Dopo 5 anni di guerra, l’Iraq continua a bruciare

da peacereporter.net:
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La ragione dispersa nel vento
 
Cinque anni di guerra in Iraq
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Sono passati cinque anni. Cinque anni di massacri, di bombe calate dall’alto, di bombe portate strette alla pancia, di proiettili vaganti. Cinque anni di torture. Cinque anni di violazione di ogni convenzione possibile. Cinque anni di violazione di ogni logica e di ogni buonsenso.
Forse un milione e mezzo di morti, forse centomila. Non si sa. Segno che è proprio vero, dei morti civili non importa proprio a nessuno. Perché quel che è peggio, nessuno lo vuole sapere. Si conoscono i morti della prima guerra mondiale. Si stimano i morti delle guerre puniche. Quelli iracheni sono un mistero.
Un paese civile, ricco di storia, con una cultura tra le più importanti e vive al mondo è stato trasformato, in cinque anni, in una macelleria che nessuno è più ormai in grado di controllare. 
 
Per cosa? Perché Saddam Hussein era legato ad Al-Qaeda. Chiunque avesse anche solo un’infarinatura di cose mediorientali sapeva benissimo che questa era una scemenza. Saddam era un macellaio, più o meno come tanti altri che l’occidente ritiene essere fedeli alleati e paladini della democrazia (lo era anche lui, un fedele alleato, peraltro), ma era un laico. Di più, era un difensore del laicismo. Mai e poi mai sarebbe potuto andare d’accordo con chi professa il potere assoluto della religione e delle scritture (no, non stiamo parlando di Benedetto XVI). 
 
Per portare la democrazia? Anche questa, è evidente a tutti, è una bugia colossale. Cosa importa del fatto che ci sia democrazia o meno nei paesi del mondo? Parliamo di Cina? Parliamo di Arabia Saudita? Parliamo di Filippine? L’elenco delle tirannidi amiche e alleate è molto più lungo di quello delle democrazie compiute.
 
Se è stata una guerra per le risorse, cosa più probabile, è una guerra persa.
“Il petrolio, dopo l’invasione dell’Iraq, scenderà sotto i 40 dollari al barile”, dicevano le marionette che si fan passare per esperti economici. Oggi il petrolio costa 105.5 dollari al barile. E prima che il greggio iracheno possa tornare sotto il controllo occidentale, passeranno altri anni.
In compenso, nel nome di questa guerra, nel mondo adesso si può torturare, la violenza fisica e verbale, è diventata il linguaggio quotidiano con cui è lecito e a volte persino giusto esprimersi.
 
A farne una analisi attenta e obiettiva, questa guerra a qualche cosa è servita: ci ha fatto scoprire che il faro della democrazia, lo Stato a cui tutti dicevano di ispirarsi, il luogo delle promesse mantenute e delle speranze realizzate, gli Stati Uniti d’America, sono in realtà governati da una banda, che mano a mano che giungono le verità sui loro misfatti, appare sempre più come una accozzaglia di cinici affaristi che non si fa scrupolo nemmeno di commissionare torture ed omicidi pur di raggiungere il suo personale e particolare interesse.
In molti saran saltati sulla sedia, leggendo quella frase. Perché persino a me che scrivo fa impressione. Eppure così è. Tutti sapevano delle menzogne. Ma le hanno dette e ripetute fino a coprirsi di ridicolo. Tutti sapevano che ad Abu Grahib si torturavao i prigionieri. Tutti sapevano e sanno che ci sono decine, forse centinaia di carceri segrete in giro per il mondo dove la tortura è pratica comune.
 
Eppure, ancora oggi, mentre negli Usa si riflette sulle proprie colpe e sugli errori di una banda di delinquenti e di assassini che ha portato il mondo così vicino alla rovina, nella periferia più scalcinata dell’impero – cioé a casa nostra – c’è ancora chi dice di vedere nel governo statunitense un prezioso alleato. Di più, un amico. Di più, un modello da cui trarre ispirazione.
Io di mio, amici così non ne vorrei.
 
Maso Notarianni

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