Michael Franti: Gaza e ti sembra una prigione gigante.

Da Rafah, Michael Franti


 
Michael Franti, musicista e artista hip-hop, è in viaggio con una carovana di pace attraverso il Medio Oriente. L’emittente radiofonica Democracy Now ! lo ha raggiunto e ha parlato con lui mentre era a Rafah dove l’esercito di Israele ha recentemente demolito centinaia di abitazioni palestinesi. Pubblichiamo una parte dell’intervista trascritta.

 

AMY GOODMAN: Abbiamo registrato questa intervista con Michael Franti che pochi giorni fa era a Gaza quando abbiamo parlato con lui. La settimana prima, quando lo abbiamo sentito, era a Bagdad dove stava facendo il suo giro in Medio Oriente.

MICHAEL FRANTI: Bene, vedo soltanto case che sono state appena distrutte, una qui vicino, distrutta letteralmente dal fuoco di armi leggere. Case colpite così tante volte, che cadono soltanto per i fori delle pallottole. Ho visto case sbriciolate da quello che all’apparenza sembrava un missile Tomahawk sparato dagli elicotteri Apache, un foro gigante ha squarciato l’intera facciata di un edificio. Sapete, oggi abbiamo visto un blocco di abitazioni. Ho parlato a una donna che ci è entrata quando i soldati israeliani hanno radunato tutta la gente e l’hanno ammassata in una stanza. A questo punto, hanno buttato giù otto edifici con i bulldozer. Il blocco è stato semplicemente distrutto.

Voglio dire, sto guardandomi intorno, sto guidando e vedo una parete con il foro di un’esplosione, un muro di mattoni che è stato appena buttato giù e i bambini per la strada, ognuno di loro cerca di afferrarmi e mi tira, vuole che suoni la chitarra e per un po’ canto delle canzoni, poi dobbiamo passare e allora i bambini ci dicono che non possiamo andare avanti perché lì c’è troppa tensione, perché la gente è disperata e povera e nelle vicinanze c’è in corso un combattimento tra due fazioni. É semplicemente – è soltanto e veramente – una scena orribile. Soltanto questa mattina, abbiamo lasciato Betlemme e siamo andati a Gerusalemme e lungo la strada abbiamo visto bellissimi insediamenti in un piacevole stile mediterraneo, case nuovissime, dove puoi vedere le piscine e i posti sotto il controllo degli israeliani. Poi vedi Gaza e ti sembra una prigione gigante.

AMY GOODMAN: Cosa puoi dirmi delle demolizioni delle case ?

MICHAEL FRANTI:Guarda, la demolizione delle abitazioni è la cosa più irragionevole che ho mai visto. Io ho soltanto la speranza che la gente in America cominci veramente a capire, che – come abbiamo cominciato a denunciare davanti a tutto il mondo quello che succedeva in Sudafrica – adesso la gente cominci a denunciare davanti a tutto il mondo questo regime militare di segregazione, che arriva in un quartiere e ordina alla gente di impacchettare la sua roba e di andarsene entro 10 minuti. E poi torna, con un gigantesco bulldozer per demolire le loro case.

Buttano giù frutteti e alberi di ulivo che sono rimasti lì per 700 anni e che rappresentano una fonte di reddito dando da mangiare e da vivere alla comunità. Il muro che stanno costruendo, il muro della segregazione che è stato costruito intorno alle città, non è soltanto un “muro” che separa la gente, che separa i membri della comunità l’uno dall’altro, alcuni tratti del muro sono stati messi là soltanto per impedire e ostacolare l’economia dei palestinesi. Così la gente nella comunità vive una realtà degradata e, sperano loro, finalmente sarà spinta a lasciare il paese, che è il vero obiettivo dell’occupazione.

Succede lo stesso alla gente che è riuscita a far crescere qualcosa dentro al campo profughi e vuole provare a venderla dall’altra parte, ma al check point si sentira’ dire dai soldati israeliani che deve utilizzare un altro veicolo, dall’altro lato, e allora, sempre sotto un sole che cuoce le pietre, deve scaricare tutte queste casse e caricarle una alla volta su un altro veicolo, che attende dall’altro lato del check point, per portarle al mercato.

Tutto questo sta semplicemente distruggendo la comunità. La gente viene separata dai campi agricoli. Magari ha vissuto in un posto per generazioni e, non appena è dall’altro lato della recinzione, i suoi campi vengono distrutti e viene alzata una barriera, in modo che non può neppure tornare dove normalmente lavora la terra. Gli hanno detto, ok, potreste fare domanda e ottenere una specie di visto di passaggio. Occorrono molti mesi per ottenere questi visti e nessuno li ha mai ottenuti. Alla fine, è solo una specie di sciarada, durano soltanto sei mesi, poi dovete rinnovarlo e rifare da capo tutta la trafila e aspettare un altro anno.

Ieri abbiamo visitato il memoriale dell’ Olocausto a Gerusalemme e sono stato colpito dalle somiglianze. I check point, le pareti, i muri, il ghetto. E tutte le cose successe durante i primi cinque anni dell’Olocausto. E quando ho lasciato il Museo dell’ Olocausto, mi sono veramente sentito come se “quella cosa” non avrebbe mai più dovuto succedere, in nessun posto al mondo. E, sai, l’ho sentito veramente, ho percepito un senso di dolore e di empatia e allora sono tornato al villaggio e quando ho visto che di nuovo si sta ripetendo “quella cosa” ho capito che questa occupazione deve finire adesso.

AMY GOODMAN: Michael Franti ci parla dal campo profughi di Rafah Refugee Camp, a Gaza nei Territori Occupati, proveniente da Baghdad dove ha viaggiato al seguito di una delegazione di operatori pacifisti, musicisti, artisti e film maker per raccogliere testimonianze di prima mano sugli effetti della guerra e dell’occupazione. Su Democracy Now!

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