amnesty int. denuncia le carceri israeliane

FAMIGLIE SEPARATE DA POLITICHE DISCRIMINATORIE
Inviato da: goretta il 06 Ago 2004 – 10:44 AM 
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E’ ciò che succede in Israele e territori occupati.
Lo denuncia Amnesty International

 


‘Dopo 14 anni di matrimonio, mio marito nonche’ padre dei miei figli non ha
alcun diritto di dormire nella nostra casa, alcun diritto di dare il bacio
della buonanotte alle sue figlie, alcun diritto di vegliare su di loro se si
sentono male nottetempo? Che logica c’e’ nel costringere una famiglia a
vivere questo inferno ogni giorno, anno dopo anno?’
(Terry Bullata, 38 anni, preside in una scuola di Gerusalemme)
A migliaia di palestinesi e’ negato il diritto fondamentale di vivere in un
nucleo familiare, grazie a una legislazione israeliana il cui riesame e’
previsto per la fine di questo mese. Si tratta della Legge sulla
cittadinanza e l’ingresso in Israele, che impedisce agli israeliani sposati
con palestinesi dei Territori Occupati di vivere in Israele con il loro
consorte.

In un rapporto pubblicato oggi, ‘Separati: famiglie divise da politiche
discriminatorie’, Amnesty International chiede a Israele di ritirare la
legge sulle unioni familiari, che e’ fonte di discriminazione nei confronti
dei palestinesi di Cisgiordania e Gaza nonche’ dei palestinesi con
cittadinanza israeliana o residenti a Gerusalemme che li sposano.

‘La legge istituzionalizza la discriminazione razziale contravvenendo alle
disposizioni del diritto internazionale dei diritti umani e del diritto
umanitario. Senza il diritto all’unione familiare, migliaia di palestinesi
con cittadinanza israeliana o residenti a Gerusalemme si trovano nella
condizione di avere accanto il proprio coniuge in condizione di illegalita’
e a rischio quotidiano di espulsione, oppure di dover lasciare il paese per
poter vivere in un nucleo familiare’.

Uno dei casi citati nel rapporto di Amnesty International e’ quello di Salwa
Abu Jaber, 29 anni, che lavora in un asilo nido ad Umm al-Ghanam, nel nord
di Israele: ‘Al ministero dell’Interno mi hanno detto che o divorziavo o
andavo a vivere in Cisgiordania. Ma io amo mio marito e lui ama me, non
vogliamo divorziare e io non voglio che i miei figli vivano in Cisgordania,
in mezzo alla guerra e all’ insicurezza’.

Le procedure per esaminare le richieste di unione familiare dei palestinesi
dei Territori Occupati sposati con cittadini o residenti di altri paesi sono
state sospese dall’esercito israeliano alla fine del 2000.

Il governo israeliano ha giustificato il divieto di unione familiare con
‘motivi di sicurezza’, sostenendo che la legge ha l’obiettivo di ridurre le
potenziali minacce di attacchi condotti da palestinesi all’interno di
Israele. Tuttavia, ministri e funzionari israeliani hanno ripetutamente
affermato che la percentuale di palestinesi con cittadinanza israeliana
rappresenta una ‘minaccia demografica’ e una minaccia al carattere ebraico
dello Stato. Cio’ lascia supporre che la legge faccia parte di una
consolidata politica volta a limitare il numero di palestinesi cui viene
concesso di vivere in Israele e a Gerusalemme Est.

Amnesty International chiede alle autorita’ israeliane di:
– ritirare la Legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele;
– riprendere l’esame delle richieste di unione familiare secondo criteri non
discriminatori;
– esaminare le migliaia di richieste che si sono accumulate e riesaminare
quelle respinte prima della sospensione delle procedure;
– fornire le motivazioni di ogni richiesta respinta per consentire al
richiedente di fare ricorso.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 13 luglio 2004

