un autobus scassato ti porta fino al check point, a cinque chilometri di distanza. Lì ti deve venire a prendere qualcuno, la strada che porta dentro Baghdad è molto rischiosa perché battuta da stranieri o da iracheni che hanno relazioni con il governo. Giunto a destinazione, mischiato tra la folla, raramente ritrovi l’Iraq che conoscevi: la gente che ti aspetta, che ti sorride. La sensazione è che sono “quasi” contenti di vederti…

Quasi?
La tua presenza può essere un catalizzatore di azioni che comportano parecchi rischi per chi ti sta vicino. Stare in una scuola e pensare che qualcuno può farsi saltare in aria solo perché sei lì ti fa sentire responsabile della vita di tutti quei bambini. È inaccettabile. Per questo non vedevo l’ora di andar via. Non l’ho mai pensato in nessun’altra parte del mondo, neanche a Sarajevo sotto l’assedio. Lì c’era una dimensione collettiva del rischio, in Iraq ti senti gli occhi addosso come se il problema fossi tu. Sei un target, un obiettivo.

C’è un episodio che ti ha colpito più di altri?
Sì, nel posto che più amo a Baghdad, al mercato del libro di Mutanabi. Lì puoi trovare di tutto, dalle biografie di Saddam a quelle di Lenin, dal Corano a Donna moderna, Topolino, Linus, manuali d’informatica e sull’arte islamica. Ero nel Caffè degli artisti e l’aria era molto tesa. Dopo pochi minuti una persona mi dice qualcosa in arabo. «Qui è pieno di ladri, per la vostra sicurezza è meglio che andate via prima possibile» ha tradotto il mio accompagnatore di turno. Ma resto convinto che non si stavano preoccupando per il mio portafogli.

Qual è il ruolo dell’informazione in uno scenario come quello iracheno?
Starci e raccontare il più possibile quello che succede. Il ruolo più importante lo stanno svogendo i media arabi, gli unici a poter realizzare sia immagini che interviste. Un occidentale invece deve limitare al massimo gli spostamenti. Ma in questo modo è impossibile lavorare decentemente. Io per esempio non amo le immagini rubate, mi piacciono quelle che rappresentano la testimonianza di un rapporto con chi fotografi. E quello che mi è mancato è proprio il non essere accettato, nella migliore delle ipotesi ero guardato con sospetto. Paradossalmente un giornalista embedded, mantenendo autonomia di pensiero, può conservare un certo margine per fare bene il suo lavoro. Penso all’immagine scattata da un giornalista francese dell’Associated press vincitrice del World press photo, che prima dello scandalo di Abu Ghraib ritrae un uomo dietro il filo spinato: incappucciato, con le mani legate e ai suoi piedi un bambino, presumibilmente il figlio.

Torneresti in Iraq come embedded?
Sì, se è l’unico modo per fare informazione. Qualche mese fa avrei detto il contrario, ora è una possibilità. Non certo per fare foto finte al soldato che porta da mangiare al vecchietto. Un servizio del Time dopo l’attentato alla sede Onu ritrae soldati americani disperati in mezzo alle macerie, sembrano le foto del Vietnam dopo la ritirata. Anche in quel caso il fotografo era un “arruolato”. Dipende da come orienti l’obiettivo, da quello che vuoi dire. Credo che per gli occidentali in questo momento non ci siano alternative.

Per il mondo della cooperazione, così duramente colpito, è ancora possibile una terza posizione tra i combattenti?
Nella ex Jugoslavia le ong svolgevano un’attività pratica di sostegno alle popolazioni vittime della guerra e indirettamente rappresentavano una posizione contro i nazionalismi. Era il modo per comunicare il tuo punto di vista, per metterti in gioco. In Iraq è molto difficile farlo. Io rispetto il punto di vista delle due Simone e di Un ponte per, che della trasparenza ha fatto una bandiera. Io dicevo che il rischio era troppo alto, ma loro si sentivano al sicuro per le ottime relazioni che avevano con la popolazione. Ed era vero, io stesso sono testimone di dimostrazioni di affetto reciproco straordinarie…

Quali per esempio?
Il 28 agosto ero a una festa organizzata da Simona Pari in una scuola elementare. Sembrava la Svizzera: classi di informatica, ceramica, canto, disegno. I bambini hanno fatto una rappresentazione teatrale sull’igiene personale. Alla fine erano tutti intorno a Simona: madri, padri e figli. In una situazione così ti senti parte di una comunità, anche se a pochi chilometri le persone continuano a morire, combattendo o semplicemente restando nelle proprie case.

Che cosa dovrebbero fare adesso le organizzazioni umanitarie?
Seguire i progetti dall’esterno e sottrarsi alla logica che ti fa essere parte del problema e non della soluzione. Bisogna chiedersi se è utile rimanere o se la tua presenza rischia di peggiorare il quadro. Vorrei essere smentito, ma torno con un peso sulla coscienza: non essere riuscito a convincere due persone speciali come Simona Torretta e Simona Pari a venir via da lì il prima possibile. Questi sono stati i termini della nostra ultima discussione, due giorni dopo l’esplosione di un missile a pochi metri dal cortile in cui stavamo cenando…

Che cosa è successo in quel momento?
Dopo lo scoppio mi sono abbracciato con Simona Torretta (la Pari quella sera non era in casa, ndr). Cercavo di calmarla ma lei si è immediatamente preoccupata per Carla e Caterina, cinque e otto anni, le figlie della padrona di casa. La seconda preoccupazione è stata curare la madre, lievemente ferita alla caviglia. Infine, prendersela con me, colpevole di «creare allarmismo». La parola d’ordine era minimizzare: in Italia c’è chi si preoccupa e qui il lavoro deve andare avanti. Sono due persone speciali, rare, testarde. Talmente innamorate del loro lavoro da non arrandersi alla realtà.

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