«Float like a butterfly and sting like a bee»
“vola come una farfalla e colpisci come un’ape”
Poco tempo fa ,
valanghe di critiche sollevò un mio invito
affinchè lo sport potesse essere anche veicolo di ideali
e di formazione di valori,
oltre che svago.
Guerrilla radio non ha molti eroi,
molti uomini la cui vita è stata un esempio di ideali,
un modello a cui aspirare.
Uno di questi è certamente Muhammad Ali-Haj
Esattamente quell’esempio fulgido di quando lo sport diviene veicolo di valori umani.
Il 17 gennaio scorso il nostro eroe ha compiuto 65 anni,
oggi qui lo celebriamo come uomo del mese.
«Clay non è il mio nome: è il nome di uno schiavo»
dice quando decide di diventare “il campione della gente”:
il difensore di chi è più debole, la voce di chi non può parlare.
Da campione del mondo, Cassius Clay entra a far parte della “Nazione dell’Islam”,
il sacerdote della quale, Elija Mohammed, lo ribattezza col nome di Muhammad Ali.
«Io non ho nessun problema con i Vietcong: nessun Vietcong mi ha mai chiamato “negro”»
Così esclama da popolarissimo, un vero e proprio eroe fra gli afro-americani, quando l’esercito lo precetta per il Vietnam.
(Ali, ovviamente, non verrebbe mai mandato in trincea:
gli viene offerto l’arruolamento nella Riserva: comodità di ogni genere, e la garanzia di non subire interferenze nella sua attività sportiva. )
Il governo USA lo vuole comprare come tredici anni prima ha comprato Elvis Presley, il Re del rock&roll: istituzionalizzarlo, renderlo complice dell’ipocrisia dell’intero “sistema”.
Ma Ali non è Elvis.
Rifiuta l’arruolamento, viene denunciato, arrestato, privato della licenza di combattere e del passaporto (perché non combatta all’estero). E viene arbitrariamente privato del titolo.
Spenderà tutti i suoi soldi nella difesa in tribunale.
Ma non si piega. La sua religione, l’Islam, gli proibisce la guerra, e lui non vuole partecipare alla guerra di quei bianchi che da quattrocento anni segregano, umiliano e massacrano gli americani neri come lui.
«Non sono i Vietcong il mio nemico. Voi siete il mio nemico quando chiedo giustizia; voi il mio nemico quando chiedo libertà. Volete che vada a combattere per voi in Vietnam, mentre voi non vi schierate dalla mia parte nemmeno qui, a casa mia».
Il Campione terrà duro per tre anni e mezzo, finché la Corte Suprema lo assolve con voto unanime.
Ora Alì, malato di Parkinson,
combatte l’incontro più duro,
ma lo fa con la stessa eleganza del suo volo di farfalla,
e continua a colpire come un ape,
il conformismo razzista di una società indifferente.
Continuando a ispirare i giovani con la sua intera vitaall’integrazione
alla lotta contro le ingiustizie nel mondo.
Non credo fosse così fuori luogo
sperare e pregare che un dì di mohammed alì
possano apparire anche in qualche nostro becero stadio.
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