Con un futile pretesto, nel l982, l’esrcito israeliano invase il Libano. Lo scopo reale era quello di dare un colpo mortale alla resistenza armata palestinese presente in Libano, togliendo, quindi, ai palestinesi, una delle ultime carte a loro disposizione nella lotta contro Israele.
In quel periodo Naji Al-Ali si trovava a Beirut. Quando l’esercito israeliano raggiunse la cittadina di Sidone, Naji vi si trasferì ritenendo doverosa la sua presenza in prima fila per combattere gli invasori. Non usò mai le armi. La sua presenza sul campo di battaglia ebbe più che altro il valore morale di sostenere chi lottava contro gli aggressori. A Sidone Naji rimase per circa un mese. Di questa sua esperienza successivamente raccontò:

“Quando gli israelia- ni hanno invaso Sidone, ero li. Con gli altri abbiamo affrontato il terrore e la paura. Per giorni e giorni eravamo il bersaglio delle artiglierie e dei raids aerei. Con i miei occhi ho visto la distruzione, la morte… Sotto la minaccia dei fucili israeliani siamo rimasti senz’acqua e senza cibo per due giorni sulla spiaggia sotto il sole cocente. I barbari ci dovevano controllare per arrestare chi ritenevano opportuno. A Sidone sono rimasto per un mese. In quei giorni non ho disegnato affatto. Anche se avessi potuto farlo, non avrei saputo fare arrivare le vignette ai giornali. Quando gli invasori hanno assediato Beirut, mi sono trasferito li, nella capitale” (“Al-Arabi”, N. 297, agosto l983).

Arrivato a Beirut, Naji era sempre in prima fila per difendere la città e per proteggere i libanesi e i palestinesi dalla barbarie degli israeliani. L’assedio di Beirut durò per più di tre mesi.
Naji disegnò tantissimo incitando, attraverso le vignette, la gente a combattere e a resistere fino alla vittoria o al martirio. In un’intervista all’ascia’b Al-Urduniyyeh del l0/l2/l984, Naji descrisse così quel periodo:

“In quei giorni non c’era differenza fra la vita e la morte. I palazzi e le mura crollavano come degli scatoloni di carta. Nonostante tutto il morale della gente era altissimo. Nessuno cedeva. Anzi, moltissimi hanno fatto dei propri corpi barricate e dighe contro gli invasori.”

In coerenza con le sue idee e consapevole della vera natura del nemico, si dichiarò subito contrario alle trattative, sponsorizzate dagli USA, tra la leadership palestinese e gli israeliani. Anzi, andò oltre.
Attraverso le vignette incitò i combattenti a non deporre le armi e a non farsi illudere dalle promesse americane. Era conscio dei pericoli che correvano i campi profughi palestinesi una volta disarmati e lasciati alla mercé degli israeliani e dei falangisti libanesi. Dopo nemmeno una settimana dalla partenza dei guerriglieri palestinesi (come sancito dagli accordi firmati tra le parti), l’esercito israeliano occupò tutta la parte Ovest di Beirut (dove risiedeva la popolazione palestinese nonché la resistenza nazionale palestinese).
I falangisti, appoggiati dai sionisti, consumarono uno dei massacri più orribili dei nostri tempi, quello di “Sabra e Chatila”. In tal modo, conquistarono il pieno controllo di tutta la parte Ovest di Beirut.
Quindi, ebbe inizio, casa per casa, la caccia all’uomo. Nel mirino c’erano tutti gli attivisti libanesi e palestinesi. Il quotidiano degli Emirati Arabi “Al-Fajr” del ll/7/l983, riferisce che Naji Al-Ali passò, in quei giorni, in clandestinità, trascorrendo circa sette mesi nei sotterranei della capitale libanese.
A maggio di quell’anno, lo stesso Centro di Informazione, legato al quotidiano “Assafir”, pubblicò un secondo libro di Naji Al-Ali che conteneva 250 vignette e mise in evidenza l’ulteriore evoluzione dell’opera di Naji; la maggior parte delle vignette era senza commenti.
Presentando il libro sulle pagine del suo giornale, Talal Salman, il direttore di “Assafir”, scrisse:

“Per Naji Al-Ali non esistono le soluzioni intermedie. Per lui esistono solo il bianco e il nero. Non c’e posto per il grigio. Ciò che si trova tra questi due estremi, per Naji e un campo di battaglia eterno tra ciò che c’è e ciò che ci dovrebbe essere”.

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