Stranieri condannati a morte negli Usa, no a diritti inter.

Stranieri condannati a morte negli Usa, gli States contro il diritto internazionale

 di red.

 Gli Usa non vogliono interferenze sulla pena di morte. E lo dimostrano ancora una volta trovando un escamotage per poter giustiziare indisturbati anche gli stranieri che commettono reati nel loro Paese. Gli oppositori della pena di morte in America avranno uno strumento in meno per contrastarla. In una lettera datata 7 marzo – scrive giovedì il Washington Post – il segretario di Stato Condoleeza Rice ha informato il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, del ritiro americano dal Protocollo Facoltativo allegato alla Convenzione di Vienna sui Diritti e sulle Prerogative Consolari. Il Protocollo impegna i paesi firmatari ad interpellare la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja e lasciare che questa abbia l’ultima parola, qualora vi siano contestazioni da parte di cittadini che affermino di essersi visti negare il diritto di incontrare un diplomatico del proprio paese durante il periodo di detenzione all’estero.

 

Paradossalmente, allo scopo di tutelare i propri connazionali, erano stati proprio gli Usa a proporre nel ’63 il Protocollo, che fu poi ratificato sei anni più tardi insieme alla Convenzione vera e propria; e non a caso furono proprio loro anche i primi a servirsene in concreto contro l’Iran, nel ’79, in occasione della crisi degli ostaggi nell’ambasciata americana a Teheran, in piena rivoluzione khomeinista.

La mossa dell’esecutivo di George W. Bush sembra dettata dall’intento di porre fine a una prassi valutata d’intralcio dagli Stati Uniti: specie negli ultimi tempi, il Protocollo viennese era sempre più spesso invocato da governi di altri Paesi, da movimenti per i diritti civili e da singoli individui, spesso anche cittadini statunitensi, onde rivolgersi ai giudici dell’Aja e cercare di ostacolare le esecuzioni di stranieri condannati a morte dalla magistratura Usa. In pratica Bush e Rice hanno inteso porre fine a quelle che consideravano mere e indebite interferenze esterne nell’amministrazione nazionale della giustizia. Salvo il caso inverso, naturalmente. Cioè quando si tratta di cittadini americani, soprattutto militari coinvolti in fatti criminali o di abusi sessuali all’estero, che non debbono in alcun caso essere giudicati da Paesi stranieri. Allora, il ricorso al tribunale dell’Aja è sollecitato da parte americana.

Lo si vede dalla decisione dell’amministrazione americana di ritirarsi dal solo protocollo che riguarda la possibilità di ricorrere alla Corte, pur rispettando il resto della Convenzione di Vienna che impegna i 166 stati firmatari a informare i cittadini stranieri del loro diritto di incontrare un diplomatico del proprio paese quando rinchiusi all’estero.

Ma di fatto gli Usa sono stati accusati di continuo di non aver comunicato ai cittadini stranieri il loro diritto di appellarsi al loro consolato. Il 9 gennaio 2003 il Messico ha avviato un ricorso contro gli Usa dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, relativo al mancato adempimento alle disposizioni della Convenzione (Cvrc) nei confronti di 54 cittadini messicani detenuti nei bracci della morte americani.

In un rapporto del febbraio 2003, Amensty International sosteneva che almeno 49 di essi non sarebbero stati informati successivamente all’arresto o durante la detenzione, del proprio diritto a contattare il consolato messicano per chiedere assistenza; pertanto, sono stati processati e condannati a morte senza il beneficio dell’assistenza consolare che avevano diritto di chiedere.

Dal 1993 al 2003 ben 19 cittadini stranieri sono stati messi a morte negli Usa, di cui 10 messicani. Nei bracci della morte americani nel 2003 si trovavano almeno 114 stranieri (di cui 10 europei) provenienti da 34 paesi, con una netta prevalenza di messicani (appunto 54).

Quella messicana non era la prima iniziativa contro gli Usa: già nel 2001, in seguito a un ricorso presentato dalla Germania, i giudici dell’Aja avevano condannato gli Usa in relazione al caso di due fratelli tedeschi giustiziati in Arizona nel 1999. Secondo la Corte, gli Usa non avevano consentito le relazioni consolari previste dalla Cvrc, violando così i diritti individuali dei due fratelli e quello della Germania a difendere i suoi cittadini. La Corte ha inoltre stabilito l’obbligo degli Usa ad effettuare una revisione dei casi e a porre rimedio in caso di violazione.

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