ci hanno trattato con molto rispetto

29.09.2004
«I rapitori pensavano fossimo spie». Scelli: «Non parlate di riscatto»
di red Sono sbarcate alle undici e un quarto di sera a Ciampino, spiate dalle telecamera di Bruno Vespa in diretta tv. Alle 23.22 dalla scaletta dell’aereo appare il sorriso di Simona Pari, subito dopo Simona Torretta. Sono vestite di bianco, sorridenti, senza più il velo, si tengono per mano. A salutarle nel piccolo aereo che le ha portate a casa, un corteo di autorità, da Letta a Berlusconi, dal prefetto di Roma Serra, al sindaco Veltroni, da Fini a Rutelli. Vespa annuncia le prime parole di Simona Torretta: «È andata bene, ci hanno trattato con molto rispetto». Appena arrivate sono state portate, a bordo di un elicottero dei carabinieri, a Piazzale Clodio per essere interrogate dal pm romano Ionta sui loro 21 giorni nelle mani dei rapitori.

 

Alle 4.20, Simona Pari arriva finalmente di fronte al suo appartamento a Rimini. «Sto bene, grazie mille. Scusate ma sono molto stanca», si limita a dire, sorridendo, ancora una volta ai giornalisti. «È andato tutto bene, benissimo» aggiunge la madre Donatella. «Io adesso non c’entro più nulla, adesso avete lei» sottolinea il padre Luciano entrando nel portone di casa.

«I nostri rapitori pensavano fossimo spie»

Finisce così una notte frenetica. Da Baghdad a Ciampino, da Ciampino alla stanza del procuratore Ionta, dagli uffici del tribunale finalmente a casa. Simona Torretta è già tornata, ma non da molto, nel suo appartamento romano, a Cinecittà. «Rifarei tutto con tutte le conseguenze – afferma sicura – anche se mi dispiace per la sofferenza fatta provare a mia madre e il dispiacere che non si merita, però fa parte della vita». Tornerai in Iraq? Le chiede qualcuno: «Vedremo – risponde – probabilmente sì, ora devo stare vicino alla mia famiglia».

Ma come sono stati i ventuno lunghissimi giorni del sequestro? Come sono state trattate Simona e Simona? E chi erano i rapitori? «Religiosi che ci hanno insegnato i principi dell’Islam e alla fine si sono anche scusati e ci hanno chiesto perdono», dice Simona Torretta, che nel racconto del terrore non perde il sorriso: «Ci sono stati momenti in cui abbiamo avuto paura di morire – prosegue – In altri momenti ridevamo tra di noi».

I particolari del sequestro stanno nell’interrogatorio secretato dal pm Ionta, che ha ascoltato anche il commissario della Croce Rossa Scelli e il suo collaboratore iracheno Navar. «Non sapevano nulla di quello che succedeva all’esterno – ha raccontato ancora Simona Torretta al termine dell’interrogatorio – avevamo poche notizie. Sappiamo della solidarietà del popolo iracheno nei nostri confronti». Ma come resistere a 21 giorni di prigionia? «Con la fede. Abbiamo avuto tantissima fede e la forza interiore che ci ha sostenuto anche perché potevamo sostenerci solo da sole». Le due ragazze hanno raccontato ai magistrati di aver fatto un solo veloce spostamento dopo essere state portate via dalla palazzina di Un ponte per…. e di essere rimaste solo per qualche giorno con i due collaboratori iracheni. Tranne che negli ultimi giorni hanno sempre avuto gli occhi bendati e sono rimaste chiuse in una stanza, sdraiate. «I nostri sequestratori erano convinti che fossimo delle spie e che eravamo a Baghdad, tra la popolazione civile, non per aiutarli a per carpire informazioni», hanno detto ai magistrati. L’atteggiamento dei rapitori, inizialmente duro, sarebbe cambiato dopo aver constatato che le due ragazze sono davvero operatrici umanitarie. Poche parole da Simona Pari: «Siamo state trattate bene con calore e solidarietà»

«Nessun riscatto, ma…»

Il commissario straordinario della Croce Rossa Maurizio Scelli, partito il giorno prima da Roma per Baghdad, è stato il primo ad accogliere Simona e Simona dopo la liberazione: «Sono stato otto ore in una stanza ad attendere i quattro ostaggi. Con me c’era il mediatore». Ma prima di loro era arrivato sul posto il cameraman della tv Al Jazira.

Tornato in Italia, Scelli ha ammonito: «Non voglio sentire parlare di riscatto. Questo discorso mi mette in condizione di perdere la neutralità. È un discorso che non voglio sia toccato perchè è un attentato alla vita di 25 persone che stanno curando 300 persone al giorno, oltre che alla mia persona».

«La Cri – ha aggiunto- è un ente pubblico ed è neutrale, non può permettersi di dare 100 lire che non siano documentate». Ma se il pagamento fosse stato fatto da altri? «Scusate – ha risposto Scelli – e chi le ha portate a casa le ragazze?». Insomma nessun riscatto, questa la sua versione. Oggi, comunque, arriveranno in Italia 15 bambini iracheni, garvemente malati. A portarli un aereo della Croce Rossa, che provvederà alla loro smistamazione in base alle loro patologie e alle disponibilità dei centri medici delle varie regioni. La notizia era stata diffusa ieri subito dopo la liberazione degli ostaggi

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